Trento Doc niente nuovo sito Internet nemmeno per il Vinitaly 2013

Oggicomiche

L’ennesima tragicomica finale trentina

Babbeo e decisamente ingenuo come sono, e quasi indotto a pensare che l’amore eterno esista e che i bambini nascano sotto i cavoli, avevo voluto credere alle parole pronunciate non da un pirla qualsiasi come me, che non sono nessuno, ma dal Presidente dell’Istituto Trento Doc nella lunga intervista (parte prima, parte seconda, parte terza) che mi aveva concesso e che avevo pubblicato su questo blog dal 17 al 19 settembre scorso.
Credevo che Enrico Zanoni, proprio perché non nativo del Trentino, ma arrivato a lavorare, con compiti di grande responsabilità, in Cavit, fosse una persona seria e che non parlasse, come tanti personaggi del mondo trentino fanno disinvoltamente, senza che nessuno o quasi dica loro qualcosa e li richiami ad un minimo di serietà, a vanvera. Mi sono sbagliato.

Nonostante quanto dichiarato nell’intervista, che aveva fatto seguito alla mia lettera aperta del 13 dicembre 2011, nonostante alla mia precisa domanda: “Allora Babbo Natale, parlo di quello del 2012, non del 2013, ci porterà un sito Internet del Trento Doc finalmente rifatto e aggiornato?” il dottor Zanoni avesse risposto “Io conto proprio di sì, spero, però come ho già detto la competenza è parzialmente nostra.. Io e soprattutto i consumatori attendiamo fiduciosi…” dal punto di vista della vetrina Web dell’Istituto Trento Doc non è cambiato nulla.

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Da settembre ad oggi, con perfetta trentinità, come il “Sistema Trento”, macchinoso, farraginoso, super burocratico, inconcludente, pasticcione, prevede, non si è mossa una virgola.
Se si perde il proprio tempo a consultare il sito Internet dell’Istituto Trento Doc, quella entità che non si capisce se esista ancora o se si sia volatilizzato, ci si trova di fronte ad una sorta di miracolo, la sospensione del tempo. Come per miracolo il sito ci fa vivere una situazione cristallizzata e immobile dove nello spazio “In evidenza” del sito si parla di una “notizia” di trascurabilissima importanza, come il fatto che “sette Trento Doc” siano entrati “nel club dei tre bicchieri” (e chi se ne frega!), che nel nome della Dolce vita una serie di Trento Doc arrivino nella capitale (“notizia” di ottobre) e che mentre sia arrivata, dicono le cronache, la primavera, il Trentodoc sia “protagonista degli spot radiofonici invernali”, perché “È on-air la campagna per la promozione turistica della stagione bianca voluta da Trentino Marketing. Gli spot richiamano in maniera ironica il mondo degli agenti segreti e il personaggio di James Bond. La stagione invernale è alle porte e il Trentino ha rinnovato il dialogo con il suo pubblico di riferimento”.

Ho scherzato, ma se il Trento Doc, il Trentino del vino, fossero una cosa seria e non una barzelletta come spesso appaiono, ci sarebbe da incazzarsi e di brutto. E da chiedere, pretendere e ottenere, anche alzando la voce, che un po’ di teste saltino, che ci siano delle dimissioni, che qualcuno venga, dopo l’ovvia consultazione dei sindacati, perché siamo nel trentino delle cooperative cosiddette bianche e del potere politico economico bianco-rosso, licenziato e mandato a fare danni altrove.

Mentre invece accade, senza che nessuno si ribelli ca..o!, che dopo essere finalmente andato in pensione dopo 40 anni di guida, prima come direttore e poi come amministratore delegato, del Gruppo Mezzacorona, l’ineffabile boss Fabio Rizzoli, che aveva promesso di restarsene in Sicilia, venga chiamato ad occuparsi di piccoli frutti, come direttore amministrativo, della Cooperativa Apa Sant’Orsola – Piccoli Frutti, l’azienda leader in Italia per la produzioni di piccoli frutti (fragole, lamponi, mirtilli, ribes, more) e ciliegie. Questo, ci hanno raccontato, “anche perché la produzione della fragola, l’anno scorso è stata buona, ma non sufficiente remunerata”.

E quindi ecco il Rizzoli, leader di riferimento di una denominazione, Teroldego Rotaliano, che prevede una resa di 170 quintali per ettaro, più esuberi, roba che faceva giustamente incazzare l’indimenticabile collega Francesco Arrigoni, uno che anche in Tribunale non si era fatto spaventare dell’ex a.d. di Mezzacorona, chiamato a risollevare le sorti di questa cooperativa ortofrutticola. Di cui, come forma di personale protesta contro la chiamata del millantatore di cinque milioni di bottiglie, non acquisterò mai più un solo cestino di ottimi piccoli frutti.

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Rinnovamento del sito Internet rimandato ancora alle calende greche, padron tridentine, e nessun nuovo look (e nuova sostanza e nuova credibilità e consistenza nella comunicazione) anche in occasione del Vinitaly 2013.
E meno male che c’è la qualità, in crescita, di tutta una serie di vini e di produttori a tenere in piedi e salvare la faccia e la credibilità del Trento Doc (di cui sul sito Internet di Trentino marketing si legge in questi termini), altrimenti, grazie ai suoi responsabili, alle varie autorità (si fa per dire) e responsabili vitivinicoli trentini saremmo alla barzelletta. Ma che dico alla comica, alla tragicomica finale!

