Ma a voi viene voglia di andare ad assaggiare un Trento Doc presentato così?

Altemasi490

Ho già ironizzato, altrove, sulla creatività impazzita delle p.r. addette alla comunicazione del vino che tentano di offrirci motivazioni per andare al Vinitaly e passare allo stand dei loro clienti. Talmente creativi che non si accorgono che talvolta ci offrono ottimi motivi per girare alla larga da quegli stand….
Ora voglio segnalare qui un altro piccolo capolavoro di creatività, l’annuncio della presentazione di un nuovo Trento Doc prodotto da una di quelle simpatiche cooperative trentine, Cavit, che si fanno notare per una politica di prezzi su cui più di una volta ho detto quello che penso. Vi giro il contenuto della mail che mi è arrivata, opera del “consultant”, si è definito così, di una notissima agenzia di pubbliche relazioni.
Questo il testo: “Novità di quest’anno: Trentodoc Altemasi Pas Dosé (Chardonnet 60% – Pinot Nero 40%), lo spumante metodo classico che non prevede l’aggiunta di liqueur zuccherina. Con profumi complessi di pesca matura e di albicocca secca, ben integrati con piacevoli note di liquirizia e vaniglia, si presenta al palato sapido, austero e di buon nerbo… assolutamente da provare!”.
Lo giuro, non mi sono inventato nulla: questo Pas Dosé Trento Doc è definito “spumante”, l’uva con cui sarebbe a maggioranza composto non è quella che abbiamo conosciuto sinora, lo Chardonnay, bensì l’innovativo inedito Chardonnet, e sarebbero definite “piacevoli” e non fastidiose e pesanti “note di liquirizia e vaniglia”.
Domanda: oltre ad invitare il simpatico “consultant” a ripassare la grammatica di base del vino, a voi verrebbe voglia di andare ad andare ad assaggiare un Trento Doc descritto in questo modo?
A me, che di mio già non sono un fan di Cavit e dei suoi prezzi stracciati, assolutamente no…

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Invito a Vino in Villa: un Prosecco al veleno?

punto-interrogativo-e-pensatorePremetto subito che quella che seguirà vuol essere ed è esclusivamente una battuta. Pertanto prego iperciliosi e trinariuciuti dall’indignazione colpo in canna di prendersi una bella camomilla e di stare tranquilli. Sto scherzando.

E’ notorio, per chi segue questo blog, che il sottoscritto non sia precisamente un fan del Prosecco (Doc  o Docg poco cambia). Lo sanno tutti e lo sa anche il Consorzio del Prosecco di Conegliano Valdobbiadene, ovvero il Consorzio del Prosecco storico, quello Docg.

Bene, cosa mi è accaduto in questi giorni? Mi è successo di fare degli inattesi, simpatici incontri. Dapprima mi sono imbattuto a Verona, in occasione dell’Anteprima Amarone della Valpolicella, nel sempre elegantissimo e azzimato direttore del Consorzio del Prosecco Docg, Giancarlo Vettorello, che, papillon in resta, mi ha invitato a farmi vedere, cosa che non faccio da anni, nella Marca Trevigiana. Di trovare  qualche giornata da dedicare ad una visita alla zona di produzione del Prosecco Superiore. Magari in occasione dell’edizione 2013, che si svolgerà il prossimo 19 maggio, di Vino in Villa, la grande vetrina delle “bollicine” trevisane.

Ho preso nota dell’invito, sebbene abbia pensato che, con ogni probabilità, mi sarà difficile accettare, visto che giusto il 17 rientrerò a casa dopo cinque giorni trascorsi nelle sacre Langhe del Barolo e del Barbaresco e del Roero, per le degustazioni di Nebbiolo Prima.
Poi, come ho scritto qui, lunedì 11 sono andato a Milano per Identità golose  e nello spazio, molto poverello, del Milano FOOD&WINE Festival, mi sono imbattuto negli occhi azzurri di Silvia Baratta fondatrice e amministratrice di Gheusis comunicazione, nonché addetta stampa e comunicazione del Consorzio del Prosecco Docg.

