Franciacorta Extra Brut Barboglio de’ Gaioncelli: una conferma

Denominazione: Franciacorta Docg
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay, Pinot nero
Fascia di prezzo: da 10 € a 20 €

Giudizio:
9



Stiano sereni, e senza agitarsi troppo, gli amici (io continuo a chiamarli così) franciacortini i quali leggendo il mio recente post dedicato ad un confronto, più dal punto di vista antropologico che puramente vinicolo, tra Franciacorta e Oltrepò pavese o un altro precedente, dove ricordavo che pur rappresentando un’infima minoranza, i Franciacorta Docg a prezzi vergognosi sugli scaffali, continuano ad apparire, e io non posso far finta che non esistano, sono magari arrivati alla conclusione frettolosa, ed erronea, che abbia dichiarato “guerra” alla loro terra. Che continuo ad amare, ma con accresciuto e più che mai indipendente senso critico…

Il sottoscritto non ha le fette di salame sugli occhi e il naso tappato e quando si troverà di fronte a Franciacorta Docg che meritino di essere pubblicamente elogiati, lo farà come e più di prima. E quando ci sarà da bacchettare, come farò tra qualche giorno, sciorinando la mia incazzatura per la chiusura di un ristorante in cui credevo, ma che ai franciacortini evidentemente stava indigesto, non ci penserò due volte. Visto che non ho né padrini né padroni.

Lascia un commento Leggi tutto

Roccapietra Zero, un metodo classico che onora l’Oltrepò Pavese

Denominazione:
Metodo: classico
Uvaggio: Pinot nero
Fascia di prezzo: da 10 € a 20 €

Giudizio:
9



Alla Cantina Scuropasso fanno le cose perbene…

Come vanno le cose, mi chiederà qualcuno, in quell’Oltrepò Pavese dove sto moltiplicando (mi accosto al suo capezzale come fossi un medico condotto…) le mie visite?

Direi piuttosto bene, i salami, parlo di quelli che si affettano e si divorano, ovviamente con il “miccone” sono quasi sempre all’altezza della situazione, uno più buono dell’altro, e quei “salami” di oltrepadani mi sembra stiano lentamente iniziando a capire che “o la va o la spacca”, e che perdere il treno in corsa che sta passando sia davvero un’occasione unica che non può essere sprecata.

In attesa del 14 febbraio, che non è solo la festa di noi innamorati, ma la data entro la quale si saprà se la Cantina La Versa finirà finalmente in buone mani o se le toccherà ancora un futuro precario e traballante, a dimostrazione che le cose stanno cambiando, e in meglio, voglio segnalarvi una cantina e delle bollicine, in particolare, che ho conosciuto, grazie all’amico Patrizio Chiesa, anima del portale Oltrepò Pavese.com oltre che autore di una bellissima e davvero utile guida come Guidando con gusto, che mi ha proposto di andarci insieme.

6 commenti Leggi tutto

Champagne Rosé Premier cru Résèrve de l’Hommée Coulon

Denominazione: Champagne
Metodo: classico
Uvaggio: Pinot Meunier
Fascia di prezzo: da 25 € a 35 €

Giudizio:
9,5


Visto com’è andato il 2016 e affacciandosi un 2017 che guardavo un po’ di sottecchi, temendo quali sfracelli (ancora?) a causa del 17 finale, in prossimità di San Silvestro e Capodanno ho pensato: da quell’annus horribilis devi proprio congedarti alla grande.

E così è stato, non solo per il valore e la bellezza del vino scelto, un’autentica meraviglia, ma grande è stato anche il formato del vino, un magnum

Ovviamente, inutile dirlo, “bollicine”, non italiane, siano essere bresciane, oltrepadane, trentine oppure altolanghette, ma, ça va sans dire, Champagne.

1 commento Leggi tutto

Franciacorta Pas Dosé Au Contraire 2008 Cavalleri

Denominazione: Franciacorta Docg
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay, Pinot nero
Fascia di prezzo: da 35 € a 50 €

Giudizio:
9.5


Aucontraire
Piacevolissima serata lunedì 29 febbraio nel cuore della Franciacorta, in una delle aziende che hanno fatto la storia di questa rampante zona vinicola lombarda e che contribuiscono a determinarne un’immagine dinamica e di gran qualità.

Sto parlando dell’azienda agricola Cavalleri, una lunga tradizione vitivinicola in Erbusco e una produzione di “bollicine” nobili che risale al 1979 con le prime 6000 bottiglie di “champenoise”, che ha convocato un gruppo di amici, ristoratori, enotecari, giornalisti per presentare e festeggiare a dovere la nuova edizione di una cuvée che viene prodotta solo in circostanze particolari ed eccezionali, come dimostra il fatto che prima di questo 2008, era stata prodotto solo il millesimo 2001.

