Brut metodo classico Milazzo

Denominazione: Altre Bollicine
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay, Inzolia verde
Fascia di prezzo: da 10 € a 20 €

Giudizio:
3


MilazzoBrutmetodoclassico

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Considero ancora valido quanto recentemente ho scritto qui recensendo positivamente il Pas Dosé Dosage Zero dello stesso produttore. Continuo a pensare che per la produzione dei metodo classico italiani le zone storicamente vocate, per motivi climatici soprattutto, si trovino tutte al nord. E che i metodo classico espressioni di denominazioni specifiche come Franciacorta, Alta Langa, Trento, Oltrepò Pavese, abbiano molte più possibilità di entrare nella mente del consumatore rispetto a metodo classico generici (odio chiamarli “spumanti”) che non possano contare su apposite Doc o Docg.
E che al Sud, rarissime eccezioni a parte, penso a D’Araprì in Puglia e magari, per il suo Asprinio d’Aversa Extra Brut, Grotta del Sole in Campania, sia meglio dedicarsi ad altri tipi di vini, bianchi, rossi e soprattutto passiti. E pur essendo convintissimo di questo, sul Cucchiaio d’argento avevo scelto di scrivere comunque di un metodo classico prodotto al Sud. In terra sicula.
Perché il produttore aveva scelto e la cosa mi era piaciuta assai, la strada dell’autoctono, della vinificazione di uve siciliane, come fanno sull’Etna, dove stanno ottenendo risultati davvero intriganti con le uve classiche, bianche e rosse, di quella terra meravigliosa.
Oggi invece, sempre del produttore di quel Rosé che mi aveva convinto, Giuseppe Milazzo, che ha lanciato nel lontano 1974 la sfida degli “spumanti” in Sicilia, devo parlare molto meno bene riferendomi al prodotto base della gamma, il Milazzo metodo classico Brut prodotto con uve Inzolia verde e Chardonnay con un affinamento sui lieviti limitato a 12 mesi. Un vino che, mi spiace molto dirlo, non ho trovato corrispondente alle aspettative suscitate dal Rosé. E che mi conferma nella mia opinione, di una banalità assoluta, secondo la quale la Sicilia ed il Sud non potranno mai diventare né la “piccola Champagne italiana” né una Franciacorta in miniatura.
I motivi di questa delusione sono presto detti e si traducono in una personalità un po’ troppo monodimensionale e prevedibile del vino e in una sua piacevolezza che ho trovato un po’ troppo scarsa per i miei gusti. Colore paglierino oro brillante, mostra un perlage nel bicchiere poco sviluppato e dalla grana non sufficientemente fine.
Il naso è molto fitto, maturo, caldo, decisamente mediterraneo e carente di finezza e freschezza, con ananas e frutta esotica in evidenza, note di fieno e fiori secchi, ma un po’ carente di sfumature aromatiche e un po’ monocorde. Bocca che quanto a secchezza non è seconda a nessuno, con una certa larghezza e peso, ma che poi progressivamente si affloscia sul palato dove il vino tende a spegnersi leggermente dolce e decisamente troppo facile.
Bolla un po’ grossolana, bella vena acida, ma decisamente tagliente, vinosità accentuata, ma al vino mancano dinamismo, freschezza, scatto, nerbo preciso e soprattutto una dimensione che non sia quella dello “spumantino” metodo classico corretto e niente più, per potermi invitare a berlo e invitare di fare altrettanto.
Spero che la prossima cuvée aziendale che prossimamente assaggerò, il Federico II Rex Siciliae, con i suoi quattro anni di affinamento sui lieviti, mi offra risposte molto più convincenti.

G. Milazzo Terre della Baronia
Campobello di Licata AG
Tel. 0922 878207
Email
info@milazzovini.com
Sito Internet
http://www.milazzovini.com/

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Franciacorta Extra Brut Blanc de Blanc Elite Mirabella

Denominazione: Franciacorta Docg
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay
Fascia di prezzo: da 35 € a 50 €

Giudizio:
4.5


Mirabellacofanettobottiglia-rid

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Belle novità in Franciacorta sul fronte di “bollicine” non soltanto buone da gustarsi, ma buone anche dal punto di vista salutistico e della limitazione o eliminazione del tutto di alcune sostanze che per alcune persone risultano fastidiose o condizionano (o addirittura pregiudicano) l’apprezzamento di un vino.
Avevo annunciato di recente, qui, le presentazioni, alle quali causa impegni pugliesi non avevo potuto prendere parte, di due nuovi Docg. E oggi, dopo averlo degustato ed essere rimasto molto favorevolmente impressionato, voglio segnalarvi l’ottimo livello qualitativo di quello che è stato definito “il primo Metodo Classico italiano senza allergeni e con solfiti inferiori al limite di dichiarazione”.
Un Franciacorta Docg che nasce dal lavoro di 3 enologi, di 10 anni di ricerca, e di 4 tesi universitarie, le cui fasi di vinificazione hanno previsto “scelta manuale dei grappoli migliori in fase di riempimento presse, resa pressatura 50% e fermentazione in acciaio a temperatura controllata nessun utilizzo di conservanti (compresi i solfiti)”.
Un Franciacorta Extra Brut Blanc de Blanc non millesimato, 24 mesi di affinamento sui lieviti, che porta l’ambizioso nome di Elite, ed è il punto finale di “un percorso viticolo mirato al forte abbattimento di prodotti e additivi chimici per trattamenti fitosanitari e concimazioni. L’intera superficie dell’Azienda è gestita con MISURA 214 (già misura 2078, già misura F) dal 1997. E quindi ogni trattamento, a basso impatto ambientale, viene programmato solo quando condizioni di clima, fase fenologica della pianta, presenza di patogeni, sono tali da poter generare un effettivo fattore di rischio per l’uva e per la vite (lotta integrata)”.
Artefice di questo vino è un’azienda, Mirabella a Rodengo Saiano, di cui avevo già scritto con favore lo scorso anno in questo articolo, e che mi piace ricordare che non è nata ieri, ma vanta oltre trent’anni di storia, essendo nata nel lontano 1979, per iniziativa di “un gruppo di imprenditori e di professionisti bresciani che, appassionati di viticoltura e di enologia oltre che proprietari di terreni ubicati nella parte centro orientale della Franciacorta, decidono di mettere in comune le rispettive proprietà  per meglio sfruttare le potenzialità  di produzione e commercializzazione dei vini da esse ottenuti”.

