Aprile, ripartono le spedizioni di Champagne?

Freccia_SuContrordine, verrebbe voglia di esclamare correggendo la rotta rispetto a quanto riferito in questo post relativo all’andamento delle spedizioni di Champagne, in Francia e nel mondo, nel primo trimestre 2013. Con un’inversione di tendenza netta, come racconta sempre il documentatissimo blog francese Champagne un monde de bulles in questo post, sembrano ripartire con nuova lena le vendite del celeberrimo méthode champenois transalpino.
Nel mese di aprile 2013, forse anche per merito dell’effetto Pasqua (31 marzo) o di una nuova fiducia (o di una disperazione, visto l’andamento della crisi economica, che inviterebbe a bere e brindare, come sul Titanic, per dimenticare…), le spedizioni di Champagne hanno toccato quota 20,1 milioni di pezzi, il che significa un incremento del 6,3% rispetto ai dati dell’aprile 2012.
Crescono moderatamente, del 5,6%, le spedizioni in Francia, ma crescono a doppia cifra quelle verso i Paesi terzi, nientemeno che del 22,2%, mentre sono solo i super depressi Paesi dell’Unione Europea a fare registrare un ennesimo calo, del 6,5%. Va inoltre segnalato come un dato in controtendenza la crescita delle vendite degli Champagne dei vignerons nei Paesi dell’Unione Europea, pari al 21,3%, mentre le vendite dei vini dei piccoli produttori e récoltant manipulants sono in calo, del 7,7%, in Francia.
Da questi dati diffusi dal C.I.V.C. emerge un elemento incontrovertibile, ovvero il peso sempre maggiore che le vendite nei Paesi terzi, extra CEE, stanno assumendo nell’economia della Champagne.

 

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Altro che Charmat o metodo champenois! L’Oltrepò Pavese lancia il… metodo Giorgi!

metodoGiorgiFusion

Una cosa che non si può dire faccia difetto all’Oltrepò Pavese e al suo panorama produttivo, dove si può assistere all’autentico miracolo di un’azienda praticamente esordiente, ma con proprietari miliardari e a conoscenza di come vanne le cose nel mondo, si aggiudichi con velocità supersonica i massimi premi di guide sempre molto sensibili al nome dell’enologo consulente che all’occorrenza si occupa anche del marketing, è la fantasia.

Una fantasia, che si ripercuote nel numero quasi incontrollabile di vini ed etichette prodotte da ogni azienda, nei nomi scelti per proporre i vini e nelle etichette. Una delle aziende che primeggiano in questo scoperto modo di farsi notare (come se non avessero fiducia nei loro vini e avessero bisogno di elementi esterni per catturare l’attenzione) sono le cantine Giorgi di Canneto Pavese il cui sito Internet rappresenta una vetrina eloquente dello stile aziendale. E all’interno dell’azienda l’Oscar della creatività spetta a Fabiano Giorgi, responsabile delle vendite e del marketing e “coordinatore degli enologi dalla produzione all’imbottigliamento”, uno cui la fantasia non fa certo difetto e per il quale si potrebbe dire che una ne fa e cento ne pensa.

L’ultima pensata di Giorgi, dopo l’ineffabile Rosso Igt denominato Oltraja (una sorta di Sassicaia o Solaia oltrepadano) è il vino del discusso cantautore “maledetto” Morgan, recentemente presentato in quel di Pavia, un vino in triplice versione denominato Morgato, che sembra richiamare, in terra oltrepadana, l’esempio, se così possiamo definirlo, della linea di vini dell’altrettanto discusso fotografo Fabrizio Corona, lanciata da una cantina sicula prima che il nostro finisse ingloriosamente dietro alle sbarre.

Ma la perla della creatività giorgiesca (che pure si esprime, la mia degustazione di sabato 15 al Consorzio Vini Oltrepò l’ha dimostrato, in vini che, colori molto particolari e stravaganti dei rosé a parte, hanno una loro certa innegabile correttezza e piacevolezza), è l’essersi inventato nientemeno che un metodo di produzione, parlo di “spumanti” personale, assolutamente personale, anzi due: lo Sparkling wine Giorgi method, applicato ad un vino denominato Crudoo e, guardate la foto, il metodo Giorgi Fusion, applicato al Fusion e al Fusion Rosé.

Se voleste saperne di più su questi metodi di spumantizzazione, che pongono l’Oltrepò all’avanguardia della spumantistica internazionale e che sicuramente susciteranno l’attenzione di enologi e wine maker provenienti dal Nuovo Mondo, rinunciate a farlo consultando le schede dei vini del sito Internet dove del Brut millesimato Gianfranco Giorgi non si trova notizia e dove quando si cercano notizie sull’affinamento dei vini, anche il premiato Brut millesimato Giorgi 1870, cuvée che a seconda di quello che si legge sulla scheda dedicata sembrerebbe essere stato prodotto con uve Croatina, mentre come si legge altrove è Pinot nero in purezza, si trova la dicitura “6 mesi in vasce di acciaio inox a temperatura controllata”.

