Ancora Franciacorta a prezzi vergognosi sugli scaffali: ma basta!


Sani Gesualdi, pensaci tu!

Mi sembra di sentirle le urla di qualche pasdaran del franciacortismo più esacerbato, che non è fatto solo di persone convinte che le bollicine bresciane siano migliori dello Champagne, ma anche di personaggi che pensano di essere dei maghi del marketing e delle politiche commerciali, quando leggerà questo post. “Ma ca..o, ancora con questa storia dei Franciacorta a prezzi bassi quello str…o di Ziliani?”.

Mi spiace per loro, non sono io a piazzare di nascosto sugli scaffali vini, Franciacorta Docg a tutti gli effetti, a prezzi vergognosamente e stupidamente bassi. Sono sia aziende fuoriuscite (o addirittura cacciate) dal Consorzio, ma anche altre che del Consorzio fanno tuttora parte… E che per svuotare le cantine usano etichette dai nomi uno più fantasioso (e farneticante) dell’altro.

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Tragedia alla Cascina Clarabella di Iseo



La Franciacorta tutta abbraccia idealmente Nadia…

Questa è una di quelle notizie, orribili, che non si vorrebbero mai dare. Una di quelle notizie che hanno il nefando, osceno potere di lasciarti attonito e sgomento. Lo scenario è la Franciacorta, la zona vinicola bresciana diventata nota in Italia e nel mondo per le sue bollicine metodo classico, che si sono affermate grazie alla voglia di fare e alla tenacia dei suoi abitanti.

Ma se i bresciani ed i franciacortini sono (giustamente) celebrati come grandi lavoratori, come imprenditori, un po’ in tutti i campi, esemplari, non altrettanto riconoscimento riceve invece la loro generosità, la capacità, silenziosa, senza troppe ostentazioni, di fare del bene al prossimo.

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Champagne Rosé Premier cru Résèrve de l’Hommée Coulon

Denominazione: Champagne
Metodo: classico
Uvaggio: Pinot Meunier
Fascia di prezzo: da 25 € a 35 €

Giudizio:
9,5


Visto com’è andato il 2016 e affacciandosi un 2017 che guardavo un po’ di sottecchi, temendo quali sfracelli (ancora?) a causa del 17 finale, in prossimità di San Silvestro e Capodanno ho pensato: da quell’annus horribilis devi proprio congedarti alla grande.

E così è stato, non solo per il valore e la bellezza del vino scelto, un’autentica meraviglia, ma grande è stato anche il formato del vino, un magnum

Ovviamente, inutile dirlo, “bollicine”, non italiane, siano essere bresciane, oltrepadane, trentine oppure altolanghette, ma, ça va sans dire, Champagne.

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Futuro di La Versa? Cavit confessa di pensarci ancora…

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…ma solo come supporto di Terre d’Oltrepò

Ieri pomeriggio, facendo un piccolo eno-scoop, ho dato la notizia secondo la quale la celebre cantina veneta Cantina di Soave sarebbe in pole position per diventare proprietaria di quel nobile decaduto che è l’oltrepadana Cantina La Versa, grazie ad una “un’offerta irrevocabile per l’acquisto con validità di 30 giorni” presentata al curatore fallimentare.

Finita la vicenda La Versa? Teoricamente sì, anche se va ricordato che i giochi non sono interamente chiusi, perché “fino al 15 febbraio chi vorrà potrà rilanciare a partire dalla cifra di 4milioni e 150mila euro. Non dovesse presentarsi nessuno, l’azienda verrà venduta al gruppo che ha già depositato una caparra da 250mila euro”.

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E’ la Cantina di Soave il nuovo proprietario di La Versa?

LogoLaVersa
Finito (pare) il lungo calvario dello storico marchio

Pare finalmente finito il “calvario” dell’azienda vinicola più nota dell’Oltrepò Pavese, del marchio più noto del variegato universo vitivinicolo della più bella (Valtellina a parte) zona vinicola lombarda. Sto parlando della storica Cantina La Versa di Santa Maria La Versa, resa grande dal mitico Duca Denari e poi tristemente finita in basso, dopo varie gestioni infelici, tentativi falliti e varia umanità, fino al fallimento dichiarato nel luglio scorso. Fallimento palese anche visitando la home page del sito Internet aziendale, che a tutt’oggi riporta le testuali parole che spezzano il cuore al solo leggerle: “Bando di gara per acquisto azienda “La Versa Viticoltori dal 1905 Spa” Data scadenza presentazione offerte: 25 novembre 2016 Le offerte dovranno pervenire allo studio del Curatore Fallimentare, dott. Luigi Spagnolo, in Milano”.

Sono particolarmente felice di apprendere dell’happy end di questo calvario, perché anche se non ho assolutamente alcuna colpa, io mi sono limitato a fare il mio mestiere di giornalista, avevo dato credito, addirittura pubblicando una lunga intervista che gli avevo fatto, all’ultimo, ipotetico, salvatore “della baracca”, un bresciano, che nell’estate dello scorso anno era stato arrestato per bancarotta e riciclaggio.