Protagonista della serata, insieme al clima particolarmente disteso, non spettacolare, colloquiale che ne è stato il filo conduttore, grazie allo stile di chi questa serata ha voluto così si dipanasse, parlo della famiglia Cavalleri, delle sorelle Giulia e Maria, e dei loro figli Diletta e Francesco che rappresentano il presente-futuro dell’azienda (insieme al bravo enologo interno Giampaolo Turra) e che sono stati i responsabili di tutte le scelte, compresa quella di proporre sboccato à la volée, bottiglia dopo bottiglia, il vino presentato, è stato il Franciacorta Pas Dosé Au Contraire 2008.

Nella gamma, ben calibrata, dei metodo classico di Cavalleri, dove davvero “ogni vino racconta una storia” e ha una logica precisa e una propria identità, il Pas Dosé Au Contraire costituisce uno “sfizio” (le bottiglie prodotte sono circa 6600), un divertissement, ma non una “scommessa” tecnica, perché si tratta di un vino fortemente voluto, seguito e curato in ogni sua fase, frutto di ben precise selezioni, fortemente legate ad un’idea, ad un progetto del vino del tutto particolari.

Volendo classificare il vino io lo tenderei a giudicarlo “indefinibile”, innanzitutto per il colore personalissimo, che il produttore chiama “occhio di pernice” e che non si può pensare di inserire nella categoria dei rosati, anche se presenta sfumature che richiamano la cipria. E’ poi l’assaggio a confermare che si tratta di un vino imprevedibile e non collocabile in una categoria precisa, se non quella dei grandi millesimati di Franciacorta lungamente affinati sui lieviti. E, aggiungerei, felicemente a lungo affinati, data la freschezza, la vivacità, l’assoluta giovinezza ed energia (e stiamo comunque parlando di un vino figlio dell’annata 2008…), che il vino mostra, tali da far pensare ad una sua lunga possibilità di ulteriore evoluzione nel tempo.

Au Contraire è in sintesi una cuvée di Chardonnay e Pinot nero (quest’ultimo nettamente minoritario e presente nell’ordine del 20%), senza alcun contatto di quest’ultima uva con le bucce e con una quota del 10% del vino affinato in legno grande. E uve, va sottolineato, frutto di una selezione estremamente rigorosa (verrebbe quasi voglia di dire acino per acino), scelte nei migliori vigneti aziendali.

Per il resto solo infinita pazienza, continui assaggi per verificare l’evoluzione, il corretto amalgama dei due componenti, e la consapevolezza che questo vino avrebbe dovuto, ad ogni modo, reggere il confronto con il precedente Au Contraire, il 2001, giudicato per anni come uno dei più riusciti Franciacorta nella storia di questa denominazione.

Una prima sboccatura (senza liqueur e zucchero) nel giugno del 2015, una seconda a febbraio 2016, e se ne prevede, non si sa quando, una terza, quando in Cavalleri giudicheranno arrivato il momento opportuno.

Degustato e ampiamente bevuto, abbinato ai piatti, indubbiamente ricchi di fantasia e molto personali, dello chef Riccardo Camanini del ristorante Lido 84 di Gardone Riviera, l’Au Contraire 2008 ha convinto senza se e senza ma, mostrando tutta la propria caratura, il carattere innato, l’eleganza abbinata alla struttura, l’ampia tessitura, l’espressività. Un Franciacorta che è sintesi di delicatezza e ampiezza, di verticalità, profondità, nerbo e di ampiezza, di carnosità e sapidità, con un gusto ben secco, ma senza eccessi, giustamente nervoso, croccante che rende piacevolissima la beva e ampia la tessitura.

Poche le bottiglie e non agevole quindi aggiudicarsene qualcuna, ma indubbiamente una grande riuscita, la dimostrazione dello stile e della classe di un’azienda simbolo e punto di riferimento per la Franciacorta tutta come Cavalleri.

3 commenti Leggi tutto

Trento Doc Dosaggio Zero riserva 2008 Letrari

Denominazione: Trento Doc
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay, Pinot nero
Fascia di prezzo: da 25 € a 35 €

Giudizio:
8.5


Bollefebbraio2016 012
Non è ancora diventato una tipologia bandiera come lo è da anni in Franciacorta (dove secondo i dati diffusi recentemente dall’Osservatorio economico del Consorzio nel 2015 le vendite hanno fatto registrare un incremento stellare del 28,8%) ma anche in Trentino, nell’ambito del Trento Doc, la tipologia Dosaggio Zero, quella che sarebbe in grado di “fotografare” con più fedeltà le caratteristiche dei singoli terroir e dei vini che ne sono espressione, sembra riscuotere un crescente interesse da parte dei consumatori.

Aumenta dunque, lentamente ma aumenta, il numero dei Trento Doc che scelgono la strada del non dosaggio, della rinuncia all’aggiunta di liqueur, e di conseguenza aumenta la confidenza dei produttori con questa tipologia e la qualità dei vini.