E per saperne di più sul Fusion Rosé, “spumante unico che deriva dalla perfetta fusione delle migliori tecniche di spumantizzazione e fermentazione”, una “nuova metodologia di vinificazione” che come ho appreso qui, Fabiano Giorgi non me lo racconta sulla sua vetrina Web, pare prodotto da un mix di 75% di Pinot nero e da un 25% di Chardonnay, con, riporto testualmente la misteriosa dicitura, “maturazione in parte 12 mesi in autoclave e affinamento 3-4 anni sui lieviti in bottiglia”.

Ma allora caro Giorgi, visto che lei è andato oltre Charmat e Martinotti e Dom Pérignon, perché non ci fa capire in dettaglio, perché non ci racconta e illustra il metodo che porta, ad imperitura gloria, il suo nome?

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Un aperitivo dell’altro secolo: 6 giugno 2013, Moussy, Champagne

Champagne-enuvole

L’amica sommelier gardesana Wilma Zanaglio, di cui ho proposto qui di recente una verticale franciacortina e una divagazione champenoise è appena tornata da una settimana di visite in Champagne e ha fatto tesoro di svariate emozionanti esperienze. Questo è il suo primo mirabolante resoconto relativo all’assaggio di Champagne datati, sì, avete letto bene, 1969, 1959 e 1943. Davvero un aperitivo dell’altro secolo e qualcosa di unico e di straordinario, che meritava un racconto. Buona lettura..

Jean Michel è ultima visita della giornata è il momento nel quale il gruppo comincia a rilassarsi, la discussione delle degustazioni fatte accende i toni, lo scambio delle impressioni sui vini bevuti prolunga il piacere di una nuova scoperta o di una consolidata certezza e a volte invece si va insieme alla ricerca di motivazioni per smussare una delusione … come incalliti giocatori di briscola che ripercorrono le tappe del gioco per dare forza alla vittoria o digerire la sconfitta.

Oggi siamo ospiti di un’ azienda di récoltant manipulant da 180 anni a pochi km da Epernay. Olivier  Michel, attuale proprietario, ci porta a fare una passeggiata in vigneto, due chilometri di cammino attraverso una distesa di pinot meunier – lo si riconosce dai germogli chiari, come se fossero infarinati dal gesso dei terreni e soffici come velluto- pinot noir e chardonnay, una dolce collina tonda divide Moussy da Pierry dove l’azienda ha la cantina di stoccaggio e lavorazione. I sentieri sono bianchi, sui terreni gessosi della marna oggi il caldo parla la lingua di giugno finalmente, ma la stagione è in ritardo di 2-3 settimane a causa del maltempo e questa è stata la prima settimana di sole da un mese a questa parte. In alcune zone sulla Montagne de Reims e la Côte de Blancs ha gelato una decina di giorni fa!

VignetiChampagne

 Il percorso sotterraneo della cantina, tra circa 400mila bottiglie delle tre ultime vendemmie che riposano in attesa del momento adatto alla commercializzazione, finisce davanti al tavolino del promesso aperitivo dove ci aspettano dei bicchieri che con grande piacere trovo particolarmente corrispondenti ai miei desideri mentre molto spesso – e anche nei ristoranti – sono assai deludenti: troppo piccoli troppo verticali e troppo poco capienti e  sicuramente  penalizzanti…

Olivier scompare e riappare con un vecchio cesto che contiene tre bottiglie ‘in punta’, la posizione che pone fine a tutte le lavorazioni di cantina che precedono il dégorgement.

E dice pinot meunier 100%, uve di Moussy. E dice anche mil neuf cent soixante-neuf; mil neuf cent cinquante-neuf; mil neuf cent quarante-trois.

All’inizio penso di non aver capito bene perché anche dopo una settimana di allenamento dei numeri francesi non sono mai sicura fino in fondo, soprattutto quando mi sembrano così incongruenti come quelli che ho appena sentito, chiedo conferma… ho capito bene, ci guardiamo allibiti.

VecchiefotoChamp

Olivier indossa il pastrano e il grembiule e si avvicina alla macchina per dégorgiare il ‘69 tappato ancora come si faceva una volta con un tappo di sughero a fungo tenuto con una graffetta di metallo che fa saltare con l’aiuto di una pinza…e il tappo sale assieme al deposito dei lieviti vecchio di 44 anni producendo l’amato rumore..

Versa nei bicchieri il vino che spumeggia felice, il colore è dell’oro, acceso da una luce ancora verde, tesa; velocemente il naso coglie nocciola miele acacia o caprifoglio, ma anche muschio e fungo, per poi stabilizzarsi per tutto il tempo della degustazione in modo sicuro su note di un mineralissimo idrocarburo. Alla cieca – se non l’avessi visto spumeggiare – cercherei di collocarlo in Alsazia, ma poi la bocca minerale fresca ancora sapida e coinvolgente mi sposterebbe verso l’Austria, sempre se le cremose e finissime bollicine non mi portassero inevitabilmente sulla strada giusta! Ma l’anno di vendemmia poi no, non sarebbe veramente possibile nemmeno avvicinarsi. In bocca è completo raffinato coinvolge e mette in equilibrio tutte le sensazioni con ferma e suadente grazia. Una nota dolce e distillata di Calvados chiude l’esperienza. Siamo eccitati grati sorpresi curiosi di quello che verrà.