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Un’azienda dai numeri importanti, visto che conta su 50 ettari e su una produzione di complessiva di 450 mila bottiglie (350 mila delle quali appannaggio di vari Franciacorta Docg), è la Mirabella di Rodengo Saiano, dove una volta usciti di scena alcuni soci presenti all’atto della fondazione (parlo della regista Lina Wertmuller e del marito e noto scenografo e costumista Enrico Job nonché di Giacomo Cavalli) sono più che mai attivi larga parte degli artefici dell’idea di questa azienda, inizialmente pensata come una sorta di “minicooperativa” di titolari di vigneti.
Sto parlando innanzitutto di Teresio Schiavi, enologo, ora affiancato dai figli Alessandro e Alberto, e poi di Francesco Bracchi, Angelo del Bono, Enzo Comai e Giuseppe Chitarra, che si occupano di tutte le fasi, dalla produzione alla commercializzazione, alla gestione amministrativa di questa cantina. Che dopo aver visto la luce a Paderno Franciacorta, in fasi successive, dallo spostamento nel 1985, ha visto ampliarsi e diventare via via più funzionale la sede di Rodengo Saiano, che oggi ha raggiunto la considerevole superficie di 2200 metri coperti.
I cinquanta ettari di vigneto, 40 dei quali iscritti all’Albo del Franciacorta, sono dislocati, come si può vedere dal sito Internet aziendale, in comuni diversi, Paderno Franciacorta, Passirano, Rodengo Saiano, Camignone, e hanno visto nel 2004 aggiungersi un’altra quindicina di ettari destinati a Franciacorta. Oltre 300 mila bottiglie prodotte.

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Cosa sia questo Extra Brut Elite, 3000 bottiglie prodotte, che alla voce Solfiti totali della scheda tecnica registra “al di sotto di 10 mg/litro (ricordando che il limite di dichiarazione è di 10 mg/lt, mentre il limite massimo  di 235 mg/litro”, e quindi un vino senza solfiti aggiunti, mentre quelli naturali sono stati quasi eliminati ma mantenendoli sotto il livello di dichiarazione, è presto detto: un Blanc de Blanc esaltazione della speciale qualità del vigneto storico e cru Mirabella piantato nel 1981 con il vecchio sistema di allevamento a Sylvoz e totalmente a Chardonnay, con resa di 75 quintali ettaro e posto su terreno morenico di media collina.
Dosaggio degli zuccheri contenuto al di sotto dei 5 grammi litro, sboccatura, nel campione da me degustato, dell’aprile 2012, per un Franciacorta che mi ha colpito per l’elegante presentazione (un bel cofanetto che avvolge la bottiglia speciale, dalla forma che mi ricorda un po’ quelle di un’altra ottima azienda franciacortina) e anche per il prezzo, decisamente importante, di 38 euro.
Però il vino è molto buono (la mia valutazione di 4.5 stelle é leggermente generosa, ma quattro mi sembravano troppo poche…) niente da dire, con il suo colore paglierino oro intenso, il perlage sottilissimo, fine e continuo, il naso molto caratteristico, maturo, caldo, dove prevalgono accanto a note di fiori secchi e di fieno e ad accenni di burro d’arachidi, frutta secca, soprattutto mandorla, e frutta gialla, esotica e non, non fresca, ma essiccata, variante dalla mela, ma sino alla papaia, e con una bella nota di miele.
Mirabella-etichetta
Molto deciso, ben secco, ricco, asciutto, ma dotato di una consistenza e una grassezza quasi burrosa, il gusto, ampio, di ampia soddisfazione, con un bella larghezza sul palato e una lunga persistenza e una bella bolla croccante e non aggressiva sul palato che rende il vino molto piacevole e lo rende adatto ad una vasta gamma di abbinamenti gastronomici.
Un Franciacorta davvero ben fatto, che potremmo definire, con un fortunato slogan di Carlo Petrini, buono, pulito e giusto. E soprattutto sano e pensato dalla parte del consumatore.