Come non dire al variopinto popolo dei responsabili del Trento Doc e del vino trentino di vergognarsi se hanno ancora un qualche senso della vergogna?

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Cuvée Brut Rosé Cesarini Sforza a 4,50 euro: roba da prosecchini…

QuasiGratisCesariniSforza

Poteva mai sottrarsi la Cesarini Sforza, azienda fondata nel 1974 “con l’obiettivo di produrre spumanti di alta qualità che sapessero affermarsi non solo tra i consumatori trentini, ma anche sulla scena nazionale”, azienda che fa parte della galassia Lavis, alla guerra tra poveretti che si stanno facendo, a suon di svendite a prezzi sempre più bassi e sempre più da prosecchini, i giganti (parlando solo in termini di numero di bottiglie prodotte) della cooperazione vinicola trentina? Assolutamente no!

E così dopo i prezzi in calo vertiginoso dei Trento Doc di Cavit e della Rotari, di cui ho parlato giovedì in questo post, ecco una “bollicina” rosé della cantina che da un lato produce Trento Doc e con abile opera di marketing si aggiudica il titolo di “spumante dell’anno” per una nota guida e dall’altra vende spumanti generici, metodo classico e charmat, aggiudicarsi, per ora, il titolo di champenois più cheap con un 4,50 euro proposto nella stessa catena di supermercati trentini, Poli, che aveva svenduto i vini già segnalati.

A meno di 5 euro, ad un prezzo da prosecchino, sempre grazie alla segnalazione di un amico lettore della provincia di Trento eccovi lo strillo pubblicitario di uno “Spumante ottenuto da selezionate uve Pinot Nero vinificate in rosato affinché colore e aromi diventino un’unica armonia. I suoi profumi di frutti rossi ed il suo gusto piacevolmente secco lo rendono ideale per l’aperitivo e adatto ad ogni occasione”. Uve 100% Pinot Nero, zona di produzione Trentino (Colline Avisiane e Valle di Cembra), esposizione ed altimetria Ovest, sud-ovest; dai 250 ai 450 m s.l.m.

Se volete provare il brivido di un metodo classico “quasi gratis”, che tra un po’ vi pagano perché lo togliate dallo scaffale e ve lo portiate a casa, ecco quanto fa per voi…
Auguri e Buona Pasqua!

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Trento Doc cooperativo: sempre più una guerra tra poveri! Prezzi sempre più bassi

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Che Bacco benedica i lettori di questo blog! Grazie a loro vengo ad essere costantemente informato e soprattutto ho modo di informare voi (mi scuso per la latitanza di questi due ultimi giorni, ma sono stato molto preso, tra trasferte e tribunali…), di quello che accade nel mirabolante mondo del vino trentino. Ed in particolare in quello del metodo classico noto al mondo (si fa per dire) come Trento Doc.
Le ultime notizie riguardano la proposta di Trento Doc delle due più grosse cantine cooperative, pardon, le più grosse mega cantine sociali della provincia di Trento, ovvero Cavit e Rotari, che non è altro che l’espressione spumantistica di Mezzacorona.
Lascio la parola al lettore (che ricorre ad uno pseudonimo, perché vivendo nel “Sistema Trentino”, variazione sul tema del “Sistema Siena” (e Montalcino) non si sa mai ed è meglio essere prudenti…) che racconta bene – ma ancora molto meglio le fanno le immagini che corredano questo post – l’accaduto.
“Caro Ziliani, continua la miserevole “guerra tra poveri” (è si,,…… poverini sono cooperative, sono povere,  e per questo non pagano le tasse, potendosi così permettere di fare concorrenza sleale alle altre “ricche” cantine private!!!), tra i 2 colossi della cooperazione vinicola trentina sulle Bollicine di qualità Trentodoc (?????????? che messaggio di qualità potrà mai passare ad € 3,90 ????????).
Tristemente allego le due pagine presenti oggi su ” L’Adige” , quotidiano di maggior diffusione nella provincia di Trento. Evidenzio che in almeno altre 3 uscite dei giorni scorsi campeggiavano le medesime offerte !”.
Io aggiungo che queste offerte le si può trovare nei supermercati della catena Poli, molto diffusa, con supermercati e ipermercati, in provincia di Trento.

Altemasi490

Altemasi Cavit
a 4,90 e Rotari Mezzacorona a 3,95 euro (invece di 7,90): si può prendere sul serio un Trento Doc e delle cantine cooperative che accettano, complici o tacitamente d’accordo, che le loro bollicine metodo classico vengano svendute a prezzo da prosecchini?
No, non è una cosa seria. Questo Trentino del vino non merita alcun rispetto!

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Franciacorta: vendere è importante: ma farlo negli autogrill è inconcepibile….

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Dopo aver salutato con favore, nel post pubblicato venerdì scorso, l’exploit, in termini commerciali (oltre che di crescente immagine e apprezzamento da parte dei consumatori più consapevoli) fatto segnare nel 2012 dalla Franciacorta, non posso certo lamentarmi trovandomi di fronte ad un’azienda franciacortina che sfrutta tutti i possibili canali commerciali per vendere le proprie “bollicine”.

