Dalle bucce delle uve un packaging innovativo e verde per Veuve Clicquot

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Carta ecologica targata Favini: un astuccio ecologico per la celebre Maison

Quanti comunicati stampa, spesso insignificanti, mal scritti, utili solo ad intasare le caselle di posta elettronica si ricevono ogni giorno! Comunicati che solo giornali scalcinati e siti Internet e blog senza pretese si spingono a pubblicare pari pari spacciandoli magari per articoli originali, e che io nella maggior parte dei casi cestino. O che io colleziono come esempi di una galleria degli orrori (e della stupidità, che nei mesi di Expo ha dato ampia prova di sé) della pseudo comunicazione enoica.

Quando ho ricevuto questo comunicato ho invece subito pensato che fosse interessante, che valesse la pena dargli spazio, non solo perché riguardava una celeberrima Maison de Champagne. Una maison, Clicquot, oggi nota come Veuve-Clicquot, fondata nel 1772, alla cui testa, nel 1805, salì, lasciando un’impronta indelebile, la celeberrima Madame Clicquot, la Veuve, ovvero Barbe-Nicole Clicquot Ponsardin, che nel 1810 creò il primo Champagne vintage, nel 1814 spedì la bellezza di 10.550 bottiglie in Russia, inventandosi due anni dopo la table de remuage e registrando, nel 1877, la sua celeberrima, e quante volte imitata, etichetta gialla o Yellow label.
Mi sono interessato a questa notizia, oggetto del comunicato stampa, perché rappresenta una splendida soddisfazione per i colori italiani, per l’inventiva, la creatività, il savoir faire, l’imprenditorialità italiane.

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Cosa è successo lo potete leggere diffusamente qui, un’azienda italiana, di Rossano Veneto nel vicentino, la Favini, ha avuto l’incarico di realizzare e tramutare un’idea in realtà concreta, il primo astuccio nato dalle bucce delle uve di Veuve Clicquot.

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Champagne sec: per quali consumatori?

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Il caso dello Champagne Nocturne di Taittinger

Io non so voi, ma io faccio una grande difficoltà ad immaginare (e capire) che tipo di consumatore, corrispondente a quale tipo di identità e personalità, di gusti e di esigenze, gradisca e richieda la produzione di uno Champagne Sec. Uno Champagne che presenta un dosage “prosecchesco” di 17,5 grammi di zucchero (di canna) litro.
Io che champagnista convinto faccio già fatica quando mi trovo di fronte a certi Brut che sfruttano fino in fondo la possibilità di dosare sino a 12 grammi litro, e che mi trovo a mio agio con Brut nature, pas dosé e dosage zéro (tre grammi massimo) ed Extra Brut (fino a 6 grammi) perdo la bussola, del gusto ovviamente, quando vedo rivendicare su certe bottiglie la tipologia Extra-Sec (tra 12 e 17 grammi), sec (tra 17 e 32), demi-sec (tra 32 e 50) per tacere della rarissima variante doux (superiore a 50 grammi litro). Ma chi diavolo vorrà mai uno Champagne Sec?
Interrogandomi su questo misterioso committente mi sono imbattuto in una pubblicità di una grande Maison de Champagne, una maison storica, fondata nel 1734, Taittinger, è ho capito tutto: c’è del pubblico, ahimé, cui é destinato e che pare chieda uno Champagne del genere!

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Sto parlando dello Champagne Taittinger Nocturne, Champagne Sec, 17,5 grammi di zucchero, così presentato: “Ce dosage offre au vin la rondeur et la suavité nécessaires à un champagne « de la nuit ». De quoi danser la lambada jusqu’au bout de de la nuit”.
Il che tradotto significa che quel dosaggio conferisce al vino la rotondità e la soavità necessario ad uno Champagne “della notte” con il quale danzare la lambada sino a mattina.
Inoltre Taittinger ci assicura che “Nocturne est un champagne de fin de soirée. Il peut accompagner un dessert tout comme un foie gras au pain d’épice, mais également entraîner les noctambules, amoureux de champagne jusqu’au bout de la nuit”. Sarà anche, come dicono, uno Champagne da fine serata, perfetto per “i nottambuli” (che io chiamerei anche tiratardi), ma io preferisco finire mes soirées in altra maniera, senza lambade, con zuccheri aggiunti ridotti al minimo.
E con ben altri Champagne. E compagnie, ça va sans dire…

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Attenzione!
non dimenticate di leggere anche Vino al vino

http://www.vinoalvino.org/

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C’é anche un’altra Borgogna del vino: il Crémant de Bourgogne

