Sui Rosé meglio Champagne o Franciacorta? Sfida all’ultima bollicina

Il 26 agosto l’ardua risposta!

Non bisogna essere per forza frequentatori di osterie o bettole o, peggio ancora, di fumosi e rumorosi Bar Sport, per lanciarsi a volte in scommesse e sfide.

Di mezzo non ci sono cavalli, campioni o pseudo tali di calcio, donne o chissà che ma, che palle!, sempre i soliti discorsi, vini, o meglio ancora bollicine, bubbles, bulles. Naturalmente méthode champenoise, pardon, metodo classico, perché gli Charmat, Asti e Moscato d’Asti a parte, non mi sfrizzolano più di tanto il velopendulo.

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Bene i controlli sul Prosecco, ma quando anche quelli in Franciacorta?


Gentile Consorzio Franciacorta, vuole cortesemente illuminarci?

Non sono notoriamente un fan del Prosecco (soprattutto quello Doc, mentre sono vagamente più possibilista, circa la qualità, su quello storico Docg, targato Conegliano Valdobbiadene e Asolo) che ho definito un prodotto mediocre, figlio di tempi mediocri, apprezzato da gente mediocre, ma quando leggo notizie come questa ,che vi invito a leggere con attenzione, mi inchino e mi tolgo tanto di cappello al mondo proseccaro o prosecchista.

In sintesi, la Tribuna di Treviso riferisce che “Il Ministero delle politiche agricole scatena la caccia al Prosecco “annacquato”, e annuncia controlli intensificati nelle cantine di tutta la denominazione. Un piano di controlli straordinari, in accordo con i Consorzi di Tutela, che mai si era verificato nel recente passato. Secondo i tecnici dell’Ispettorato Repressione Frodi, infatti, questa annata presenta caratteristiche ad alto rischio per quanto riguarda l’originalità del prodotto.

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E Terre d’Oltrepò torna nell’occhio del ciclone…

E questi dovrebbero essere i salvatori di La Versa?

Apprendo questa notizia, quella riportata in questo articolo della cronaca di Pavia del quotidiano Il Giorno (autrice Nicoletta Pisanu: chapeau!) e mi prende un vorticoso (gentile Signore, scusatemi il francesismo) giramento di coglioni! Ancora una volta el Cantinun, la maxi cantina di Broni, quella che secondo qualche pirla (a dire metà del suo nome) costituirebbe il fiore all’occhiello, la salda boa, il produttore di riferimento di quella terra meravigliosa e folle che è l’Oltrepò Pavese, si trova nell’occhio del ciclone.

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Cà del Bosco: è quella del banale Prestige o quella del Dosage Zero?

Una doppia identità aziendale che mi lascia sempre più perplesso

Certo che è singolare l’atteggiamento, produttivo e quindi di mercato, della più nota azienda produttrice, la migliore, secondo una certa logica, la più prestig(e)iosa, da ogni punto di vista, di una nota zona spumantistica bresciana. Zona che, accidenti a me, non mi ricordo mai come si chiama, ah, ecco, Franciacorta!

Sto parlando della Cà del Bosco di Erbusco. L’azienda, creata da Albano Zanella e da sua moglie Annamaria Clementi, due persone straordinarie, che l’affidarono in giovane età, pur facendolo seguire da tutori importanti come uno chef de cave proveniente dalla Champagne, al loro figlio Maurizio. Mio coetaneo, io di settembre, lui dei primi di novembre, del fatidico 1956.

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Ancora bollicine wine tour: domani in Oltrepò Pavese et à suivre…

Nella zona spumantistica bresciana (ma come si chiama?)

Beh, diciamo che ieri mi sono divertito e ho fatto la mia parte (non é ancora finita la giornata e devo ancora terminare un articolo importante) occupandomi non di vino, bensì di politica. Della difesa del nome, del ricordo, dell’onore di un martire della violenza politica, di una vittima innocente del comunismo assassino. Parlo del 18enne SERGIO RAMELLI e dello sfondone, dell’imprudenza fatta dal collega giornalista David Parenzo durante l’ultima puntata della La Zanzara – Radio 24 quella di venerdì scorso.
E allora penso di essermi meritato e di godermi giustamente, da solo, perché mon Amour est encore en France e ritornerà in Italia solamente martedì e causa mia impegni tornerà tra le mie braccia solo giovedì, questa bottiglia splendida e splendente parafrasando Donatella Rettore (do you remember?) meravigliosa nella sua turgida essenza… Ma che diavolo faccio? Parlo come un Luca Maroni qualsiasi? Oh, mon Dieu!?