ColoriChampvecchi

Stesso passaggio per il 1959 e velocemente l’abbiamo nel bicchiere: anche questo spumeggia come se fosse il genio della lampada che finalmente viene liberato, è meno fitto il colore ma incredibilmente vivace e brillante con la stessa luce interna del precedente.

Più orientato al frutto, un frutto fresco unito alla pietra focaia, crema pasticcera e pera, la bocca è sapida viva purissima la spuma è docile ma insistente e non smette di dare energia alla sapidità e alla freschezza. 659 mesi sui lieviti. Sono impressionata da finezza, eleganza, equilibrio. Il mio preferito, se dovessi scegliere di rifare una sola di queste esperienze sarebbe mil neuf cent cinquante-neuf.

1943! La vendemmia delle donne dice Olivier, a causa della guerra a casa c’erano donne, vecchi e bambini. Io non credo ai miei occhi: 70 anni ed ha il medesimo colore del ’59 brillante e vivo, saturo e riflessato di verde. Il naso qui apre caldo maturo con amaretto, arancia amara candita e burro. La spuma è ancora presente e in bocca è sapido e teso, leggermente amaro, cremoso e completo. Dopo poco tempo anche questa vendemmia ci mostra la sua evoluzione minerale e si spinge verso l’idrocarburo già sentito anche nel ’69. Sono andata alla ricerca di informazioni sulle vendemmie vecchie e scopro che 1959 e 1943 sono state ottime annate.

Sono vini non dosati che hanno riposato per anni sui lieviti a basse e regolari temperature, sono il risultato di lavorazioni più naturali di oggi, sono prodotti secondo concetti di rese per ettaro piuttosto elevate, allora ci dice Olivier la selezione delle uve si faceva direttamente in vigna da parte di vendemmiatori esperti.

bicchieriChampvecchi

Gli Champagne di oggi  potranno essere bevuti tra 70 anni? Anche se fossero buone vendemmie come il 2002 (sembra che ’59 e ’43 lo siano state); il ’69 potrebbe essere equiparabile al 2006 e chi sarà qui fare la sua esperienza nel 2050 potrà raccontarcelo.

A Moussy Olivier e Florence Michel ci hanno offerto un aperitivo di un altro tempo! Grazie! Grazie anche al loro importatore Lorenzo Palla della Venegazzù S.P.A. di Treviso per la grande opportunità che ci ha regalato!

Ripercorriamo a piedi la strada del ritorno accarezzo i tappi che ho in tasca pensando all’unicità dell’evento alla straordinaria pura bellezza e perfetta integrità dei vini, ora per i giocatori di briscola ce n’è da dire… ci parliamo sopra, rincorriamo un anno e poi l’altro, le caratteristiche indimenticabili delle diverse annate, tre nuovi individui sono entrati a far parte del gruppo.

Recentemente ho letto qualcosa relativamente all’equazione di Dirac (∂ + m) ψ = 0  che descrive il fenomeno dell’entanglement quantistico e afferma che se due sistemi interagiscono tra loro per un certo periodo di tempo e poi vengono separati, non si possono più descrivere come due sistemi distinti, ma in qualche modo sottile diventano un unico sistema e continuano ad influenzarsi nel tempo anche a distanza.

Ora 1969, 1959, 1943 sono anche roba nostra…

Jean Michel Moussy,
15 Rue Jean Jaures
tel. 0033(0) 326540333
http://www.champagnejeanmichel.fr/?lang=it

Venegazzù S.p.A.
Mareno di Piave (TV) 0438 492250
e-mail info@venegazzu.com

Wilma Zanaglio

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Sulla home page del sito Internet il Trento Doc continua ad essere soprattutto “spumante”

trentodoc

C’è una notizia da segnalare dal fronte trentino.
Rispetto a quando avevo fatto notare, era l’inizio di aprile, che nemmeno in occasione dell’importante appuntamento del Vinitaly sarebbe andato in porto il rifacimento, più volte ufficialmente annunciato, del sito Internet dell’Istituto Trento Doc, si è manifestato un timidissimo cambiamento. Dalla home page del sito sono sparite alcune “news” che risalivano a mesi e mesi prima, e sono comparse notizie di passabile attualità.
I trentini del vino però non si smentiscono mai, e tanto per farci capire, dalla loro vetrina Web, che loro al potere di comunicazione della denominazione Trento Doc credono ben poco (del resto sulla facciata della cantina dell’azionista di maggioranza della denominazione campeggia la scritta “spumante Ferrari”), quale parole hanno scelto mai come sintetico testo di presentazione della Doc?