InterrogativoCosa mi ha detto la bella Silvia? Dimostrando una perfetta sintonia con Vettorello mi ha invitato a tornare a visitare la zona storica del Prosecco e a partecipare, indovinate a cosa?, a Vino in Villa. A questo punto, visto che a chiedermelo è stata nientemeno che la Baratta (come si fa a deluderla?) ho cominciato a prendere seriamente in considerazione l’ipotesi di andarci.

Ma qualche notte fa, improvvisamente, mi ha colto un dubbio atroce. Vuoi vedere che il cortese invito fattomi a colpi di sorriso cela un risvolto insidioso? Non dico che i prosecchisti storici vogliano approfittare della mia presenza in loco per farmi sparire nottetempo, durante una visita in cantina, in un serbatoio d’acciaio, ovviamente di Prosecco. Ma forse hanno pensato ad una forma più sottile di vendetta.

Sapendo che al mio palato di “metodoclassicista”, di “champagnista-franciacortista-trentodoccaro-altolanghetto”, i loro Charmat base Glera sono un po’ duri da digerire, hanno pensato bene di invitarmi ad una due giorni dove mi troverei giocoforza a dover spararmi giù decine di Conegliano Valdobbiadene spumante, frizzante, extra dry, nonché qualche Cartizze. Pratica che potrebbe, alla fine, risultare esiziale.
Non è dunque una vendetta raffinatissima e luciferina e un Prosecco un po’ “al veleno” che progettano, con rara perfidia, di riservarmi?

PER LA VERSIONE IN INGLESE LEGGETE QUI

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una cosa mi pare certa da qui al prossimo 24-25 febbraio: occorre Fare per Fermare il declino!

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Franciacorta vs. Champagne: ancora ? A proposito di un romanzo di Giovanni Negri

Ho cominciato a leggere, con un certo diletto, i primi capitoli del nuovo romanzo dell’ex segretario del Partito Radicale nonché ex parlamentare italiano ed europeo Giovanni Negri, una nuova indagine, ambientata nel mondo del vino, del commissario Cosulich. Detective che torna ad indagare e a cercare misteriosi colpevoli tra vigneti e cantine dopo l’exploit del libro di esordio, Il Sangue di Montalcino, di cui avevo parlato qui e poi ancora qui intervistando l’autore.
Il ritorno di Cosulich in azione s’intitola Prendete e bevetene tutti ed è ambientato in Franciacorta, dove viene assassinato in circostanze misteriose tale Mario Salcetti, con la s, non con la f, ”inventore delle bollicine italiane”. Salcetti odiato da tale Luigi Brevelli già spumantista principe soppiantato dal Salcetti stesso.

Bene, non voglio rovinarvi (e rovinarmi) la sorpresa di scoprire il colpevole, ecc. ma voglio già ora esprimere il timore che da questo libro esca un’immagine della Franciacorta e dei suo presunti misteri un po’ da cartolina e molto lontana dal reale.
Pertanto, se mi è consentita la battuta, non mi dispiace affatto che qualcuno abbia pensato bene di far fuori e toglierci dalle… scatole, il Mario Salcetti (ripeto con la S e non con la F, prima che qualcuno pensi che mi riferisca all’amico Mario, agronomo ed enologo direttore di Quadra). Cosa serve difatti alla causa della Franciacorta, alla sua immagine, alla conquista, che tutti dicono di volere, anche quelli che prima di Natale sono stati beccati a svendere Franciacorta con marchi misteriosi (ma non molto…) intorno ai 5 euro, che esista uno sprovveduto che ancora nel 2013 pensi, parole attribuite a Salcetti da Giovanni Negri nel suo romanzo, che “creando il Brut Franciacorta abbiamo solo vinto una battaglia. La guerra l’avremmo vinta quando negli Stati Uniti ed in Germania, in Giappone e in Inghilterra, la bottiglia di Franciacorta sarà più prestigiosa, più comprata, più venduta della bottiglia di Champagne”?
Se conoscete, nella realtà reale e non quella romanzata di un eno-giallo, qualcuno che (s)ragiona come Salcetti, per favore accompagnatelo presso il più vicino manicomio…

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Da Talento a spumante: per Il mio vino le bollicine di Rotari non sono mai Trento Doc