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Cresce l’export per gli English Sparkling wines nel 2016

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Presenti ormai in 27 Paesi diversi

Lo sappiamo già, ce ne siamo accorti diverse volte ormai, che i nostri amici inglesi, fedeli a quella forma di orgoglio patriottico che li contraddistingue, tengono moltissimo, tanto che tendono a sopravvalutarne gli effettivi pregi, le loro bollicine metodo classico. Quelle che loro chiamano English sparkling wine.

Recentemente una delle riviste più note, Decanter, ha dato prova di questo orgoglio bollicinaro molto british, in un articolo, apparso qui, nell’edizione on line della rivista, dove l’autore è arrivato ad inserire due English sparkling in una selezione dei cinque migliori sparkling dell’anno… Esagerati…

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Annunciate in ribasso le spedizioni di Champagne nel 2016

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Come sono andate le cose, si chiederà magari qualche lettore abituato a vedermi trattare di Champagne, anche dal punto di vista della commercializzazione e del suo andamento sui vari mercati internazionali, per le expéditions de Champagne nel 2016? E’ stato un grande anno, come lo sono stati il 2014 (307 milioni di pezzi) ed il 2015 (312.535 milioni)?

Non abbiamo ancora i dati definivi, che non troverete, ancora per un mesetto, sul sito Internet ufficiale del Comité Champagne o su quello del Bureau Italia. Per ora dobbiamo accontentarci, ma conto tra qualche giorno di potervi dare maggiori notizie, dei dati relativi ai primi 10 mesi dell’anno, ovvero sino ad ottobre, quindi senza i dati di due mesi cruciali e decisivi come novembre e dicembre.

I dati, e le previsioni, parlano di un possibile calo delle importazioni rispetto al biennio 2014-2015, visto che al 31 ottobre 2016 erano state spedite circa sei milioni di bottiglie in meno rispetto a fine ottobre 2015, con un calo, su base annua, del 2,7%.

Ottobre 2016 è stato un mese deludente, con un 10,6% in meno relativo al commerce della Maison de Champagne, dell’8,6% per le cooperative e del 6,5% per gli Champagne dei vignerons.

Non è andato bene il mercato interno (ed è comprensibile con tutto quello che è successo di negativo e terribile in Francia nel corso dell’anno…), ma ancora peggio sono andate le esportazioni, ovvero la forza trainante del mercato Champagne, con un calo del 21% rispetto ad ottobre 2015 sui mercati dell’Unione Europea.

Meglio vanno le cose nei Paesi terzi (tipo Stati Uniti, Australia, Giappone…), con un leggero rialzo e 58 milioni di bottiglie importate da gennaio a ottobre 2016.

E se le cose non dovessero cambiare – come mi auguro siano cambiate- in novembre e dicembre, il bilancio sarà decisamente meno entusiasmante di quello 2015, quando con 312 milioni di bottiglie spedite si era raggiunta una cifra di affari record equivalente a 4,75 miliardi di euro….

Le previsioni parlano di un calo in Francia e nel primo mercato export, la Gran Bretagna, dove ad inizio di quest’anno i prezzi degli Champagne dovrebbero aumentare a seguito dell’effetto Brexit.

Un calo complessivo del due per cento nelle expéditions de Champagne dovrebbe essere, salvo miracoli, nella ragione delle cose… Solo colpa della congiuntura economica e del terrorismo internazionale, dell’offensiva sempre più spavalda (in termini di prezzi bassi) del Prosecco, o di qualche strategia non proprio azzeccata?

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Lambrusco di Sorbara del Fondatore 2015 Cleto Chiarli

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Sarebbe stato troppo facile, anche se ne ho avuto la tentazione, provare a riannodare i fili del discorso (dove eravamo rimasti?) con voi lettori, scegliendo – ne ho bevuto diversi in questi giorni – uno Champagne. Sarebbe stata una scelta simbolica, dai molteplici ed emblematici significati…

Ho invece pensato, o ha deciso per me quello che oggi mi sono messo nel piatto, di riprendere il dialogo con voi ovviamente con un metodo classico, ma non quelli che vanno per la maggiore e godono di maggiore notorietà mediatica, bensì con un vino, della tradizione, molto popolare.

Via con un Lambrusco dunque, per brindare a questo ritorno (lo so, sono stato via un bel po’, ma non potevo fare altrimenti…), ma non un Lambrusco qualsiasi, bensì con un Lambrusco “metodo classico”, o meglio rifermentato in bottiglia. Un Lambrusco di Sorbara metodo ancestrale, ottenuto dalle omonime uve, prodotto da un’azienda, che non ho mai visitato ma di cui apprezzo molto l’ampia gamma di prodotti, sempre ben fatti, mai banali, dotati di personalità e carattere, come la Chiarli di Modena.