Spumante-FerrariTrentoDoc 007

Nientemeno che questo: “I migliori spumanti del Trentino rigorosamente metodo classico”. Dal che si deduce che per far capire che tipo di vini producano e quale sia l’identità della denominazione loro pensano che scrivere Trento Doc (o TrentoDoc se ci si riferisce al marchio) non sia sufficiente, ma sia opportuno dire che i loro vini sono “metodo classico”, ma soprattutto “spumanti”. Proprio come i metodo charmat che alcuni protagonisti della denominazione producono indifferentemente accanto ai “méthode champenoise”.
Questo è l’eterno Trentino del vino, che vi piaccia o meno…

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Spedizioni di Champagne nel primo trimestre 2013: continua il calo

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Non sono buonissime le notizie sull’andamento nei primi mesi del 2013 delle spedizioni di Champagne in Francia e nel mondo che arrivano dalle prime elaborazioni relative al primo trimestre effettuate dal CIVC.
Come si può leggere in una news pubblicata dal blog francese Champagne un monde de bulles, continua una certa crisi che aveva portato, nel 2012, ad un risultato non entusiasmante di 308.837.119 bottiglie spedite contro le 322.951.807 del 2011. Con 171.456.478 bouteilles spedite in Francia, ovvero un milione di bottiglie in meno rispetto al 2011.
I dati relativi alle spedizioni di “vins de Champagne” per il primo trimestre 2013 parlano di 16,3 milioni di bottiglie, che rappresentano un calo del 12% rispetto al primo trimestre 2012. Il calo maggiore si ha nei consumi interni in Francia, meno 17%, e nei Paesi dell’Unione Europea, meno 11,2%, mentre i Paesi terzi fanno segnare un modesto incremento dell’1,5%.
Nella valutazione dell’andamento commerciale dello Champagne in avvio di 2013 emerge che il consumo dei vini delle varie cooperative cresce del 45,7% in Europa e nei Paesi terzi, destinazione dove aumentano fortemente, ben del 68,1%, le vendite degli Champagne dei vignerons. I vini delle grandi Maison sono invece in calo su tutti i mercati: un secco 16,6%.
Valutando l’andamento commerciale su base annua le spedizioni sarebbero in calo del 3,3% e con questo trend porterebbero ad un eventuale risultato a fine 2013 di 307,1 milioni di bottiglie, con un calo rispetto al deludente 2012 di ulteriori 1,7 milioni di pezzi.
Intanto in Francia, nei canali della Grande Distribuzione alcuni Champagne di grandi cooperative finiscono sullo scaffale, nell’ambito di alcune promozioni riservate ai detentori di carte fedeltà, sotto i dieci euro. Brutto segnale…

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Trento Doc Giulio Ferrari e tatin al miele millefiori e gelato fior di latte: ma che c’azzecca?

TatinGiulioFerrari

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Un accostamento incongruo nell’ambito della rassegna winery with a kitchen

Da qualche tempo mi sto divertendo, non solo enogastronomicamente parlando, ma umanamente – lei romana capitolina orgogliosa di esserlo, io milanese “polentone” anche se un po’ di sangue pugliese da parte di nonni materni, trapiantato a Bergamo – a collaborare, proponendo ipotesi di abbinamento ai piatti al bel blog Solo per gusto che una giovane e sorridente ingegnere de Roma appassionata della cucina ha da qualche tempo creato con successo.
Qualche giorno fa, leggendo la sua cronaca di una manifestazione cui la mia gastro-interlocutrice ha partecipato, insieme ad altri food blogger come ad esempio questo presso il St. Regis di Roma, una rassegna “a puntate” denominata winery with a kitchen che in questa tornata prevedeva il tema “cantine Ferrari e “Alfio Ghezzi“, che è appunto lo chef stellato della locanda Margon, che altro non è che il ristorante delle cantine Ferrari, sono rimasto di sasso.
Non solo per la bellezza delle fotografie dei piatti scattate dalla mia amica di penna, pardon, di blog, ma perché ho letto, trasecolando, che nell’ambito della cena, preparata a 4 mani da Ghezzi con lo chef resident Francesco Donatelli, responsabile del ristorante Vivendo del St. Regis, è stato commesso un piccolo delitto enoico.
Come racconta l’autrice di Solo per gusto, cui si deve la bellissima foto che correda questo post, sulla Piccola tatin al miele millefiori e gelato fior di latte e Ferrari è stato servito, senza che nessuno, nemmeno lo chef della Locanda Margon eccepisse alcunché, nientemeno che uno dei re dei metodo classico italiani, il mitico Giulio Ferrari Riserva del Fondatore 2001.
Al che mi sono detto: sogno o son desto? Il mitico Trento Doc Giulio Ferrari, con la grande annata 2001, in abbinamento alla Piccola tatin al miele millefiori e gelato fior di latte? Un grande metodo classico, secco, splendido vino da pesce, crostacei, molluschi, servito su un dessert a base di miele e gelato con il più assurdo e azzardato (miele e gelato!) degli abbinamenti? Roba che si ti azzardi a proporlo come soluzione creativa ad un esame di terzo livello del corso A.I.S., anche se si tratta dell’A.I.S. nella gestione corrente, minimo minimo ti bocciano e ti rimandano alla prima lezione del primo corso…

SpumanteFerrariTrentoDoc

Allora mi viene da chiedere, ma in casa Ferrari, dove spesso presentano le loro preziose “bollicine” come “spumante” dimenticandosi che rappresentano il meglio del Trento Doc, non penseranno forse che l’importante è che i loro vini si vendano e si stappino e che poco conta, alla faccia della cultura del vino, che accada anche con dolci, panettone, e su una Piccola tatin al miele millefiori e gelato fior di latte?