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E anche Cernilli infine riconobbe che.. Il Prosecco è una boiata pazzesca!

Due settimane, tra clamori vari, minacce di querela da parte di stolidi e storditi proseccari, l’avevo scritto io che il Prosecco (Doc o Docg, le differenze non sono poi granché), salvo rare eccezioni, è un vino mediocre. Che piace e ha successo tra i mediocri. In tempi mediocri.

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Cuvée Alma a 34,70 sterline e Champagne Charles Heidsieck a 36: dove sta il trucco?

Da Londra utili spunti di riflessione per i consumatori bollicinosi

Piccolo compitino vinoso e bollicinaro per il fine settimana. Un semplice quiz. Innanzitutto la cornice. Siamo a Londra, nell’elegantissimo, carissimo quartiere, posto da straricchi, di Mayfair, e nell’enoteca che sognare il mondo fa (se si hanno tanti soldi da spendere, qui puoi toglierti tutti gli sfizi, ma proprio tutti. Parlo solo di vino, ovviamente…). Siamo da Hedonism wines, in Davies street.

Finora ci sono stato solo due volte da Hedonism, ma ci ho già trascorso alcune ore, di studio e contemplazione.

Le fotografie che vedrete di seguito le ho scattate proprio girando tra gli scaffali di questa Bengodi enoica, di questo paradiso per tutti gli amanti di Bacco. Quelli di Venere, come io confesso di essere (perché la carne è debole, e mi spiace tanto per i vegani) si rivolgano altrove…

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Perché i migliori Champagne dobbiamo berceli da soli



Senza condividerli con le nostre adorate Lei…

Vogliamo finalmente dire una verità antipatica, ma assolutamente vera, altrimenti non sarebbe la verità (cit. Monsieur de la Palice) sul rapporto tra Champagne e donne?

Vogliamo dirlo che é una clamorosa mensonge il fatto che lo Champagne si debba berlo, on doit le partager, avec Elle?

Ma dove sta scritto che le migliori Cuvée de Prestige (occhio, non sto parlando di uno spumantino bresciano, parlo di Champagne!) dobbiamo stapparle e, posso dirlo?, lo dico, sprecarle, condividendole con la nostra Amata?

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Franciacorta: belle intenzioni e ambizioni, ma schemi mentali ancora provinciali

Riflessioni dopo il Decanter Sparkling wine tasting in London…

Leggo sul numero uno di Bubble’s Italia, una nuova rivista del vino di argomento bollicinaro, diretta ed edita dagli amici Giampiero Comolli e Andrea Zanfi, rivista dalle grandi ambizioni che mi auguro non rimangano tali (per completezza dell’informazione: mi hanno offerto di collaborare ma sono sinora rimasto alla finestra, avendo trovato non molto appealing le proposte nonché la prospettiva della coesistenza con alcuni collaboratori della rivista, che disistimo…),  una riflessione del più noto e mediatico dei bollicinari franciacortini, Maurizio Zanella, personaggio simbolo della Cà del Bosco, e uomo del vino che frequento dal lontano 1984.

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Il Prosecco tira la volata alla Franciacorta in UK? Ma quando mai!


Ho letto, trasecolando, un articolo, on line, della rispettabilissima testata britannica The Drink Business, un articolo, di grande fantasia, che sostiene una tesi a mio avviso lunare.

Domanda: ma dove potrà andare la Franciacorta e quali risultati potrà portare a casa, parlando di export, di vendite all’estero, se non un pirla qualsiasi, ma il vice presidente del Consorzio Franciacorta, il vecchio amico (ora per lui non lo sarò più, amen) Silvano Brescianini sostiene tesi insostenibili come questa, ovvero sia che il successo del Prosecco in UK spianerebbe la strada al successo in Regno Unito del Franciacorta? E che il Prosecco non sarebbe un nemico, un concorrente diretto delle “bollicine” metodo classico prodotte in provincia di Brescia.