Non solo il canale tradizionale di enoteche e ristoranti, ma la GDO dove di recente, nella fattispecie Auchan a Bergamo, ho avvistato belle selezioni di Enrico Gatti, San Cristoforo, Vezzoli, Barone Pizzini, Cavalleri, Bellavista, Cà del Bosco, Monte Rossa, Uberti, e altri che ora non ricordo.

Niente in contrario al fatto che si cerchi di andare incontro al consumatore intercettandolo in ogni dove. E pur essendo, dichiaro subito il mio personale “conflitto d’interessi” immeritatamente membro del Collegio dei probiviri della più importante associazione delle enoteche italiane, Vinarius, non sono affatto contrario a che i vini, Franciacorta compresi, vengano proposti un po’ ovunque.

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Però c’è un limite. E questo limite è rappresentato da un canale di vendita, assurdo ed improponibile, nel quale già sette anni fa, nel 2006, avevo chiaramente detto che non dovevano essere presenti i vini. Parlo degli autogrill che troviamo lungo le autostrade spostandoci in giro per l’Italia. Un posto dove viene venduto, ad un pubblico indifferenziato, non certo di enosnob antifranciacortini o di fanatici del vino, di tutto, dai pannolini alle mortadelle alle merendine ai preservativi. Arrivando purtroppo sino ai vini e ai distillati. Che uno può tranquillamente acquistare, poi sale in macchina e mentre guida si può bere un bel calice di rosso o di grappa…

Cosa ho trovato recentemente fermandomi, in direzione Verona, all’autogrill di Brescia Est? Tra Prosecco e vinelli vari, salami, fazzoletti di carta, stecche di cioccolato, riviste e biscotti, assorbenti igienici e lucida labbra, mi sono imbattuto in un bel numero di bottiglie, non una o due, di due Franciacorta di fascia alta di una bella azienda di Coccaglio, uno degli storici portabandiera della diversità franciacortina rappresentata dall’area del Monte Orfano.

Sto parlando della Tenuta Bonomi che da qualche anno, dal 2008, come ho scritto qui, è entrata nell’orbita della famiglia di produttori di vini veneti Paladin. Produttori di vini onesti ma non certo irresistibili. Di una vasta gamma di vini tra cui figurano “Prosecco, spumanti e frizzanti”. All’autogrill di Brescia Est, peraltro venduti a prezzi sostenuti, quasi 30 euro, prezzi che dubito il viaggiatore itinerante possa giudicare appealing, ho trovato il Brut CruPerdu ed il Rosé, vini proposti da un team qualificato e qualificante dove figurano persone in gamba.

Quello che mi chiedo, e magari non mancherò di chiederlo al Vinitaly (Palaexpo, stand D11) agli attuali responsabili di questa bellissima tenuta, è semplicissimo da esprimere: cari Signori Paladin, ma avete capito la differenza, sostanziale, fondamentale, clamorosa, che intercorre tra un frizzante e un prosecchino e un Franciacorta? Come potete pensare che una metodologia commerciale che vale per questi due “spumanti” possa valere anche per un metodo classico a denominazione d’origine controllata e garantita, di immagine e ambizioni elevate, come il Franciacorta?

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Vedendo i vostri vini proposti non solo in un posto dove ogni giorno transitano migliaia di persone come l’aeroporto di Milano Orio al Serio Il Caravaggio, dove li ho avvistati da tempo, ma in un canale assolutamente non qualificato e casuale com’è un autogrill, quello di Brescia Est (e magari i vini sono disponibili anche in altri autogrill) mi viene da pensare che questa differenza, chiara anche ai bambini, vi sfugga. E se considerate un Franciacorta allo stesso livello di un prosecchino, un frizzante o uno spumante, perché mai, anche se i soldi sono vostri e potete ovviamente farne quello che volete, avete mai acquistato Tenuta Bonomi?

Una cosa è certa: urge aggiornamento della pagina del sito Internet che indica dove trovare Franciacorta e Curtefranca. Per completezza dell’informazione e rispetto del consumatore ditelo che si trovano, accanto a salami, pecorini, mortadelle al pepe, e profilattici, anche all’autogrill…

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La Franciacorta non la conosce quasi nessuno: parola del sommelier informatico Andrea Gori