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C’è vita, eccome, nei grandi Champagne dopo la sboccatura… Bruno Paillard insegna

BrunoPaillard

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Chi segue questo blog si sarà accorto come spesso abbia contestato alla Champagne e ai suoi responsabili a livello normativo e comunicazionale la scelta, a mio avviso sorprendente, di non rendere obbligatoria, come è invece accade da un paio di anni nella piccola e giovane realtà della Franciacorta, l’indicazione della data di dégorgement delle bottiglie in retroetichetta.

Avranno i loro motivi, che s’intuiscono facilmente, e che sono attribuibili in larga parte ad una policy decisa dalle grandi Maison, non certo dai récoltant manipulants, che non avrebbero e non hanno problema ad essere più trasparenti, ma sbagliano. Perché nell’epoca della comunicazione diffusa e di Internet una glasnost, anche sull’epoca di sboccatura dei vini, i consumatori esigenti e curiosi di oggi la richiedono non solo ai piccoli vignerons ma anche alle Grandi Case.

Fortunatamente in Champagne ci sono valide eccezioni a questa stravagante scelta di non trasparenza e una delle più squillanti è rappresentata da un bel signore classe 1953, courtier dal 1975 e fondatore 32 anni fa della Maison che porta il suo nome, Bruno Paillard. Bruno, che da alcuni anni è affiancato dalla deliziosa figlia Alice, dai 30 ettari di proprietà della Maison, che assicurano la metà delle uve necessarie (il resto viene acquistato con contratti “sulla fiducia” di lungo corso) produce circa 400 mila bottiglie ed è presidente della Commissione Communication & Appellation del CIVC, oltre che di svariate altre cose.

Per Paillard un grande Champagne continua la sua vita, ed è evoluzione e non semplice sopravvivenza assicurata dall’acidità, anche dopo quel momento traumatico e difficile che è il dégorgement. E non lo dice tanto per dire, l’ha documentato e dimostrato attraverso i suoi Champagne, che “parlano” meravigliosamente e si mostrano in splendida forma (e grazie ai Cuzziol che hanno l’intelligenza di importarli e distribuirli in Italia) anche ad anni di distanza.

PaillardBrunoChampagnePremiereCuvée

L’ennesima riprova l’abbiamo avuta, anche se la sede, con la sua allegra confusione, non era certo quella ideale per consentire un assaggio serio, nonché l’ascolto delle parole di Bruno, che come la figlia parla un ottimo italiano, allo scorso Vinitaly, lunedì 8 aprile, quando allo stand Cuzziol il produttore francese ci ha intrattenuto su “Le stagioni del Brut Première Cuvée”, il prodotto più noto, anzi il portabandiera della Maison visto che rappresenta il 75% delle vendite. Un assemblage delle tre uve classiche della Champagne, Chardonnay 33%, Pinot noir, 45% e Pinot Meunier, 22%, provenienti da 30 vigneti diversi, poco dosato negli zuccheri (7-8 grammi) e secco, con una percentuale variante dal 20 al 50% di vins de réserve conservati in acciaio o in legno. Uno Champagne “base” che fa comunque tre anni di affinamento sui lieviti.

Bene, in questo assaggio fatto a Verona, con il frastuono di sottofondo e la presenza, accanto ad un paio di autentiche esperte, di alcuni “simpatici” personaggi che ho sentito sparare una serie di cavolate sesquipedali su Champagne e dintorni, abbiamo potuto degustare del Brut Première Cuvée” ben sette diverse versioni. Sette Champagne con epoche di dégorgement diverse: 2012, 2010, 2008, 2005 (purtroppo con bottiglia difettosa), 2002, 1997 e 1992, mais oui!

Il meno affascinante, e non è una sorpresa, dato lo stile da “passista” e non da “sprinter”  è stato il vino con la sboccatura più recente, il 2012, fresco, floreale, accattivante, ma ancora con poca complessità, e solo un po’ più sfaccettata è apparsa la sboccatura del 2010, con tanta nocciola fresca in evidenza, molto rotondo, succoso e con un filo di legno ancora da assorbire. La musica ha cominciato a cambiare con il 2008, ovvero cinque anni dal dégorgement, con una complessità aromatica dove facevano comparsa note di miele, mandorla e tanto sale e grande freschezza e nerbo ed energia anche al palato.