Una dimostrazione chiara di questa confidenza che sta maturando e che coinvolge ovviamente, come è fondamentale che sia, anche gli appassionati, che dimostrano di gradire sempre più questo genere di vini molto “schietti”, la offre, bevuto in questi giorni un campione in perfetta forma a quasi un anno dalla sua sboccatura, il Trento Doc Dosaggio zero riserva (quindi con almeno 36 mesi di affinamento sui lieviti, come prevede il disciplinare di produzione), di uno degli spumantisti più collaudati e validi in terra trentina, Letrari.

Che al Dosaggio Zero è approdato da qualche anno dopo essersi affermato come “trentodocchista” di gran qualità con il Brut, il Brut riserva, e la grande Riserva del Fondatore 976, affinata sui lieviti qualcosa come 96 mesi.

Cosa sia questo Dosaggio Zero è presto detto, una cuvée composta in larga parte da Chardonnay (intorno all’80%) e Pinot nero provenienti da vigneti collinari.

Il 2008, millesimo che ha dato ottimi risultati in terra trentina, mi ha convinto per la perfetta padronanza maturata dal team composto da Leonello Letrari e dalla figlia Lucia, anche di questa tipologia e per un mix di complessità e freschezza davvero notevole.

Colore paglierino oro intenso, perlage fine e continuo, sin dal primo impatto mostra la sua “razza” ed il carattere spiccato, con un naso molto intenso, composito, serrato, ben secco e deciso, dove spiccano la frutta secca leggermente tostata, ananas e pompelmo, note floreali e di fieno secco, a comporre un insieme molto caldo e di ampia tessitura.

L’entrata in bocca conferma il carattere deciso del vino, la sua ampiezza e salda struttura, con un gusto pieno e decisamente secco, una buona larghezza e croccantezza e una persistenza lunga e piena. Da Trento Doc da portare a tavola e gustare su una vasta gamma di piatti a base di pesce, anche i più impegnativi, e non da proporre come aperitivo.

3 commenti Leggi tutto

Champagne Brut Blanc de Blancs Premier Cru Paul Goerg

Denominazione: Champagne
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay
Fascia di prezzo: da 25 € a 35 €

Giudizio:
9


1novembre2014-fotovarie 007
In Champagne le cantine cooperative delle migliori zone, anche in villaggi classificati Premier Cru, sono dotate di uno spiccato spirito imprenditoriale e di una notevole fantasia nel presentarsi sul mercato interno ed internazionale.

Accade così che a poco distanza dalla celebrata Côte des Blancs, una cooperativa attiva a Vertus, secondo più ampio villaggio della Champagne ed il maggiore del dipartimento della Marne, per ettari vitati, che qui superano quota 560, per l’85% destinati a Chardonnay, una cooperativa come La Goutte d’Or abbia deciso di dar vita a due marchi commerciali per proporre gli Champagne espressione di questo magnifico terroir.

Uno ha nome Napoléon, marchio che risale al 1907, e propone vini di stile classico e tradizionale, ed il secondo che prende nome da un personaggio, Paul Goerg, che nel 1876 fu sindaco di Vertus e che s’impegnò molto per il mondo agricolo e vitivinicolo e si adoperò per far capire il valore dei terroir e dello Chardonnay di cui i vignerons disponevano.

Accadde così che nel 1950 un gruppo di vignerons di Vertus decidono di lavorare insieme sullo Chardonnay e valorizzarlo e nel 1985 quando decisero di proporre in commercio i loro Champagne scelsero proprio il nome di Paul Goerg come marchio. Champagne di cave coopérative direte voi, pensando ad una qualità non particolarmente ambiziosa o eccelsa dei vini.

Errore. Perché nel caso della Paul Goerg oltre alla garanzia rappresentata dall’origine delle uve, un terroir premier cru, si ha una garanzia supplementare rappresentata dal lavoro di vignaioli intraprendenti e appassionati attivi da oltre due generazioni, e da un’abitudine, una tradizione, un vanto di produrre Champagne Premier Cru i quali, “traducono in vino la piena espressione dei terroir di Vertus e dell’uva Chardonnay”.

Questi vignerons fieri delle loro radici familiari posso contare su quasi 140 ettari di vigneto, e realizzano cuvées, frutto di una viticoltura ragionata rispettosa dell’ambiente, con dosaggi molto limitati che impediscono ogni trucco e consentono ai terroir di esprimersi appieno.

La loro gamma comprende una cuvée Brut Tradition (60% Chardonnay e 40% Pinot noir), l’Extra Brut Absolu (Chardonnay in purezza e 4 anni di permanenza sui lieviti), un Rosé con solo un 15% di Pinot noir (ma lo Chardonnay è quello della Côte des Blancs), un Brut millesimato, e una cuvée de prestige, che riposa sui lieviti da sei ad otto anni, millesimata, denominata Cuvée Lady (in commercio il 2004), con un 15% di Pinot noir ed una selezione particolarmente rigorosa degli Chardonnay.
1novembre2014-fotovarie 009

E infine c’è lo Champagne che voglio consigliarvi per questo fine settimana, il Brut Blanc de Blancs, non millesimato, che si affina per tre anni sui lieviti e dopo la sboccatura trascorre altri 6 mesi di riposo in bottiglia prima della commercializzazione.

