Franciacorta: belle intenzioni e ambizioni, ma schemi mentali ancora provinciali

Riflessioni dopo il Decanter Sparkling wine tasting in London…

Leggo sul numero uno di Bubble’s Italia, una nuova rivista del vino di argomento bollicinaro, diretta ed edita dagli amici Giampiero Comolli e Andrea Zanfi, rivista dalle grandi ambizioni che mi auguro non rimangano tali (per completezza dell’informazione: mi hanno offerto di collaborare ma sono sinora rimasto alla finestra, avendo trovato non molto appealing le proposte nonché la prospettiva della coesistenza con alcuni collaboratori della rivista, che disistimo…),  una riflessione del più noto e mediatico dei bollicinari franciacortini, Maurizio Zanella, personaggio simbolo della Cà del Bosco, e uomo del vino che frequento dal lontano 1984.

6 commenti Leggi tutto

Il Prosecco tira la volata alla Franciacorta in UK? Ma quando mai!


Ho letto, trasecolando, un articolo, on line, della rispettabilissima testata britannica The Drink Business, un articolo, di grande fantasia, che sostiene una tesi a mio avviso lunare.

Domanda: ma dove potrà andare la Franciacorta e quali risultati potrà portare a casa, parlando di export, di vendite all’estero, se non un pirla qualsiasi, ma il vice presidente del Consorzio Franciacorta, il vecchio amico (ora per lui non lo sarò più, amen) Silvano Brescianini sostiene tesi insostenibili come questa, ovvero sia che il successo del Prosecco in UK spianerebbe la strada al successo in Regno Unito del Franciacorta? E che il Prosecco non sarebbe un nemico, un concorrente diretto delle “bollicine” metodo classico prodotte in provincia di Brescia.

6 commenti Leggi tutto

Taittinger (Maison de Champagne) pianta 70 ettari nel Kent per produrre sparkling wines

Taking_Care_of_Business_White_Logo
Anche in Francia business is business…

E’ proprio vero che nel nome degli affari, anche se in questo caso si dovrebbe utilizzare il termine anglosassone business, anche i nostri cugini francesi ormai, proprio come fanno da tempo senza problemi parecchi “spumantisti” italiani, non si fanno più scrupoli di alcun tipo e badano al sodo. Perché anche per loro “les affaires sont les affaires”…

Se il mondo si ostina a chiamare, fregandosene altamente delle distinzioni, se siano metodo classico oppure Charmat, della storia e della tradizione dei terroir d’origine, le loro “bollicine” semplicemente “spumanti”, “sparkling wines” oppure “vins effervescents”, mettendo insieme allegramente tutto in un grande calderone, perché mai loro dovrebbero continuare a fare i puristi, a distinguere e distinguersi?

Accade così, ne ho scritto recentemente anche qui, che nella patria dello Champagne, che qualcosa di diverso e di peculiare rispetto alle altre “bulles” mi sembra proprio continui ad averlo, un qualcosa che andrebbe sottolineato e valorizzato, dei francesi possano arrivare ad organizzare, in giugno a Parigi, Bulles Expo, il primo “Salon mondial des vins effervescents”, un qualcosa che definiscono tranquillamente come “un evento che ambisce ad essere una grande vetrina mondiale di Champagne, Crémants, Cava, Prosecco, Lambrusco, sparkling…”.

Cos’abbiano in comune Champagne, Lambrusco e Prosecco è un mistero che lascerò agli organizzatori, se ne sono in grado, il piacere di spiegare (guarda caso, degli italiani citano le due bollicine prodotte in autoclave più popolari, anche in Francia, guardandosi bene dal citare i veri omologhi, anche se molto più in piccolo, dello Champagne, i metodo classico Doc e Docg…), e penso che altre prove dell’internazionalizzazione dei francesi non manchino.

Ne troviamo traccia anche nella filiera produttiva champenoise e nella stampa transalpina, dove, articolo che ho scoperto solo di recente, pubblicato non da un giornale qualsiasi, ma dall’autorevole (come si suole dire) Le Monde, possiamo leggere che “les vins pétillants anglais s’affirment de plus en plus comme un concurrent sérieux du champagne français”. E lo si scrive sfidando il ridicolo, il fatto che i numeri dello Champagne nel 2015 parlino di oltre 312 milioni  di bottiglie spedite, contro i 4 milioni di pezzi degli sparkling wines britannici ai quali non su un quotidiano britannico, ma sul più celebre dei quotidiani transalpini, si vuole evidentemente tirare la volata.

L’articolo di Le Monde, che ci racconta come nel 2014 nel Regno Unito le vendite di english sparkling wines fossero cresciute del 27%, mentre quelle dello Champagne erano progredite solo del 5% (portando a quota 32.675.232 l’ammontare delle bottiglie, che sono diventate con un ulteriore incremento pari a oltre 34 milioni di bottiglie nel 2015) prende lo spunto dalla notizia che una delle più importanti Maison de Champagne, la Taittinger di Reims, produttrice di una celeberrima cuvée de prestige come il mitico Comtes de Champagne, ha annunciato di aver acquistato 69 ettari di vigneto non in Champagne, bensì nel Regno Unito, nel Kent. Sarà così la prima maison de Champagne a produrre (e speriamo che qualche disinvolto wine writer non arrivi a chiamarlo Champagne…) sparkling wines in terra britannica.

Taittinger

Perché la famiglia Taittinger abbia fatto questa scelta (che non è priva di aspetti affascinanti dal punto di vista vitivinicolo ed enologico, e che comporta utilizzare il savoir faire e l’esperienza champenoise per produrre in un’altra situazione vini della stessa tipologia dello Champagne) è presto detto. Come ha detto chiaramente il presidente del gruppo, Pierre-Emmanuel Taittinger, per business: un ettaro di vigneto nel Kent costa 80 mila euro, un ettaro nel cuore della Champagne venti volte tanto…

E rifiutando la visione, un po’ confusa, dell’articolista di Le Monde, secondo il quale lo Champagne sarebbe ormai “sotto la pressione inglese” (con 4 milioni di bottiglie inglesi contro oltre 300 francesi…), Monsieur Taittinger ha giustificato la scelta di piantare Chardonnay, Pinot noir e Pinot Meunier in terra britannica e di ottenerne dei metodo classico, come un’operazione puramente economica, come un investimento vantaggioso in un mondo completamente diverso i cui numeri crescono – la superfice vitata in UK è raddoppiata rispetto al 2007 e dovrebbe raddoppiare da qui al 2020 – ma non possono pensare a fare concorrenza allo Champagne.

Taittinger, fedele alla regola del business, continuerà ad essere tra i simboli dello Champagne, ma considerato che la produzione di “vins mousseux” (come lui stesso li definisce) cresce nel mondo ha pensato di inserirsi in questo mercato. Scegliendo di produrre in una terra la cui immagine e le possibilità di mercato sono in crescita.

Affaires
Un’operazione non dettata dalle preoccupazioni per il “global warming”, che consiglierebbe anche a chi operando in Champagne è già a nord, di spostarsi ancora più a nord, ma da motivazioni economiche, perché anche in Francia, business is business, of course… E les affaires sont les affaires, come diceva in una sua celebre commedia Octave Mirbeau

Attenzione! Non dimenticate di leggere anche:

1 commento Leggi tutto

Per le “bollicine” anche in Francia è scoccata l’ora dei “vins effervescents”

VinsEffervescents
Tutti insieme allegramente in giugno a Parigi al salone Bulles Expo

Se pensavate che solo l’Italia fosse il meraviglioso Paese dove nel nome del confuso e indifferenziato concetto di “spumanti” si arrivano a mettere insieme, in uno stesso contenitore, vini con storia, identità, modalità di produzione profondamente diverse, per non parlare del tipo di uve utilizzate, dei costi di produzione, e delle caratteristiche delle zone di produzione, come i metodo classico e gli Charmat-Martinotti, bene, arrendetevi. Questa allegra confusione viene fatta ormai anche in Francia e nei Paesi di lingua francese come il Canada.

La parola d’ordine, equivalente del nostro “spumanti”, è “vins effervescents”, che tecnicamente si appoggia alla definizione enologica secondo il quale si tratterebbe di “un vino contenente una concentrazione in gas (diossido di carbonio) sufficiente per conferirgli bollicine e schiuma all’apertura della bottiglia, almeno una sensazione di pizzicore una volta in bocca”, e l’ennesima dimostrazione di questo uso ormai diffuso anche nella terra francese arriva da due episodi.

Sul suo blog Monsieur bulles Guénaël Revel  un giornalista francese che vive nel Québec e che si occupa prevalentemente di bollicine di tutto il mondo, ha recentemente pubblicato un post, dove ci informa che “il consumo di vins effervescents” (che tradurremmo come vini effervescenti o vini spumanti) continua a crescere nel mondo, con una crescita nel decennio 2005-2015 del 4,1%, cui fa fronte un consumo di vini tranquilli che non supera l’1,3%”.

E nel prosieguo dell’articolo Revel non ha problemi a mettere allegramente insieme “champagne e mousseux”, – che rappresenterebbero il sette per cento del consumo globale di vino nel mondo, ad informarci che la Germania è il primo Paese consumatore di “bollicine”, nel mondo, davanti alla Russia e agli Stati Uniti, e che la Francia, testuali parole, “è il primo produttore di vins effervescents nel mondo, di cui 2/3 sono rappresentati dallo Champagne”.