Mirabella Franciacorta
Via Cantarane, 2 -25050 Rodengo Saiano (BS)
Tel +39 030 611197 -Fax +39 030 611388
E-mail info@mirabellavini.it
sito Internet www.mirabellavini.it

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Brut Athesis Alto Adige V.S.Q.P.R.D. Metodo Classico Kettmeir

Denominazione: Altre Bollicine
Metodo: classico
Uvaggio: Pinot bianco, Chardonnay, Pinot nero
Fascia di prezzo: da 10 € a 20 €

Giudizio:
3.5


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Ho scritto di recente delle “bollicine” altoatesine, parlando di aziende di piccole dimensioni come Arunda o Lorenz Martini. Oggi voglio segnalare invece il Brut metodo classico prodotto da un’azienda dalle dimensioni più importanti, con sede a Caldaro sulla meravigliosa Weinstrasse.
Sto parlando di Kettmeir, uno dei nomi di spicco nella lunga tradizione enologica dell’Alto Adige, fondata nel 1919 da Giuseppe Kettmeir, poi successivamente condotta e sviluppata con successo da Guido Kettmeir. Dal 1986 Kettmeir fa parte del Gruppo Santa Margherita, che ne cura con la sua rete la distribuzione e il naturale sbocco nell’alta ristorazione. Intendiamoci, il livello qualitativo non è quello delle due piccole realtà vinicole sopra citate, ma questo Brut, e pure il Rosé, con il loro prezzo attorno ai 13 euro, costituiscono un’interessante soluzione per chi voglia bere un metodo classico altoatesino da uve Pinot Bianco 50%, chardonnay 30%, Pinot nero 20%.
Uve provenienti da vigneti a pergola e spalliera, 3.300-3.500 piante per ettaro per la pergola, 5.000-6.000 per la spalliera, su terreni tendenzialmente sciolti di origine calcarea, con buon tenore di argilla e presenza media di sostanza organica, posti a 500-650 metri di altezza. La metodologia di produzione prevede “vinificazione in bianco con pressatura soffice delle uve e fermentazione a temperatura controllata di 16-18 gradi, affinamento in acciaio inox fino a primavera sui lieviti della prima fermentazione.
Nella primavera successiva alla raccolta, al vino base viene aggiunto del liqueur de tirage, posto in bottiglie da 0,75 l o 1,5 l chiuse con tappo a corona e accatastate in cantina a 10-12°C, dove inizia la seconda fermentazione. Finita questa il prodotto rimane sui lieviti per almeno 24 mesi”, prima di essere sboccato e messo in commercio.
Da un campione con dégorgement risalente al 26 giugno 2012, ho ricavato queste impressioni: colore paglierino scarico, luminoso, brillante, ma un po’ spento come tonalità, perlage non particolarmente vivo, naso molto fresco, fruttato, con mela in evidenza, lievi accenni di bon bon, confetti, agrumi e note floreali molto piacevoli, che tendono però a perdersi in evoluzione.
Attacco in bocca fresco, vivo, e poi il vino si propone rotondo, succoso, con una bella vinosità ed un innegabile appealing, con acidità calibrata, buona lunghezza e polpa.
Una buona introduzione al metodo classico altoatesino, ma niente di trascinante…

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Trento Doc Extra Brut Paladino 2009 Revì

Denominazione: Trento Doc
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay
Fascia di prezzo: da 25 € a 35 €

Giudizio:
4.5


PaladinoRevi-etichetta

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Avvertenze per i lettori di questo blog e per gli appassionati di metodo classico. Habemus, non dico papam, che quello è già arrivato e si sta già rivelando uno splendido pastore di anime, ma optimum Trento Doc novellum.
Un Trento Doc con un solo piccolo, non indifferente, problema. E’ disponibile in soli 1982 esemplari (anzi 1980) ed esce dalla cantina, quando riuscite a trovarne qualche bottiglia, alla considerevole cifra di euro 35. Però, accidenti se è buono, complesso, ben fatto, super bevibile.
E come direbbero (forse) quelli di Slow Food, buono, pulito e giusto. Questo perché questo Trento Doc dall’esordio fulminante nasce da uve Chardonnay totalmente biologiche coltivate con il massimo rispetto per la natura in un vigneto posto a circa 700 metri sul livello del mare.
Un Trento Doc, prodotto da una piccola ma “gajarda” realtà produttiva di cui ho già scritto qui, ovvero Azienda Vinicola del Revì di Aldeno che, come scrive Paolo Malfer, fondatore nel 1982 dell’azienda, “non vuol essere però solamente un vino; per la nostra azienda è un progetto, una filosofia che punta diritta al rispetto della natura e dell’ambiente”.
Ecco pertanto conforme a questa filosofia una particolare attenzione “alla progettazione ed alla realizzazione di un packaging quanto più possibile rispettoso dell’ambiente in cui viviamo. La classica confezione in cartone lascia dunque spazio ad un elegante sacchetto in cotone naturale riutilizzabile appunto quale sacchetto o per portare in tavola le vostre bottiglie avvolte in una preziosa veste che può fungere anche da ferma goccia”.