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Taittinger (Maison de Champagne) pianta 70 ettari nel Kent per produrre sparkling wines

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Anche in Francia business is business…

E’ proprio vero che nel nome degli affari, anche se in questo caso si dovrebbe utilizzare il termine anglosassone business, anche i nostri cugini francesi ormai, proprio come fanno da tempo senza problemi parecchi “spumantisti” italiani, non si fanno più scrupoli di alcun tipo e badano al sodo. Perché anche per loro “les affaires sont les affaires”…

Se il mondo si ostina a chiamare, fregandosene altamente delle distinzioni, se siano metodo classico oppure Charmat, della storia e della tradizione dei terroir d’origine, le loro “bollicine” semplicemente “spumanti”, “sparkling wines” oppure “vins effervescents”, mettendo insieme allegramente tutto in un grande calderone, perché mai loro dovrebbero continuare a fare i puristi, a distinguere e distinguersi?

Accade così, ne ho scritto recentemente anche qui, che nella patria dello Champagne, che qualcosa di diverso e di peculiare rispetto alle altre “bulles” mi sembra proprio continui ad averlo, un qualcosa che andrebbe sottolineato e valorizzato, dei francesi possano arrivare ad organizzare, in giugno a Parigi, Bulles Expo, il primo “Salon mondial des vins effervescents”, un qualcosa che definiscono tranquillamente come “un evento che ambisce ad essere una grande vetrina mondiale di Champagne, Crémants, Cava, Prosecco, Lambrusco, sparkling…”.

Cos’abbiano in comune Champagne, Lambrusco e Prosecco è un mistero che lascerò agli organizzatori, se ne sono in grado, il piacere di spiegare (guarda caso, degli italiani citano le due bollicine prodotte in autoclave più popolari, anche in Francia, guardandosi bene dal citare i veri omologhi, anche se molto più in piccolo, dello Champagne, i metodo classico Doc e Docg…), e penso che altre prove dell’internazionalizzazione dei francesi non manchino.

Ne troviamo traccia anche nella filiera produttiva champenoise e nella stampa transalpina, dove, articolo che ho scoperto solo di recente, pubblicato non da un giornale qualsiasi, ma dall’autorevole (come si suole dire) Le Monde, possiamo leggere che “les vins pétillants anglais s’affirment de plus en plus comme un concurrent sérieux du champagne français”. E lo si scrive sfidando il ridicolo, il fatto che i numeri dello Champagne nel 2015 parlino di oltre 312 milioni  di bottiglie spedite, contro i 4 milioni di pezzi degli sparkling wines britannici ai quali non su un quotidiano britannico, ma sul più celebre dei quotidiani transalpini, si vuole evidentemente tirare la volata.

L’articolo di Le Monde, che ci racconta come nel 2014 nel Regno Unito le vendite di english sparkling wines fossero cresciute del 27%, mentre quelle dello Champagne erano progredite solo del 5% (portando a quota 32.675.232 l’ammontare delle bottiglie, che sono diventate con un ulteriore incremento pari a oltre 34 milioni di bottiglie nel 2015) prende lo spunto dalla notizia che una delle più importanti Maison de Champagne, la Taittinger di Reims, produttrice di una celeberrima cuvée de prestige come il mitico Comtes de Champagne, ha annunciato di aver acquistato 69 ettari di vigneto non in Champagne, bensì nel Regno Unito, nel Kent. Sarà così la prima maison de Champagne a produrre (e speriamo che qualche disinvolto wine writer non arrivi a chiamarlo Champagne…) sparkling wines in terra britannica.

Taittinger

Perché la famiglia Taittinger abbia fatto questa scelta (che non è priva di aspetti affascinanti dal punto di vista vitivinicolo ed enologico, e che comporta utilizzare il savoir faire e l’esperienza champenoise per produrre in un’altra situazione vini della stessa tipologia dello Champagne) è presto detto. Come ha detto chiaramente il presidente del gruppo, Pierre-Emmanuel Taittinger, per business: un ettaro di vigneto nel Kent costa 80 mila euro, un ettaro nel cuore della Champagne venti volte tanto…

E rifiutando la visione, un po’ confusa, dell’articolista di Le Monde, secondo il quale lo Champagne sarebbe ormai “sotto la pressione inglese” (con 4 milioni di bottiglie inglesi contro oltre 300 francesi…), Monsieur Taittinger ha giustificato la scelta di piantare Chardonnay, Pinot noir e Pinot Meunier in terra britannica e di ottenerne dei metodo classico, come un’operazione puramente economica, come un investimento vantaggioso in un mondo completamente diverso i cui numeri crescono – la superfice vitata in UK è raddoppiata rispetto al 2007 e dovrebbe raddoppiare da qui al 2020 – ma non possono pensare a fare concorrenza allo Champagne.