Un Lambrusco che nelle varie enoteche on line viene via all’umanissimo prezzo di poco più di otto euro, perfetto in abbinamento alla “salsiccia alla mantovana”, acquistata non in una costosa boutique del gusto ma nientemeno che alla Lidl (e vi assicuro che era di qualità impeccabile), e alle semplici, per non dire povere (ma a me piacciono un sacco) cipolle al forno, che hanno costituito oggi il mio pranzo. E non me ne vogliano – la carne mi piace, anche se ultimamente ne consumo molto meno che in passato – i vegani che dovessero leggermi.

Cosa sia questo Lambrusco di Sorbara “Del Fondatore” è presto detto – e maggiori dettagli troverete in questa scheda pubblicata sul sito Internet aziendale: un Lambrusco di Sorbara prodotto con metodologia tradizionale, che prevede la presa di spuma attraverso fermentazione naturale in bottiglia con dosaggio zero, cui segue stagionatura di sei mesi.

Chiarli, il più antico produttore di vini tipici dell’Emilia-Romagna, l’azienda fu fondata nel lontano 1860 e dispone di una serie di tenute agricole, con 100 ettari di vigneti di proprietà, di Sorbara ne produce diversi, ma questo “Fondatore”, dalla Tenuta Sozzigalli, ovvero vigne poste nelle campagne a Nord di Modena sulla sponda sinistra del fiume Secchia, su terreni profondi ed argillo limosi, è forse il più ambizioso. Senza dimenticare, le uve questa volta sono Lambrusco Grasparossa di Castelvetro, il rinomato “Vigneto Cialdini”.

Un Lambrusco, deo gratias!, assolutamente secco e di gran nerbo, che conquista innanzitutto per il colore, tra il melograno scarico ed il corallo ed il succo di ribes, limpido, brillante, luminoso, scintillante – elementi esaltati dalla mia scelta del miracoloso calice denominato Trentiner ideato da Luca Bini, dove il vino acquista in fragranza ed eleganza e sprigiona la grana fine delle bollicine e la vivace presa di spuma.

Ma poi, facendosi largo tra il profumo delle salamelle, e sfidandone quasi l’opulenza e invadenza, si resta ammirati dal naso ampio, succoso e carnoso di bella immediatezza e nitidezza, dove è la ciliegia a dominare, con sfumature di rosa, accenni agrumati, e poi ricordi di lampone e ribes, un naso nitido, incisivo, ben salato.

E, ancora di più, dal primo sorso, dalla bocca franca e ben polputa, di grande equilibrio e armonia, con un’acidità ben bilanciata dalla frutta, e una precisa vena salata che insiste e continua sino alla fine del sorso, con un nerbo diritto, persistente, generoso, un gusto generoso, ma assolutamente non ruffiano. E una capacità di “sgrassare” per bene e pulire la bocca dalla consistenza grassa della mia salsiccia alla mantovana.

Beh, se vi piace il Lambrusco, se amate il metodo classico, credo che questo ottimo Lambrusco Del Fondatore, così piacevole, ben calibrato, godibile, faccia assolutamente al caso vostro.

Sperando di non aver perso la mano (ed il palato) in questi lunghi mesi lontano dai miei blog e da voi lettori, cordialmente vi saluta il vostro Franco Ziliani. Prosit!

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Dubbi natalizi: ma Babbo Natale esiste veramente?

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Un’iniziativa della “Associazione di amici di Vino al vino “

Raggiunta e superata la soglia dei sessant’anni dovrei essere immune da certe illusioni che è giusto popolino la fantasia ed i sogni di un bambino di sei… Non dovrei credere alle leggende di Natale e non pensare che Babbo Natale esista veramente se non nelle ingenue convinzioni di un fanciullo. Eppure… Eppure ieri sera ho cominciato ad avere dei dubbi e a sospettare che in fondo quell’omone in rosso dalla grande barba bianca sia veramente tra noi…

Prima che vi venga il dubbio che io stia dando segni di senescenza e stia tornando ai pensieri della mia infanzia, voglio chiarire l’origine delle mie rêveries, un qualcosa, come definirlo?; di assolutamente reale, anche se sembra avere le sembianze di un sogno.

Ieri sera ho scoperto che delle persone che non conosco e che si presentano come “Associazione di amici di Vino al vino”, hanno lanciato, come definirlo?, un appello per la sopravvivenza dei miei blog, Vino al vino, appunto, e Lemillebolleblog, sotto forma di pubblica sottoscrizione per sostenere la mia attività di giornalista indipendente, senza padrini e senza padroni, come amava dire Indro Montanelli.

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Stupefatto e, perché nasconderlo?, commosso da questa iniziativa, che si manifesta proprio nei giorni che precedono il 25 dicembre, ecco perché ho cominciato a considerare che sognare non costa niente e che forse, anche alla mia non più tenera età, Babbo Natale possa avere in serbo un pensiero anche per me.

Per buon gusto ed eleganza qui mi fermo, limitandovi a segnalare dove leggere di questa iniziativa a favore dei miei blog e del sottoscritto, definito, bontà di chi ha scritto, “uno dei giornalisti del vino più discussi e controversi”. Il sito Internet è Kapipal e questo il link diretto.