SacchettoPaladino

E persino la “capsula in polilaminato che solitamente veste il collo della bottiglia sparisce. Al suo posto si utilizzano le brattee che avvolgono le pannocchie del granoturco legate da un vimine; un rametto di salice, da sempre utilizzato per legare i tralci delle viti ai tutori. E’ importante sottolineare che entrambi questi elementi sono completamente biodegradabili essendo prodotti del regno vegetale, formatisi grazie alla fotosintesi clorofilliana e quindi con la sottrazione di anidride carbonica dall’ambiente”.
Se si aggiunge poi che questo nuovo Trento Doc della Revì, nome che deriva dal toponimo della zona di produzione; zona che secondo la leggenda era votata alla coltivazione di una vite dalla quale si otteneva un vino superiore, regale: il “Re vin”, Revì, presenta, le analisi fanno testo, una dose di anidride solforosa molto bassa, un totale di 40 mg/l, ecco che questo Trento può legittimamente ambire ad essere il paladino di una nuova idea delle “bollicine” metodo classico trentine, mix di finezza, forza, delicatezza, persistenza.
Paladino ho detto ed il nome è proprio Paladino: “cavaliere di alta nobiltà e valore… difensore, protettore di qualcuno o di qualcosa…” Un nome scelto che vuole dunque “rimarcare il pensiero e la filosofia che ha guidato l’azienda Revì nella realizzazione di questo prodotto. E sottolineare la consapevolezza che solo grazie ad un rispetto incondizionato della natura e ad una cura della stessa sarà possibile vivere in armonia con l’ambiente che ci circonda, godendo appieno dei doni che ci regala e regalerà quotidianamente”.

EtichettaPaladinoTrento

Bella e totalmente condivisibile la weltanschauung ma il vino?
Tranquilli, se ne scrivo qui, potete essere sicuri (niente marchette, a differenze di altri blog e siti vinosi) che si tratta di un Trento di qualità. Degustato in un campione di sboccatura molto recente, inizio 2013. Colore paglierino intenso molto brillante, mostra un perlage molto sottile e continuo nell’ampio bicchiere (nella fattispecie un calice.. Franciacorta) e un naso di forte personalità, ben secco e deciso, assertivo, maschio, con note spiccate di mela, pesca noce, agrumi, mandorle e fiori secchi e crosta di pane a comporre un insieme variegato, compatto e cremoso. Ricco di una mineralità petrosa, essenziale, viva, di grande espressività e finezza.
Attacco in bocca largo, pieno, succoso, di grande impegno, ben consistente e strutturato, largo sul palato, molto lungo persistente, ben asciutto ma senza asperità e dotato di una cremosità ben sapida e ricca di nerbo che rende la beva contagiosa.
Insomma, il prezzo non è proprio da epoca di crisi, ma sono pronto a scommettere… una bottiglia di Paladino, che le 1980 bottiglie andranno sicuramente a ruba. Gli appassionati di cose buone disposti ad un piccolo sacrificio per fortuna non mancano…

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Extra Brut Blanc de Blanc Arunda

Denominazione: Alto Adige Doc
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay
Fascia di prezzo: da 10 € a 20 €

Giudizio:
4


ArundaBlancdeBlancPER LA VERSIONE IN INGLESE LEGGETE QUI

L’ho già detto e quindi rischio drammaticamente di ripetermi ma con la produzione, piccola ma qualificata, targata Alto Adige – Süd Tirol, il gusto dei metodo classico, vista l’aria di montagna di taluni vigneti e cantine sicuramente ci guadagna. Il gusto si fa poi ancora poi fresco, frizzante, pieno di energia, quando le “bollicine” vengono dalla cantina posta ai 1200 metri di altezza di quel villaggio incantevole che è Meltina, (una quindicina di chilometri a nord di Terlano), un posto che vi consiglio caldamente se volete calarvi nei panni del Wanderer romantico e camminare per ore lungo comodissimi sentieri nei boschi, cantina creata da quell’autentico elfo e folletto del vino che è Joseph “Sepp” Reiterer.
Due i nomi di questa piccola Maison (90 mila bottiglie): Arunda, con il quale vengono commercializzate le bottiglie destinate al mercato locale e ai Paesi di lingua tedesca e l’italianissimo Vivaldi con le quali vengono distribuite in tutta Italia. Ho già parlato molte volte dei metodo classico (in etichetta forse ci troverete ancora quella brutta parola di Talento, data l’adesione di Sepp a questo progetto ora definitivamente morto e sepolto, ma non fateci caso…), ad esempio di questo ottimo Extra Brut, ma oggi voglio attirare la vostra attenzione su quella che tradizionalmente considero forse la bilanciata delle cuvée di Marianne e Sepp Reiterer e di loro figlio Michael, ovvero il Blanc de Blanc.
Chardonnay in purezza (la provenienza delle uve varia anno dopo anno ed è mantenuta segreta da Reiterer, che so comunque “pescare” la sua materia prima tra Cornaiano, San Paolo e Appiano monte) che compie un affinamento sui lieviti di 36 mesi. Acidità sempre importante, ma non eccessiva ed un lodevole dosaggio degli zuccheri intorno ai 4 grammi litro per un vino che rimane nella tipologia Extra Brut.
Voglio consigliarvi di provarlo (il mio campione aveva sboccatura del settembre 2012) non solo come suggeriscono i Reiterer con antipasti di pesce o verdure e primi ai frutti di mare e secondi della cucina di mare, ma anche su cose più semplici e quotidiane tipo un bel risotto o una pasta con zucchine o melanzane o di stapparlo per il puro semplice piacere di gustarlo e di farsi aprire bene lo stomaco e stuzzicare ben bene le papille gustative prima di andare a tavola.
Bello il colore, un paglierino brillante molto luminoso di media intensità, naso vivo, compatto, molto espressivo, ben secco e fresco, con note di fieno e fiori secchi, accenni di agrumi (pompelmo soprattutto, ma anche scorzetta di limone e arancia candita) e una sapida mineralità.
Il carattere “montagnard” emerge soprattutto dall’attacco in bocca, nervoso, scattante, vivo e profondo, con bella articolazione del gusto e dinamismo, ricchezza di sale, un’acidità viva ma bilanciata che equilibra una materia sorprendentemente importante, una salda struttura. La persistenza è lunga ed il vino chiude con una carattere minerale e con una vena di mandorla precisa che lo rendono estremamente piacevole. E bravo Sepp!