Un Blanc de Blancs dal dosaggio che la Maison definisce « moderato », anche se si tratta di qualcosa tra 8 e 9 grammi litro con ricorso unicamente a vini di riserva.

Con il consueto eclettismo champenoise nella scheda tecnica il vino viene definito come una cuvée “perfetta per gli aperitivi”, ma poi ci dicono che andrà benone con le ostriche, ad un sashimi di pesce, a preparazioni di pesce in “sauce mousseline”, a formaggio di capra fresco oppure Chaource (formaggio dell’Aube), e, indifferentemente, e a me la cosa suona strana, ad zuppa di fichi freschi come dessert.

Io lo gusterei piuttosto sul pesce, o lo servirei prima di sederci a tavola, gustando il suo colore paglierino oro luminoso, il perlage molto sottile e vivo, la fragranza delicata e complessa degli aromi, sfumature di nocciola fresca, pesca bianca, fiori d’arancio, glicine, una vena di torrone, crema pasticcera e croissant. E poi il suo gusto calibrato, cremoso, non aggressivo, con un chiaro ritorno agrumato nel retrogusto, la sua piacevolezza ed il suo carattere da “vin de soif”, che chiude lungo su una vena salata e minerale.

Un bel vino, distribuito in Italia da Ruffino Constellation Brands, che troverete in vendita intorno ai 30 euro.

Attenzione! Non dimenticate di leggere anche:

 

1 commento Leggi tutto

Franciacorta Extra Brut 2008 Camossi

Denominazione: Franciacorta Docg
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay, Pinot nero
Fascia di prezzo: da 25 € a 35 €

Giudizio:
9


Franciacorta2015ExtraBrutCamossi

Quella condotta dai fratelli Claudio e Dario Camossi rappresenta senza alcun dubbio una delle più interessanti e valide realtà franciacortine emerse negli ultimi 5-10 anni. Risale al 1996 il loro primo metodo classico, e con il passare del tempo l’azienda, che oggi può contare su qualcosa come oltre 20 ettari vitati, distribuiti in tre zone chiave, Erbusco, Paratico, all’estremo ovest, da cui proviene gran parte del Pinot nero, e Provaglio d’Iseo, ha affinato uno stile personale che si esprime sia nel Franciacorta Rosé, di grande equilibrio e piacevolezza, a base di Pinot nero in purezza (90% del quale proveniente da Paratico), sia nelle altre tipologie, che mettono sempre in rilievo una grande pulizia, una calibrata acidità e una grande freschezza.

2 commenti Leggi tutto

Champagne La Grande Réserve Brut Dumangin

Denominazione: Champagne
Metodo: classico
Uvaggio: Pinot Meunier, Chardonnay, Pinot noir
Fascia di prezzo: da 25 € a 35 €

Giudizio:
8.5


Champagne-fotodic2014 071
In attesa di sapere quale sia stato il numero esatto di bottiglie equivalenti alle “expéditions de Champagne” nel corso del 2015 – le stime, come ho scritto in questa recente nota, parlano di una cifra intorno ai 313 milioni di pezzi, con un incremento rispetto al 2014 superiore al due per cento – cosa si può fare di meglio se non godersi una buona bottiglie del grande metodo classico francese?

Lo si può fare, non svenandosi, spendendo meno di 30 euro se si ricorre a questo ottima enoteca on line, scegliendo La Grande Réserve Brut non millesimata di un produttore che non ama comunicare molto, visto che il suo sito Internet è in rifacimento da… due anni…

Eppure Dumangin, che ha sede a Chigny Les Roses un villaggio classificato 1er cru posto nel cuore della Montagne de Reims, è una Maison di valore, che esporta larga parte della propria produzione, ed è giunta alla quinta generazione, il cui primo esponente fu Firmin Dumangin viticultore nel villaggio di Ludes, mentre oggi a reggere le sorti dell’azienda è Gilles Dumangin.

Prendiamo atto di questa sua strana – nel 2016… – refrattarietà a raccontarsi, per accontentarci del fatto, decisamente più importante, che gli Champagne che elabora oltre a presentare un eccellente rapporto prezzo – qualità sono Champagne ben fatti e molto piacevoli da bere. Vini che possono essere approcciati e apprezzati anche non dai grandi esperti e non solo dalle persone che in una bottiglia di champenois ricercano chissà quali sfumature, complessità e recondite armonie.