Taittinger, fedele alla regola del business, continuerà ad essere tra i simboli dello Champagne, ma considerato che la produzione di “vins mousseux” (come lui stesso li definisce) cresce nel mondo ha pensato di inserirsi in questo mercato. Scegliendo di produrre in una terra la cui immagine e le possibilità di mercato sono in crescita.

Affaires
Un’operazione non dettata dalle preoccupazioni per il “global warming”, che consiglierebbe anche a chi operando in Champagne è già a nord, di spostarsi ancora più a nord, ma da motivazioni economiche, perché anche in Francia, business is business, of course… E les affaires sont les affaires, come diceva in una sua celebre commedia Octave Mirbeau

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Per le “bollicine” anche in Francia è scoccata l’ora dei “vins effervescents”

VinsEffervescents
Tutti insieme allegramente in giugno a Parigi al salone Bulles Expo

Se pensavate che solo l’Italia fosse il meraviglioso Paese dove nel nome del confuso e indifferenziato concetto di “spumanti” si arrivano a mettere insieme, in uno stesso contenitore, vini con storia, identità, modalità di produzione profondamente diverse, per non parlare del tipo di uve utilizzate, dei costi di produzione, e delle caratteristiche delle zone di produzione, come i metodo classico e gli Charmat-Martinotti, bene, arrendetevi. Questa allegra confusione viene fatta ormai anche in Francia e nei Paesi di lingua francese come il Canada.

La parola d’ordine, equivalente del nostro “spumanti”, è “vins effervescents”, che tecnicamente si appoggia alla definizione enologica secondo il quale si tratterebbe di “un vino contenente una concentrazione in gas (diossido di carbonio) sufficiente per conferirgli bollicine e schiuma all’apertura della bottiglia, almeno una sensazione di pizzicore una volta in bocca”, e l’ennesima dimostrazione di questo uso ormai diffuso anche nella terra francese arriva da due episodi.

Sul suo blog Monsieur bulles Guénaël Revel  un giornalista francese che vive nel Québec e che si occupa prevalentemente di bollicine di tutto il mondo, ha recentemente pubblicato un post, dove ci informa che “il consumo di vins effervescents” (che tradurremmo come vini effervescenti o vini spumanti) continua a crescere nel mondo, con una crescita nel decennio 2005-2015 del 4,1%, cui fa fronte un consumo di vini tranquilli che non supera l’1,3%”.

E nel prosieguo dell’articolo Revel non ha problemi a mettere allegramente insieme “champagne e mousseux”, – che rappresenterebbero il sette per cento del consumo globale di vino nel mondo, ad informarci che la Germania è il primo Paese consumatore di “bollicine”, nel mondo, davanti alla Russia e agli Stati Uniti, e che la Francia, testuali parole, “è il primo produttore di vins effervescents nel mondo, di cui 2/3 sono rappresentati dallo Champagne”.

Messi insieme nel calderone “effervescents” vini d’ogni tipo l’autore dell’articolo tocca un punto centrale facendo notare che il prezzo medio di un “vin mousseaux AOC” è di 4,8 euro la bottiglia in Europa, ovvero, 3,5 volte meno elevato dello Champagne.

E sebbene consapevole dei motivi di questa differenza, Revel non ha alcuna difficoltà a continuare a mettere insieme cose che di comune hanno solo les bulles, sostenendo che rappresentano la festa, la condivisione e la fuga dai pensieri. E in un mondo che continua ad accumulare le crisi economiche che colpiscono soprattutto le classi medie quest’ultime trovano consolazione in “cava, prosecco, crémant, sekt”, sostituti del modello champenois, che in qualche modo li avrebbe creati.