logoconsorzio-franciacorta-300x181Cari amici delle “bollicine” che mi leggete da Firenze in giù e che magari dite di essere appassionati di quelle “bollicine” prodotte in provincia di Brescia che rispondono al nome di Franciacorta Docg, mettetevi bene in testa una cosa, voi e ancora di più quel vino non esistete!
Ristoratori di Bari, Brindisi e Palermo dove – l’ho visto con i miei occhi, ma forse vaneggiavo – nelle cui carte dei vini campeggiano fior fior di Franciacorta e non solo quelli della triade Bellavista – Cà del Bosco – Guido Berlucchi, ma molti altri, scelti con originalità e passione, smettetela di ostinarvi a credere in questa zona e riempite le vostre cantine esclusivamente di Champagne o di qualche metodo classico trentino delle solite aziende. Cosa cavolo perdete tempo a credere in una zona che nessuno o quasi conosce?
Dite che sto vaneggiando, che sto sparando c…..e? Niente affatto, sto solo riferendo l’illuminato (po fulminato?) punto di vista di un tizio che secondo una certa vulgata, che merita urgentemente un controllo da un punto di vista sanitario, ne capirebbe di vino. Tanto che, per opera dello Spirito Santo e di una serie fortunosa di circostanze irripetibili (partecipasse altre 10 volte non uscirebbe una sola altra volta il numero vincente che ha estratto con un culo gigantesco) ha addirittura vinto, due anni fa, il titolo di Ambasciatore italiano dello Champagne.
Sto parlando del “sommelier informatico” questo il nomignolo che si è dato, il fiore all’occhiello dell’Associazione Italiana Sommeliers nouvelle vague, e la punta di diamante della comunicazione dell’A.I.S. Toscana, che corrisponde al nome di Gori Andrea, che sul blog Intravino, in un post scritto in collaborazione con Jacopo Cossater, in un articolo infarcito dei consueti luoghi comuni e bagnato nel solito snobismo anti-franciacortino, se n’è uscito con questa eno-perla (scritto con la e, mi raccomando): “in Italia se si toglie la fascia che va da Milano a Verona, Franciacorta è un nome molto poco diffuso…”.
Non bastava, prendendo lo spunto da una bella occasione d’assaggio e di verifica organizzata sabato dall’eccellente azienda agricola Il Mosnel (cortesemente invitato ho dovuto dare forfait perché impegnato a discutere e degustare Amarone della Valpolicella a Verona) riempirsi la bocca parlando delle “tante paillettes di altri produttori” della “mancanza di appeal di Franciacorta all’estero (vero limite della denominazione)”, di “cantine che nascono e che hanno un successo quasi immediato grazie ad abili operazioni di marketing senza un prodotto ed una solida esperienza alle spalle”, e uscirsene affermando che “quasi nessuno riflette sul fatto che a livello varietale sono ancora pochi i pinot nero di eccellenza nella denominazione e che il pinot bianco è quasi del tutto assente”. Cosa che non è assolutamente vera.
Non ci si poteva “accontentare” di capire Roma per toma, ovvero che “si toglie un grande elemento di continuità tra annata e annata lasciando spesso il consumatore frastornato con vini che di anno in anno cambiano le loro caratteristiche in maniera forse eccessiva”, quando è la variabilità legata all’annata uno degli aspetti vincenti di queste “bollicine” bresciane.

Iachetti

Bisognava venire allo scoperto con l’eno-bischerata dal 2013, ovvero sostenere che il successo e la diffusione del Franciacorta è un fenomeno quasi esclusivamente “padano”. Cosa ancora più irreale se si pensa che il suo artefice è uno che la Franciacorta dovrebbe teoricamente conoscerla, che è addirittura stato invitato a parlare da “esperto” (di cosa non si sa bene…) ad una manifestazione sul Dosaggio Zero nel gennaio del 2012.
Domanda: ma certa gente prima di mettersi davanti ad un computer collega non la spina elettrica ma il cervello o spara così a caso pensando che nell’era della comunicazione diffusa, del Web, del perennemente connessi, quello che dice possa tranquillamente passare inosservato? Pia illusione.
Le nostre parole, quello che scriviamo, sono sotto gli occhi di tutti, sottoposti ad un vaglio continuo e impietoso che pesa non solo quello che viene detto, ma chi lo dice, quale autorevolezza abbia, quale capacità di fare opinione o di limitarsi all’esercizio dell’eno-blateramento.
Ecco perché chiudendo questo post sento di dire agli amici della Franciacorta che si trovano, e sono tanti, in Toscana, Lazio, Puglia, Sicilia, Campania, Piemonte, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, persino Trentino, dove sono in tanti a non accontentarsi del solo Trento Doc d’ordinanza, di non prendersela troppo per queste sciocchezze. Giusto incavolarsi pensando, come dicono a Napoli, che non si mette “a’ fessa in mano alle creature”, ma con moderazione, perché in fondo, come avrebbe detto Enzo Iachetti, “so’ ragazzi”…

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una cosa mi pare certa da qui al prossimo 24-25 febbraio: occorre Fare per Fermare il declino!

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Lombardia spumanti? No grazie! Una proposta irrecevibile e indecente dell’azienda Il Calepino

Cavoli eppure il periodo delle feste, dei grandi brindisi, delle abbondanti libagioni (e bevute) è passato! A leggere certe esilaranti cronache non sembrerebbe però… Allora visto che oggi è lunedì e ricominciare la settimana è sempre faticoso (dicono) voglio farvi un regalo e farvi cominciare sorridendo, commentando una “notizia” (parola grossa) che arriva da quella prestigiosissima testata (nel muro) che è la versione Web della rivista orobica Lombardia, pardon, Italia a tavola.

Una creazione di quel celeberrimo (dai, non esageriamo) virtuoso di Internet, inteso come collage di comunicati stampa, articoletti senza pretese e tanta pubblicità, che corrisponde al nome di “Arsenio Lupin” Alberto Lupini. Uno che conosco dai tempi, lontani ormai, del mitico Liceo scientifico Filippo Lussana, quando il nostro era un attivista del G.I.P. Gruppo di Impegno Politico, ovvero i giovani della Balena Bianca, la D.C.

Cosa leggiamo in questa “breaking news”? Che due produttori orobici, alias bergamaschi, ovvero i fratelli Franco e Marco Plebani della celeberrima azienda Il Calepino di Castelli Calepio, hanno avuto una pensata geniale, la creazione, manco fossimo in Sicilia, dove una Doc regionale del genere l’hanno creata, di una denominazione “Lombardia” per i vini lombardi.