A dispetto del suo nome altisonante La Grande Réserve non millesimata di Dumangin è un Brut che utilizza abbondantemente il dosaggio consentito dalla tipologia, in questo caso ci si avvicina ai 9 grammi per litro, ed è una Cuvée composta per il 50% da Pinot Meunier, per il 25% da Chardonnay, e per il 25% da Pinot Noir, tutte uve provenienti da villaggi Premier Cru Montagne de Reims, ovvero Chigny Les Roses, Ludes, Rilly, Taissy, Cormontreuil, (un cinque per cento della cuvée si affina per quattro anni in legno).

Champagne-fotodic2014 073

Uno Champagne che definirei, con termini anglosassoni, molto appealing e easy to drink, che fa dell’armonia e dell’equilibrio il suo punto di forza, nella dichiarata piacevolezza il suo elemento distintivo, buono senza mai toccare livelli di eccellenza speciali.

Colore paglierino oro squillante, perlage finissimo e di grande vivacità nel bicchiere, mostra un naso molto aperto, fragrante, variegato, con sfumature di crema pasticcera, zucchero filato, torrone, nocciola fresca, agrumi canditi e un tocco di burro e una leggera vena sapida.

La bocca è cremosa, il gusto morbido, rotondo, senza alcuno spigolo, con un qualcosa che ricorda alcuni Satèn di Franciacorta (è solo una battuta, ché tale vuole essere, ed é consapevole di essere paradossale…), un’armonia che mostra una sola dimensione e solo dopo lo sviluppo del vino nel bicchiere lascia trasparire – siamo o non siamo in Champagne? – una freschezza minerale, una vena più nervosa e sapida.

Non uno Champagne memorabile, ma con un grande pregio, far vuotare facilmente la bottiglia, trattandolo come aperitivo o sorseggiandolo distrattamente conversando o ascoltando musica o abbinandolo a tavola ad antipasti non impegnativi.

Non piacerà molto comunicare a Dumangin, ma i suoi vini eccome se si fanno capire…

Attenzione! Non dimenticate di leggere anche:

1 commento Leggi tutto

Alta Langa millesimato riserva 60 mesi 2008 Gancia

Denominazione: Alta Langa Docg
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay, Pinot nero
Fascia di prezzo: da 25 € a 35 €

Giudizio:
8


AltaLanga2015 028

Era parecchio tempo che non assaggiavo più il prodotto più ambizioso del settore metodo classico di quella che fu un simbolo dello “spumante” piemontese, l’azienda Gancia di Canelli. Le ultime esperienze non erano state proprio entusiasmanti e l’assaggio, giusto quattro anni fa, del millesimato 2003 della riserva 60 mesi non mi aveva spinto a ripetere l’esperienza gustativa negli anni successivi.

In Gancia nel frattempo c’erano stati decisivi cambiamenti, un personaggio come Roustam Tariko, re della vodka e patron della Russian Standard Corporation aveva acquisito il controllo dell’azienda che prima del suo arrivo, ma anche nel 2014, aveva messo a segno un filotto di bilanci negativi.

E’ ovvio che con la sua cultura e la sua formazione Tariko (singolare, italianizzato il suo cognome, Taricco, è assai diffuso nell’astigiano e nell’albese..), per risanare e rilanciare l’azienda non puntasse su un segmento della produzione che è sempre stato minoritario e puntasse piuttosto, oltre che sugli “spirits”, sull’Asti e su spumanti non impegnativi come il rilanciato, storico Pinot di Pinot. Magari presentato come “alternativa al prosecco” che la stessa Gancia vende…

Ero però curioso di vedere se nel disegno generale di ristrutturazione non solo societaria, distributiva e commerciale, ma della produzione, il nuovo management avesse dedicato attenzioni anche ai metodo classico e fosse cambiato qualcosa in meglio rispetto agli standard non esaltanti di qualche anno orsono.

La gamma dei vini non è cambiata e comprende sempre due metodo classico generici, un Brut e un Rosé, con 18 mesi di affinamento sui lieviti, un Asti metodo classico 24 mesi, e due Alta Langa, con affinamento di 36 e 60 mesi.

Quanto al vino, parlo dell’Alta Langa riserva 60 mesi, dove solo il 50% del mosto entra a far parte della cuvée e la fermentazione del mosto avviene sia in acciaio che in barrique, trovo che ci sia stato un miglioramento, ma ci sia ancora parecchio da fare per raggiungere quell’armonia e quella qualità che è lecito attendersi vista la storia, il nome e le ambizioni dell’azienda.