E cosa si fa allora, invece di distinguere nettamente, di raccontare le differenze, sostanziali, che esistono tra questi diversi vini con le “bulles”? Si parla e si scrive genericamente di “vins effervescents”, e accanto al già esistente Concorso Effervescents du monde dove gli Champagne si vedono giudicati e premiati accanto a Brut brasiliani, peruviani, a Blanquette de Limoux, a Cava e Brut sudafricani, valutazione che viene data non in base alla territorialità, ma al loro comune essere vins effervescents, ci si inventa, perché il business è business, anche in Francia, un nuovo salone dedicato loro.
BullexExpo

Proprio su un sito Internet di una banca, il Crédit agricole du Nord Est, specializzato in analisi economiche relative alla filiera champenoise si comunica che il 20-21 giugno a Parigi, “per corrispondere ad un mercato mondiale dei vini effervescenti in piena crescita”, aprirà le porte la prima edizione di Bulles Expo, “un evento che ambisce ad essere una grande vetrina mondiale di Champagne, Crémants, Cava, Prosecco, Lambrusco, sparkling…”. Sono attesi da 250 a 300 espositori. Per maggiori informazioni: http://www.bulles-expo.com/

Si noti come nel nome dei “vins effervescents” si mettano assieme, in una comunicazione in francese, Champagne, Prosecco e Lambrusco (è casuale o voluto che non vengano citate le varie denominazioni del metodo classico italiane, le uniche che avrebbero qualcosa in comune, uve e metodologia di produzione , con lo Champagne?), e come la confusione, e la cattiva informazione nei confronti del consumatore regnino sovrane…

Che pedanteria, dirà qualcuno, in fondo non sono sempre e comunque “bollicine” e “spumanti”?

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A proposito del falso Champagne sequestrato dalla Guardia di Finanza in Veneto

Uomomordecane
Una sorprendente precisazione del Presidente del Consorzio di tutela della DOC Prosecco

E’ proprio vero che non ci sono più le stagioni di una volta (e non perché non piove e non nevica), ma perché tante cose vanno in maniera bislacca. O addirittura in maniera del tutto contraria rispetto al solito.

Le scuole di giornalismo insegnano che la vera notizia non è che un cane morda un uomo, ma quando avviene un rovesciamento di ruoli, ed è l’uomo che morde il cane.

La notizia che hanno dato ieri, con grande rilievo, diversi quotidiani del Veneto, dal Gazzettino al Corriere del Veneto alla Tribuna di Treviso, è davvero una falsa notizia, perché la vera notizia, come spiegavo sopra, non sarebbe quella di “Bollicine trevigiane spacciate per tipicissime bollicine francesi”, o “la Finanza sequestra bottiglie di prosecco”, ma di bottiglie apparentemente di prosecco, contenenti in realtà Champagne. Quello sì sarebbe il vero uomo che morde il cane!

Il fatterello che hanno raccontato, non per fare scandalismo o con la volontà di danneggiare “un sistema produttivo virtuoso”, diversi quotidiani locali veneti e alcuni nazionali, è in realtà una non notizia, perché è plausibile, nonostante la vorticosa crescita commerciale conosciuta dal prosecco negli ultimi cinque anni, che qualche “furbetto”, anzi, per chiamarlo con il suo nome, qualche truffatore possa pensare di spacciare per Champagne un vino che in realtà non lo è. E che sicuramente costa meno e avrebbe consentito, se questa operazione non fosse stata smascherata, interessanti margini di guadagno. La notizia sarebbe quella di un pazzo che usasse bottiglie di prosecco e ci mettesse dentro Champagne, spacciando Champagne per prosecco…

Sono stati diversi organi di informazione attivi nella regione che è terra d’origine del prosecco, a scrivere, con ogni probabilità perché gli organi inquirenti ed i risultati dell’inchiesta hanno appurato questa evidenza, che il “falso champagne Moet & Chandon” fosse “in realtà prosecco”. Nessuno, non certo la Guardia di Finanza, o chissà chi, ha voluto mettere in atto una campagna denigratoria nei confronti del Prosecco inteso come vino a denominazione d’origine. Che, in qualsiasi sua forma e denominazione è un vino che merita rispetto, che rappresenta un sistema, articolato e complesso, un sistema che non ha alcuna responsabilità se un cialtrone mette in piedi una truffa spacciando per Champagne un vino che Champagne non è e non sarà mai…

Giornali come Il Gazzettino, il Corriere del Veneto, la Tribuna di Treviso, o, a livello nazionale, il Messaggero, hanno semplicemente fatto il loro dovere di fare informazione e dare una notizia – anche se non si tratta di una vera notizia: nessun uomo che morde il cane… – raccontando che “la Guardia di Finanza di Padova ha sequestrato 9.200 bottiglie di falso champagne Moet & Chandon (in realtà Prosecco), 40.000 etichette e 4.200 scatole, tutte recanti indebitamente il marchio del celebre vino francese”.