Messi insieme nel calderone “effervescents” vini d’ogni tipo l’autore dell’articolo tocca un punto centrale facendo notare che il prezzo medio di un “vin mousseaux AOC” è di 4,8 euro la bottiglia in Europa, ovvero, 3,5 volte meno elevato dello Champagne.

E sebbene consapevole dei motivi di questa differenza, Revel non ha alcuna difficoltà a continuare a mettere insieme cose che di comune hanno solo les bulles, sostenendo che rappresentano la festa, la condivisione e la fuga dai pensieri. E in un mondo che continua ad accumulare le crisi economiche che colpiscono soprattutto le classi medie quest’ultime trovano consolazione in “cava, prosecco, crémant, sekt”, sostituti del modello champenois, che in qualche modo li avrebbe creati.

E cosa si fa allora, invece di distinguere nettamente, di raccontare le differenze, sostanziali, che esistono tra questi diversi vini con le “bulles”? Si parla e si scrive genericamente di “vins effervescents”, e accanto al già esistente Concorso Effervescents du monde dove gli Champagne si vedono giudicati e premiati accanto a Brut brasiliani, peruviani, a Blanquette de Limoux, a Cava e Brut sudafricani, valutazione che viene data non in base alla territorialità, ma al loro comune essere vins effervescents, ci si inventa, perché il business è business, anche in Francia, un nuovo salone dedicato loro.
BullexExpo

Proprio su un sito Internet di una banca, il Crédit agricole du Nord Est, specializzato in analisi economiche relative alla filiera champenoise si comunica che il 20-21 giugno a Parigi, “per corrispondere ad un mercato mondiale dei vini effervescenti in piena crescita”, aprirà le porte la prima edizione di Bulles Expo, “un evento che ambisce ad essere una grande vetrina mondiale di Champagne, Crémants, Cava, Prosecco, Lambrusco, sparkling…”. Sono attesi da 250 a 300 espositori. Per maggiori informazioni: http://www.bulles-expo.com/

Si noti come nel nome dei “vins effervescents” si mettano assieme, in una comunicazione in francese, Champagne, Prosecco e Lambrusco (è casuale o voluto che non vengano citate le varie denominazioni del metodo classico italiane, le uniche che avrebbero qualcosa in comune, uve e metodologia di produzione , con lo Champagne?), e come la confusione, e la cattiva informazione nei confronti del consumatore regnino sovrane…

Che pedanteria, dirà qualcuno, in fondo non sono sempre e comunque “bollicine” e “spumanti”?

1 commento Leggi tutto

A proposito del falso Champagne sequestrato dalla Guardia di Finanza in Veneto

Uomomordecane
Una sorprendente precisazione del Presidente del Consorzio di tutela della DOC Prosecco

E’ proprio vero che non ci sono più le stagioni di una volta (e non perché non piove e non nevica), ma perché tante cose vanno in maniera bislacca. O addirittura in maniera del tutto contraria rispetto al solito.

Le scuole di giornalismo insegnano che la vera notizia non è che un cane morda un uomo, ma quando avviene un rovesciamento di ruoli, ed è l’uomo che morde il cane.

La notizia che hanno dato ieri, con grande rilievo, diversi quotidiani del Veneto, dal Gazzettino al Corriere del Veneto alla Tribuna di Treviso, è davvero una falsa notizia, perché la vera notizia, come spiegavo sopra, non sarebbe quella di “Bollicine trevigiane spacciate per tipicissime bollicine francesi”, o “la Finanza sequestra bottiglie di prosecco”, ma di bottiglie apparentemente di prosecco, contenenti in realtà Champagne. Quello sì sarebbe il vero uomo che morde il cane!

Il fatterello che hanno raccontato, non per fare scandalismo o con la volontà di danneggiare “un sistema produttivo virtuoso”, diversi quotidiani locali veneti e alcuni nazionali, è in realtà una non notizia, perché è plausibile, nonostante la vorticosa crescita commerciale conosciuta dal prosecco negli ultimi cinque anni, che qualche “furbetto”, anzi, per chiamarlo con il suo nome, qualche truffatore possa pensare di spacciare per Champagne un vino che in realtà non lo è. E che sicuramente costa meno e avrebbe consentito, se questa operazione non fosse stata smascherata, interessanti margini di guadagno. La notizia sarebbe quella di un pazzo che usasse bottiglie di prosecco e ci mettesse dentro Champagne, spacciando Champagne per prosecco…

Sono stati diversi organi di informazione attivi nella regione che è terra d’origine del prosecco, a scrivere, con ogni probabilità perché gli organi inquirenti ed i risultati dell’inchiesta hanno appurato questa evidenza, che il “falso champagne Moet & Chandon” fosse “in realtà prosecco”. Nessuno, non certo la Guardia di Finanza, o chissà chi, ha voluto mettere in atto una campagna denigratoria nei confronti del Prosecco inteso come vino a denominazione d’origine. Che, in qualsiasi sua forma e denominazione è un vino che merita rispetto, che rappresenta un sistema, articolato e complesso, un sistema che non ha alcuna responsabilità se un cialtrone mette in piedi una truffa spacciando per Champagne un vino che Champagne non è e non sarà mai…

Giornali come Il Gazzettino, il Corriere del Veneto, la Tribuna di Treviso, o, a livello nazionale, il Messaggero, hanno semplicemente fatto il loro dovere di fare informazione e dare una notizia – anche se non si tratta di una vera notizia: nessun uomo che morde il cane… – raccontando che “la Guardia di Finanza di Padova ha sequestrato 9.200 bottiglie di falso champagne Moet & Chandon (in realtà Prosecco), 40.000 etichette e 4.200 scatole, tutte recanti indebitamente il marchio del celebre vino francese”.

In nessuno di questi articoli, reperibili facilmente su Internet, sono stati chiamati sul banco degli accusati il sistema produttivo Prosecco, i produttori, il Consorzio, le varie denominazioni, che fanno egregiamente e con successo il loro mestiere, ma, molto più semplicemente, la stampa si è limitata a riferire che qualcuno spacciava un vino, meno prestigioso e diventato molto popolare, per un altro più prestigioso. E facendo così compiva un reato di truffa.

Non capisco perciò per quale motivo, in una “Nota di precisazione del Sistema Prosecco in merito all’utilizzo del termine PROSECCO per definire uno spumante” prontamente diffusa alla stampa, il Presidente del Consorzio di tutela della DOC Prosecco, Stefano Zanette, si sia definito “indignato di fronte al fatto che si usi ogni pretesto per parlare di Prosecco, anche a  sproposito. Come oggi. Ancora una volta la nostra Denominazione viene tirata in ballo da chi ne parla senza cognizione di causa, senza consapevolezza del danno enorme generato nei confronti di un sistema produttivo virtuoso e soprattutto senza pagarne le conseguenze”.

Denominazione? Si potrebbe gentilmente sapere in quale articolo si sia parlato di prosecco se non in termine generico senza tirare in ballo e riferirsi esplicitamente al Conegliano Valdobbiadene Prosecco Docg, all’Asolo Prosecco Docg e al Prosecco Doc?

FalsoChampagne

Da quello che ho letto negli articoli pubblicati sui vari giornali veneti, non sono stati i vari “gazzettieri” a tirare in ballo il termine prosecco, ma sono state le indagini e gli inquirenti ad accertare e riferire loro che non di Moet & Chandon si trattava ma di un vino che i vari giornali nei titoli e negli articoli hanno definito genericamente “prosecco” (con la maiuscola e non).

Pertanto mi sembra un po’ fuori misura quanto espresso nella “nota di precisazione del Sistema Prosecco”, in particolare il passaggio dove “il Presidente Zanette rivolge quindi un accorato appello in particolare agli Organi di Informazione affinché si premurino di verificare esattamente i termini da utilizzare nell’affrontare qualunque questione che rimandi al Prosecco”, e la chiusura, laddove il Presidente riferisce di aver “conferito immediatamente mandato ai nostri legali di ricorrere alle vie legali contro chiunque usi informazioni non corrette diffamando un prodotto di eccellenza del made in Italy”.

Nella nota del Sistema Prosecco viene ribadita un’evidenza, ovvero che “il PROSECCO – per definizione – è solo quello certificato ovvero che ha richiesto e ottenuto il contrassegno di Stato emesso dalla Zecca. Quindi il vino sequestrato non può in alcun modo essere identificato con il Prosecco che è una denominazione e non una varietà”. Difatti nessuno negli articoli “incriminati” si è sognato di parlare di Prosecco Doc o Docg, ma di prosecco, ovviamente non certificato, in genere…

Ricordando, en passant, al Presidente Zanette che si è considerata l’uva prosecco come una varietà di uva, quindi un vitigno, fino “all’altro ieri”, quando si è deciso di riservare il termine Prosecco alle denominazioni Doc e Docg e usare Glera come nome di vitigno, e prendendo atto che il Mattino di Padova nel dare la notizia non ha fatto alcun riferimento al termine “prosecco”, parlando solo di bollicine, di “spumante”, di “falso Champagne”, non mi sembra che l’informazione nel parlare di questa vicenda, abbia dato cattiva prova di sé e abbia parlato, pardon, scritto, “a sproposito”.