Il colore è un paglierino oro piuttosto intenso, il naso piuttosto fitto ed estrattivo con una componente vinosa molto evidente e note di cipria, frutta secca tostata, arance candite, alloro, le bollicine sono vive e croccante sul palato, la consistenza succosa, con finalmente una buona freschezza e sapidità nonostante una leggera nota tostata di noci brasiliane, ma il 60 mesi riesce ad abbinare alla consistenza della struttura una lunghezza e un dinamismo, un nerbo che non ricordavo nelle precedenti annate e una indubbia piacevolezza. Magari riducendo la durata della permanenza sui lieviti e l’apporto del legno il vino potrebbe acquistare ancora più smalto. Ipotesi, ovviamente, tutta da verificare…

Attenzione! Non dimenticate di leggere anche:

 

 

Lascia un commento Leggi tutto

Franciacorta Dosaggio Zero Superno Marzaghe

Denominazione: Franciacorta Docg
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay, Pinot nero
Fascia di prezzo: da 20 € a 25 €

Giudizio:
8


Franciacorta2015ExtraBrut 057
Faccio subito mea culpa e confesso, anche se è trascorso un anno e mezzo, che non sono ancora riuscito a visitare l’azienda agricola Marzaghe di Erbusco, fondata nel 2005, e dunque che non ho maggiori informazioni in merito rispetto a quanto raccontavo in questo articolo del luglio 2014 cui rimando per maggiori dettagli.

Visitando, non senza qualche difficoltà, il sito Internet aziendale, immaginifico nel linguaggio (nel descrivere un vino si arrivano ad evocare “ronzii di miele”), e molto essenziale, ho avuto conferma che la proprietà è sempre della famiglia Lamberti, che gli ettari vitati di proprietà sono sei e si producono sempre unicamente Franciacorta, di sei tipologie (Brut, Satèn, Rosé, Brut millesimato, Dosaggio zero e riserva), da vigneti posti tra il Monte Alto (nella zona di Adro) ed il Monte Orfano.

Il vino che ho degustato è sempre lo stesso, il Dosaggio zero non millesimato, una cuvée composta per il 90% da Chardonnay, e per il 10% da Pinot nero, con un dosaggio degli zuccheri limitato a due grammi litro, un vino che compie una parziale fermentazione in rovere e compie un affinamento di almeno 30 mesi sui lieviti.

Insomma, che dire, il vino mi era piaciuto nel 2014 e mi è piaciuto ora, in un campione con sboccatura del dicembre di quell’anno, e mi sembra espressione di vigneti (età media intorno ai 15 anni) di qualità e ben condotti e di un’idea del vino tendente più alla piacevolezza, all’equilibrio, che alla ricerca di effetti speciali tali da catturare l’attenzione di quella parte della critica che se un vino non è un po’ “strano” non le interessa.

Le note del mio assaggio, che non ha messo in luce un vino entusiasmante e imprescindibile, ma un Franciacorta solido, ben fatto, affidabile, descrivono il Dosaggio Zero Superno (espressione che, immagino sia una sintesi, di grande fantasia, tra superbo ed eterno…), con colore paglierino oro con bella presa di spuma e perlage vivo e sottile, note ben distinte e nitide di crosta di pane, pan brioche, burro, fiori bianchi e mandorla e una leggera vena di agrumi, con una bella consistenza grassa, piena e succosa, al gusto, largo sul palato, pieno, con una bella acidità che bilancia bene la materia. Insomma, un Franciacorta più largo che profondo o verticale, molto in stile Erbusco, ma decisamente buono.

E meritevole di una visita in cantina per conoscere le altre bollicine…

Azienda Agricola Marzaghe
Via Consolare, 19
25030 Erbusco (BS)
Telefono: 0307760585
Email: info@marzaghefranciacorta.it
Web: www.marzaghefranciacorta.it

Attenzione! Non dimenticate di leggere anche:

5 commenti Leggi tutto

Trento Doc Brut Riserva Methius 2008

Denominazione: Trento Doc
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay, Pinot nero
Fascia di prezzo: da 25 € a 35 €

Giudizio:
7.5


Elba2015-2 079

Appunti su un vino che non riesce proprio ad entrare nelle mie corde

E’ proprio vero che i gusti e l’atto del degustare appartengono alla sfera del soggettivo e che ogni volta che si assaggia si hanno percezioni diverse! Non solo può accadere che quello che piace a 100 persone non piaccia a me e viceversa o che assaggiando cinque volte lo stesso vino si possa ogni volta ricavare un giudizio positivo e ritrovare le stesse sensazioni, come se le caratteristiche di quel vino combaciassero perfettamente con il nostro gusto, ma può anche accadere, soprattutto quando le annate sono diverse, che quel determinato vino a volte ti piaccia e a volte invece nemmeno un po’.

Quella che ho cercato di raccontare è un po’ la storia del mio rapporto, un po’ contrastato, con una riserva che molti considerano ai vertici assoluti del Trento Doc, di quei Trento che cercano, anche attraverso un lungo affinamento sui lieviti, e la fermentazione, anche se parziale, in legno, la complessità, la struttura importante, e che proprio per queste ambizioni d’importanza spesso vengono considerati importanti da quella parte della critica per la quale la piacevolezza, la facilità di beva, l’equilibrio, evidentemente rappresentano degli optional.