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Franciacorta Satèn 2008 Barboglio De Gaioncelli

Denominazione: Franciacorta Docg
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay
Fascia di prezzo: da 10 € a 20 €

Giudizio:
4


SatenBarboglioGaioncelliFaccio seguito alla promessa, espressa qui parlando del Rosé, di scrivere di qualche altro Franciacorta della storica azienda franciacortina Barboglio De Gaioncelli, trenta ettari vitati e il nome che richiama quello di una famiglia, i Barboglio, presente in zona dal XV secolo, parlandovi positivamente, come del resto avevo nella mia rubrica sui vini rosati che conduco sul raffinato sito Internet Il cucchiaio d’argento, di un altro valido Docg, il Satèn millesimato 2008.
Vino che ho avuto modo di vedere superare la prova abbinamento a tavola nell’ottimo ristorante (ambiente molto elegante, con soffitti a cassettoni e pietre a vista e un’ottima cucina da abbinare al migliore e più ampio assortimento di Franciacorta Docg (con ricarichi bassi) che si possa trovare nella Franciacorta tutta), quando l’ho gustato su un Gambero rosso con mozzarella di bufala e chips nonché su Animelle panate con fontina d’alpeggio e funghi in bigné.
Questo Satèn, nasce da uve Chardonnay provenienti dal vigneto denominato Chiesa, 4700 ceppi ettaro, 90 quintali di resa, raccolte in casse e vinificate in acciaio e conosce un affinamento sui lieviti intorno ai 40 mesi. Generalmente, è noto, non amo molto i Satèn, tipologia di Franciacorta al cui interno trovo troppi vini, o smaccatamente legnosi e pseudo importanti oppure morbidoni e dolcioni tanto da ricordare un Prosecco, che mi danno letteralmente sui nervi.
Invece questo Satèn, agevolato anche dall’assaggio a tavola, mi ha convinto senza esitazioni. Sarà anche merito della buona annata, di una cucina, quella dello chef Lorenzo Tagliabue, che vi invito a mettere alla prova, e soprattutto della mano ispirata di un enologo – agronomo, il giovane Andrea Costa, che ha ridato smalto a questa azienda. Però, però… il vino è buono in sé e si fa bere alla grande.
Bella l’intensità di colore, un bel paglierino dorato splendente, sottile e continuo il perlage, e un naso che quasi non ti aspetteresti da un Satèn, ricco, composito, giustamente maturo, con frutta esotica e cioccolato bianco e agrumi a dettare i tempi, e una notevole freschezza aerea e bel “sale”.
E ancora più bello, lontano da stupide smancerie, compiacimenti e rotondità estenuate, l’attacco in bocca, deciso, di bellissima setosità carnosa, largo, pieno, ma salato, con una bella vena acida ben calibrata che spinge e una vena minerale molto precisa. Un Satèn di grande piacevolezza, otto i grammi di zucchero per litro, che nell’edizione 2009 spariranno perché non ci sarà dosaggio, ma ricco di nerbo.
Uno di quei Satèn che potrebbero far nuovamente interessare alla tipologia Satèn non dico degli anti-satènisti, ma uno di quelli che anche senza Satèn (magari non questo) potrebbe tranquillamente vivere…

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Champagne Brut Rosé 2008 Deutz: armonia in rosa

Denominazione: Champagne
Metodo: classico
Uvaggio: Pinot nero, Chardonnay
Fascia di prezzo: da 35 € a 50 €

Giudizio:
4.5


Deutz08bottiglia

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Ultimamente quando degusto, ma che dico, bevo un grande Champagne (e ultimamente grazie agli Dei e a Bacco mi sta capitando spesso) ho due diverse e ben distinte reazioni.
Da un lato di ammirazione, perché molto spesso mi trovo dinnanzi ad autentici capolavori dell’arte enoica, inimitabili o quasi o addirittura insuperabili, anche se in casa nostra ci sono zone (di storia molto ma molto più recente) che con le bollicine dimostrano di sapersela cavare.
E dall’altro di irritazione, perché come consumatore mi aspetterei da Messieurs les Français comportamenti più rispettosi e improntati ad una totale trasparenza e volontà di comunicazione. Fateci caso, su 10 bottiglie di Champagne che aprite in quante trovate dichiarata in retroetichetta quella data di dégorgement (o sboccatura) la cui indicazione dal 2011 nell’italica giovane Franciacorta è diventata obbligatoria? Non vi obbligo a fare un complicato computo statistico e ve lo dico io, su un’assoluta minoranza.
Più facile trovarla sulle bottiglie dei piccoli récoltants manipulants, decisamente più raro nel caso delle Maison più note e grandi. Il caso più recente di questa indifferenza (non voglio dire menefreghismo) nei confronti dei consumatori da parte di una Maison de Champagne l’ho riscontrando stappando e godendomi splendidamente, in meravigliosa compagnia, una bottiglia di Rosé millesimato 2008 di una Maison celebre come Deutz.