Guardate questa illustrazione, la copertina della rivista mensile Il mio vino, un giornale che si è onorevolmente distinto per la sua battaglia già persa in partenza, da ultimo giapponese barricato e armato sino ai denti nella foresta, per dare un nome unico al metodo classico italiano, l’ultima ridotta, molto meno romantica di quella storica, la ridotta alpina, del Talento.
E’ un’uscita che proclama e celebra, così sembra di capire, i migliori vini dell’anno, sempre secondo l’insindacabile giudizio della rivista proprietà del dinamico (è da poco sbarcato in Cina con un’edizione cinese) Gaetano Manti (uno di cui ho sentito parlare, ma non ricordo dove, ah, ecco, qui…).
Bene, come potete facilmente vedere “spumante” dell’anno è l’AlpeRegis 2007 di Rotari Mezzacorona un vino che io non eleggerei nemmeno “vino della settimana” o del venerdì.
Gusti de Il mio vino a parte una cosa merita di essere, en passant, fatta notare.
La singolare cosa che per Il mio vino, per i suoi titoli e “strilli” di copertina i vini di Rotari non sono mai Trento Doc (come sono sempre stati e come pare che l’azienda ora si sia decisa a presentarli). In passato erano Talento (orrore!) e oggi sono “spumante”: in quale futura vita, in quale migliore battiatianaaltra vita” diventeranno mai, a pieno titolo, Trento Doc?

 

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Alla Rotari fanno miracoli: risolutamente Trento Doc ma (anche) con la nostalgia del Talento

Avete per caso una qualche nostalgia di quella cosa strana e un po’ necrofila che è stato il Talento, quel nome un po’ così con il quale si è erroneamente pensato, facendo i conti senza tanti osti che non ne volevano sapere, di dare “un nome collettivo a tutto il metodo classico italiano”?
Siete rimasti anche voi un po’ “orfani” di questa singolare utopia finita in commedia, dopo la recente decisione un po’ alla chetichella del principale responsabile di quello che ho più volte definito “tentativo di riesumazione di un cadavere”, di rinunciare al Talento e abiurare l’eno-satana bollicinaro per riscoprire la bellezza squillante e la purezza montagnosa del Trento Doc?
Tranquilli, niente paura, alla Rotari, la potente cantina sociale trentina ieri talentista per antonomasia e oggi tornata, con la benedizione/spinta della politica locale, sotto l’egida trentodocchista, sono così brillanti e fantasiosi da averne pensata una proprio geniale.
E così, mentre dal sito Internet di Rotari e dalla rivista fiancheggiatrice della tentata riesumazione, ovvero Il mio vino, nonché dalle etichette dei vini ogni accenno al Talento è sparito di colpo come per magia, ecco ricomparire il Talento sotto forma di bottiglie commercializzate nella GDO a fine 2012 e inizio 2013.
Come documenta la foto del volantino pubblicitario dell’offerta riportata in apertura, presso i punti vendita della catena Carrefour nel periodo dal 28 dicembre al 6 gennaio potrete aggiudicarvi a 6,85 euro bottiglie di Rotari old style, con ben visibile in etichetta la dizione Talento. Bottiglie da collezionare perché chissà quale valore avranno un domani…
Prevedo le vostre obiezioni. Ma dai Ziliani, sempre a prendersela con la povera Rotari! Quelle in offerta alla Carrefour saranno sicuramente scorte da smaltire con le vecchie etichette “talentose” e quale migliore canale se non la GDO e quale periodo più adatto se non quello degli ultimi brindisi dell’anno per provare a “sbolognarle”?
Giustissimo, sarà sicuramente andata in questo modo. Però… però…
Voi ve la sentite di escludere a priori che in nome di un singolare “ma-altrismo” di stampo valterveltroniano il management della Rotari abbia brillantemente pensato che così come una volta il vecchio PCI poteva essere contemporaneamente partito di lotta e di governo, conservatore e rivoluzionario, anche le loro bollicine possano ancora essere double face, convintamente Trento Doc, ma anche Talento?
Con i trentini del vino mai escludere a priori nulla: come dicono in Spagna, “todo es possible”…

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Trento Doc? Macché, Trento Roc(k)! “Con tutte quelle bollicine”…