Per il resto, oltre a darvi appuntamento per la ripresa ufficiale, con articoli e post come facevo sino a sei mesi fa, non posso che cogliere l’occasione per inviare un sentito grazie a chi ha avuto questa idea, e porgere a tutti voi, vecchi o nuovi lettori, i più affettuosi auguri di un sereno Natale.

Per gli auguri per il Nuovo Anno (che spero sia decisamente meglio di quello che va finendo…) ci ritroveremo tra qualche giorno…

Auguri!

Franco Ziliani

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Coming soon… Lemillebolleblog ritorna…

comingsoon

Un breve annuncio: Lemillebolleblog ritorna, prossimamente, a giorni, su questi schermi….

 

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Lessini Durello: on line un corner shop per trovarlo e provarlo più facilmente

LogoLessiniDurello
La premessa è ovvia e scontata: se l’analisi fosse limitata ai numeri il discorso che sto per fare non avrebbe nemmeno ragione di esistere. Alla terrificante potenza di fuoco rappresentata da circa 400 milioni di bottiglie, tra Doc e Docg, del Prosecco, nemmeno un milione di bottiglie rappresentate da un’altra denominazione non fanno nemmeno il solletico.

Se si ragiona invece in termini di diversità e di valorizzazione di produzioni che presentano caratteristiche del tutto peculiari e che rappresentano la tradizione vinicola di una determinata zona, allora è legittimo dire, quando si parla di bollicine venete, che c’è altro oltre al Prosecco. E che anche se quest’altro è rappresentato da una produzione, che, con la tenacia di una formichina, continua a crescere e ha superato, tenetevi forte, quota 700 mila bottiglie, proposte da un numero, questo sì crescente, di aziende (sono 22), il Lessini Durello merita attenta considerazione. Anche perché i vini che rivendicano questa denominazione sono davvero buoni, quando non sorprendenti.

Sono bollicine, prodotte sia con la metodologia produttiva del Prosecco, ovvero il metodo Martinotti-Charmat, sia con la più impegnativa tecnica della rifermentazione in bottiglia, che si identificano con un’uva, la Durella, che vanta una plurisecolare presenza (le prime testimonianze si hanno in epoca medioevale) nella zona dei Monti Lessini, ovvero l’area collinare che in provincia di Verona comprende l’alta Val d’Illasi, la Valle del Tramigna e i comuni più a nord della Val d’Alpone, e le vallate del Chiampo, del Leogra e dell’Agno nel vicentino.

Per anni, utilizzandola come uva da taglio destinata a “spumanti” italiani ed esteri (i Sekt tedeschi ad esempio), si è pensato che la sua acidità, che potremmo definire “indomita”, costituisse la caratteristica basilare, ma in seguito, studiando meglio l’uva ed i territori, in larga parte di origine vulcanica, dove la Durella si è diffusa, si è colta tutta la complessità di questo vitigno. Che dà vini che una volta spumantizzati rivelano doti di freschezza e una tenuta nel tempo impensabile, ma abbinati a sapidità, mineralità, ricchezza di sapore, ad un corredo aromatico complesso. Che emerge soprattutto nei metodo classico con lunga permanenza sui lieviti e che esprime note floreali, fruttate, di frutta secca.

Un vino, il Lessini Durello (la denominazione Monti Lessini è invece riferita ai vini non spumantizzati, fermi o addirittura passiti), tutelato da un attivo Consorzio, cui aderiscono 18 delle 22 aziende complessive, e che rappresenta il 97% dell’intera produzione – sono coltivati a uva Durella 366 ettari sulle colline veronesi e 107 ettari su quelle vicentine, e sono circa 430 i viticoltori che lavorano con quest’uva, che rientra benissimo nella categoria delle bollicine alternative da vitigni autoctoni.

Ben conosciuto e apprezzato in area veneta, e da nicchie di estimatori che anche fuori della regione di produzione ne apprezzano la particolarità, il nerbo acido, la verticalità, l’energia, la capacità di sposarsi a piatti di non facile abbinamento come il baccalà, le lumache, l’anguilla, il Lessini Durello (la produzione di Charmat è nettamente superiore, in termini quantitativi, a quella di metodo classico), ha visto in qualche modo frenata la sua popolarità e diffusione non solo dalla produzione limitata, ma da una distribuzione limitata, tranne in rari casi, a Veneto e dintorni.
TopItalianWine

Come fare dunque, se si è incuriositi da questo tipo di bollicine e se avendolo provato una volta in qualche occasione si desiderasse ripetere a casa l’esperienza? Certo, si può sempre contattare i produttori o andare a visitare le loro cantine trovandosi in zona. Da qualche tempo una valida e moderna alternativa è offerta ai consumatori che amano acquistare i vini anche on line da un accordo intercorso tra il Consorzio Vino Lessini Durello e uno dei più validi portali, organizzato in negozi monotematici, specializzati nella vendita di vini altrimenti difficilmente reperibili, ovvero Top Italian wine. Dopo essersi specializzato nella selezione e proposta di vini passiti e vin santi, Top Italian Wine ha pensato di creare una serie di Corner Shop realizzati in partnership con Consorzi di tutela per la valorizzazione di produzioni autoctone o di etichette d’eccellenza e di nicchia di singoli produttori.