Mi sto riferendo al Trento Doc Brut Riserva Methius, un metodo classico nato verso la fine degli anni Ottanta dalla collaborazione tra Carlo Dorigati, eccellente produttore di Teroldego e di Rebo tra le altre cose, tragicamente scomparso nel 2011 durante la vendemmia, e l’estroso Enrico Paternoster, consulente di varie aziende e credo ancora responsabile della produzione vinicola della Fondazione Edmund Mach (ovvero Istituto Agrario di San Michele Adige). Un vino che viene prodotto solo nella tipologia riserva, con cinque anni di affinamento e che per riuscire deve ad ogni edizioni trovare quell’equilibrio, quell’armonia tra le diverse componenti, senza i quali un vino non è a posto e lascia a desiderare. E non soddisfa completamente le aspettative.

In passato ho costantemente trovato questa riserva, ad ogni edizione, molto lontana dal mio gusto e costantemente sopra le righe perché, scrivevo, trovavo nel vino una presenza eccessiva di legno che a mio parere bloccava la piacevolezza ed era troppo invadente. E questa “legnosità” mi impediva di entrare in sintonia con il vino. Lo ricordo, una cuvée composta da 60% Chardonnay e 40% Pinot nero provenienti da un’area ideale per le basi spumante, la fascia collinare di Faedo e Pressano a 350 – 500 metri di altitudine, provenienti da vigneti allevati con il sistema tradizionale della pergola trentina, con potature corte ed un generoso diradamento dei grappoli.

Dimenticavo un piccolo dettaglio: la fermentazione in barrique di parte dello Chardonnay, una pratica che Paternoster predilige.

Questo lo “storico” del mio rapporto con il Methius, fino a che, due anni fa, mi imbattei felicemente in un Methius 2007 finalmente equilibrato, fresco, non più massiccio e dominato da note boisé in eccesso, e fui così contento da dedicargli un articolo pubblicato su questo blog nell’ottobre 2013.

Pensavo si trattasse di una svolta, che il legno protagonista fosse ormai un ricordo del passato, che anche un vino importante come la riserva Methius avesse scelto la strada non della banalità o della facilità, ma di un maggiore bilanciamento, di una maggiore armonia e piacevolezza.

Errore, ancora una volta, a dimostrare che io non sono tipo da Methius e che lui non riesce ad entrare nelle mie corde, recentemente mi è capitato di bere la riserva 2008, con sboccatura agosto 2013, e dall’entusiasmo di due anni fa per il 2007 sono tornato all’antica perplessità per le annate precedenti.

Forse, e concedo, visto il lignaggio del vino, il beneficio del dubbio, la bottiglia (non il tappo, impeccabile) non era di quelle benedette da Bacco, ma alla bellezza del colore, un paglierino oro brillante, alla vivacità del perlage, ai profumi densi e caldi, compatti, maturi, di frutta esotica e fieno di montagna, di agrumi canditi, a note di vaniglia e crème caramel in evoluzione, ha purtroppo fatto riscontro, ospite indesiderato, una spiccata, invadente presenza di legno, protagonista anche al gusto, molto asciutto e tendente all’amaro. E dotato di una capacità, dispettosa, di bloccare lo sviluppo ed il dinamismo del vino, togliendogli eleganza e freschezza. E soprattutto equilibrio e piacevolezza.

Inevitabile la domanda: ma il vero Methius è questo 2008 nella cui cuvée il rovere francese sembra pesare più del Pinot nero e dello Chardonnay o l’equilibrato, elegante 2007 da me elogiato due anni orsono? E quando leggo che nella scheda tecnica del Methius si descrive una “sensazione di morbidità”, siamo davvero sicuri che il sottoscritto e gli autori del testo parliamo la stessa lingua?

Attenzione! Non dimenticate di leggere anche:

Lascia un commento Leggi tutto

Alta Langa Zero Brut 2008 Enrico Serafino

Denominazione: Alta Langa Docg
Metodo: classico
Uvaggio: Pinot nero, Chardonnay
Fascia di prezzo: da 25 € a 35 €

Giudizio:
8.5


AltaLanga2015 018

La tipologia del “dosaggio zero”, la più “secca”, quella che in teoria dovrebbe essere destinata solo ad un pubblico ristretto, perché la più diretta e priva di compromessi dal punto di vista organolettico, incredibilmente incontra un crescente successo in ogni denominazione ed è in costante aumento il numero di aziende che, se non l’ha, aggiunge uno “Zero” alla propria gamma.

Non solo in Franciacorta, nel Trento Doc e parzialmente in Oltrepò Pavese, ma anche nella più piccola e giovane delle denominazioni, la piemontese Alta Langa.

Un esempio, riuscito, di Dosaggio Zero piemontese, cuvée di Pinot nero (85%) e Chardonnay (15%) da vigneti posti oltre i 300 metri d’altezza su suoli ricchi di argilla e calcare è un Alta Langa proposto da una cantina che vanta una lunga storia, iniziata nel 1878, nel campo dei vini classici del Roero (la cantina ha sede a Canale d’Alba), ed è la cantina fondata dall’imprenditore e proprietario terriero Enrico Serafino.