Io la Coca- Cola me la porto a scuola, coca-cola si, coca-cola, coca-casa e chiesa, con tutte quelle bollicine, con tutte quelle bollicine…”. Queste, sono le bollicine italiane; anzi, le bollicine mondiali. Quelle cantate dalla voce roca e maledetta del cantautore di Zocca.
Sono le Bollicine cocacolose che fecero vincere al Blasco l’edizione 1983 del Festival Bar. Quest’anno (2012) la rivista Rolling Stones ha messo al primo posto nella sua classifica dei cento album italiani di sempre, proprio il disco, medesimo titolo, che contiene questo brano. E questo vorrà pur dire qualcosa. O no?
Ancora oggi – proprio in questo momento – digitando il tag “bollicine” in mister google, il primo (!) risultato riporta alla canzonetta con cui di sicuro almeno una volta nella vita, almeno una notte nella vita, tutti quanti ci siamo sballati.

D’accordo che quello di Trento è un Metodo Classico da sballo, forse. Ma affiancarlo all’idea dello sballamento blaschiano, mi pare avventuroso. E comunque, anche la maggior parte degli altri risultati della prima pagina di ricerca rimandano sempre alla stessa canzonetta.
E allora come la mettiamo? Chiediamo al Blasco di fare da testimonial al TRENTODOC e magari, già che ci siamo, anche a tutte le bollicine del mondo, Champagne e Prosecco compresi?
Oddio, potrebbe essere un’idea; anche un’idea di payoff, visto che a Trento, ho sentito dire, ne stanno disperatamente cercando uno che funzioni per davvero: TRENTODOC SI’, TRENTODOC-SCUOLA-CASA E CHIESA, con tutte quelle bollicine, con tutte quelle bollicine… .

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Devo ringraziarti Cosimo, perché con la brillante parte introduttiva di questo nostro post a quattro mani e due bicchieri, mi hai consentito di risolvere un piccolo mistero che mi affliggeva e di fare, insieme a te, un piccolo scoop.
Che non si dica troppo ad alta voce, e che la notizia, tanto sono in quattro gatti a leggere i nostri due blog, resti confinata a Ravina e dintorni. I Lunelli, sì, proprio quelli, i giovani grandi capi della celebre maison Ferrari, quella con la parola “spumante” che si legge ancora a caratteri cubitali sulla facciata della cantina quando le si sfreccia davanti in autostrada, sono dei rockettari.

Di più, sono tutti, da Marcello a Camilla a Matteo, il più scatenato di (si sussurra sia addirittura un insospettabile metallaro in giacca e cravatta) degli sfegatati fan di Vasco Rossi, pardon, Blasco come lo chiami tu.
E’ l’unica spiegazione possibile, del resto, oltre al fatto che i Lunelli sono anche proprietari dell’acqua minerale Surgiva, per capire come mai in casa Ferrari, tutte le volte che fanno un comunicato stampa e che devono parlare delle tante cose che fanno, si dimenticano, per puro caso ovviamente, di ricordare al colto e all’inclita che quei vini “spumeggianti” che producono alla periferia di Trento a Ravina, sono dei Trento Doc.
Ovvero quella denominazione e quel marchio (scritto TrentoDoc tutto attaccato) di cui loro sono gli indiscussi “azionisti di maggioranza”. Loro, teorici dello “sballamento blaschiano”, come lo definisci immaginificamente tu, o li chiamano “spumanti”, oppure, e lo fanno sicuramente pensando a Vasco, li definiscono solo “bollicine”.
Ultimo caso della serie, il comunicato di qualche giorno fa che annuncia all’universo mondo che “Alfio Ghezzi, chef della Locanda Margon di Trento (il ristorante delle Cantine Ferrari immerso nei vigneti alle porte di Trento) e vincitore della Selezione Italiana, sarà il portabandiera della cucina del nostro paese alla finale internazionale della 14° edizione del Bocuse d’Or, che si svolgerà a Lione il 29 e 30 gennaio 2013”.
Un comunicato che riferisce che “le Cantine Ferrari sono, insieme all’acqua Surgiva e a Promozione del Territorio, fra i sostenitori della squadra italiana presieduta da Giancarlo Perbellini, chef dell’omonimo ristorante ad Isola Rizza in provincia di Verona”.
E qui quel rockettaro perso, altro che bocconiano!, di Matteo Lunelli, presidente delle Cantine Ferrari e dell’acqua Surgiva, non ce l’ha fatta più e ha gettato la maschera, facendo il suo bel “outing rock”, dichiarando che “la fiducia riposta in Alfio Ghezzi quando lo ho chiamato a dirigere il nostro ristorante è stata pienamente ripagata.
Con il suo talento, Alfio è riuscito a fare della Locanda Margon un luogo di eccellenza in cui le bollicine Ferrari accompagnano in modo innovativo una cucina raffinata, che valorizza i sapori e le tradizioni del nostro Trentino. Siamo fieri che spetti a lui rappresentare il nostro paese al Bocuse d’Or!”.
Dai Cosimo, vuoi mettere com’è più trendy, più giovane, più vigoroso e rock, chiamare i propri “spumanti”, pardon, metodo classico, insomma quella cosa che solo i parrucconi si ostinano ancora a chiamare Trento Doc, semplicemente “bollicine”?
Suvvia, lasciati conquistare anche tu, come suggeriscono i Lunelli di Trento, dalla modernità del messaggio, da quel mettere al centro della comunicazione “tutte quelle bollicine, con tutte quelle bollicine”!