Il risultato è una vetrina Web, un punto vendita on line che potete visitare a questo indirizzo, che per ora rende disponibili agli appassionati due Lessini Durello Charmat e otto Lessini Durello metodo classico proposti da sette aziende associate (si prevede progressivamente l’entrata anche delle altre), con un assortimento che va dai vini più immediati, ma non banali, a millesimati 2011-2010-2009 e 2008.

La presentazione di ogni vino è corredata da un’ampia scheda descrittiva del produttore e una nota di degustazione.

Una bella iniziativa, che merita attenzione: una vetrina Web per trovare e provare più facilmente e prendere maggiore confidenza con il Lessini Durello.

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Expéditions vins de Champagne. Si conferma il Regno Unito, ma crescono Giappone e Australia

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Numeri e considerazioni sull’andamento dei primi dieci mercati esteri nel 2015

Sul sito Internet ufficiale del Comité Champagne non è ancora disponibile il bollettino d’informazione, con tutte le analisi, le comparazioni, le statistiche complessive, relativo alle expéditions nel 2015, ma alcune “cifre chiave” consentono di poter fare alcune considerazioni (e relativi confronti con l’andamento nel 2014) relative ai primi dieci mercati esteri.

Ecco quindi alcuni dati, confortati da numeri, che consentono di capire di quale salute goda la filiera champenoise e come si orientino le vendite.

Nel 2014 i primi dieci mercati esteri erano i seguenti con questi numeri :

1 Regno Unito        32. 675 232
2 Stati Uniti            19.152.709
3 Germania             12.605 297
4 Giappone             10.429 638
5 Belgio                   9.741 262
6 Australia               6.524 220
7 Italia                     5.795 957
8 Svizzera                5.553.703
9 Spagna                  3.420 322
10 Svezia                 2.608 825

Nel 2015 i dieci principali esteri restano esattamente gli stessi, senza alcuno scambio di posizioni in classifica tra i vari Paesi, ma con alcune sensibili variazioni in quanto a numero di bottiglie “spedite”.

1 Regno Unito        34.153.662     + 1.478.430

2 Stati Uniti           20.508.784            + 1.356.075

3 Germania            11.907.887            –   697.410

4 Giappone            11.799.246            + 1.369.608

5 Belgio                 9.210.659              –    530.603

6 Australia             8.110.106             + 1.585.886

7 Italia                   6.359.572             +   563.615

8 Svizzera              5.410.288             –     143.415

9 Spagna               3.909.345             +   489.023

10 Svezia               2.904.854             +   296.029

I primi 10 mercati esteri nel 2015 totalizzano complessivamente 114.274.403 milioni di bottiglie, di cui 73.861.267 riferite a mercati dell’area europea e 40.418.136 riferite a “Paesi terzi” o “Grande export” (Stati Uniti, Giappone, Australia, tutti a segno più, con una crescita complessiva rispetto al 2014 di 4.311.569 bottiglie). I primi dieci mercati export rispetto al 2014, quando complessivamente totalizzarono 108.507.165 milioni di bottiglie, fanno registrare una crescita notevole, pari a 5.767.238 milioni di bottiglie. Sorprendono le prestazioni dell’Australia e del Giappone, il leggero calo di mercati tradizionalmente forti come Germania e Belgio, mentre la crescita degli Stati Uniti va vista come il segnale di un economia in crescita.

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Quanto alla performance nel Regno Unito credo costituisca la dimostrazione del fatto che gli inglesi pur flirtando con alternative cheap italiane e spagnole continuano a mantenersi fedelissimi e affezionati consumatori (e conoscitori) di Champagne. Sono ancora lontane, come si può leggere qui, le cifre record raggiunte, in epoca pre-crisi, nel 2007, con 39.052.278 milioni di pezzi, o i quasi 37 milioni di pezzi del 2006, ma i 34.153.662 milioni di bottiglie del 2015 si collocano all’altezza dei 34.533.887 del 2011 e marcano una decisa lontananza dalle performances meno soddisfacenti dell’ultimo decennio, raggiunte rispettivamente con 30.517.461 e 30.786.727 milioni di bottiglie nel 2009 e nel 2013.

Un discorso a parte merita il mercato francese, che continua ad essere il primo consumatore di Champagne con oltre 160 milioni di bottiglie, e una percentuale complessiva del 52-53%, ma nel 2015 non c’è stata la ripresa attesa da anni, anzi i consumi interni hanno fatto segnare un modesto calo di 443.605 pezzi. E una parte crescente del mercato è appannaggio delle Maison de Champagne, con quasi 92 milioni di pezzi, corrispondenti al 57% del totale.