Esemplare anche la tenuta del campione con sboccatura 2002 (11 anni) con magnifica freschezza, acidità ben calibrata che spinge, perfetto equilibrio e una nitida e non ossidativa nota di miele, ottima quella della sboccatura (non millesimo) 1997, con un filo di dolcezza a naso che non mi entusiasmava, mentre da standing ovation, chapeau, il Brut Première Cuvée con data di sboccatura 1992, ovvero anni 21 (ma come, non ci avevano detto che gli Champagne tendono a sparire e morire dopo la sboccatura e che bisogna berli rapidamente?) un capolavoro di freschezza energetica, di vivacità e integrità, con un mix pimpante, godibilissimo, tra mandorla e miele e note marine, salmastra, salatissime, di ostriche e frutti di mare.

Anche questa, Mesdames et Messieurs, è quella cosa meravigliosa, unica, inimitabile, chiamata Champagne!

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Ferrari? Per Wine Spectator “Champagne-method spumante” non Trento Doc

SpumanteFerrariTrentoDoc

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Non ho molto tempo ora di approfondire il discorso ed esaminare in dettaglio quello che il wine writer Robert Camuto, autore di un libro sui vini siciliani, ha scritto su Wine Spectator a proposito delle Cantine Ferrari di Trento in un articolo pubblicato sulla issue del 30 aprile della rivista americana Wine Spectator. Mi basta guardare a quello che leggo nel titolo, ovvero “Italy’s first family of sparkling wine brings its Champagne-method spumante to the world”.

E nell’articolo dove leggo “At 110 years old, Ferrari is Italy’s largest, oldest and most celebrated producer in the Champagne style” e ancora “Italian Champagne-style wines, however, still face a battle against one of the world’s most formidable product names, exclusive to France: In Europe, longstanding treaties prevent the use of the name Champagne outside that French appellation. In Italy, Champagne-style wines carry the more cumbersome label of metodo classico”.

WineSpectator

Prima che si riesca a leggere la parolina magica, “Trento Doc”, ovvero la denominazione cui appartengono gli sparkling wines, pardon, gli “Champagne style” o gli “spumanti” prodotti da Ferrari, occorre spingersi sino alla metà buona dell’articolo, dove a parlare di Trento Doc non è uno dei Lunelli intervistati, Camilla o Matteo, bensì, quello che erroneamente viene presentato come il “director of Istituto Trento DOC”, ovvero Fabio Piccoli, che a me oggi risulta essere in carico al Consorzio di tutela Vini del Trentino (cercate notizie su l’“eloquentissimo” sito Internet). Mentre dell’Istituto Trento Doc, vero caro presidente Zanoni (quando ci vediamo?) si attendono notizie da Chi l’ha visto?…

Piccoli dichiara che “The Lunellis represent the most important family in Italian sparkling wine,” says Fabio Piccoli, director of Istituto Trento DOC, the promotional arm of the 20-year-old Trento DOC sparkling wine appellation that now includes 39 producers. “They were the first to bring the image of Italian sparkling wine to a high level and, unlike many companies that make sparkling wine, they have a real relationship with the terroir of Trento”.

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Di seguito leggiamo che “Ferrari was the motor for the creation of the Trento DOC, which allows for wines made from hand-harvested Pinot Noir, Chardonnay, Pinot Meunier and Pinot Blanc. The DOC prescribes that, according to the Champagne method, wines must undergo a secondary fermentation in bottle”. Qui, e l’articolo, dettagliatissimo, ricco di aneddoti, celebrativo il giusto, ferrariano quanto può compiacere la famiglia Lunelli, prosegue ancora per diverse cartelle, finiscono le citazioni della denominazione di competenza, il Trento Doc.

Se volete ancora trovare un riferimento alla denominazione di cui la Ferrari è azionista di maggioranza dovete andare a questa agenzia AGI del 29 marzo, dove si apprende che “i fratelli Lunelli hanno espresso soddisfazione per la presenza stampa sul periodico punto di riferimento mondiale nel settore del vino, precisando come “l’evento ci rende orgogliosi nell’ottica di internazionalizzazione del marchio Ferrari Trentodoc e del territorio in cui viviamo”.
Ed è bello e consolante sapere che il Trento Doc o TrentoDoc è diventato “marchio Ferrari Trentodoc”, con buona pace degli altri 38 protagonisti della denominazione del metodo classico trentino…

trentodoc

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Vinitaly 2014: e se al Palaexpo insieme alla Franciacorta ci fosse anche l’Oltrepò Pavese?

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Una union sacrée nel nome delle “bollicine” metodo classico

Non ci sono stati molti commenti, anche se so per vie traverse che il post è stato attentamente letto e che ha suscitato molte discussioni (ovviamente interne, non espresse attraverso il mio blog) il mio appello ai produttori franciacortini dove dicevo loro una cosa molto semplice: o i responsabili del Vinitaly trovano il modo di dare più spazio, magari destinando loro l’intero Palaexpo che attualmente ospita tutti le zone vinicole lombarde, ai produttori della Franciacorta, oppure bisogna seriamente prendere in considerazione l’ipotesi di non andare a Verona. E di restarsene a casa.