La pubblicazione, sul blog The Gray report del wine writer americano W. Blake Gray di un ampio articolo – che potete leggere qui – fa ricordare l’esistenza, nella Bourgogne celebrata per i suoi straordinari vini base Pinot noir e base Chardonnay, anche di un’altra tipologia di vini, che sta assumendo progressivamente maggiore importanza, quella dei Crémant de Bourgogne. Come si rileva dal sito Internet della denominazione, peraltro non molto aggiornato, la produzione di Crémant in terra borgognona riguarda 1850 ettari, che vanno dal Chablisien e dal Châtillonnais alle porte di Lyon, passando per i vigneti di Côtes de Nuits, Beaune, Chalonnaise e Mâconnaise, per 112 mila ettolitri prodotti nel 2010 e una media di 115 mila, e nel computo complessivo della produzione di Crémant in Francia, i Crémant borgognoni toccano una percentuale del 20 per cento, contro il 50% relativa ai Crémant d’Alsace.
Da un punto di vista storico la produzione di Crémant in Borgogna risale intorno al 1825, e chiama in causa tecnici provenienti dalla Champagne. Nel 1822 i fratelli Petiot, négociants a Chalon-sur-Saône e proprietari di vigne a Mercurey e Rully, decidono di ingaggiare un giovane champenois, François-Bazile Hubert, che forte dell’esperienza maturata in una Maison de Champagne li convince a produrre e commercializzare il loro primo méthode champenoise, nel 1826, con il nome di “Fleur de Champagne – Qualité Supérieure “.
Per parecchi anni in seguito si assistette, con il successo della tipologia, alla produzione di Bourgogne mousseux blancs”, “rosés” et “rouges”, ottenuti dalla spumantizzazione di vini di non particolare qualità. Oggi, raggruppati nella Union des Producteurs et Elaborateurs de Crémant de Bourgogne (UPECB), sono ben 240 i produttori di Crémants de Bourgogne Blancs, “Blancs de Blancs” o “Blancs de Noirs” o Rosés. E oggi l’AOC é diventata un soggetto significativo nella produzione vinicola borgognona, rappresentando il 7,5% dei volumi e dieci milioni di bottiglie commercializzate nel mondo.
Oltre il 70% della produzione di Crémant de Bourgogne è commercializzata in Francia, in particolare nella GDO, che da sola commercializza circa il 60 per cento dei volumi. Un venti per cento viene venduto mediante vendite dirette in azienda.
L’export riguarda qualcosa come tre milioni di bottiglie, con l’Unione Europea come primo mercato, in particolare Germania, Belgio e Danimarca, seguita dagli Stati Uniti, dal Regno Unito e dal Giappone.
L’Appellation d’Origine Contrôlée Crémant de Bourgogne, già Bourgogne Mousseux, ha superato brillantemente i suoi primi trent’anni di vita, essendo nata nell’ottobre 1975.
Come fa notare nel suo articolo Blake Gray, negli Stati Uniti si possono trovare buoni Crémant de Bourgogne nella fascia tra i 12 ed i 18 dollari, e la grande sfida per i suoi produttori consiste nel farsi conoscere, nel testimoniare e dimostrare che esistono altri méthode champenoise di qualità in Francia oltre agli Champagne. Compito difficile non solo all’estero, ma anche in patria. Secondo Blake Gray i veri competitors dei Crémant de Bourgogne non sono gli Champagne, ma Prosecco e Cava, ma le bollicine borgognone presentano un grande vantaggio, quello di essere prodotte con le stesse uve, Pinot noir e Chardonnay, utilizzate in Champagne, anche se è notorio che le migliori uve borgognone vengano destinate ai rossi e bianchi fermi.
Va inoltre ricordato che l’AOC Crémant de Bourgogne prevede la produzione non solo con il metodo champenoise, ma con il più rapido ed economico metodo Charmat, che la pressatura delle uve è superiore, per disciplinare, rispetto a quella della Champagne e che possono essere utilizzate anche altre uve come Aligoté e Gamay.