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Taittinger (Maison de Champagne) pianta 70 ettari nel Kent per produrre sparkling wines

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Anche in Francia business is business…

E’ proprio vero che nel nome degli affari, anche se in questo caso si dovrebbe utilizzare il termine anglosassone business, anche i nostri cugini francesi ormai, proprio come fanno da tempo senza problemi parecchi “spumantisti” italiani, non si fanno più scrupoli di alcun tipo e badano al sodo. Perché anche per loro “les affaires sont les affaires”…

Se il mondo si ostina a chiamare, fregandosene altamente delle distinzioni, se siano metodo classico oppure Charmat, della storia e della tradizione dei terroir d’origine, le loro “bollicine” semplicemente “spumanti”, “sparkling wines” oppure “vins effervescents”, mettendo insieme allegramente tutto in un grande calderone, perché mai loro dovrebbero continuare a fare i puristi, a distinguere e distinguersi?

Accade così, ne ho scritto recentemente anche qui, che nella patria dello Champagne, che qualcosa di diverso e di peculiare rispetto alle altre “bulles” mi sembra proprio continui ad averlo, un qualcosa che andrebbe sottolineato e valorizzato, dei francesi possano arrivare ad organizzare, in giugno a Parigi, Bulles Expo, il primo “Salon mondial des vins effervescents”, un qualcosa che definiscono tranquillamente come “un evento che ambisce ad essere una grande vetrina mondiale di Champagne, Crémants, Cava, Prosecco, Lambrusco, sparkling…”.

Cos’abbiano in comune Champagne, Lambrusco e Prosecco è un mistero che lascerò agli organizzatori, se ne sono in grado, il piacere di spiegare (guarda caso, degli italiani citano le due bollicine prodotte in autoclave più popolari, anche in Francia, guardandosi bene dal citare i veri omologhi, anche se molto più in piccolo, dello Champagne, i metodo classico Doc e Docg…), e penso che altre prove dell’internazionalizzazione dei francesi non manchino.

Ne troviamo traccia anche nella filiera produttiva champenoise e nella stampa transalpina, dove, articolo che ho scoperto solo di recente, pubblicato non da un giornale qualsiasi, ma dall’autorevole (come si suole dire) Le Monde, possiamo leggere che “les vins pétillants anglais s’affirment de plus en plus comme un concurrent sérieux du champagne français”. E lo si scrive sfidando il ridicolo, il fatto che i numeri dello Champagne nel 2015 parlino di oltre 312 milioni  di bottiglie spedite, contro i 4 milioni di pezzi degli sparkling wines britannici ai quali non su un quotidiano britannico, ma sul più celebre dei quotidiani transalpini, si vuole evidentemente tirare la volata.

L’articolo di Le Monde, che ci racconta come nel 2014 nel Regno Unito le vendite di english sparkling wines fossero cresciute del 27%, mentre quelle dello Champagne erano progredite solo del 5% (portando a quota 32.675.232 l’ammontare delle bottiglie, che sono diventate con un ulteriore incremento pari a oltre 34 milioni di bottiglie nel 2015) prende lo spunto dalla notizia che una delle più importanti Maison de Champagne, la Taittinger di Reims, produttrice di una celeberrima cuvée de prestige come il mitico Comtes de Champagne, ha annunciato di aver acquistato 69 ettari di vigneto non in Champagne, bensì nel Regno Unito, nel Kent. Sarà così la prima maison de Champagne a produrre (e speriamo che qualche disinvolto wine writer non arrivi a chiamarlo Champagne…) sparkling wines in terra britannica.

Taittinger

Perché la famiglia Taittinger abbia fatto questa scelta (che non è priva di aspetti affascinanti dal punto di vista vitivinicolo ed enologico, e che comporta utilizzare il savoir faire e l’esperienza champenoise per produrre in un’altra situazione vini della stessa tipologia dello Champagne) è presto detto. Come ha detto chiaramente il presidente del gruppo, Pierre-Emmanuel Taittinger, per business: un ettaro di vigneto nel Kent costa 80 mila euro, un ettaro nel cuore della Champagne venti volte tanto…

E rifiutando la visione, un po’ confusa, dell’articolista di Le Monde, secondo il quale lo Champagne sarebbe ormai “sotto la pressione inglese” (con 4 milioni di bottiglie inglesi contro oltre 300 francesi…), Monsieur Taittinger ha giustificato la scelta di piantare Chardonnay, Pinot noir e Pinot Meunier in terra britannica e di ottenerne dei metodo classico, come un’operazione puramente economica, come un investimento vantaggioso in un mondo completamente diverso i cui numeri crescono – la superfice vitata in UK è raddoppiata rispetto al 2007 e dovrebbe raddoppiare da qui al 2020 – ma non possono pensare a fare concorrenza allo Champagne.

Taittinger, fedele alla regola del business, continuerà ad essere tra i simboli dello Champagne, ma considerato che la produzione di “vins mousseux” (come lui stesso li definisce) cresce nel mondo ha pensato di inserirsi in questo mercato. Scegliendo di produrre in una terra la cui immagine e le possibilità di mercato sono in crescita.