Perché il clima di kermesse, la confusione, festosa ma sempre confusione, di quest’anno mal si concilia con quella che dovrebbe essere una rassegna professionale. E non un posto dove, nonostante i biglietti d’ingresso siano decisamente costosi (ma dove ottenere biglietti omaggio è ancora, non si sa come, agevole) continuano ad aggirarsi troppe persone che al Vinitaly non vengono per lavorare, ma esclusivamente per bere a sbafo. E che bevi che ti bevi finiscono per l’aggirarsi tra i padiglioni come ubriachi.

Quella di riservare l’intero Palaexpo era ovviamente solo una provocazione, lanciata a titolo personale e probabilmente non gradita per niente ad una parte di produttori franciacortini, sostenitori della parola d’ordine “A Vinitaly comunque! A Vinitaly non si può mancare!”. E con ogni probabilità sgradita ai produttori delle altre zone vinicole e denominazioni lombarde che avevo suggerito di “sfrattare” dal Palaexpo.

AIS LOMBARDIA_logo:Del.Milano, fg. lettera

Ribadendo che quella da me lanciata era e resta una provocazione, ricordo che però resta ugualmente e va affrontato e possibilmente risolto il problema di dare ad una zona vinicola importante ed in espansione come la Franciacorta, che attira così tante attenzioni e visitatori il giusto spazio che merita. E che meriterebbe di ricevere, beninteso, qualsiasi altra zona vinicola si trovasse nelle identiche condizioni, di spazio assolutamente insufficiente, in cui si trova la zona vinicola bresciana al Vinitaly. Capisco benissimo le obiezioni: ma cosa se ne fa la Franciacorta dell’intero Palaexpo? E hanno i mezzi quelli della Franciacorta per pagare, di tasca loro, visto che i contributi di “Mamma” Regione Lombardia sono molto ridotti rispetto ad anni orsono, i costi notevoli per affittare dall’Ente Fiera Verona lo spazio di tutto il Palaexpo?

In attesa che si sviluppi ulteriormente il dibattito interno e che i franciacortini decidano cosa fare, se continuare così, se andare a parlare ai capi del Vinitaly, se chiedere più spazio e quanto, e quanti soldi sono disposti a spendere, voglio lanciare un’altra provocazione. Un’altra modesta proposta. So già che questa è destinata a fare ancora più discutere, che apparirà stravagante anche se credo che abbia una sua logica.

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Con la mia proposta chiedevo di lasciare il Palaexpo alla sola Franciacorta e quindi di fatto “sfrattavo” le altre zone lombarde “costringendole” a trovare ospitalità e asilo altrove. Però, ripensandoci, ad una di queste zone ho considerato che si dovesse offrire un’altra chance, e che uno spazio all’interno del Palaexpo, facendo un certo tipo di ragionamento, potesse continuare ad averlo.

A quale zona ho pensato? Non alla Valtellina, che pure amo moltissimo, ma con la Franciacorta ha in comune solo il fatto di essere in Lombardia e i cui vini, buonissimi,  sono di una tipologia completamente diversa da quella delle “bollicine” franciacortine. E non penso al Garda e alla Valtenesi, che alla mia mente evocano l’idea di validi Chiaretto e di rossi base Groppello. Valcalepio? Non pervenuto. Colli Mantovani, tanta simpatia per la zona e gli abitanti, ma…

Allora quale zona potrebbe rimanere nel Palaexpo veronese? Semplicissimo, l’Oltrepò Pavese. Difatti la bella zona vinicola in provincia di Pavia anche se più nota per la sua Bonarda, dallo style cangiante a seconda delle mode e dei momenti, per il suo Pinot nero vinificato in bianco, ovviamente frizzante, meno per altri vini come il Buttafuoco, il Sangue di Giuda, l’ottimo Moscato e svariati altri, deve, anzi dovrebbe, la propria notorietà anche agli Oltrepò Docg metodo classico.

A quelli stile Blanc de Noir, visto che nascono largamente da Pinot nero vinificato in bianco, ed i Rosé, pardon, i Cruasé, di cui, come si legge sul sito Internet del Consorzio tutela vini Oltrepò Pavese, sarebbero stati serviti ottomila calici, sui diecimila totali, nello stand del Consorzio Tutela Vini Oltrepò Pavese nei 4 giorni di Vinitaly. Cui “vanno aggiunte le migliaia di altri bicchieri riempiti dalle 44 aziende oltrepadane presenti con un proprio spazio espositivo in fiera”.

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Con un bilancio così “assolutamente prestigioso” della “missione dei produttori dei vini d’Oltrepò durante un Vinitaly, riconfermatosi unica piazza italiana del vino capace di attrarre operatori  internazionali”, come potrebbe la Franciacorta pensare di prescindere dalla presenza trainante, quella che veramente attira migliaia di visitatori a Verona, dell’Oltrepò Pavese?

E perché, ovviamente nell’interesse esclusivo dei bresciani, che hanno bisogno e non possono fare a meno del sostegno dei prestigiosi vini e delle celeberrime aziende oltrepadane, non pensare ad un Palaexpo che nel nome del metodo classico e delle “bollicine” veda l’accoppiata vincente Oltrepò Pavese – Franciacorta? Pensateci presidenti dei due Consorzi, produttori delle due zone vinicole lombarde, perché non prendere in considerazione quest’apparentemente bizzarra ipotesi?