I Plebani sostengono “la necessità di allargare ad aree più vaste la denominazione dei vini e di conseguenza anche la promozione e la comunicazione. Contrariamente a quanto succede in altre parti del mondo, ad esempio in Francia e Spagna, dove viene pubblicizzato un intero territorio o un nome unico (vedi Champagne, Cava o Bordeaux), qui da noi si va avanti con le forze di ogni singolo produttore o piccole microzone. Ma come possiamo presentarci al mondo pubblicizzando Castelli Calepio piuttosto che Capriolo o Valcalepio o Garda Classico?”.

E il ragionamento procede osservando, non senza qualche ragione, che “in una comunicazione mondiale, occorre che le aziende e le zone si identifichino in una parola sola, in una macrozona, dentro la quale poi si passerà a illustrare le sottozone, ma il primo impatto del consumatore mondiale deve essere con una zona allargata ben identificabile da tutti”.

Il meglio del “lodo Plebani” deve però arrivare e arriva puntualmente quando alla domanda “voi producete soprattutto spumante metodo classico. Vi sentiti intimoriti di fronte ai cugini di Franciacorta?” i proprietari del Calepino, produttori di quattro metodo classico che sono presenze costanti nelle carte dei vini di ogni ristorante dotato di un filo di ambizione qualitativa, dimostrando una lunare (o forse solo orobica) visione della realtà rispondono: “I produttori di Franciacorta vanno rispettati per quello che hanno saputo fare, noi abbiamo i vigneti confinanti, rappresentiamo solo noi stessi e siamo riconosciuti per l’elevato livello qualitativo dei nostri spumanti che produciamo dal lontano 1978.

Penso che il mio discorso prenda forza e valenza soprattutto nel caso dei vini spumanti: unire le forze di tutti i produttori per avere sul mercato un elevato numero di bottiglie di alta qualità. Ed ecco allora che con la proposta di creare il marchio “Lombardia Spumanti”, potremmo aspirare a diventare la “Champagne Italiana”. Avere un denominatore comune non significa rinunciare alle singole identità del Franciacorta, dell’Oltrepò, del coming-soon Colleoni. Forse sarò un visionario ma penso che mai come in questo momento la formula vincente sia l’unione che fa la forza e anche la comunicazione più efficace”.

A parte il fatto che andare a proporre ai franciacortini di utilizzare un improbabile marchio “Lombardia Spumanti” vuol dire sentirsi puntualmente rispondere, con accento bresciano, “Ma va’ a scuà ‘l màr!”, e aspirare di essere “la Champagne Italiana” significa pensare vecchio, con vecchissimi, superati e provinciali sistemi di pensiero. Quelli che avevano portato all’illusione di trovare “un nome comune per il metodo classico italiano” naufragata nella fallimentare operazione Talento.

Ma a questi Plebani di Castelli Calepio, provincia di Bergamo, Italia, e ai loro zelanti sponsor di Italia a tavola hanno mai spiegato che se Franciacorta ed Oltrepò Pavese (ma il discorso vale anche per il Trentino del Trento Doc) stanno acquistando un’identità come zone produttrici di metodo classico di qualità è perché stanno puntando sul nome della loro zona di origine e non su un generico nome di regione?
Gli hanno spiegato che arrivano a farsi conoscere e riconoscere perché rifiutano, il discorso vale in particolare per la Franciacorta, di chiamare e far chiamare banalmente le loro “bollicine” metodo classico come “spumanti”?

Ecco perché quella di un marchio “Lombardia Spumanti” è una proposta, indecente, francamente impresentabile e irricevibile…

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L’informazione sul vino secondo Brunello Vespa. Un Franciacorta definito “spumante”