In nessuno di questi articoli, reperibili facilmente su Internet, sono stati chiamati sul banco degli accusati il sistema produttivo Prosecco, i produttori, il Consorzio, le varie denominazioni, che fanno egregiamente e con successo il loro mestiere, ma, molto più semplicemente, la stampa si è limitata a riferire che qualcuno spacciava un vino, meno prestigioso e diventato molto popolare, per un altro più prestigioso. E facendo così compiva un reato di truffa.

Non capisco perciò per quale motivo, in una “Nota di precisazione del Sistema Prosecco in merito all’utilizzo del termine PROSECCO per definire uno spumante” prontamente diffusa alla stampa, il Presidente del Consorzio di tutela della DOC Prosecco, Stefano Zanette, si sia definito “indignato di fronte al fatto che si usi ogni pretesto per parlare di Prosecco, anche a  sproposito. Come oggi. Ancora una volta la nostra Denominazione viene tirata in ballo da chi ne parla senza cognizione di causa, senza consapevolezza del danno enorme generato nei confronti di un sistema produttivo virtuoso e soprattutto senza pagarne le conseguenze”.

Denominazione? Si potrebbe gentilmente sapere in quale articolo si sia parlato di prosecco se non in termine generico senza tirare in ballo e riferirsi esplicitamente al Conegliano Valdobbiadene Prosecco Docg, all’Asolo Prosecco Docg e al Prosecco Doc?

FalsoChampagne

Da quello che ho letto negli articoli pubblicati sui vari giornali veneti, non sono stati i vari “gazzettieri” a tirare in ballo il termine prosecco, ma sono state le indagini e gli inquirenti ad accertare e riferire loro che non di Moet & Chandon si trattava ma di un vino che i vari giornali nei titoli e negli articoli hanno definito genericamente “prosecco” (con la maiuscola e non).

Pertanto mi sembra un po’ fuori misura quanto espresso nella “nota di precisazione del Sistema Prosecco”, in particolare il passaggio dove “il Presidente Zanette rivolge quindi un accorato appello in particolare agli Organi di Informazione affinché si premurino di verificare esattamente i termini da utilizzare nell’affrontare qualunque questione che rimandi al Prosecco”, e la chiusura, laddove il Presidente riferisce di aver “conferito immediatamente mandato ai nostri legali di ricorrere alle vie legali contro chiunque usi informazioni non corrette diffamando un prodotto di eccellenza del made in Italy”.

Nella nota del Sistema Prosecco viene ribadita un’evidenza, ovvero che “il PROSECCO – per definizione – è solo quello certificato ovvero che ha richiesto e ottenuto il contrassegno di Stato emesso dalla Zecca. Quindi il vino sequestrato non può in alcun modo essere identificato con il Prosecco che è una denominazione e non una varietà”. Difatti nessuno negli articoli “incriminati” si è sognato di parlare di Prosecco Doc o Docg, ma di prosecco, ovviamente non certificato, in genere…

Ricordando, en passant, al Presidente Zanette che si è considerata l’uva prosecco come una varietà di uva, quindi un vitigno, fino “all’altro ieri”, quando si è deciso di riservare il termine Prosecco alle denominazioni Doc e Docg e usare Glera come nome di vitigno, e prendendo atto che il Mattino di Padova nel dare la notizia non ha fatto alcun riferimento al termine “prosecco”, parlando solo di bollicine, di “spumante”, di “falso Champagne”, non mi sembra che l’informazione nel parlare di questa vicenda, abbia dato cattiva prova di sé e abbia parlato, pardon, scritto, “a sproposito”.