Ritengo anzi, qualcuno ha dato prova di grande “prudenza”, scrivendo di “vino bianco di Valdobbiadene venduto come champagne Moèt & Chandon”, il TG regionale della Rai ha invece parlato tout court di “prosecco” – che anche se nessuno si è sognato di tirare in ballo le diverse denominazioni del Prosecco, si sia fatta un’informazione legittima e corretta, anche quando, vedi Belluno press, oppure ancora Corriere del Veneto, pagine di cronaca di Padova, si è citata la dichiarazione, a mio avviso pienamente condivisibile, di un politico, il consigliere regionale del PD, Andrea Zanon, secondo il quale “quanto è emerso dal sequestro, eseguito dalla Guardia di Finanza in provincia di Treviso, di bottiglie di prosecco spacciate per Champagne di marca, dimostra quanto possa diventare controproducente che la Regione continui a spingere al massimo sull’acceleratore sull’impianto di nuovi vitigni di prosecco”.

Di nuovi impianti di prosecco, pardon, Glera, sembra proprio non ci sia bisogno… Piuttosto, direi, di maggiore tolleranza nei confronti della stampa, che avrà pure il diritto di raccontare ai lettori quello che succede senza incorrere nelle ire del presidente di qualche consorzio vinicolo…
O dobbiamo forse leggere la “Nota di precisazione del Sistema Prosecco in merito all’utilizzo del termine PROSECCO per definire uno spumante” (titolo un po’ macchinoso…) come un garbato invito a citare la parola “prosecco”, con o senza la p maiuscola, esclusivamente per celebrare le gesta delle denominazioni prosecchiste?

A proposito: dobbiamo accontentarci di chiamare “spumante” e basta, al massimo “vino bianco spumante”, il vino che si trovava nelle false bottiglie di Moët & Chandon“ o possiamo, se il dottor Zanette ce lo consente, e soprattutto non si adira, chiederci di che spumante, prodotto dove, con quali uve e da chi, si trattasse? Possiamo saperlo o chiedendocelo parliamo “a  sproposito”?

Attenzione! Non dimenticate di leggere anche:

 

7 commenti Leggi tutto

Buone notizie per le bollicine: quest’anno niente svendite come a fine 2014

Freccia_SuRicordate, era lo scorso ottobre, l’annuncio dato su questo blog dell’avvio della stagione delle “bollicine in svendita” e l’invito a segnalarmi prezzi scandalosamente bassi di “bollicine” metodo classico avvistati qui e là in giro sugli scaffali?

A pochi giorni dalla fine del 2015 sono in grado di poter dire, a lume di naso, ma credo proprio di non sbagliarmi, che negli ultimi tre mesi dell’anno appena trascorso non si siano ripetute le svendite che mi era toccato, per completezza dell’informazione, segnalare su questo blog sul finale del 2014 e nei primi mesi dell’anno successivo.

Posso arrischiarmi a fare questa valutazione basandomi su alcuni criteri di una qualche fondatezza: la rarità delle segnalazioni arrivatemi dai lettori (che nel 2015 su Lemillebolleblog sono ancora aumentati, come attestano i dati di Google analytics) relative a prezzi super bassi; il mio controllo sistematico dei volantini con le promozioni e gli sconti delle più importanti catene della GDO, su carta a Bergamo e Brescia, in Rete in altre zone, il controllo diretto degli scaffali e dei prezzi in molti punti vendita della Grande Distribuzione a Bergamo e in altre città della Lombardia. Ed infine due parole scambiate telefonicamente con personaggi che della vendita di vino sanno tutto.

Senza spacciarmi, cosa che non sono, per grande analista economico, ma semplicemente basandomi sul buon senso, posso azzardarmi ad attribuire la rarefazione del fenomeno “bollicine in svendita” (sto riferendomi solo ai metodo classico, non parlo del fenomeno, che ha logiche del tutto diverse, del Prosecco), a queste cause:

sono andate esaurite quelle scorte quel sovrappiù di produzione che pesava in alcune cantine un anno fa, e che aveva indotto taluni a scegliere la strada del prezzo molto basso. Inoltre con ogni probabilità hanno finito di circolare bottiglie che venivano da fallimenti, che erano state acquisite a prezzo basso e che hanno ugualmente consentito, una volta trasformate in bottiglie con marchi di fantasia, margini di guadagno anche una volta poste in vendita a prezzi ultra bassi. Una volta libere da quelle “palle al piede” quelle aziende non hanno più dovuto ribassare a tutto spiano;

le vendite nel 2015 sono andate meglio che nel 2014, l’economia, dicono, è in ripresa, e quindi i prezzi, salvo rarissime eccezioni, hanno potuto ritornare ad essere quelli che ci si attende da un metodo classico, da un vino che come minimo ha trascorso un anno di affinamento in cantina e che determinati costi di produzione, e non da uno charmat;

per alcune denominazioni in particolare l’export 2015 ha visto un interessante incremento e quindi vendendo bene sui mercati esteri un quantitativo crescente di bottiglie è venuta meno l’eventuale ipotesi di venderli a prezzi bassi e con super offerte come accadde nel 2014;

Credo poi che abbiano avuto un ruolo anche motivazioni di carattere psicologico, ovvero è cresciuta, in chi svendeva e in chi acquistava e poi vendeva a prezzo basso, da un lato la consapevolezza che la svendita alla fine finisce per arrecare un danno generale all’immagine delle denominazioni cui facevano parte le bottiglie delle aziende che avevano scelto un prezzo da liquidazione e l’appeal della stessa politica del prezzo basso praticata da una minoranza di soggetti finiva con l’essere sminuito e contraddetto dal prezzo “normale” proposto dalla maggioranza.

Sicuramente poi ci saranno altre motivazioni molto più tecniche e raffinate, alla base del ridotto manifestarsi del fenomeno “metodo classico in svendita”, ma credo di non essere andato lontano dal vero con le mie semplici osservazioni dettate dall’esperienza.

Attenzione! Non dimenticate di leggere anche:

5 commenti Leggi tutto

Cosa stappare per l’ultimo dell’anno? Due teorie diverse a confronto

Cincin-champagne
I grandi vini meglio non sprecarli con il botto di San Silvestro

La domanda su quale bottiglia scegliere per la rituale stappatura di San Silvestro domina già da giorni le discussioni tra gli appassionati di bollicine. Ognuno ha la propria personale soluzione e tiene gelosamente in serbo la cuvée, francese, italiana, spagnola, da sfoderare a sorpresa in base a motivazioni che tiene gelosamente segrete.

Motivi che possono essere legati ad un gusto personale, ad un particolare ad una marca o ad una cuvée, ad una tipologia, oppure a ricordi legati a quel vino che si intendono ritrovare. O semplicemente il desiderio di bere quella stessa bottiglia con una determinata persona con cui la si era bevuta anni prima.

Ognuno di questi criteri di scelta ha una propria innegabile validità – ha ragione chi sceglie Franciacorta e ne ha altrettanta chi sceglie Champagne o Trento – ha motivazioni solide sia chi opta per un Brut che per un Pas Dosé o un Rosé – ma si tratta di criteri che diventano ancora più fondati se la scelta è legata ad un abbinamento gastronomico, se la bottiglia di bollicine, soprattutto se pregiata, blasonata, costosa, verrà stappata e gustata e apprezzata in tutte le sue sfumature nel corso di un cenone. Un cenone che magari la ponga al centro dell’attenzione e faccia sì che la parte gastronomica sia studiata in base al vino scelto, per farlo brillare ancora di più di luce propria.

Completamente diversa la situazione se invece di pensare a stappare, gustare e apprezzare l’obiettivo è il botto (cosa assai differente da una normale stappatura) da count down della mezzanotte del 31 dicembre. Una prassi che quasi mai rispetta le regole di un corretto servizio e di una giusta valorizzazione del vino, ma punta ad ottenere un festoso rumore, con tanto di tappo che salta e spuma che fuoriesce copiosa dal collo della bottiglia.

punto-interrogativo-e-pensatore

Sprecare un grande vino per un’operazione del genere, che non mi permetto di biasimare e che ha una sua logica ampiamente condivisa, mi sembra completamente fuori luogo e pari ad un vero e proprio spreco. Più sensato, senza voler togliere valore ad un tipo di vino rispetto ad un altro, optare, per questo momento ludico, per “bollicine” più ordinarie, selezioni meno pregiate, di modo che la qualità non venga sacrificata passando inosservata nel momento rumoroso, caciarone, festosissimo, dell’arrivo del Nuovo Anno.

Una situazione di baldoria generale nella quale non si stanno certo lì a valutare le sfumature aromatiche, la finezza del perlage, l’armonia generale della cuvée, ma è la festa a dominare.

E poi, scusatemi, vorrete mica comportarvi, all’alba del 2016, come un neomiliardario russo che stappa magnum di Crystal per il puro piacere di farsi notare e di dimostrare che ha tanti soldi da permettersi “performances” (di dubbia eleganza e signorilità) simili?

Ad ogni modo, qualsiasi bottiglia scegliate per brindare, auguri!