Lo dico sempre che vale la pena, e non solo per i conti bancari dei dentisti, che noi contribuiamo a rimpinguare, andare regolarmente dal dentista. Non solo, è ovvio, per l’igiene dentale e la prevenzione della carie, ma anche per leggersi i giornali che si trovano in sala attesa.
Così ieri recandomi dal mio simpatico “torturatore” per un controllo, ho potuto sfogliare, confesso di non esserne un regolare lettore, un numero di fine novembre del settimanale mondadoriano Panorama, imbattendomi nella rubrica di vini firmata da quel notorio “esperto” che risponde al nome di BrunoPorta a portaVespa.
Con il titolo di “Storie di vini da regalare a Natale”, si poteva leggere il consueto insipido colonnino (il testo completo qui) con alcuni consigli per gli acquisti. A catturare la mia attenzione è stato questo passo: “Lo spumante che ho apprezzato di più nel 2012 è il Ca’ del Bosco Anna Maria Clementi 2003 (90 euro in enoteca), Grande charme, grande freschezza con la segnalazione che le vecchie annate dei nostri migliori spumanti sono all’altezza di molti campioni francesi”.
Avete notato la “stranezza”? Il signor Vespa non solo si ostina a definire spumante (che abbia bisogno anche lui come altri personaggi di un urgente corso accelerato AIS?) un vino che definire “spumante” è ridicolo, trattandosi di un vino dotato di una precisa denominazione d’origine, Franciacorta Docg.
Ma, cosa ancora più singolare, nel suo testo dimentica di definire Franciacorta il vino, limitandosi a citare il nome dell’azienda e della cuvée. E questo in omaggio alla cosiddetta completezza dell’informazione…
Di fronte a questa stravaganza vespiana, che non fa che confermare a che tipo di “esperto” ci si trovi di fronte e ci fa chiedere retoricamente, ben conoscendo la risposta, come diavolo faccia Panorama, rivista di cui è proprietaria la famiglia Berlusconi, personaggio che notoriamente ha un’alta opinione di Vespa, ad avere un “critico di vini” siffatto, viene però da chiedersi: ma l’azienda proprietaria di quella cuvée e soprattutto il Consorzio Franciacorta non hanno proprio nulla dire su questa assurda omessa citazione del nome Franciacorta e nella definizione di quel vino come “spumante”?
Mi piacerebbe chiedere lumi a proposito a Maurizio Zanella, deus ex machina di quella Cà del Bosco la cui Cuvée Anna Maria Clementi è stata selezionata dal giornalista e scrittore. Ma anche presidente del Consorzio Franciacorta.
Il ritrovamento in archivio di un recente articolo, che potete leggere qui, e che riferisce del recente conferimento anche a Bruno Vespa del Premio Franciacorta in Roma, “ideato dal Consorzio Franciacorta per celebrare gli “ambasciatori” del made in Italy, omaggiando al contempo la Capitale: si tratta di personaggi che con la loro opera hanno dimostrato il valore dell’italianità in numerosi campi, dalla moda, all’imprenditoria, alla cultura, al mondo delle istituzioni, secondo il giudizio del Consorzio”, mi fa ritenere invece che un simile invito sarebbe tempo perso.
Mala tempora currunt, e chi fa cattiva informazione invece di essere benevolmente rimproverato viene premiato: evviva!

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Un Trento Doc spezza le reni alla concorrenza franciacortina. Un comunicato stampa della Provincia di Trento informa…

Domanda semplice semplice: cosa pensereste se visitando il sito Internet della Regione Lombardia vi trovaste di fronte ad un comunicato dell’ufficio stampa presente in bella mostra in home page, dove si riferisce che l’Assessore all’Agricoltura e il Presidente/Governatore hanno brindato (e desiderano farlo sapere urbi et orbi) per festeggiare il fatto che il vino di un’azienda franciacortina ha ricevuto il titolo di “Bollicine dell’anno” da parte di una guida dei vini, spezzando le reni alla concorrenza oltrepadan-trentina?
Pensereste che forse addetti stampa e soprattutto Assessore e Presidente dovrebbero impiegare meglio il loro tempo, con una visione meno provinciale e più istituzionale del loro ruolo, e ricordarsi che non sta bene festeggiare il successo dell’azienda X dimenticandosi delle molte altre che operano nella stessa zona, con un atteggiamento che super partes non è affatto…
Questo accadrebbe, in un mondo normale, da parte di osservatori normali, guardando al vino lombardo e alle sue vicende. Basta però fare poco più di due ore di autostrada per arrivare in quel mondo a sé, da ogni punto di vista, politico, economico, vinicolo, che è la Provincia autonoma di Trento, per scoprire che quanto appare inadeguato e sconveniente a chiunque in questo mondo dove politica, economia, cooperative formano un tutt’uno vischioso, diventa invece reale.
E leggere, in bella mostra sulla home page del sito Internet istituzionale della Provincia, nei comunicati diramati dall’Agenzia Stefani, pardon, dall’Ufficio stampa, che “C’è un’Aquila Reale che vola alto nel cielo della spumantistica italiana, quella che dà il nome al Trento Brut Aquila Reale Riserva 2005 della cantina Cesarini Sforza, spumante che dopo due anni riporta in Trentino (soffiandolo a Franciacorta) il titolo di “Bollicine dell’anno” nella guida Vini d’Italia 2013 di Gambero Rosso”.
Il comunicato, che potete godervi nella sua comica interezza qui, parla testualmente di “un successo che il presidente della Provincia Lorenzo Dellai e l’assessore all’agricoltura, foreste, turismo e promozione Tiziano Mellarini hanno voluto sottolineare oggi, a margine della conferenza del venerdì, con un brindisi assieme ai vertici della Cantina La Vis, di cui la Cesarini Sforza fa parte, ed i responsabili di Trentino Marketing”.
Una soddisfazione per il riconoscimento espressa anche dall’assessore Mellarini secondo il quale “Il Trento Doc sta ottenendo una sempre maggiore attenzione in Italia e all’estero come prodotto espressione del valore della viticoltura trentina.
I riconoscimenti di Gambero Rosso sono un ulteriore stimolo per i 38 produttori (numero in crescita) del Trentodoc e confermano che siamo sulla strada giusta”.
Di un “bellissimo futuro” relativamente alla Cantina La Vis ha parlato il neo presidente Stefano Paolazzi, affiancato nell’occasione dall’ex commissario Marco Zanoni, al quale Dellai ha voluto rivolgere parole di ringraziamento per il lavoro svolto in una difficile fase di passaggio della cantina lavisana”.
Di fronte ad un comportamento del genere, che vede protagonista anche il Presidente della Provincia Dellai, quello che secondo il Sindaco di Firenze e aspirante premier Matteo Renzi sarebbe “un innovatore” (poveri noi….) cascano veramente le braccia per la manifesta non terzietà, richiesta dal loro ruolo istituzionale, manifestata da Presidente e Assessore.
E molto bene ha fatto Cosimo Piovasco di Rondò, in un articolo tra il divertito e l’indignato che sottoscrivo in toto e giudico esemplare, a stigmatizzare, sul battagliero Trentino Wine blog, questi comportamenti davvero da “repubblica delle banane”.