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Una Maison storica le cui origini risalgono all’Ottocento quando videro la luce molte delle più note Maison. Due anni dopo che nel 1836 Jean-Baptiste François mise a punto un processo di dosaggio, la réduction François, in grado di stabilire con precisione la quantità di zucchero ottimale, grazie a un enometro preposto allo scopo. Un’invenzione che segna una delle tappe fondamentali per l’elaborazione dello champagne nella forma attualmente conosciuta, nel 1838 ad Ay, veniva fondata da Wiliam Deutz e Pierre Geldermann, la Deutz. I due erano una coppia perfettamente compatibile ed equilibrata. Entrambi nati ad Aquisgrana, Deutz aveva già lavorato per Bollinger, e portava con se la sua esperienza, mentre a Geldermann spettava l’aspetto finanziario, grazie alla disponibilità di capitali.
Ai primi del Novecento le cantine Deutz ebbero gravissimi danni in seguito ai moti del 1911 e anche la Deutz risentì pesantemente delle conseguenze per i due eventi bellici mondiali che seguirono. Negli anni 80 l’attuale proprietario André Lallier-Deutz decise per una diversificazione delle attività acquisendo non solo delle nuove cantine in California e Nuova Zelanda ma anche delle compagnie di navigazione fluviali. I profitti della Deutz subirono un duro colpo sembra a causa di una recessione seguita alla guerra del Golfo del 1991, tanto da dover cedere il 63% della propria società alla Louis Roederer. Oggi Deutz conduce circa 42 ettari in proprietà, oltre ad acquistare uve da vignerons di fiducia. Nulla da dire sulla Maison, sul suo stile e sulla qualità dei vini, ma perché una Maison come Deutz comunica in maniera così lacunosa?
Non mi riferisco solo all’assenza di una qualsiasi indicazione circa la data del dégorgement sulla bottiglia dell’ottimo Rosé ma alla carenza di informazioni sul vino sul pur bellissimo, fascinoso sito Internet. Non solo il sito presenta il vecchio millesimo, il 2006, di questo Rosé millesimato, ma nessuna scheda tecnica sul vino e notizie ridotte veramente all’osso. Pertanto, per avere notizie sulla composizione della cuvée cosa ho fatto?
Mi sono rivolto ad un libro di riferimento per chiunque in Italia ami lo Champagne, la Guida Grandi Champagne 2012 curata da Alberto Lupetti che vede la presenza nel panel dei degustatori dell’ottimo Alessandro Scorsone, sommelier A.I.S. di gran rango.

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A pagina 84 di questo Champagne – Vangelo leggo difatti che si tratta di un “classico rosé d’assemblaggio, ma a fortissima prevalenza di Pinot noir, come si conviene ad una Maison di Aÿ: a quello Grand Cru della Montagne de Reims (oltre il 70%) se ne aggiunge una parte della Vallée de la Marne (circa il 20%), quindi lo Chardonnay di Avize, e, per completare il quadro, il 9% di vino rosso realizzato con il celebre Aÿ del vigneto “La Pelle”. Dopo l’imbottigliamento lo Champagne rimane a contatto con i lieviti per non meno di quattro anni”.
Appreso questo (in verità queste notizie le ho cercate in un secondo tempo) ci siamo messi a bere (nel caso di questi Champagne si beve, non si assaggia) e abbiamo trovato un Rosé davvero esemplare. Di quelli che non solo ammiri “filosoficamente” ma bevi, meglio se con la giusta compagnia, di gran gusto.
Rosa appena accennata, un melograno brillante, un rosa appena accennato con sfumatura che richiama la cipria, la robe, finissimo, delicato, continuo, a nuvolette il perlage nell’ampio bicchiere. Delicatissimo, compatto, fine il naso, tutto giocato su un nitido pompelmo rosa, note di ribes, lampone, accenni di mirtilli, molto delicati e leggere sfumature di cacao, con una bella vena di mandorla e poi tanta mineralità e sale, per un insieme fragrante, elegantissimo, aereo e fresco.

Deutz-bollicineRosé08

Altrettanta fragranza, delicatezza, freschezza innata all’attacco in bocca, diretto, scattante, diritto, e poi progressivamente l’emergere di una polputa, succosa, golosa, ma sempre fresca, dolcezza di piccoli frutti di bosco, di bell’ampiezza e giusta consistenza. Una bocca di assoluta armonia ed equilibrio, viva, articolata, delicatamente dolce, carezzevole sul palato, a regalare una piacevolezza assoluta, e un finale vivo, giocato su note minerali e sapide.
Uno Champagne Rosé, prezzo tra i 45 ed i 50 euro, godibilissimo. D’obbligo l’applauso convinto con tanto di Chapeau!