4 commenti Leggi tutto

Osservazioni in libertà su Trento Doc bollicine sulla città

IncontroMuse
Proprio mentre l’Istituto Trento Doc ci comunicava dati positivi sul triennio 2012-2014 relativi alla crescita del Trento Doc (una crescita media del 6%, Riserve e Millesimati +13%) con 7 milioni di bottiglie vendute per un valore totale di circa 70 milioni di euro – le esportazioni corrispondono a circa il 20% del venduto, con l’Europa che rappresenta circa il 10% e America del Nord, Canada, Asia e Oceania con il restante 10%. e 8,5 milioni di bottiglie tirate nel 2014 dalle varie case spumantistiche trentine, il 26 novembre si è inaugurata, e proseguirà sino al 13 dicembre, la rassegna “Trentodoc: Bollicine sulla città”.

L’inaugurazione si è svolta nella straordinaria cornice del Muse, Museo delle Scienze di Trento, e una collaboratrice trentina di Lemillebolleblog, la sommelier Patrizia Galbiati, ci racconta, a modo suo, in maniera svagata e divertita, come sono andate le cose…

In occasione di “TRENTODOC bollicine sulla città incontri con l’eccellenza del metodo classico di montagna” qualche operatore fortunato è stato al MUSE ospite per una giornata  (dalle ore 11 alle ore 16) alla presentazione dedicata alle ultime uscite sul territorio dei Trentodoc di 37 case spumantistiche trentine con la bellezza di 102 vini (uno più uno meno… qualche Brut si è perso tra i dinosauri e le montagne…).

Ci sforziamo di raccontare non quello che si sa o si dovrebbe sapere, cerchiamo di non aprire gli argini mentali di quello che si pensa, ma di usare la comunicazione per esprimere quello che forse serve sapere di questo universo festaiolo: bollicine, luce, esuberante fragranza (a lungo trattenuta al freddo e al buio), un nettare delizioso portato al patibolo dei nostri palati da sontuosi fiori di cristallo.

Ore 11.

La fortuna di essere in un Museo è sicuramente quella che l’assaggio avviene con una certa calma e con una buona dose di silenzio anche se le sale sono aperte al pubblico; il Museo invita all’esplorazione.

Tra un Triceratopo e un Anchilosauro dislocati tra il piano -1 “storia della vita” e il piano 1 “Dai primi uomini sulle Alpi al futuro globale” assaggiamo.

Una sorprendente buona percentuale di Non Dosati (Nature, Pas Dosé) e Brut, Extra Brut, Rosé, Riserve, spesso raccontate dagli stessi produttori e si sa, in questi casi, la comunicazione e l’emozione che ne deriva è sempre vincente.

Lo chardonnay portato dalla Francia  “di nascosto” all’inizio del Novecento da Giulio Ferrari, “el Borgogna zalt” lo chiamavano qui in Trentino per distinguerlo dal bianco e dal nero, ha dato vita a una bellissima tradizione di vini della rinascita, della seconda fermentazione.

Eleganti, complessi, verticali, così bravi a raccontarci le varie realtà territoriali e climatiche che troviamo esplorando il patchwork Trentino; aziende antiche, aziende nuove.

Come sempre la coerenza, la serietà e la continuità che portano Tradizione e Innovazione a braccetto premia e si sente.

Ma la natura dà e toglie. Annate più calde o piovose penalizzano forse alcuni vini in zone con meno escursione termica ma anzitutto affezioniamoci ai cantinieri, ai vignaioli.

Nomi?

Per chi ama la potenza, i muscoli, vini da accompagnare a preparazioni anche impegnative: Maso Martis, Methius, con le loro luminose Riserve.

Se vogliamo comprendere cos’è la ricchezza liquida concediamoci il Giulio Ferrari con la sua infinita cremosità.

Se alla grande struttura si preferisce comunque l’eleganza estrema ed una più eterea ma grintosa anima, ecco Balter, il suo Brut s.a. Blanc de Blancs e soprattutto il suo Dosaggio Zero Riserva 2010; i Non Dosati di Opera, di Maso Martis, il Perlè Rosé 2008 di casa Ferrari, i Revì, il 111 Dosaggio Zero Riserva 2008 della famiglia Pedrotti,

Lavorazioni impeccabili per questi sognatori che sanno immaginare come potrà essere il loro prodotto a distanza di tanto tempo e in pieno rispetto della natura.

Assaggiamo con piacere il Paladino di Revì, Extra Brut 2010 100% chardonnay bio così nomato a difesa del territorio.

Sacrosanto avere sempre in mente la difesa del territorio e ci aiuta a non dimenticare che è anche questo che fanno i vignaioli: salvaguardia e cura del territorio.

TrentoDocbollicine2015

ore 16,30

Assaggiato tutto?

No, mezza giornata non è sufficiente ma la scarpetta di cristallo è tornata ciabatta. Però le curiosità che sono rimaste inappagate possono essere soddisfatte andando in visita dai produttori.

Tanto c’è da assaggiare ancora, spronati dalla varietà di questi Trentodoc.

Ma d’accordo la crosta di pane, le mele e gli agrumi, la nocciola, i fiori e la mineralità, il tocco balsamico, però…

“La Diversità – Come dice uno dei tormentoni pubblicitari di questo periodo – è ricchezza!

Saranno i molti assaggi personali a far comprendere al consumatore l’anima di questo Trentodoc ed a farne apprezzare le voci fuori dal coro.

Prosit!

Patrizia Galbiati

Attenzione! Non dimenticate di leggere anche:

 

 

3 commenti Leggi tutto

Anche il Prosecco (Doc) lancia il proprio Osservatorio, Prosecco Lab

ItaliaProsecco

E i primi risultati dicono che siamo “todos prosecchistas”!

Come ogni denominazione bollicinara che si difenda anche l’inarrestabile Prosecco Doc si è finalmente dotata di un proprio Osservatorio che avrà il preciso obiettivo di indagare le tendenze sul Prosecco e analizzare la relazione tra il consumatore contemporaneo e il Prosecco. E i risultati del primo sondaggio – indagine, realizzato per conto del Consorzio Prosecco da una società di primario livello come la SWG spa di Trieste, su un campione di 1200 italiani, maggiorenni, interpellati tra il 19 e il 21 ottobre, vanno oltre alle più rosee aspettative sul rapporto che lega gli italiani al popolare Charmat aromatico veneto-friulano.

L’87% del campione interpellato dichiara di bere vino (solo il 12% dichiara di non berlo mai e un uno per cento non risponde) e la stragrande maggioranza di questo 87% che beve vino, ovvero un 92%, dichiara di bere, “quotidianamente”, (2%) “spesso ma non tutti i giorni” (12%), “nei fine settimana” (15%), “raramente” (41%), “solo alle feste” (22%) Prosecco.

92ConsumatoriProsecco

La statistica è statistica e la risposta “raramente” rientra comunque nel computo delle risposte affermative e fa bene, da parte sua, il Consorzio Prosecco a gioire e diramare un comunicato trionfante anche se forse, invece di dichiarare “Il 92% di chi beve vino (ovvero dell’87% degli italiani), ama il Prosecco”, una totale completezza dell’informazione avrebbe forse suggerito di aggiungere “ma il 41% lo beve raramente”. Ovvero, come si vede bene dalla slide che correda il comunicato, 29% sono consumatori abituali, e 63% consumatori saltuari.

Questo senza mettere in dubbio il fatto, incontrovertibile, che a tantissimi italiani che bevono vino e ormai a tantissimi consumatori esteri, il Prosecco piace, che si tratta di un prodotto “che è conosciuto, apprezzato e bevuto”, e gode di robusta salute.
PerchébereProsecco

Molto interessante, piuttosto, è quanto emerge dalle risposte di quella grande quantità di italiani che dichiarano di bere Prosecco (da tutti i giorni a una volta all’anno), ovvero le motivazioni per cui lo scelgano (ogni interpellato poteva fornire sino a tre risposte). Emerge una scelta chiara e consapevole, di gusto, del prodotto, che prevale sulla scelta dovuta al prezzo contenuto: “Per il 41% delle persone la scelta del Prosecco è un fattore di gusto: perché gli piace. Un altro 31% lo ritiene semplicemente buono”. Un altro 32% lo sceglie perché gli piacciono i “vini frizzanti”.

Altre risposte ed il loro numero, danno poi la chiara misura di come quello tra il Prosecco e gli italiani si configuri come un legame duraturo: il 19% lo sceglie perché “si abbina a qualsiasi momento”, il 15% perché “mi piacciono i vini bianchi”, il 12% perché “è versatile” e solo il 9% perché “ha un buon rapporto qualità-prezzo”.

LogoConsorzioProsecco

Se si aggiunge poi che il 7% lo sceglie perché “lo trovo facilmente”, il 6% perché “lo conosco bene”, il 5% perché “mi ispira fiducia”, mentre il 7% lo giudica “tra i migliori in assoluto”, e il 6% lo considera “un vino sano”, ecco spiegato il successo di questo vino popolare, facile da trovare e dotato di un nome semplice da ricordare.

Non si può dunque, di fronte a numeri tanto eloquenti, che prenderne atto, anche se personalmente resto persuaso, cosa che il campione interpellato in questo sondaggio ha solo minimamente considerato ovviamente pensandola diversamente da me, che il prezzo contenuto costituisca una forte spinta all’acquisto. E uno dei motivi forti del successo. E di fronte ad un tale attaccamento, al prodotto Prosecco e alle sue caratteristiche, così tenace, credo sarà davvero un’impresa portare la maggior parte dei prosecchisti a diventare anche (o in alternativa) consumatori di metodo classico.