Eno-divagazioni a quattro mani di Cosimo Piovasco di Rondò & Franco Ziliani

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Per la grande stampa italiana anche in UK si produce Champagne…

A qualche mese di distanza da un eccellente articolo di Carlo Petrini (rovinato da un titolo incongruo) pubblicato su Repubblica, torniamo ad accorgerci che la grande stampa italiana ha urgente bisogno di aggiornamenti e informazioni in materia di Champagne. Su cosa sia questo prodotto e dove venga effettivamente prodotto.
I titolisti e talvolta gli autori degli articoli dimostrano di essere un po’ ignoranti sul grande champenoise francese, in caso contrario non arriverebbero a scrivere, come disinvoltamente fanno, di “champagne made in England” parlando degli sparkling wines prodotti in UK.
Dopo il titolo di Repubblica è ora la volta di titolo e testo, firmato dal giornalista Andrea Brenta, di un articolo pubblicato su Italia oggi e disponibile, nella sua interezza, nella sezione Edicola del sito Wine News.
Se il sottotitolo ci fa capire che le idee non sono perfettamente chiare quando ci si occupa di Bacco, “Gli inglesi scommettono sul riscaldamento climatico per riuscire a produrre spumanti a casa loro”, è il titolo a fugare ogni dubbio sulla competenza enoica di chi ha scritto questa cronaca, visto che si parla, apertis verbis, di “champagne made in England”.
Nell’articolo di Italia oggi leggiamo che si “scommette proprio sul clima per produrre champagne nella terra di Albione”, e poi troviamo ancora citato lo “champagne made in England”.
Come far capire a questi disinformati che Champagne è non solo il nome di un peculiare prodotto, ma di una precisa e unica zona geografica e di una denominazione, e che Champagne, ovvero un vino definito con questo nome, si può produrre solo in Francia, nella regione della Champagne e non altrove e tantomeno nel Regno Unito?
Perché “il n’y a de Champagne que dans la Champagne”, ça va sans dire…

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Rotari Mezzocorona: Cronache di gusto annuncia un “grande evento” per settembre

Fantastico vedere come le cantine potenti, quelle che fanno grandi numeri e hanno magari ampi budget da spendere in pubblicità, trovino facilmente, senza alcuna difficoltà, organi di stampa compiacenti, disposti a magnificare tutto quello che queste Grandi Aziende fanno senza nulla eccepire.
Ultimo esempio di questo atteggiamento molto “disponibile” è la “velina”, pardon l’articolo in stile comunicato stampa, annuncio e megafono, che il sito Internet siciliano Cronache di gusto, diretto da un giornalista che con le grandi aziende e non solo quelle siciliane vanta un notorio feeling, ha pubblicato per annunciare all’universo mondo “una grande scommessa, un mega evento”, parole sue, che una mega cantina cooperativa trentina, con interessi, un po’ discussi, anche in Sicilia, dovrebbe organizzare a settembre.
La cantina è la Rotari emanazione “bollicinara” della potente coop Mezzacorona guidata dalla “dinastia” dei Rizzoli, e l’articolo di Cronache di gusto, che potete leggere qui, anche se annunciato da un titolo apparentemente “inoffensivo”, ovvero “Mezzacorona si tuffa nelle bollicine”, finisce, (involontariamente?) con il suonare come una sorta di proclama e di annuncio quasi pubblicitario.
Questo raccontandoci di un “nuovo vino” in arrivo, di “una grande scommessa”, di “un mega evento di presentazione”, del lancio “di un nuovo spumante”. Un vino su cui “si punterà molto”, “uno chardonnay in purezza che sta sui lieviti ben 48 mesi”, dal nome ancora segreto anche se Cronache di gusto ci assicura “che evocherà in modo netto il territorio e le montagne che circondano i vigneti da cui nasce”.
Un vino che dovrebbe avere il ruolo strategico di “farsi spazio nel mercato delle bollicine con un rapporto qualità-prezzo invidiabile”. Si spera non ancora più basso del prezzo decisamente basso al quale le bollicine Rotari, come ho già più volte segnalato, finiscono sugli scaffali… Per Cronache di gusto il prezzo futuro, definito “molto concorrenziale”, dovrebbe essere inferiore ai venti euro.