Come annota in maniera molto precisa, “che i vertici, vecchi o nuovi che siano, di un’azienda privata discussa e chiacchierata – e appena uscita da un altrettanto discusso commissariamento durato due anni -, partecipino, seppure a margine, alle conferenze stampa della Giunta Provinciale, lascia quantomeno perplessi.
E suggerisce, se ce ne fosse ancora bisogno, l’idea di intrecci e di contiguità fra politica ed economia cooperativa, che lascia altrettanto perplessi”.
Giusto poi sottolineare lo strano spirito da “embrassons nous” e da “do ut des”, di questo premio al Metodo Classico trentino (“soffiato a Franciacorta”), assegnato, scrive il Trentino wine blog, “da un gruppo editoriale che, come è ormai noto a tutti, intrattiene relazioni di ottima collaborazione e perfino di partnership con le agenzie promozionistiche trentine.
Così buone da consentirci di parlare, come recita testualmente una circolare riservata uscita in questi giorni dalle stanze di Trentino Marketing, di “Nuovo progetto con Gambero Rosso – Nuova partnership fra Trentodoc e la Guida Ristoranti d’Italia 2013 del Gambero Rosso.
Il progetto – nato per valorizzare e incentivare i locali che, attraverso le proprie carte dei vini, esprimono la passione, la dedizione e la pazienza necessarie nel proporre adeguatamente questa tipologia di prodotto – prevede l’istituzione del nuovo Premio Trentodoc “La migliore Carta Vini dello spumante classico italiano” e la sua assegnazione al ristorante che meglio di tutti ha saputo esaltare le bollicine italiane.
Il premio verrà consegnato a Roma l’8 ottobre in occasione della presentazione della nuova edizione della Guida sulla quale troveranno spazio tutti i ristoranti coinvolti dall’iniziativa.
Se così stanno le cose, e così le descrive l’agenzia promozionistica di via Romagnosi, riesce difficile capire a cosa si sia brindato ieri mattina. Alla partnership o all’Aquila Reale?”.
Da parte mia, chiedendomi per inciso come avranno accolto gli altri produttori di Trento Doc il comunicato della Provincia, prendendo atto del primo risultato portato a casa da Luciano Rappo dopo il suo arrivo, dalla Cavit dove lavorava, alla Cesarini Sforza come direttore generale, non posso che plaudire al premio assegnato dal Gambero Rosso al Trento Doc Aquila Reale Riserva 2005, sul cui effettivo valore non mi posso pronunciare.
Difatti, pur avendo molto recentemente (non più tardi di giovedì 6 settembre, a Trento) fatto una degustazione di 69 Trento Doc in quel di Trento, organizzata dall’Istituto, non ho avuto la fortuna di poter avere nel lotto dei campioni da assaggiare il vino in oggetto, visto che Cesarini Sforza, a differenza di Ferrari, Letrari, Cavit, Pisoni, Abate nero e altre aziende, che hanno presentato da due a cinque vini ognuna, i responsabili di Cesarini Sforza hanno pensato bene di proporre al mio assaggio unicamente l’Extra Brut Tridentum, che ho trovato corretto/buono e niente di più.
Sarà ora mio compito procurarmi una bottiglia dell’Aquila Reale Riserva 2005, tanto per verificare se il Trento Doc che fa esultare Dellai e Mellarini spingendoli a promulgare comunicati festosi, sia davvero un grande vino. Meritevole del titolo, assegnato dagli “amici” del Gambero Rosso, di “Bollicine dell’anno”…

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TrentoDoc: ma perché per promuoverlo si devono usare i soldi dei contribuenti?


I finanziamenti pubblici ad un solo soggetto non costituiscono forse una turbativa di mercato?

Ho letto con grande piacere a metà aprile, sulla news letter quotidiana “Tre bicchieri” del Gambero rosso, nell’ambito di una notizia non particolarmente esaltante relativa alle dispute relative all’uso del marchio territoriale collettivo TrentoDoc, che quella del metodo classico prodotto in provincia di Trento è, come hanno scritto, “una filiera economicamente in salute, che nel 2011 ha aumentato le vendite di quasi il 15%, per oltre 850 ettari vitati e una produzione complessiva di circa 9 milioni di bottiglie, per un fatturato di circa 160 milioni di euro”.
Dalla stessa news letter ho appreso che l’Istituto ”continuerà a far pagare una quota agli aderenti in base al numero di bottiglie” di modo che come ogni Consorzio che si rispetti, l’Istituto sia in grado di mantenersi. E di fare tutte le operazioni di promozione e comunicazione che vuole.