Attenzione! Non dimenticate di leggere anche:

 

4 commenti Leggi tutto

Challenge Internazionale Euposia, ottava edizione il 13 e 14 novembre a Bardolino

ChallengeEuposia

Metodo classico di tutto il mondo a confronto

Il metodo classico, il particolare metodo della “rifermentazione in bottiglia” codificato alla metà del Seicento e consegnato all’ammirazione ed emulazione del mondo dal monaco di Reims Dom Perignon, è una delle metodologia produttive più particolari e affascinanti che esistano al mondo intero.

Anche senza voler imitare il modello della Champagne, che continua ad essere l’inevitabile punto di riferimento, si tendono a produrre con la stessa metodologia, anche se non sempre con le stesse uve, vini metodo classico un po’ tutti i Paesi del mondo. Con risultati ovviamente diversi, legati come sono a terroir che sono diversi per altitudine, collocazione geografica, epoca di maturazione delle uve, composizione dei terreni.

Vini diversi dunque, e imparagonabili tra loro, anche se ogni tanto viene la tentazione, pur rispettando le peculiarità di ognuno, di metterli a confronto tra loro, in quella sorta di esercizio intellettuale che è la degustazione comparativa. Ovviamente effettuata alla cieca.

In base a questo spirito, che è ludico anche se concorrenziale, è nato nel 2008, promosso dalla rivista veronese Euposia, assieme al Grand Jury Européen (un autorità in Europa per le degustazioni professionali di vini di qualità) il Challenge Euposia, un campionato mondiale degli “spumanti” metodo classico, che quest’anno è giunto alla sua ottava edizione.

Inutile spiegare ai lettori di questo blog che alla vasta categoria dei metodo classico mondiale appartengono, oltre allo Champagne, le Blanquette de Limoux ed i Cremant in Loira ed Alsazia (e altre regioni vinicole francesi), i Cava spagnoli, i “Cap Classique” sudafricani, i “Merreth method” o English Sparkling wines inglesi, gli italiani Franciacorta, Trentodoc, Oltrepò Pavese, Alta Langa, Durello, Alto Adige.

E assaggiarli insieme rappresenta un’occasione piuttosto rara, una possibilità non tanto di stabilire, perché in ogni concorso c’è un vincitore, chi possa essere “il migliore” o il più buono, quello emerso come tale al termine di una degustazione che ha coinvolto gusti e mentalità diverse, ma di capire come si muova il metodo classico a livello internazionale e come evolvano, a quale livello qualitativo siano arrivati, i nuovi competitor.

E’ per questo motivo, per soddisfare una curiosità intellettuale e mettere alla prova il proprio palato, che personaggi di diversa provenienza, Svezia, Regno Unito, Francia, Argentina, Germania, Principato di Monaco, Stati Uniti e Italia, andranno a comporre la giuria, presieduta dal celebre sommelier romano Alessandro Scorsone, con presidente onorario Severino Barzan, storico fondatore della Bottega del vino di Verona, e responsabile dati/classifiche Beppe Giuliano, direttore di Euposia, che il 13 e 14 novembre, animerà l’ottava edizione del Challenge.

A confronto tra loro, in competizione ci saranno Champagne, Crémant e Blanquette francesi, Cava spagnoli e sparkling wines provenienti da Stati Uniti, Argentina, Brasile, Portogallo, Germania, Austria, Slovenia, Croazia, Russia, Moldavia, India, Australia, Nuova Zelanda e Sud Africa. In gara anche l’eccellenza italiana: tutte le denominazioni – come Franciacorta, Trento Doc, Lessini Durello, Alto Adige, Alta Langa ed Oltrepo Pavese – e tutte le regioni produttive comprese le bollicine del Sud dall’Etna, alla Calabria, alla Puglia ed alla Campania.
euposia

Il Challenge si svolge col patrocinio e secondo le regole del Grand Jury Européen, in collaborazione con la Deutschland Sommelier Association, l’American Chamber of Commerce in Italy ed il Consorzio Lessini Durello Doc.

Teatro dell’Euposia Challenge sarà l’Aqualux Hotel Spa & Suites di Bardolino ed i vini in degustazione saranno oltre 200, ed il regolamento del Concorso prevede dal 2015 una importante modifica: a differenza di molti Concorsi e delle precedenti edizioni, “tutti i campioni in gara verranno degustati dall’intero panel dei Giurati. Questo permetterà alle Cantine che ne faranno richiesta di poter contare su un “pacchetto” di giudizi più ampio e veritiero che comprenda tutte le diverse sensibilità dei giurati. Un’analisi più utile rispetto ad un semplice voto in centesimi. E per la prima volta, assieme a sommelier, enologi e giornalisti della stampa specializzata, in Giuria parteciperanno anche due lettori della rivista, che apporteranno la loro sensibilità di “consumatori” al giudizio dei membri “tecnici”.

Della giuria faranno parte, tra gli altri: Boris Maskov, Ambassadeur Champagne in Germania; Sofia Biancolin, presidente Deutschland sommelier Association; Patricia Guy, wine-writer Usa; Nicola Bonera, miglior sommelier italiano 2013; Massimo Sacco, Chef sommelier Fairmont Hotel Montecarlo; Bradley Mitton, Uk, winemerchant; Alberto Ugolini, esperto analisi sensoriale; Goran Amnegard, winemaker, Svezia; Luciano Rappo, GJE, giurato anziano Challenge; Stefania Belcecchi, Doctor Wine e Civiltà del Bere; Samantha Lintner, enologo Regno Unito; Magda Beverari, Francia, wineblogger; Lucas Nemesio, enologo, Argentina; Alessandro Speri, Argentina, enologo.

Attenzione! Non dimenticate di leggere anche:

2 commenti Leggi tutto

Brutte notizie dalla Franciacorta: all’asta (a 3,50 euro a pezzo) 9902 Franciacorta Docg Vignenote

Astafallimentare

La decisione a seguito del fallimento della società Borgo Santa Giulia

La (brutta) notizia era già trapelata un mese orsono, dalle pagine bresciane del Corriere della Sera. Come si leggeva, “il 29 settembre scorso il tribunale di Brescia ha dichiarato il fallimento della Borgo Santa Giulia srl, società agricola di Corte Franca proprietaria della cantina Vignenote, associata al Consorzio Franciacorta. Con una produzione vitivinicola che in breve tempo si è attestata sopra le 100mila bottiglie e investimenti diversificati in un ristorante, un relais e una sala convegni allestiti all’interno del borgo, l’azienda ha contratto un debito da 600mila euro”.

Si sperava che le cose potessero in qualche modo risolversi, anche se il Tribunale aveva già nominato un curatore fallimentare incaricato di “risolvere il nodo del Franciacorta già imbottigliato”, proposto con il marchio Vignenote, la cui attività aveva sviluppato ”un valore vicino al milione di euro”.

Oggi purtroppo, come si legge sul sito Internet Brescia today, le cose hanno preso la piega peggiore, ben lontana dai progetti di sviluppo e di crescita dell’export espressi in un articolo dell’estate 2012 apparso su Brescia oggi.

A breve andranno all’asta 9902 bottiglie di Franciacorta Docg Vignenote, in larga parte della tipologia Brut e Satèn, parte di un unico lotto “che verrà battuto a partire da una base iniziale di 34.657 euro (più Iva, pari a 3,5 euro a bottiglia)”.

Nell’articolo sono indicate le modalità di partecipazione all’asta, con presentazione dell’offerta entro il 5 novembre al curatore fallimentare.

Franciacorta2015ExtraBrut 084

Delle “bollicine” di Vignenote non avevo mai scritto in questi primi cinque anni di Lemillebolleblog, anche se nelle mie degustazioni i vini, che spiccavano soprattutto per un’etichetta piuttosto triste, non sfiguravano, anche se non raggiungevano mai livelli di particolare eccellenza.

Sono molto dispiaciuto per questo fatto, perché il fallimento di una società agricola e la messa all’asta di circa 10 mila bottiglie ad un prezzo di realizzo molto basso, sono sempre notizie negative che indicano come non basti salire sul carro di una denominazione in grande spolvero, mettere in etichetta un nome che ha visibilità mediatica grazie al lavoro di molti, per assicurarsi un successo commerciale e una presenza stabile sul mercato.

Giudico però la scelta di mettere all’asta un primo lotto – immagino ne seguiranno altri – di Franciacorta Vignenote, una scelta di grande trasparenza e correttezza, che spero però non produca l’effetto negativo di far finire sul mercato a prezzi pericolosamente bassi, come già successo con i vini provenienti da un altro fallimento di un personaggio peraltro molto noto anche come venditore televisivo (a proposito: questa una mia riflessione di nove anni orsono), bottiglie di Franciacorta Docg. Bollicine che nella loro stragrande maggioranza sono proposte a prezzi degni di un metodo classico, non di uno Charmat pronto per la vendita in pochi mesi. E rispecchiano l’immagine di una zona con grandi ambizioni e grandi risultati raggiunti (tra loro anche il bilancio della partecipazione ad Expo, come viene raccontato in questo articolo), nonostante qualche incidente di percorso come quello che ho, in sintesi, raccontato…

_________________________________________________________________________

Attenzione!: non dimenticate di leggere anche Vino al vino
www.vinoalvino.org

 

 

27 commenti Leggi tutto

Alla Oktober Fest di Adro, c’è anche il Franciacorta!