E qui la “perla” che il management di Rotari sicuramente gradirà, il riferimento, senza alcuna motivazione o senso logico, con lo Champagne, fatto per rassicurare che questo novello Rotari sarà più conveniente dello Champagne: “Nessun paragone con sua maestà lo champagne ma se si potrà bere bene, molto bene, spendendo la metà o meno della metà rispetto a una bottiglia francese, di questi tempi non fa certamente male”.
Infine l’annuncio conclusivo dell’evento: “a settembre la presentazione con un evento a cui parteciperanno giornalisti da tutto il mondo”. Vogliamo scommettere che il direttore di Cronache di gusto (sulle cui pagine Web campeggiano i banner pubblicitari di Rotari e Feudo Arancio), dopo un articolo di presentazione così… solerte e puntuale, dove mostra un assoluto… Talento nel riuscire a non definire mai le bollicine di Rotari Trento Doc, sarà invitato d’onore?

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C’est la vie c’est La Vis. La Cantina commissariata lancia banali Charmat senza identità


Bisogna fare i più sinceri complimenti al commissario Marco Zanoni, e al nuovo fiammeggiante management tecnico e agli addetti di marketing della Cantina Cooperativa di La Vis a Lavis in provincia di Trento, sul cui dissesto si indaga e si vuole avere chiarezza, finalmente, per provare a capire come sia potuta passare “nel giro di pochi anni da gioiello del Trentino a una sorta di buco nero in grado di ingoiare milioni come se fossero noccioline”, totalizzando “debiti per 79,6 milioni di euro”.
Bisogna farli per le prime “geniali” soluzioni inventate per invertire la tendenza e portare l’azienda a funzionare meglio che in passato. Urge davvero complimentarsi con quello che i più compiacenti definiscono “esperto del mercato enologico internazionale” e con gli altri “grandi nomi” espressioni di un’autentica “cupola” del vino anni Novanta e di un convergere d’interessi tra produzione vinicola e stampa di cui si sperava non si avesse più notizia.
Lo pseudo grande responsabile di marketing, di cui Questo Trentino ha scritto: “nello specifico enologico Ercolino punta, oltre che sul primato dell’immagine, sulla sostanziale irrilevanza del territorio: famosa l’invenzione del Patrimo, nome di fantasia per un Merlot non autorizzato, la solita storia del vino non del posto, importato e imbottigliato, e fatto passare per una specialità. È questa la professionalità di cui ha bisogno la LaVis?”, e di cui già in passato abbiamo avuto prove della propria spregiudicatezza, ha pensato bene che per risollevare le doti di La-Vis, cantina nella cui orbita troviamo un’azienda storica del metodo classico trentino, Cesarini Sforza, a sua volta recentemente rivitalizzata (così almeno dicono) dall’arrivo di un nuovo direttore generale proveniente da Cavit, sia urgente e strategico, come ho già scritto, prosecchizzare.
Ovvero non puntare sul Trento Doc, (una tipologia che Lavis, con il Trento Arcade ha prodotto dal 1984 sino a raggiungere una produzione di oltre 50 mila bottiglie) ma scegliere la via, apparentemente facile, di uno spumantino qualsiasi, di uno Charmat da mettere in competizione diretta con il formidabile spumante aromatico veneto-friulano sul piano del prezzo e dell’easy drinking style.
E così, dal cappello del mago sono saltati fuori due Charmat, due “spumanti”, la cui presentazione, pur con tutto il rispetto parlando per quei prodotti, la cui “filosofia” non mi sembra sia superiore, per appeal e capacità di proporsi come prodotto di alto pregio, a quelle del Tavernello frizzante o della linea dei frizzanti della casa veneta Maschio.
Stesse bottiglie bianco-trasparenti anche se con qualche pretesa il loro aspetto viene spacciato come “grafica semplice ed accattivante della Champagnotta bianca satinata” che assicurerebbe, dicono, “l’espressione dell’identità di questo prodotto”. Un’identità semplice e senza pretese, senza alcun legame con il territorio di origine.
Identità territoriale annullata sull’altare del “vino vivace, fresco e giovane”, anche se poi nella scheda tecnica della versione Rosé viene assicurato che “nella scelta del Pinot Nero c’é la volontà di legare fortemente questo prodotto al territorio d’origine, il Trentino, terra dalla grande cultura e tradizione spumantistica”.
E voi, grandi “geni” del nuovo management tecnico e di marketing di La Vis vorreste richiamare questa “cultura e tradizione” con un banalissimo Charmat? Ma siamo seri!