Ritengo anzi, qualcuno ha dato prova di grande “prudenza”, scrivendo di “vino bianco di Valdobbiadene venduto come champagne Moèt & Chandon”, il TG regionale della Rai ha invece parlato tout court di “prosecco” – che anche se nessuno si è sognato di tirare in ballo le diverse denominazioni del Prosecco, si sia fatta un’informazione legittima e corretta, anche quando, vedi Belluno press, oppure ancora Corriere del Veneto, pagine di cronaca di Padova, si è citata la dichiarazione, a mio avviso pienamente condivisibile, di un politico, il consigliere regionale del PD, Andrea Zanon, secondo il quale “quanto è emerso dal sequestro, eseguito dalla Guardia di Finanza in provincia di Treviso, di bottiglie di prosecco spacciate per Champagne di marca, dimostra quanto possa diventare controproducente che la Regione continui a spingere al massimo sull’acceleratore sull’impianto di nuovi vitigni di prosecco”.

Di nuovi impianti di prosecco, pardon, Glera, sembra proprio non ci sia bisogno… Piuttosto, direi, di maggiore tolleranza nei confronti della stampa, che avrà pure il diritto di raccontare ai lettori quello che succede senza incorrere nelle ire del presidente di qualche consorzio vinicolo…
O dobbiamo forse leggere la “Nota di precisazione del Sistema Prosecco in merito all’utilizzo del termine PROSECCO per definire uno spumante” (titolo un po’ macchinoso…) come un garbato invito a citare la parola “prosecco”, con o senza la p maiuscola, esclusivamente per celebrare le gesta delle denominazioni prosecchiste?

A proposito: dobbiamo accontentarci di chiamare “spumante” e basta, al massimo “vino bianco spumante”, il vino che si trovava nelle false bottiglie di Moët & Chandon“ o possiamo, se il dottor Zanette ce lo consente, e soprattutto non si adira, chiederci di che spumante, prodotto dove, con quali uve e da chi, si trattasse? Possiamo saperlo o chiedendocelo parliamo “a  sproposito”?

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Buone notizie per le bollicine: quest’anno niente svendite come a fine 2014

Freccia_SuRicordate, era lo scorso ottobre, l’annuncio dato su questo blog dell’avvio della stagione delle “bollicine in svendita” e l’invito a segnalarmi prezzi scandalosamente bassi di “bollicine” metodo classico avvistati qui e là in giro sugli scaffali?

A pochi giorni dalla fine del 2015 sono in grado di poter dire, a lume di naso, ma credo proprio di non sbagliarmi, che negli ultimi tre mesi dell’anno appena trascorso non si siano ripetute le svendite che mi era toccato, per completezza dell’informazione, segnalare su questo blog sul finale del 2014 e nei primi mesi dell’anno successivo.

Posso arrischiarmi a fare questa valutazione basandomi su alcuni criteri di una qualche fondatezza: la rarità delle segnalazioni arrivatemi dai lettori (che nel 2015 su Lemillebolleblog sono ancora aumentati, come attestano i dati di Google analytics) relative a prezzi super bassi; il mio controllo sistematico dei volantini con le promozioni e gli sconti delle più importanti catene della GDO, su carta a Bergamo e Brescia, in Rete in altre zone, il controllo diretto degli scaffali e dei prezzi in molti punti vendita della Grande Distribuzione a Bergamo e in altre città della Lombardia. Ed infine due parole scambiate telefonicamente con personaggi che della vendita di vino sanno tutto.

Senza spacciarmi, cosa che non sono, per grande analista economico, ma semplicemente basandomi sul buon senso, posso azzardarmi ad attribuire la rarefazione del fenomeno “bollicine in svendita” (sto riferendomi solo ai metodo classico, non parlo del fenomeno, che ha logiche del tutto diverse, del Prosecco), a queste cause:

sono andate esaurite quelle scorte quel sovrappiù di produzione che pesava in alcune cantine un anno fa, e che aveva indotto taluni a scegliere la strada del prezzo molto basso. Inoltre con ogni probabilità hanno finito di circolare bottiglie che venivano da fallimenti, che erano state acquisite a prezzo basso e che hanno ugualmente consentito, una volta trasformate in bottiglie con marchi di fantasia, margini di guadagno anche una volta poste in vendita a prezzi ultra bassi. Una volta libere da quelle “palle al piede” quelle aziende non hanno più dovuto ribassare a tutto spiano;

le vendite nel 2015 sono andate meglio che nel 2014, l’economia, dicono, è in ripresa, e quindi i prezzi, salvo rarissime eccezioni, hanno potuto ritornare ad essere quelli che ci si attende da un metodo classico, da un vino che come minimo ha trascorso un anno di affinamento in cantina e che determinati costi di produzione, e non da uno charmat;

per alcune denominazioni in particolare l’export 2015 ha visto un interessante incremento e quindi vendendo bene sui mercati esteri un quantitativo crescente di bottiglie è venuta meno l’eventuale ipotesi di venderli a prezzi bassi e con super offerte come accadde nel 2014;