Oktoberfest

Continuano le allucinanti stranezze del Festival Franciacorta in cantina 2015

Scusate se vi tedio a parlarvi ancora, invece che dei tanti Champagne, Cava, Trento Doc, Alta Langa Docg, Oltrepò Pavese Docg che ho assaggiato e bevuto di recente (settimana scorsa qualcuno ha provato a farmi bere anche un cosiddetto “Franciacorta alternativo”: sono scappato urlando “datemi una Cuvée Imperiale Guido Berlucchi, anche una Cuvée Alma piuttosto!”) di Franciacorta e di quella cosa singolare che è diventata il Festival Franciacorta in cantina.
Ieri vi avevo lasciato con questo post, definendo “Fantastiche le scelte, molte delle quali in stile Expo oriented, di alcune delle cantine franciacortine impegnate, i prossimi 19 e 20 settembre, nell’edizione 2015 del Festival Franciacorta in cantina (qui il programma dettagliato)” e ventiquattro ore dopo sono ancora a parlarvi di un altro episodio di ordinaria deriva della manifestazione franciacortina distribuita nelle varie cantine (un folto numero, non tutte).

OktoberfestFranciacorta

Un episodio che vede protagonista non un’azienda qualsiasi, bensì un’azienda che si era già fatta notare per uno squallido episodio di svendita di un proprio Franciacorta Docg a prezzi da Prosecco, 3,99 euro, un’azienda che vede tuttora una propria rappresentante far parte, ed è allucinante pensarci, nel Cda del Consiglio del Consorzio bresciano.

Pazza idea

L’azienda, proprietà della famiglia Muratori, si chiama Villa Crespia, negli ultimi anni sue cuvée hanno misteriosamente ricevuto i massimi riconoscimenti da alcune guide (sempre le stesse, specialiste nel prendere… cantonate), come potete leggere dalla locandina che pubblicizza la propria iniziativa “sabato 19 e domenica 20 settembre 2015 Villa Crespia spalanca i suoi cancelli e presenta la prima Birra che fermenta con il mosto d’uva di Franciacorta, per un Festival del Franciacorta all’insegna del Dosaggio Zero! Dal 2002 Villa Crespia ha scelto di produrre Franciacorta a Dosaggio Zero per raccontare la naturalità dei suoli del proprio territorio. L’amicizia con i giovani birraioli Matteo e Christian del Birrificio Curtense di Monterotondo (www.curtense.it) ha creato i presupposti per un’idea che si chiama Birra #Dzero”.
logoconsorzio-franciacorta-300x181

Leggiamo ancora che “dal 2002 Villa Crespia (www.arcipelagomuratori.it) sceglie di produrre Franciacorta a Dosaggio Zero per raccontare la variabilità dei suoli attraverso i suoi vini. L’amicizia di Michela Muratori con i giovani birraioli Matteo e Christian del Birrificio Curtense di Monterotondo ha creato i presupposti per un’idea intrigante. Con l’aiuto di Francesco Iacono, vitienologo dell’Arcipelago Muratori, hanno scelto di dare vita ad una birra a Dosaggio Zero con mosto d’uva di Franciacorta. Dalle uve di Pinot nero raccolte nel Vigneto Fornaci di Villa Crespia ad Adro dalla vendemmia di questo agosto 2015 è stato selezionato il mosto da utilizzare per la nuova birra battezzata Birra #Dzero. La Birra #Dzero sarà in degustazione in anteprima domenica 20 settembre dalle ore 16.30 a Villa Crespia, quando la cantina sarà aperta al pubblico in occasione del prossimo Festival del Franciacorta in Cantina.

Un senso

Quello che accomuna un birrificio e una cantina della Franciacorta è semplicemente la passione di voler raccontare il proprio territorio e il desiderio di poterlo esprimere al meglio attraverso il proprio lavoro di giovani artigiani. Birrificio Curtense e Tenuta Villa Crespia si uniscono per dare vita ad un prodotto nuovo, che nasce semplicemente così, la scorsa primavera, tra un calice di birra, uno di Franciacorta, tra una chiacchiera e l’altra durante un pranzo alla Trattoria del Gallo di Rovato. Per questo motivo la degustazione della nuova birra alternata a calici di Franciacorta a Dosaggio Zero sarà accompagnata dal Pane&Salamina preparato dalla Trattoria del Gallodi Rovato , per l’occasione in trasferta a Villa Crespia”.

FranciacortaExpo

E non è finita, perché in pieno spirito Expo, non dimenticate chi è, insieme alla bibita gassata multinazionale il principale sponsor del Gardaland caro al regime renziano, l’azienda di Adro, che, lo ripeto, vede una propria rappresentante presente nel Cda del Consorzio Franciacorta, propone un’altra “chicca”.

Leggiamo difatti che “Oltre al Pane&Salamina, in anteprima si potrà provare anche il Mc Burger #Dzero, un panino preparato con prodotti tutti molto ‘local ’da pensare in abbinamento a Franciacorta o Birra, secondo i gusti”. Avete capito l’antifona, Franciacorta o birra, “secondo i gusti”, questo o quella per Villa Crespia, Arcipelago Muratori “per me pari sono”.

Questa o quella per me pari sono

E io, che alla Franciacorta e ai Franciacorta Docg, alla regione vinicola denominata Franciacorta ho dedicato (e dedicherò ancora, stiano sereni il Signor Presidente del Consorzio e la sua corte di amici e fedeli) centinaia e centinaia di articoli, dovrei difendere una deriva franciacortina del genere, dove al Festival Franciacorta in cantina si presenta una birra e una birra viene equiparata ad un Franciacorta?

Octoberfest

Ma nemmeno morto! Produttori franciacortini, se pensate che quello che scrivo meriti la vostra considerazione, se mi riconoscete amore per la vostra terra e per la vostra denominazione, vi prego, fate sentire la vostra voce e ribellatevi a questo indegno stato di cose prima che qualcuno mandi a ramengo la vostra storia, la vostra immagine e la vostra, lungamente faticata e sudata, credibilità!

loveFranciacorta

________________________________________________________________________

Attenzione!: non dimenticate di leggere anche Vino al vino
www.vinoalvino.org e il Cucchiaio d’argento!

21 commenti Leggi tutto

Trento Doc: se i trentini si svegliano, non ce n’è per nessuno….

TrentoDocincittà-Milano

Ottimi riscontri da una bella degustazione di 67 campioni di bollicine “di montagna”…

L’avevo annunciata, settimana scorsa, la mia due giorni trentina, con l’obiettivo di un’ampia degustazione, ovviamente alla cieca (e a chi solleva qualche dubbio in merito il mio invito, molto amichevole, di andare a bere Prosecco…) della denominazione forse più simbolica del vasto universo vinicolo della terra del Concilio, ovvero il Trento Doc, con la quale in questi quasi primi cinque anni di vita di questo blog ci sono state baruffe e carezze, dialoghi e incomprensioni, manco io parlassi polacco e loro cinese…

Lo scorso anno, al termine di una degustazione di 61 campioni, avevo definito quella bollicinara trentina una denominazione in buona salute, quest’anno, dopo che i campioni degustati, con l’impeccabile assistenza del simpatico e competente sommelier (A.I.S., ça va sans dire…), Antonio Falzolgher (chiedere a lui se ho degustato a bottiglie coperte oppure no..), sono stati ben 67, e fino ai primi 44 mi ha fatto compagnia il carissimo amico e collega Tiziano Bianchi, alias Trentino Sky wine e altre cose, devo sintetizzare il mio giudizio in poche parole: se i trentini del Trento Doc si svegliano e riescono finalmente a fare sistema e lavorare con concordia non ce n’è per nessuno.

E

Perché, come dicevo in una pausa della degustazione, quando ho avuto il piacere e l’onore di ricevere una visita importante, quella del Presidente dell’Istituto Trento Doc, che è anche il potentissimo, e bravissimo, direttore di quella “piccola cantina” che è Cavit, ovvero Enrico Zanoni, che giusto tre anni fa intervistai in tre parti, leggete la prima qui, qui la seconda e qui la terza, il livello medio dei vini si é ancora elevato.
E al mio assaggio mancava uno dei più buoni in assoluto, l’823 di quel grande vignaiolo che è su ai Ronchi di Ala, agli oltre ottocento metri del suo magnifico Maso Michei, Giuseppe Tognotti (ritratto nella foto qui sotto), uno che fa vini, fermi o con le bollicine, metodo classico senza compromessi, che mi fanno andare fuori di testa.
E mancavano all’appello, per loro legittima scelta che rispetto ma non capisco, i vini di i vini di Cantina di Isera, Conti Bossi Fedrigotti/Masi, Fondazione Edmund Mach Istituto San Michele, Methius, Pedrotti, Viticoltori in Avio, Zanotelli Elio, nonché, ma guarda te!, Rotari, se il Trento Doc ingrana la marcia giusta chi lo ferma più?