Questo accadrebbe in un mondo normale, ma non in Trentino. Sebbene il potente assessore all’Agricoltura della Provincia Autonoma di Trento abbia recentemente dichiarato – come si può leggere qui – “Non possiamo più finanziare le cattedrali del vino” – a dire il vero la politica trentina ha finanziato già di tutto, “dalla cittadella del vino di MezzaCorona sino alla fabbrica del duomo (e non parlo solo di lavori di muratura) della Viticoltori in Avio, passando per Nogaredo e Mori, le cattedrali sono già state finanziate”, sempre dal battagliero e irriducibile Trentino wine blog si apprende – e dirette conferme le ho avute interpellando alcuni “bollicinari” metodo classico locali – che finanziamenti pubblici continuano ad arrivare. Alla faccia della cosiddetta “spending review”…
Anche, come si vede qui, al TrentoDoc: “il tema è ancora quello della contesa farsesca sull’uso e la titolarità  del brand commerciale, una giostra impazzita che si muove a pendolo fra Camera di Commercio, Consorzio Vini, Trentino Marketing e Istituto. La questione, come sappiamo bene, è piuttosto seria. E di mezzo non ci sono solo gli ideali e i cavilli legali. Ci sono anche soldi. Parecchi. Una cifra vicina al milione di euro, ovvero il budget che la Provincia mette a disposizione per le politiche di promozione del Trento”.
Sarebbero oltre ottocentomila euro di soldi pubblici (un miliardo e mezzo delle vecchie lire), una buona parte già spese per il mega stand al Vinitaly, “offerte” loro malgrado dai contribuenti alla causa della promozione del TrentoDoc.

Di fronte a questa evidenza, dopo essermi letto le domande senza risposta dell’intervista inesistente che Trentino wine blog avrebbe voluto rivolgere al “direttore” del TrentoDoc, domande che sono state riprese in una interrogazione al Presidente della Provincia presentata da un Gruppo Consigliare, e dopo aver cercato di leggere in fondo senza addormentarmi il Piano operativo 2012 per “La promozione del settore vinicolo spumantistico e grappicolo del Trentino” Piano operativo, e un’altra notiziola pescata sul Corriere del Trentino del 27 marzo, relativa ad altri fondi pubblici, altri 330 mila euro, stanziati da Trentino marketing (Società di marketing territoriale del Trentino) e dalla Trentino film commission per finanziare un film di argomento vinoso che sarà girato in provincia di Trento, mi sono deciso a porre la classica semplice domanda retorica.
Il fatto che uno dei principali competitor del panorama del metodo classico italiano, forte di nove milioni di bottiglie prodotte (oltre la metà appannaggio di un fortissimo marchio presente nel canale horeca nonché in quello della Grande Distribuzione Organizzata), goda, a differenza degli altri soggetti, che non ne usufruiscono, di un finanziamento pubblico per la promozione, non costituisce forse – sarebbe interessante conoscere in merito l’opinione dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato che per mandato “garantisce il rispetto delle regole che vietano le intese anticoncorrenziali tra imprese, gli abusi di posizione dominante e le concentrazioni in grado di creare o rafforzare posizioni dominanti dannose per la concorrenza” – una forma di turbativa di mercato?
E se anche non fosse materia da Garante, non è quantomeno singolare, assurdo, ed eticamente scorretto, che uno dei soggetti che agiscono sul mercato del metodo classico possa contare, per farsi conoscere, per promuovere iniziative di comunicazione e di marketing, su un aiuto, su contributi pubblici, che agli altri soggetti in campo, penso all’Alta Langa Docg, all’Oltrepò Pavese Docg, al Franciacorta Docg, per citare solo gli “champenois” che contano su una denominazione d’origine, non sono erogati?
Basta leggere qui per capire come stanno le cose: “Fino alla fine del secolo scorso (!) i produttori, spumantisti compresi, co-finanziavano al 50% la pubbli-promozione da loro decisa (e le cose funzionavano); dal 2000 in poi i costi se li è accollati pressoché tutti l’ente pubblico (e le cose hanno funzionato fino ad un certo punto)”.
Non è moralmente (ma si sa bene che nel commercio l’etica non esiste e che business is business ad ogni costo) ingiusto un privilegio del genere?
E cosa ne pensano i consumatori, gli appassionati di metodo classico, che ormai in tanti ci ripetono che non dobbiamo chiamare “bollicine”, di questo singolare stato di cose?

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Dedicato a chi ti insulta e pensa di avere ragione. Oltrepò Pavese e dintorni

Voglio dedicare questo semplice pensiero, sintetico, preciso e ricco di significati, dal titolo Apologizing, che tradurrei Scusarsi o Delle scuse, ai vari personaggi, che a diverso titolo e con vari ruoli, alcuni senza assolutamente conoscermi, sentendosi liberi di gettare fango sulla mia persona e sulla mia professionalità, hanno pensato di insultarmi in quella bellissima terra, piena di gente operosa e perbene (anche nel mondo del vino) che è l’Oltrepò Pavese.
Le parole racchiuse in quel pensiero che compare nell’illustrazione del post e che del post è la parte dominante penso dicano tutto del loro comportamento e del loro modo di pensare.

Una cosa è chiara e lo sanno anche i bambini: non c’è da vergognarsi o avere paura a chiedere scusa quando si è sbagliato e tutte le evidenze fanno capire che si è compiuto un errore. Le persone oneste e perbene, con la coscienza a posto, possono farlo tranquillamente, a testa alta. Soprattutto quando riescono a fare ragionamenti, guidati dal buon senso, che portano a considerare gli interessi generali senza considerarsi l’ombelico del mondo…
Perché, come dicevano i latini, “errare humanum est, perseverare autem diabolicum”… E come diceva Livio “venia dignus est humanus error

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