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Perché e quando bere “bollicine” italiane a denominazione d’origine? Madame Bollinger diceva…


Vi abbiamo letteralmente storditi, a Napoli direbbero che vi abbiamo fatto “una capa tanta” in questo ultimo mese con l’invito a scegliere e soprattutto stappare, a tutto spiano, senza stancarvi mai, “bollicine”.
Vi abbiamo detto che non ci possono essere Natale (Santo Stefano), festività varie e soprattutto il congedo dall’anno che finisce e il benvenuto a quello nuovo senza l’accompagnamento di “bubbles”, come direbbero gli inglesi. Vi abbiamo stremato forse e ora, visto che i festeggiamenti sono trascorsi e manca solo l’Epifania per dire, come amava ripetere mio padre, “passata la festa, gabbato lu santu”, potrebbe venirvi, nonostante vi abbia raccontato che cresce la destagionalizzazione dei consumi, la tentazione di tirare i remi in barca, di dire, beh, noi la nostra parte l’abbiamo fatta, abbiamo celebrato l’equazione feste = bollicine, e ora concentriamoci sui vini fermi.
Sbagliate amici miei, non potreste fare errore più grande. A parte il fatto che ognuno di noi, se vuole, può inventarsi un’occasione per festeggiare e celebrare, oppure anche per dimenticare qualche amarezza e trovare eno-consolazione in una bottiglia di vino “spumeggiante”, possiamo, anzi dobbiamo bere “bolle”, ovviamente di qualità e rigorosamente a denominazione d’origine, anche nel resto dell’anno.
Per rallegrare le nostre esistenze e dare loro “sprint”, una bella bottiglia di metodo classico italiano, e per chi lo predilige anche di Conegliano Valdobbiadene e Asolo Docg, oppure di Asti, è quello che ci vuole.
Per provare a convincervi, cosa che s’ingegnerà a fare questo blog per tutto il 2011 (e si spera anche per gli anni a seguire..), voglio regalarvi una citazione d’autore, e che citazione.
L’autrice é una di quelle Dame che di “bollicine“ nobilissime, blasonate, storiche se ne intendeva, visto che si occupò di mandare avanti, alla grande, dopo la morte del marito una storica Maison champenoise, dal 1941 sino al 1971.
Parlo di Lily Bollinger che alla domanda “perché e quando bisogna bere Champagne ?” rispose: “J’en bois quand je suis heureuse et quand je suis triste. Parfois j’en bois quand je suis seule. Si j’ai de la compagnie j’estime que c’est mon devoir. Si je n’ai pas faim je joue avec, et j’en bois quand je suis affamée. Sinon, je n’y touche jamais, sauf si j’ai soif“.
Citazione che vi regalo anche in inglese, prima di tradurla nella nostra bella lingua: “I drink it when I am happy and when I am sad. sometimes, I drink it when I am alone. When I have company I consider ir obligatory. I trifle with it if I am not hungry and drink it when I am. Otherwise I never touched it, unless I am thirsty“.

Diceva Madame Bollinger: “Bevo Champagne quando sono felice e quando sono triste. Talvolta lo bevo quando sono sola. Quando sono in compagnia penso sia mio dovere proporlo.
Se non ne ho provo a farmi stuzzicare l’appetito bevendolo e lo bevo copiosamente quando ho fame. Altrimenti non lo tocco, salvo quando ho sete”.
Lei parlava di Champagne ovviamente, ma io e voi possiamo tranquillamente applicare gli stessi consigli ai metodo classico a denominazione d’origine che prediligiamo, dai Franciacorta Docg ai TrentoDoc, agli Alto Adige Doc, sino all’Alta Langa e all’Oltrepò Pavese entrambi Docg.
Voglio poi supportare il mio invito a stappare e soprattutto bere “bollicine” italiane di qualità tutto l’anno, già in questo primo giorno del 2011 se volete perché no?, con l’estratto di un recente post di uno dei più intelligenti e acuti wine blogger americani, W. Blake Gray, che sul suo The Gray Market Report proprio un paio di giorni fa annotava: “Good sparkling wine costs more than good still wine because it requires more effort.
The wine is fermented twice; once in a tank or barrel, and again in the bottle to produce the bubbles. There’s a lower limit to how much you can pay for bubbly and not expect to get swill.
If you think you don’t like sparkling wine — or you think it gives you a headache — you almost certainly have only been drinking the cheap stuff. I can’t count the number of people for whom I’ve had the pleasure to pour their first glass of good sparkling wine.
It’s a mind-opening experience; bubbly really does make life better”. L’intero suo articolo lo potete leggere qui.
Ha proprio ragione Blake Gray: bere bollicine di qualitá é un piacere, un’esperienza che apre la mente e rende la vita migliore.
E con questi chiari di luna e date le prospettive poco esaltanti per la nostra bella Italia, come non provare a sorridere e ritrovare, anche grazie ad una buona bottiglia, un pizzico di ottimismo?

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