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Alto Adige Brut riserva Comitissa 2007 Lorenz Martini

Denominazione: Alto Adige Doc
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay, Pinot bianco, Pinot nero
Fascia di prezzo: da 10 € a 20 €

Giudizio:
4.5


ComitissaBrutTorno a scrivere dopo due anni di quello che ritengo in assoluto uno dei migliori metodo classico altoatesini, l’Alto Adige Brut riserva Comitissa di Lorenz Martini. Due anni fa avevo celebrato qui il valore dell’annata 2005, ora tocca invece all’annata 2007.
Per presentare il vino ed il produttore potrei ricordare che la Cantina Spumanti Lorenz Martini si trova nell’antico paesino vitivinicolo di Cornaiano e che dal 1985 la famiglia Martini lavora le uve tradizionali, Chardonnay e Pinot Bianco, per produrre “bollicine” metodo classico.
Come scrivevo due anni fa, una delle caratteristiche peculiari dei metodo classico prodotti in provincia di Bolzano, una produzione quasi confidenziale valutata intorno alle 220-230 mila bottiglie complessive, è rappresentata, oltre che dallo uno spiccato carattere e gout de terroir, dato dalla collocazione in una situazione alto collinare o quasi “di montagna” dei vigneti, anche dalla presenza, proprio come accade in certe cuvée franciacortine, di una parte di uve Pinot bianco accanto alle tradizionali uve Chardonnay e Pinot nero.
Una quantità che in alcune cuvée arriva sino al 20 al 30 per cento, e con la quale occorre fare molta attenzione, perché l’uso di uve provenienti da terreni con cospicuo contenuto di porfido può regalare, se le uve non sono mature al punto giusto e se le vinificazioni non vengono condotte con estremo rigore, note spiacevolmente amare.
Nella riserva Comitissa Lorenz Martini, bravissimo enologo consulente di diverse cantine, utilizza ben il 30% di Pinot bianco, una percentuale pari a quella dello Chardonnay e inferiore di un dieci per cento a quella del Pinot nero. Uve che arrivano da vigneti di Cornaiano, Appiano-Monte e Cologna-San Genesio, situati tra 500 e 800 metri di altezza. Vigneti posti su terreni argilloso, ciottoloso, calcarei. L’affinamento sui lieviti di questa riserva è di 36 mesi.
Mi ricordavo di aver trovato, nel 2005, un metodo classico di grande piacevolezza, preciso, affilato, ben definito in tutte le sfumature. E identica conferma di questo stile l’ho trovata nel 2007 (sboccatura luglio 2012) prezzo franco cantina 14,50 euro più Iva, ancora più convincente dell’annata precedente, colore paglierino oro squillante di magnifica vivacità e brillantezza, perlage fine e continuo, dotato di un naso freschissimo, fragrante, vivo, con sfumature nitide in sequenza di alloro, mandorle, cioccolato bianco, miele, pietra focaia, agrumi, frutti bianchi (molta mela) di grande vivacità e “sale”.
Ancora meglio l’attacco in bocca, di assoluta energia e scatto preciso, che propone un vino che si dispone sul palato ben secco, asciutto, nervoso, con grande mineralità, bella articolazione e dinamismo, dotato di una notevole profondità e persistenza, di una grande incisività (bello il retrogusto tutto mandorle e agrumi) che facilitano “tremendamente” la beva e lasciano la bocca pulitissima, pronta a ricominciare da capo, sorso dopo sorso.

Lorenz Martini
via Pranzoll 2/D
Cornaiano BZ
tel. e fax 0471 664136
e-mail lorenz.martini@rolmail.net
sito Internet www.lorenz-martini.com

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Alta Langa Rösa 2007 Giulio Cocchi

Denominazione: Alta Langa Docg
Metodo: classico
Uvaggio: Pinot nero
Fascia di prezzo: da 20 € a 25 €

Giudizio:
4.5


AltaLangaRosaCocchi

Avevo promesso, in coda a questo articolo dove indicavo i loro Alta Langa come i portabandiera e fiori all’occhiello della denominazione, che avrei presto scritto di un altro ottimo Alta Langa, il Rösa, della Giulio Cocchi di Cocconato d’Asti, dove opera, in piena sintonia con il padre ed i fratelli Paolo e Roberto, quella persona squisita, anche se enologo, che è Giulio Bava.
L’ho fatto e mi scuso se non ho provveduto prima a segnalarvelo, ma ero impegnato con miriadi di Sangiovese in terra toscana, la scorsa settimana nella rubrica, che sta avendo un eccellente riscontro, dedicata ai Rosati, con e senza “bollicine”, sullo splendido portale de Il cucchiaio d’argento, dove potete trovare qui il corpus degli articoli sinora pubblicati.
L’articolo, dedicato all’ Alta Langa Rösa annata 2007 Giulio Cocchi, lo potete trovare a questo indirizzo. Un vino davvero ben fatto, un Rosé interamente a base di Pinot nero, da vigneti posti a 250 metri di altezza, affinato 40 mesi sui lieviti. Un Alta Langa, ho scritto, giudiziosamente voluminoso e ricco, e grintoso il giusto, che è davvero indicato per essere portato a tavola e gustato per l’intera durata di un pasto a base di preparazioni saporite. Non necessariamente a base di pesce, ma anche e soprattutto, direi, di carne.
Un metodo classico – io ho gustato l’annata 2007 – dallo spiccato carattere piemontese, che mi piace guardare, “snasare” e soprattutto bere. Cosa che invito tranquillamente a fare, come con tutti i rosati che mi diletto a segnalare nel mio spazio in rosa su Il cucchiaio d’argento on line, con gioia, perché se bere vino non dà piacere, perché mai dovremmo bere?