TrentoDoc2015 001

Perché la Franciacorta ed il Franciacorta Docg sono state e ancora sono una cosa strepitosa, un fantastico successo imprenditoriale e commerciale, ma i terroir, soprattutto i vigneti di alta collina e di montagna, e la freschezza dello Chardonnay che cresce in Trentino, se li possono sognare. Come pure la quantità di Pinot nero dell’Oltrepò Pavese.
E finora hanno avuto strada spianata, con la vera e propria concorrenza solo di una Maison storica come Ferrari (quella che quando viene la Merkel ad Expo riesce a farla sedere a tavola a bere un suo Trento Doc e non un Docg bresciano…), soprattutto perché i trentini dormivano, litigavano, prendevano tempo, dovevano risolvere trecento problemi, reali o pseudo, che i franciacortini con il loro pragmatismo lombardo e la loro libertà dal laccio del cosiddetto pensiero unico e debole cooperativo-consociativo tardo democristiano di sinistra, avrebbero invece risolto in breve tempo. Decidendo e operando.

TrentoDocRemuageitaliano

Ora, così mi ha detto Zanoni e io gli credo, innanzitutto perché non è trentino, ma lombardo come me…, e perché è una persona seria (più di tanti politici locali, che vendono sempre fumo e poco arrosto, ne ho avuto la riprova venerdì sera ad un convegno cui sono intervenuto a Sabbionara di Avio…), le cose sono cambiate, l’Istituto del Trento Doc è oggi più operativo che in passatom ha rotto l’inerzia e ha coinvolto maggiormente gli associati, che coprono con i loro contributi, aumentati secondo una delibera di una recente assemblea, i costi operativi (in più c’è il contributo di Mamma Provincia e del calderone del Consorzio vini, sito Internet aggiornato al gennaio 2015…), e i risultati, dal punto di vista qualitativo, meno da quello della comunicazione e promozione e circolazione dei vini (recentemente in tre ristoranti della zona del Verdicchio dei Castelli di Jesi ho trovato in carta sei-sette Franciacorta, ma di Trento Doc c’era solo Ferrari…), si fanno vedere.
Provincia-autonomaTrento

E così, proposti dalle seguenti aziende, che ringrazio sentitamente per la loro disponibilità, Abate Nero, Altemasi Cavit, Balter, Bellaveder, Borgo dei Posseri, Cantina Aldeno, Cantina Mori Zugna, Cantina Rotaliana di Mezzolombardo, Cantina Sociale di Trento, Cantina di Tablino, Cantine Monfort, Cembra Cantine di Montagna, Cesarini Sforza, Concilio vini, Conti Wallenburg, Endrizzi, Ferrari, Gajerhof, Letrari, Madonna delle Vittorie, Maso Martis, Moser Francesco, Opera vitivinicola in Val di Cembra, Pisoni, Revì, San Michale, Simoncelli, Tonini, Vivallis, Zeni Roberto, ho potuto degustare 67 Trento Doc dal livello medio mai trovato così alto in passato.

TrentoDoc2015 019

Cosa mi è piaciuto particolarmente? Tanta roba direi, con l’eccezione dei Rosé, che se non fosse per i campioni di Revì, Letrari (finalmente un Rosé all’altezza del nome della Maison di Rovereto..), Ferrari e soprattutto Endrizzi, ormai il Pian Castello è un classico della tipologia, sarebbero anonimi, banali, dolciastri, senza nerbo e carattere, ognuno, vedi foto sopra, con un colore diverso dall’altro, in maniera clamorosa.

TrentoDoc2015 078

Vincitrice morale di questa mia degustazione è un’azienda storica, che ha proposto in assaggio diversi vini, svariati dei quali mi hanno convinto senza se e senza ma. Parlo dell’Extra Brut e del Brut non millesimato, dell’Abate nero Domini 2008 e 2009, della Riserva dell’Abate 2007 di Abate Nero (i cui vini potete trovare sull’enoteca on line specializzata Spumeggiando), dove opera un vero conoscitore delle bollicine come Luciano Lunelli. Molto bene, come sempre, i vini del grande leone, Leonello e della sua degna figlia Lucia, Letrari, parlo del Brut 2012, del Letrari Brut riserva 2009, del 976 Riserva del Fondatore 2005, del del Dosaggio Zero 2012, del Rosé 4 + 4.

TrentoDoc2015 013

E molto bene, anche se i campioni in degustazione non hanno raggiunto lo splendore fiammeggiante del Giulio Ferrari 1996 che ho bevuto la sera prima della degustazione a cena con il vecchio caro amico e felice plurinonno, Mauro Lunelli (bottiglia e persona da applausi) i vini di casa Ferrari, con un plauso speciale per il Giulio Ferrari 2004, il Perlé 2009, il Perlé Rosé 2009. Notizia, mi è per la prima volta sostanzialmente piaciuto, anche senza entusiasmarmi il controverso e dialettico Extra Brut Perlé Noir (Pinot noir in purezza) in versione 2008.

TrentoDoc2015 070

Poi, in ordine sparso, mi sono piaciuti il 600Uno non millesimato di Concilio Vini, il Redor Brut non millesimato della Cantina Rotaliana, il Tananai 2011 di Borgo dei Posseri, il Trento Brut riserva 2010 di Bellaveder, il Brut Morus 2011 di Cantina Mori Colli Zugna, l’Altinum Extra Brut riserva 2009 e l’Altinum Brut della Cantina di Aldeno, il Brut riserva 2010 Pian Castello di Endrizzi.

TrentoDoc2015 040

E poi il sorprendente Tridentum Brut 2009 con sboccatura 2015 di Cesarini Sforza (oh, yes!), la cuvée del Conte Fondatore 2008 di Wallenburg, il Redor Riserva 2008 della Cantina Rotaliana, Maso Martis Brut riserva 2008, il Brut millesimato 2008 di Giorgio Zeni (da seguire!), il Nature 2011 di Marco Tonini, l’Antares 2010 della Cantina di Toblino, l’Altemasi 2010, l’Altemasi Pas Dosé 2007 di Cavit, il Nature Dosaggio zero 2011 di Pisoni, il Dosaggio Zero 2011 di Revì, il Siris Brut non millesimato di Gaierhof, il Pas Dosé riserva 2009 di Balter.

TrentoDoc2015 080

Questi quelli che mi sono piaciuti maggiormente, ma anche gli altri, a parte qualche delusione, tipo il Maso nero riserva 2009 di Roberto Zeni, o l’Altemasi riserva Graal 2007 di Cavit, o il Rosé di Balter, non mi sono dispiaciuti affatto.

TrentoDoc2015 056

Lo ribadisco e lo ripeto, senza per questo aver indossato la casacca (semmai ne esistesse una) del Trento Doc, così come in passato non ho indossato né mi accingo ad indossare ora casacche di altre zone lombarde. Se i trentini del Trento Doc prendono consapevolezza del loro potenziale, con tutto lo Chardonnay di cui dispongono e delle varietà di terreno e soprattutto altimetriche e con la freschezza e sapidità di cui sono dotate le loro basi, davvero l’attuale predominio franciacortino (dove peraltro prima o poi si risveglieranno dall’ubriacatura da Expo e ricominceranno a lavorare sulle cose serie, visto che hanno vari problemi tecnici e commerciali e promozionali da affrontare: auguri all’annunciatissimo prossimo presidente del Consorzio Vittorio Moretti, mister Bellavista!) rischia di essere messo in crisi.

Sonnitranquilli

Ma poiché con i trentini, come con gli amici oltrepadani, tutto è possibile, il meglio, ma purtroppo più spesso anche il peggio, credo che in Franciacorta possano ancora dormire, ma non per molto, sonni tranquilli. Perché il Trento Doc, pur con i tempi e le procedure elefantiache tipiche dell’universo vitivinicolo e agricolo di questa regione bellissima, si sta svegliando, si è svegliato. E, sono pronto a scommettere, non mancherà di farsi sentire….
A tutto vantaggio dei consumatori appassionati di bollicine metodo classico di qualità, una tipologia della quale nessuno può pensare, anche se si diletta in pubbliche relazioni e spende tanti soldi, né può illudersi, di avere l’appannaggio…

________________________________________________________________________

Attenzione!: non dimenticate di leggere anche Vino al vino
www.vinoalvino.org

9 commenti Leggi tutto

Divagazioni franciacortiste su cronache vere e cronache di regime

disinformazione
Che differenza passa tra un giornale che fa informazione e uno che eccelle nella propaganda?

La stessa, identica differenza che corre tra un blog che pubblica notizie come queste, leggi, leggi, leggi, e ancora leggi e un sito, sempre dalla parte dei potenti del mondo del vino italiano, che senza battere ciglio pubblica veline come questa, che è un piccolo capolavoro, direi quasi di renziana obbedienza, che testualmente, manco l’avessero scritto nella sede del Consorzio di Erbusco (o forse l’hanno scritto proprio lì e poi diffuso urbi e orbi?), perentoriamente, con tanto di posa mussoliniana e annuncio dal balcone di Palazzo Venezia, afferma: “per il consorzio guidato da Maurizio Zanella, l’Expo, a due mesi dalla chiusura, può considerarsi un vero successo.”