Credo poi che abbiano avuto un ruolo anche motivazioni di carattere psicologico, ovvero è cresciuta, in chi svendeva e in chi acquistava e poi vendeva a prezzo basso, da un lato la consapevolezza che la svendita alla fine finisce per arrecare un danno generale all’immagine delle denominazioni cui facevano parte le bottiglie delle aziende che avevano scelto un prezzo da liquidazione e l’appeal della stessa politica del prezzo basso praticata da una minoranza di soggetti finiva con l’essere sminuito e contraddetto dal prezzo “normale” proposto dalla maggioranza.

Sicuramente poi ci saranno altre motivazioni molto più tecniche e raffinate, alla base del ridotto manifestarsi del fenomeno “metodo classico in svendita”, ma credo di non essere andato lontano dal vero con le mie semplici osservazioni dettate dall’esperienza.

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Cosa stappare per l’ultimo dell’anno? Due teorie diverse a confronto

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I grandi vini meglio non sprecarli con il botto di San Silvestro

La domanda su quale bottiglia scegliere per la rituale stappatura di San Silvestro domina già da giorni le discussioni tra gli appassionati di bollicine. Ognuno ha la propria personale soluzione e tiene gelosamente in serbo la cuvée, francese, italiana, spagnola, da sfoderare a sorpresa in base a motivazioni che tiene gelosamente segrete.

Motivi che possono essere legati ad un gusto personale, ad un particolare ad una marca o ad una cuvée, ad una tipologia, oppure a ricordi legati a quel vino che si intendono ritrovare. O semplicemente il desiderio di bere quella stessa bottiglia con una determinata persona con cui la si era bevuta anni prima.

Ognuno di questi criteri di scelta ha una propria innegabile validità – ha ragione chi sceglie Franciacorta e ne ha altrettanta chi sceglie Champagne o Trento – ha motivazioni solide sia chi opta per un Brut che per un Pas Dosé o un Rosé – ma si tratta di criteri che diventano ancora più fondati se la scelta è legata ad un abbinamento gastronomico, se la bottiglia di bollicine, soprattutto se pregiata, blasonata, costosa, verrà stappata e gustata e apprezzata in tutte le sue sfumature nel corso di un cenone. Un cenone che magari la ponga al centro dell’attenzione e faccia sì che la parte gastronomica sia studiata in base al vino scelto, per farlo brillare ancora di più di luce propria.

Completamente diversa la situazione se invece di pensare a stappare, gustare e apprezzare l’obiettivo è il botto (cosa assai differente da una normale stappatura) da count down della mezzanotte del 31 dicembre. Una prassi che quasi mai rispetta le regole di un corretto servizio e di una giusta valorizzazione del vino, ma punta ad ottenere un festoso rumore, con tanto di tappo che salta e spuma che fuoriesce copiosa dal collo della bottiglia.

punto-interrogativo-e-pensatore

Sprecare un grande vino per un’operazione del genere, che non mi permetto di biasimare e che ha una sua logica ampiamente condivisa, mi sembra completamente fuori luogo e pari ad un vero e proprio spreco. Più sensato, senza voler togliere valore ad un tipo di vino rispetto ad un altro, optare, per questo momento ludico, per “bollicine” più ordinarie, selezioni meno pregiate, di modo che la qualità non venga sacrificata passando inosservata nel momento rumoroso, caciarone, festosissimo, dell’arrivo del Nuovo Anno.

Una situazione di baldoria generale nella quale non si stanno certo lì a valutare le sfumature aromatiche, la finezza del perlage, l’armonia generale della cuvée, ma è la festa a dominare.

E poi, scusatemi, vorrete mica comportarvi, all’alba del 2016, come un neomiliardario russo che stappa magnum di Crystal per il puro piacere di farsi notare e di dimostrare che ha tanti soldi da permettersi “performances” (di dubbia eleganza e signorilità) simili?

Ad ogni modo, qualsiasi bottiglia scegliate per brindare, auguri!

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