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Champagne Le Clochard Esprit Libre

Denominazione: Champagne
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay, Pinot nero
Fascia di prezzo: da 25 € a 35 €

Giudizio:
4


ClochardEspritlibre

Avevo dei dubbi su quale vino scegliere per il primo articolo post elettorale, dopo la parentesi politica che mi sono concesso con il mio appello al voto di sabato. Visti i risultati, sconvolgenti e sconcertanti, da qualsiasi parte li si giudichi e li si osservi, che sembrano emergere, forse la scelta più giusta sarebbe stata restare in tema di “bollicine” descrivendo un’acqua minerale. Una qualsiasi a vostra scelta.

Poi ho pensato che qualche buona notizia comunque queste elezioni incasinatissime le hanno portate, ad esempio il pensiero stupendo che resteranno fuori dal Parlamento tutta una serie di bolliti e inutili politici di professione, demagoghi, voltagabbana, opportunisti e cialtroni vari, e quindi ho deciso che il vino ideale per la ripresa del nostro discorso enoico non potesse essere altro che il vino per eccellenza da festeggiamenti. O da consolazioni. Che è, inutile dirlo, lo avrete già capito, lo Champagne.

Allora ho scelto uno Champagne un po’ particolare che ho scoperto durante Identità golose, quando ho partecipato alla degustazione, in chiaroscuro, degli Champagne della storica Maison Ruinart. In questa occasione ho fatto la conoscenza di un simpatico ragazzo fiorentino (ce ne sono di simpatici a Firenze, ad esempio il Sindaco Matteo Renzi), Teseo Geri, che presentandomi la sua società, Wine Consultant, mi ha invitato a seguirlo presso un piccolo stand che condivideva con un geniale macellaio artigiano – artista di San Miniato, Sergio Falaschi. Per fare cosa? Per gustare una meravigliosa tartare di carne cruda? Le norcinerie a base di cinta senese? I salumi e gli insaccati super gustosi? Anche.

Ma soprattutto, anche se le preparazioni di Falaschi erano letteralmente da urlo, per provare uno Champagne, inserito in una linea di “vini di qualità che hanno una storia e che rappresentano un territorio”, vini “non necessariamente biologici e biodinamici”, dal nome singolare e simpaticissimo di Le Clochard, Esprit libre.

Cosa sia questo Champagne è ben spiegato sulla pagina del sito Internet e sulla sua pagina Facebook. Uno Champagne nato dalla necessità di far conoscere uno Champagne che fosse prima di tutto un vino, sia nella struttura che nella concezione. Le Clochard è una cuvée di Pinot Noir (80%) e di Chardonnay (20%) affinata 24 mesi sui lieviti, che si abbina facilmente a qualsiasi tipo di piatto. Lontano dal vecchio concetto di champagne legato esclusivamente al lusso, ad eventi particolari e ad un certo tipo di pietanze poco accessibili, Le Clochard è un esprit libre, che non accetta etichette e che può essere bevuto in qualsiasi momento del giorno accompagnato anche a piatti poveri e della tradizione come i salumi, le frattaglie, le uova, i fritti, la pizza”.

In dettaglio Le Clochard “è uno champagne récoltant manipulant, prodotto da 9 generazioni a Dàmery, sul fiume Marne, dalla famiglia Goutorbe Bouillot”. Piccola Maison posta nel cuore della Champagne, poco distante da Epernay e da Hautvillers, dove il monaco benedettino Dom Pérignon (1639-1715) creò la grande idea dello Champagne. La Maison Goutorbe-Bouillot nasce nel 1911 dall’unione tra Louise Bouillot e Jules Goutorbe. Questa, per sommi capi, la storia, o meglio la provenienza dell’Esprit libre Le Clochard, ma come ho trovato il vino?

Decisamente molto piacevole, facile da bere senza essere ruffiano, e se voglio trovargli un difetto (lieve) per me che amo le “bollicine” più secche e dirette e la tipologia Extra Brut, una certa rotondità, dovuta, credo, ad un dosaggio di sei, sette grammi di zucchero per litro, che per il mio palato è leggermente in eccesso.
Bello il colore paglierino oro scarico, e splendido il perlage, finissimo, continuo, “a nuvole” nel bicchiere. Molto piacevole, composito, fresco il naso, tutto nocciola, mandorla, miele, fiori bianchi, agrumi, con una leggera vena di ananas e accenni di zucchero filato e ricordi di vaniglia appena accennata, un insieme di nitida definizione.

Bello l’attacco in bocca, ben secco ma cremoso, con una soave rotondità sul palato, bella bolla croccante e salata, leggermente aggressiva, grande equilibrio e piacevolezza piena e succosa e buona persistenza precisa, con un buon nerbo, con freschezza e acidità che spinge. Una buona bottiglia ed un messaggio beneaugurale.
Cosa se non un Esprit libre (prezzo in enoteca intorno ai 35 euro), uno spirito libero, per avere il coraggio di andare avanti e provare a digerire il risultato, indigesto e difficile da mandar giù, di queste indimenticabili e confusionarie elezioni politiche 2013?

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