Altrettanto comiche le note di presentazione dello Chardonnay Charmat definito “l’espressione, in una veste giovane ed accattivante, della grande vocazione spumantistica trentina”. Uno spumantino veloce veloce “ottenuto con sole uve Chardonnay, provenienti dai vigneti della zona classica della collina di Trento e bassa Valle di Cembra”, che secondo i genietti che l’hanno pensato per rilanciare la Cantina “riflette fortemente le caratteristiche del territorio d’origine”.
E voi pensereste di rifletterle con uno “Charmattino” appena un po’ più lungo dell’ordinario con 4 mesi di permanenza sui lieviti? Poveri noi, come siamo messi male: come aspettarsi un futuro migliore per questa cantina dalla gamma di prodotti e dalle linee di prodotti ipertrofiche e sterminate?
Ma perché poi prendersela se arrivati al ponte di comando gli Ercolino, i Caviola, i Muscella e le Di Nunzio le “logiche” restano quelle di sempre senza un filo di buon senso e di logica?
Inutile farlo perché, come dice bene lo slogan finale della locandina pubblicitaria dove si mischiano il bianco e nero di una bella foto d’epoca d’autore (del fotografo trentino Flavio Faganello) ed il moderno della Champagnotta satinata, “C’est la vie. C’est Lavis“. Il Trentino del vino che non cambia mai…

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Molto fumo e poco arrosto nel Billionaires Row Champagne

Luxury good: quando un certo tipo di presentazione aiuta (forse) a vendere

E’ singolare vedere come, nonostante la crisi economica imperante e a dispetto di una riscoperta di valori quali la sobrietà e la misura, nella comunicazione, anche in quella del vino, continuino ad essere giudicati validi ed in grado di funzionare e di avere appeal su un certo tipo di consumatore concetti in voga nel recente passato quali lusso, esclusività, ricchezza.
La riprova di questa considerazione e la conferma che, crisi o non crisi, o meglio a dispetto della crisi, resiste, anzi forse sta ancora meglio, una fetta di consumatori dei cosiddetto luxury good, beni di lusso, che ricercano e si sentono confortati dal consumo di cosiddetti luxury brands, avvertiti come status symbol ed elementi di distinzione nei confronti della massa dei consumatori di necessity good ovvero beni di pubblica necessità, viene dalla notizia ripresa dal sito Internet specializzato britannico The Drink Business.
News, in arrivo dagli Stati Uniti, che riguarda il lancio di uno Champagne, ma non di uno Champagne qualsiasi, bensì lo Champagne Billionaires Row “Cuvée Billionaires Row” Brut Rosé Grand Cru.
Un Rosé che ha la società assicura di aver prodotto “only a limited quantity of the Champagne to maintain quality”, solo in quantità limitata di modo da assicurare la qualità, (come a dire che i 320 milioni di bottiglie vendute lo scorso anno nel mondo sono rappresentate in larga parte da “fuffa”…), e che fa parte della proposta, ovviamente esclusiva, di vini di una “New York-based premier luxury lifestyle company”, denominata Billionaires Row.
Basta visitare il sito Internet della company per avere un’idea di cosa si tratti e la sua “mission”: “Billionaires Row, a premier luxury lifestyle company, serves as a definitive authority on connoisseurship by hosting exclusive top tier events that showcase the lifestyle of the modern, trendsetting and affluent consumer.
By successfully providing our clientele with very unique experiences that highlight the latest products and services available from the most prestigious luxury brands around the world. Billionaires Row’s unique passion fuels its rise to one of the most recognized brands in the world”.
E inoltre: “Billionaires Row obtains information from different sources to interpret new and iconic fundamentals from the best Cuisine, Art, Fashion, and Film, Music worldwide. These fact-findings influence Billionaires Row ‘s search for rich traditions and its delivery of new ideas to a critical mass”.
Come afferma il COO (ovvero chief operating officer) della Luxury Spirits Division della compagnia, “The Billionaires Row brand is noted for and becoming a recognisable force in the luxury industry worldwide,” e quindi uno Champagne “esclusivo” da questa selezionato costituisce “the “perfect addition” to its luxury line of goods and services”.