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Appello ai produttori franciacortini. O più spazio da Verona Fiere o niente Vinitaly 2014

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E’ stato un bello spettacolo anche quest’anno, nei due giorni (lunedì e martedì) della mia presenza al Vinitaly scoprire, per me milanese residente a Bergamo e lombardo (ho scritto lombardo NON lumbard) orgoglioso di esserlo come il padiglione che ospitava i produttori lombardi, il Palaexpo, fosse letteralmente preso d’assalto, come accadeva nei celebrati padiglioni della Toscana e del Piemonte (che possono contare sul formidabile traino di vini leggenda come Brunello di Montalcino e Barolo/Barbaresco) dai visitatori. Peccato che questo festoso super afflusso sia stato troppo consistente e alla fine disordinato per costituire un elemento positivo.
E pertanto non posso che sottoscrivere, e non perché è un vecchio amico e coetaneo, il pensiero del presidente del Consorzio Franciacorta Maurizio Zanella, che in un comunicato stampa ha dichiarato: “Anche quest’anno Franciacorta ha superato le aspettative facendo registrare un incremento del 20% nel numero di visitatori, stimati in circa 60 mila. Un dato che ci riempie di soddisfazione per l’amicizia dimostrata da operatori e appassionati ma che, considerati i disagi dovuti a tale imponente flusso, sottolinea l’inadeguatezza del nostro posizionamento nel Palaexpo, troppo stretto rispetto alle esigenze da noi più volte evidenziate”.
Zanella ha poi detto che “il bilancio complessivamente si chiude in positivo. Nota dolente, ribadisco, la mancanza di spazio. Purtroppo, l’area espositiva del Franciacorta non è ancora sufficientemente rappresentativa della qualità espressa dal nostro vino e dalla nostra realtà. Una situazione da risolvere per le prossime edizioni”. Allora, condividendo in toto quello che dice Zanella, magari con qualche scetticismo di più rispetto a lui sul fatto che “la crescita dell’interesse da parte degli operatori stranieri” che “conferma la bontà della politica di sviluppo che stiamo promuovendo sul mercato USA, in Germania, in Svizzera, nel Regno Unito e in Giappone”, possa davvero “riuscire nei prossimi anni a far entrare il Franciacorta nel cuore e nelle migliori consuetudini di un pubblico sempre più esperto e attento alla qualità, in tutto il mondo”, mi viene da fare una proposta alle 66 cantine presenti a Verona e alle altre 140 che potenzialmente potrebbero pensare di partecipare.
Quello che vi chiedo è se abbia un senso logico continuare a partecipare in queste condizioni, allo stretto, impossibilitati ad accogliere eventuali altre cantine che volessero essere della partita, condividendo lo spazio con le altre realtà produttive lombarde, quelle importanti e quelle assolutamente trascurabili e senza alcuna importanza come la bergamasca Valcalepio, e in ogni caso con zone che, Oltrepò Pavese a parte, non possono vantare un’immagine netta e chiara di zona di produzione di metodo classico di alta qualità.
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O se invece non sia più ragionevole, tanto c’è un anno di tempo, mandare una delegazione all’Ente Fiere di Verona e contestualmente una alla Regione Lombardia, all’Assessorato Agricoltura della Regione Lombardia e dal Presidente Maroni, che ha visto con i suoi occhi l’allegro “casino” a Palaexpo, e fare un discorso chiaro e netto. Mica un ricatto, un discorso pacato, ragionevole e circostanziato.
E dire agli interlocutori: “lo spazio riservato alla Franciacorta è insufficiente. Non ci va bene. Vogliamo un’area molto più ampia, magari l’ìntero Palaexpo, per ospitare adeguatamente le nostre aziende e disporre di spazi dove organizzare degustazioni, eventi, accogliere in modo degno i nostri ospiti italiani e stranieri. O ci trovate e date questo spazio, oppure saremo costretti a restarcene a casa. E magari ad organizzare qualcosa, in zona Verona e dintorni, dedicato alle nostre “bollicine”.
Nessuna arroganza, solo legittimo orgoglio franciacortino, la precisa volontà di vedere riconoscere la centralità e l’importanza della zona vinicola bresciana diventata (con la concorrenza sempre più debole dei trentini) la capitale del metodo classico italiano. Per fare questo, ovviamente, si rende indispensabile un passaggio preventivo, ovvero che voi produttori franciacortini, siate persuasi, a maggioranza, dell’inevitabilità e della profonda saggezza di una presa di posizione del genere.

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Che non pensiate invece che, anche se lo spazio Vinitaly per la Franciacorta è quello che è e non va bene, che valga ugualmente la pena partecipare.
Perché così facendo si consente ai vinitalysti di fare orecchie da mercante e ignorare la legittima richiesta dei produttori bresciani.
Insomma, pensateci bene e rapidamente, che un anno scorre velocemente e per studiare, organizzare e realizzare alternative serve un po’ di tempo…

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