Affaires
Un’operazione non dettata dalle preoccupazioni per il “global warming”, che consiglierebbe anche a chi operando in Champagne è già a nord, di spostarsi ancora più a nord, ma da motivazioni economiche, perché anche in Francia, business is business, of course… E les affaires sont les affaires, come diceva in una sua celebre commedia Octave Mirbeau

Attenzione! Non dimenticate di leggere anche:

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Franciacorta Pas Dosé Au Contraire 2008 Cavalleri

Denominazione: Franciacorta Docg
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay, Pinot nero
Fascia di prezzo: da 35 € a 50 €

Giudizio:
9.5


Aucontraire
Piacevolissima serata lunedì 29 febbraio nel cuore della Franciacorta, in una delle aziende che hanno fatto la storia di questa rampante zona vinicola lombarda e che contribuiscono a determinarne un’immagine dinamica e di gran qualità.

Sto parlando dell’azienda agricola Cavalleri, una lunga tradizione vitivinicola in Erbusco e una produzione di “bollicine” nobili che risale al 1979 con le prime 6000 bottiglie di “champenoise”, che ha convocato un gruppo di amici, ristoratori, enotecari, giornalisti per presentare e festeggiare a dovere la nuova edizione di una cuvée che viene prodotta solo in circostanze particolari ed eccezionali, come dimostra il fatto che prima di questo 2008, era stata prodotto solo il millesimo 2001.

Protagonista della serata, insieme al clima particolarmente disteso, non spettacolare, colloquiale che ne è stato il filo conduttore, grazie allo stile di chi questa serata ha voluto così si dipanasse, parlo della famiglia Cavalleri, delle sorelle Giulia e Maria, e dei loro figli Diletta e Francesco che rappresentano il presente-futuro dell’azienda (insieme al bravo enologo interno Giampaolo Turra) e che sono stati i responsabili di tutte le scelte, compresa quella di proporre sboccato à la volée, bottiglia dopo bottiglia, il vino presentato, è stato il Franciacorta Pas Dosé Au Contraire 2008.

Nella gamma, ben calibrata, dei metodo classico di Cavalleri, dove davvero “ogni vino racconta una storia” e ha una logica precisa e una propria identità, il Pas Dosé Au Contraire costituisce uno “sfizio” (le bottiglie prodotte sono circa 6600), un divertissement, ma non una “scommessa” tecnica, perché si tratta di un vino fortemente voluto, seguito e curato in ogni sua fase, frutto di ben precise selezioni, fortemente legate ad un’idea, ad un progetto del vino del tutto particolari.

Volendo classificare il vino io lo tenderei a giudicarlo “indefinibile”, innanzitutto per il colore personalissimo, che il produttore chiama “occhio di pernice” e che non si può pensare di inserire nella categoria dei rosati, anche se presenta sfumature che richiamano la cipria. E’ poi l’assaggio a confermare che si tratta di un vino imprevedibile e non collocabile in una categoria precisa, se non quella dei grandi millesimati di Franciacorta lungamente affinati sui lieviti. E, aggiungerei, felicemente a lungo affinati, data la freschezza, la vivacità, l’assoluta giovinezza ed energia (e stiamo comunque parlando di un vino figlio dell’annata 2008…), che il vino mostra, tali da far pensare ad una sua lunga possibilità di ulteriore evoluzione nel tempo.

Au Contraire è in sintesi una cuvée di Chardonnay e Pinot nero (quest’ultimo nettamente minoritario e presente nell’ordine del 20%), senza alcun contatto di quest’ultima uva con le bucce e con una quota del 10% del vino affinato in legno grande. E uve, va sottolineato, frutto di una selezione estremamente rigorosa (verrebbe quasi voglia di dire acino per acino), scelte nei migliori vigneti aziendali.

Per il resto solo infinita pazienza, continui assaggi per verificare l’evoluzione, il corretto amalgama dei due componenti, e la consapevolezza che questo vino avrebbe dovuto, ad ogni modo, reggere il confronto con il precedente Au Contraire, il 2001, giudicato per anni come uno dei più riusciti Franciacorta nella storia di questa denominazione.

Una prima sboccatura (senza liqueur e zucchero) nel giugno del 2015, una seconda a febbraio 2016, e se ne prevede, non si sa quando, una terza, quando in Cavalleri giudicheranno arrivato il momento opportuno.

Degustato e ampiamente bevuto, abbinato ai piatti, indubbiamente ricchi di fantasia e molto personali, dello chef Riccardo Camanini del ristorante Lido 84 di Gardone Riviera, l’Au Contraire 2008 ha convinto senza se e senza ma, mostrando tutta la propria caratura, il carattere innato, l’eleganza abbinata alla struttura, l’ampia tessitura, l’espressività. Un Franciacorta che è sintesi di delicatezza e ampiezza, di verticalità, profondità, nerbo e di ampiezza, di carnosità e sapidità, con un gusto ben secco, ma senza eccessi, giustamente nervoso, croccante che rende piacevolissima la beva e ampia la tessitura.

Poche le bottiglie e non agevole quindi aggiudicarsene qualcuna, ma indubbiamente una grande riuscita, la dimostrazione dello stile e della classe di un’azienda simbolo e punto di riferimento per la Franciacorta tutta come Cavalleri.