Cosa hanno fatto quelli della Billionaires Row? Hanno cercato un partner con cui realizzare una joint venture. Un produttore di Champagne che accettasse di preparare per loro la Cuvée da miliardari.
E l’hanno individuato nella Maison Charles Mignon, presentata dal loro chairman William Benson come “one of the world’s finest and most respected Champagne producer Charles Mignon”. Azienda che in qualche comunicato stampa rintracciabile in Rete, ad esempio questo, è diventata “One of the most rare and exclusive French Champagne Houses”, produttrice di “outstanding Cuvees for more than 120 years”.
Peccato che la Rete non perdoni e dopo una rapida ricerca, e dopo non aver trovato traccia della Maison de Champagne partner di Billionaires Row in una serie di volumi che ho consultato, abbia scoperto su questo sito Internet in inglese riservato allo Champagne, e poi ancora qui, che la Maison è stata fondata solo nel 1995.
E ho anche scoperto che nonostante si tratti di una luxury good company, Billionaires Row abbia scelto come partner una Maison, presentata come “Award Winning”, i cui Champagne presentano prezzi normali tutt’altro che esclusivi o proibitivi, come si può vedere qui, qui, qui e poi ancora qui.
E ho infine appurato che anche il distributore esclusivo di questo Champagne, nonostante venga presentato in modo roboante quale “a world known distributor of fine luxury wines and spirits”, impegnato a presentare al “global luxury marketplace a new standard in fine wine enjoyment”, sia tutt’altro che una company dall’immagine sfolgorante, prestigiosa ed esclusiva.
La Vidalco International é una company che doverosamente nei link del proprio sito Internet rimanda a Wine Spectator, Robert Parker e Wine Enthusiast, ma è una società creata da un misterioso personaggio di origine romena, tale Constantin George Zamfirescu (sul quale in rete non si trovano molte notizie) che si è distinto sinora soprattutto per aver importato e distribuito negli States vini della Romania.
E nel portafoglio aziende della cui società, Vidalco International, figurano nomi tutt’altro che fiammeggianti o leggendari, visto che sono soprattutto aziende romene, peruviane, di Libano, Argentina, Cile, Lussemburgo, Uruguay, Francia, Spagna, e venendo all’Italia, il celeberrimo Consorzio vini tipici di San Marino, una società di Bolgheri, una in Chianti (l’unica un po’ nota) e una sconosciuta di Montalcino.
Quale morale ricavare da questa vicenda? Che per vendere o provare a vendere un prodotto oggi, nella strana situazione dei mercati cui assistiamo, non è fondamentale che si tratti veramente, nella sostanza, di un bene di qualità indiscutibile, nella fattispecie di uno Champagne straordinario, esclusivo, di livello stellare.
Ma può essere servire e funzionare, che venga presentato come tale, quale luxury good opera di una “rare and exclusive French Champagne House”, proposto da una luxury lifestyle company.
Cosa importa se l’apparenza prevale sulla sostanza? In fondo se oggi non si esita a presentare come status symbol wine il Prosecco, non si può proporre come outstanding wine da Billionaires anche un normalissimo e non trascendentale Champagne?

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