FranciacortaExpo

E ancora: “nel Decumano, ogni giorno, attira tantissime persone, che hanno voglia di assaggiare le bollicine italiane famose in tutto il mondo. E la media giornaliera, è di 700/800 calici venduti al giorno”. Lasciando intendere, a quelli che hanno l’anello al naso, che ad Expo praticamente converrebbero da ogni dove per degustare il metodo classico italiano che sfida, beh l’ha fatto ufficialmente, nello stand del Consorzio, nell’ambito dello scorso Vinitaly, lo Champagne, con il risultato di vendere, a caro prezzo 700-800 calici (che nel titolo dell’obbediente sito diventano 1000..) al giorno. Che fanno 150 bottiglie o forse meno.

ZanellaExpo

Al che viene da chiedersi: ma la partecipazione del Consorzio Franciacorta all’Expo, con l’incarico, pagato a peso d’oro, di Official Sparkling Wine Sponsor (però quando viene in visita la Merkel finisce per bere Trento Doc Ferrari, non Franciacorta…), serviva per vendere 150-200 bottiglie al giorno? Era una scelta d’immagine, di prestigio, di marketing o corrispondeva invece a un po’ più banali questioni di bottega, di vendita delle tante (troppe?) bottiglie ormai prodotte?

Informazioneindipendente

Ma la perlina il sito di regime la raggiunge nel finale della velina, pardon, dell’articolo, laddove si scrive “Sarà una fine dell’anno molto intensa per il consorzio Franciacorta visto che, dall’1 novembre, ad Expo conclusa, bisognerà pensare al rinnovo delle cariche. Infatti, il presidente Zanella, a cui era scaduto il mandato, ha proseguito ad interim, su decisione dell’assemblea dei soci, fino al 16 dicembre, insieme ai due vice presidenti Maddalena Bersi Serlini, Silvano Brescianini ed all’intero consiglio di amministrazione”.

Il finale recita, e siamo alle comiche, “A metà dicembre ci sarà l’elezione del nuovo presidente e di tutto il consiglio di amministrazione. Ma sull’orientamento, bocche cucite: “Non trapela nulla – dice Zanella – per adesso siamo solo concentrati sull’Expo”.
pinocchio

Cronache di (dis)gusto vince, con distacco, il gran premio della montagna delle notizie care ai conduttori del vapore, chi ha rilasciato la dichiarazione sul fatto che sul nome del nuovo presidente “non trapela nulla” e non si sappia nulla vince, con merito, il Pinocchio d’oro. Ma se lo sanno anche i sassi, che, come in quella canzone di Riccardo Cocciante

Era già tutto previsto…

e come in un patto del Nazareno erbuschese sia già da tempo deciso, chiedere ad esempio ad un’eminenza grigia come il past president e oggi presidente FederDoc Riccardo Ricci Curbastro, che a Zanella (alias Cà del Bosco) succederà Vittorio Moretti, patron di Bellavista? E che in questo percorso è stato sacrificato un candidato alternativo, mandato in avanscoperta e poi lasciato solo, come Emanuele Rabotti?

April 7th 2013, Franciacorta (Italy), Bellavista: Vittorio e Francesca Moretti

Ma a chi le volete raccontare queste barzellette?

Un’ultima cosa, una domanda: ma quel Signore nella foto che correda l’articolo del sito siculo, non é il presidente di un Consorzio che produce leader nella produzione di metodo classico che hanno l’ardire di sfidare gli Champagne? Ma il sito Web di “regime” che ha pubblicato questa comica velina non aveva una foto più adatta da pubblicare? Il presidente del Consorzio Franciacorta con un bicchiere di vino rosso in mano?… Oggi le comiche….
E in attesa che il dottor Maurizio Zanella chieda agli amici, suoi, di Cronache di (dis) gusto che pubblichino al posto di quella una sua foto, ce ne sono a decine disponibili, che lo ritragga, come sarebbe giusto, con tanto di Calice Franciacorta, aspettiamoci di vedere presto la foto del presidente del C.I.V.C. o di grandi champagnisti quali Jean-Hervé e Laurent Chicquet, alias Jacquesson, con in mano un bicchiere di Bouzy o di Coteaux-Champenois.. E, perché no?, il presidente del Trento Doc o uno dei cugini Lunelli mentre brindano con un bicchiere di Teroldego o di Marzemino…

E vai!
Oggi_Comiche

________________________________________________________________________

Attenzione!: non dimenticate di leggere anche Vino al vino
www.vinoalvino.org

16 commenti Leggi tutto

I boss della Champagne si sono forse messi a vendere Prosecco?

Otempora

Sugli scaffali dei supermercati inglesi Prosecco a braccetto con Veuve Clicquot

E’ sempre utile e divertente la lettura dell’ottimo blog collettivo, a cinque mani, scritto in francese ed in inglese, Les5duvin, che vede tra i principali animatori il mio amico e collega franco-belga Hervé Lalau, alias Chroniques vineuses.

In un articolo firmato dall’ottimo collega Jim Budd, autore anche delle foto che trovate sotto, dedicato all’edizione di Les Grandes Tablées de Saumur-Champigny dopo aver parlato dei vini locali, dei Saumur-Champigny appunto, l’autore cambia completamente registro e documentandolo con delle immagini eloquenti ci documenta come la Prosecco-mania in UK – a proposito, come documenta l’ottimo Trentino wine blog, “La domanda in Usa ed Europa è esplosa negli ultimi mesi (più 26%), produttori in difficoltà. C’è chi è disposto a pagare ai viticoltori anche 2,60 euro al litro contro 1,30 di mercato” – produca effetti incredibili.

L’autore, con strepitosa ironia, dice di essere stupefatto dalla quantità di Prosecco che sembrerebbe essere prodotto dalla Veuve Clicquot, che ha sempre creduto essere una Maison de Champagne parte del potente gruppo LVMH. Questo stupore è dato dalla perfetta contiguità sugli scaffali di molti supermercati britannici di bottiglie di Prosecco con le bottiglie della celeberrima bottiglia di Champagne dal colore oro arancio.

ProseccoClicquot1

Da cui l’autore deduce che Veuve Clicquot si sia orientata verso il mercato del Prosecco a causa della sua crescente popolarità. Secondo un recente studio di mercato il Prosecco risulterebbe essere il vino maggiormente scelto per i brindisi in occasioni di matrimoni. Secondo questo studio di Laithwaite’s, che ovviamente vende la sua bella gamma di Prosecco, venduti a prezzi ben più cari di determinati Franciacorta Docg, che in Italia vengono tranquillamente e volgarmente svenduti a 2,99 euro, come ho documentato, oggi un 63% di coppie festeggia il giorno più importante della vita (ma chi ci crede!) brindando a Prosecco contro un 8%, di buongustai, che brinda a Champagne.

Conclusioni a parte sulla triste evoluzione, non solo economica, ma morale ed etica degli inglesi e sul degrado dell’istituto del matrimonio (scommettiamo che larga parte di quei “marriage” andranno rapidamente a ramengo, “benedetti” come sono dal brindisi con un vino del genere?) , e prendendo per buoni gli studi, forse un pochino interessati?, di to Laithwaite’s, secondo la quale le vendite di “Italian fizz” (e questa sarebbe la chiarezza e la competenza degli inglesi? Parlare di “Italian fizz” senza precisare di che ca..o di bollicine si tratti?), sarebbero cresciute del 25% negli ultimi 18 mesi, portando le vendite di Champagne per matrimoni ai livelli del 2013, resta il fatto che questa contiguità sugli scaffali dei supermercati inglesi di quella che il giornalista inglese definisce “an array of yellow/gold/orange labelled Prosecco”, una sfilata di Prosecco dalla furbesca etichetta giallo-arancio, porta a confondere Prosecco con Champagne. Pardon, Veuve Clicquot.

MionettoClicquot

Però, la stessa Maison francese che accetta senza colpo ferire questo strano caso di cose, questa confusione che porta parte del consumatore britannico, quello più pirla, a prendere i Prosechin con etichetta simil Veuve Clicquot per veri Veuve Clicquot (perché escludere che anche nella “perfida Albione” ci possano essere coglioni del genere? Ci sono dappertutto…), non ha esitato a far scrivere una ridicola e vergognosa lettera da parte di un proprio avvocato ad un piccolo produttore artigiano campano, l’ottimo Ciro Picariello sostenendo che l’etichetta del suo Brut contadino poteva essere confusa per l’etichetta di uno Champagne Veuve Clicquot e invitando implicitamente il piccolo produttore, spaventato dalla lettera del legale di tanta potenza, a cambiarla.
La conclusione, la morale, se di morale si può parlare, di questa storia che esprime perfettamente la deriva dei costumi e delle abitudini di consumo in questa merdosa epoca di crisi, non solo economica, la voglio lasciare al collega britannico: “Moral of the story: Ciro should have called their sparkling wine Prosecco and presumably VC wouldn’t have said anything”.

PicarielloClicquot

Ovvero: se Picariello avesse chiamato il proprio spumante Prosecco molto probabilmente Veuve Clicquot non avrebbe avuto nulla da eccepire….

Poteri forti e cane non mangia cane?

canenonmangia

________________________________________________________________________

Attenzione!: non dimenticate di leggere anche Vino al vino
www.vinoalvino.org e il Cucchiaio d’argento!

9 commenti Leggi tutto