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Expéditions vins de Champagne 2015 : crescita dell’1,7% in volume e del 4,6% in valore

vignoble de la champagne

Sono 312 521 412 le bottiglie spedite, contro le 307.136.564 del 2014

Non cercateli sul sito Internet del Comité Champagne, dove non sono ancora stati pubblicati, ma i dati definitivi e ufficiali delle expéditions des vins de Champagne nel corso del 2015 sono ormai ufficiali e a cercarli bene li si trova su vari giornali (come La Marne agricole) e siti Internet francesi, tra cui l’informatissimo blog Champagne un monde de bulles che pubblica – leggete qui – addirittura estratti del documento finale del Comité. Curiosamente pubblicati in anticipo rispetto al Comité…

I risultati complessivi, con 312 521 412 bottiglie spedite, contro le 307.136.564 del 2014, sono decisamente positivi: una crescita di 5.384.848 milioni di pezzi, pari all’1,7% rispetto al 2014, ma soprattutto un incremento del volume d’affari pari del 4,6%, che tocca la cifra di 4,75 miliardi di euro. Si tenga conto che il record storico in valore precedente, 4,56 miliardi di euro, venne raggiunto nel 2007, prima dello scoppio della lunga crisi economica, a fronte di 339 milioni di pezzi venduti, ovvero, 26,5 milioni di più che nel 2015.

Un risultato, questo record del volume d’affari, che corrisponde in pieno all’obiettivo che il mondo dello Champagne si pone da sempre : « continuare a crescere in valore più che in volume ». Una mission un po’ diversa rispetto a quella di un competitor, completamente diverso per storia, per uve, per stile dei vini e loro costi, dello Champagne, che cresce in volume, ma con prezzi medi di vendita dei vini decisamente più bassi. Elemento fondamentale che giustifica in larga parte il successo di quello spumante Charmat…

frecciasu

A tirare la volata e rendere possibile l’exploit conseguito nel 2015 dalla Champagne sono stati principalmente due fattori: il primo è stato l’andamento dell’export, che è aumentato del 4% rispetto al 2014, con 80,2 milioni di bottiglie (una crescita del 3,3%) nell’Unione Europea, e 70,5 milioni di bottiglie (+4,8%) nei Paesi terzi, dove le vendite crescono da quattro anni consecutivi. Il secondo fattore è rappresentato dagli ottimi risultati fatti registrare dalle Maison de Champagne, che hanno venduto ben 223.548.634 milioni di pezzi contro i 215.107.577 del 2014. Una crescita di 8 441 057 milioni di pezzi, pari al 3,9%.

Maison che l’hanno fatta da “padrone” non solo in Francia, con 91 934 709 milioni di bottiglie su un totale, relativo al mercato interno, di 161 813 229 (una crescita di 2.300.000 pezzi pari al 2,6% rispetto al 2014), ma nell’Unione Europea e nel grand export (ovvero fuori Europa). Nei Paesi della Comunità i numeri parlano di 68 030 709 milioni di bottiglie contro i 64 801 781 del 2014, ovvero +3 228 928 pari ad un 5 per cento secco. Nei Paesi terzi si è passati da 60 670 126 milioni di bottiglie a 63 583 216, ovvero +2 913 090 pari ad un aumento del 4,8%.

Quanti ai Paesi protagonisti dell’export sono stati, in Europa, Gran Bretagna, Germania e Belgio, mentre fuori Europa sono stati molto vivaci Stati Uniti, Giappone e Australia.

In Francia anche nel 2015 le vendite sono state in calo: 440 mila bottiglie in meno rispetto al 2014, ovvero un calo dello 0,3%. A calare maggiormente, del 4,8%, sono stati i vini dei vignerons (-2 701 800), mentre i vini delle cooperative hanno perso uno 0,2% fermandosi a 15.918.897 milioni di pezzi.
topiChampagne

All’estero, invece, i vini dei piccoli produttori, dei vignerons, sono andati meglio che in Francia: nell’Unione Europea le vendite sono aumentate del 6,2% e nei Paesi Terzi del 5,9%. I numeri restano abbastanza piccoli, con 4 190 469 pezzi nell’Unione Europea e 2 708 041 nel “grand export”.

I risultati dei vini delle caves coopératives sono stati altalenanti: stabili in Francia dove c’è stato un calo minimo, dello 0,2%, molto negativi nell’Unione Europea, dove il calo è stato di quasi un milione di bottiglie, pari al 10,4%, positivo nei Paesi terzi, con una crescita del 4,5%.

Complessivamente, valutando sul totale di 312 521 412 milioni di bottiglie spedite, le Maison sono cresciute del 3,9% toccando quota 223.548.634, mentre i vignerons sono calati del 3,7% fermandosi a quota 60.858.133 e le cooperative del 2,7%, equivalenti a 28.114.645 bottiglie.

Da leggere la seguente analisi economica pubblicata qualche giorno dopo questo posto

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