Un’azienda che nell’ultima dozzina d’anni ha conosciuto vasti cambiamenti e ammodernamenti tecnici ed enologici e nell’ambito del Progetto denominato Cantina Maestra teso a realizzare vini che esprimono fino in fondo tutte le potenzialità e l’identità del Roero, ovvero piacevolezza, grande bevibilità ed eleganza, ha inserito, accanto a Roero Arneis, Roero, Barbera d’Alba e Nebbiolo d’Alba, anche l’Alta Langa coinvolgendo 14 conferitori regolari di uve che gestiscono 11 ettari piantati a Pinot nero (in gran parte) e Chardonnay.
Il tutto sotto il controllo dell’agronomo aziendale. Vigneti con popolazione policlonale di modo da avere una “complementarietà organolettica tra acidità, struttura e profumi”. Una raccolta delle uve a piena maturità e la raccolta una volta raggiunta lo stadio ideale di ogni singolo vigneto porta ad avere ricchi di struttura e con un bel corredo acido che si prestano bene ad un lungo affinamento sui lieviti.

Il Brut Zero, di cui ho recentemente degustato il millesimo 2008 ha quindi compiuto 60 mesi affinamento sui lieviti, con un dosage limitato all’aggiunta del vino originale.

Il risultato è di buon livello: colore paglierino verdolino, naso complesso inizialmente chiuso che poi si pulisce e mostra ricchezza di sfumature e un frutto (frutta esotica soprattutto) ben maturo, note di frutta secca leggermente tostata, una leggera speziatura, largo in bocca pieno e succoso, più largo che profondo, sorretto da una grande materia ricca, con persistenza lunga, ha sale e nerbo.

Un Alta Langa Zero non da servire come aperitivo ma da portare a tavola, abbinandolo anche alle preparazioni, di pesce, di pesce e verdure, di carne bianca, più saporite e impegnative.

Enrico Serafino
Corso Asti 5
12043 Canale CN
Tel. 0173 979485
Sito Internet http://www.enricoserafino.it/it/

Attenzione! Non dimenticate di leggere anche:

Lascia un commento Leggi tutto

Franciacorta Pas Dosé Diamant 2008 Villa

Denominazione: Franciacorta Docg
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay, Pinot nero
Fascia di prezzo: da 25 € a 35 €

Giudizio:
8.5


Franciacorta2015ExtraBrut 101

Sono 38 anni che nel piccolo borgo medioevale Villa Franciacorta di Monticelli Brusati si producono metodo classico e, non si deve mai dimenticarlo, ottimi vini rossi, tra i migliori Curtefranca rosso in circolazione. Merito di Alessandro Bianchi (cui si sono poi affiancati la figlia Roberta con il marito Paolo Pizziol) che spesso colpevolmente ci dimentichiamo di citare tra i pionieri della storia franciacortina. E che tanto ha fatto innanzitutto per recuperare l’antico borgo all’epoca in rovina, poi, svariati anni prima di cominciare a produrre vini, i primi fermi nel 1974 e le prime bollicine nel 1978, a studiare, parliamo degli anni Sessanta, e tutto questo era davvero in anticipo sui tempi, a realizzare, con la collaborazione di esperti, un antesignano studio geopedologico di ogni singola particella catastale della propria tenuta, per capire di che terreni disponesse, quale ne fossero le caratteristiche, i pregi e i limiti e cosa e come bisognasse piantare.

Nel frattempo Bianchi realizzava un’altra operazione importante il recupero degli spettacolari vigneti del colle Madonna della Rosa, ripristinandone i muretti a secco, nonostante la pendenza anche del 45%, e creando le condizioni per la nascita del rosso Gradoni.

Bianchi ed i suoi hanno sempre creduto nelle potenzialità del terroir di questa zona est della Franciacorta che porta il nome di Monticelli Brusati, e delle loro vigne, un unico lotto, abbracciato dalla collina Delma a ovest e a sud dalla collina Madonna della Rosa, tanto che ad eccezione di tre ettari tutte le loro vigne si trovano giacciono in questo borgo. Che dopo il recupero si trasformò in azienda vitivinicola, con tanto di cantine attentamente studiate e realizzate in diverse fasi, e oggi ospita addirittura un elegante agriturismo con ristorante.

Ad averlo colpito sin dall’inizio delle ricerche era la consapevolezza di poter disporre di terreni dalle caratteristiche tutte particolari, non “di terreni di origine morenica riportati dai fiumi per scioglimento dei ghiacciai, come più parte in Franciacorta, ma di terreno vergine ricco di sostanze naturali; le argille e i minerali provenienti da fossili marini” che testimoniano la presenza primordiale del mare.

E grazie a queste caratteristiche geologiche nascono vini, lo si riscontra sempre in occasione delle interessantissime degustazioni verticali a ritroso nel tempo che l’azienda organizza con passione ed orgoglioso entusiasmo ogni anno (l’ultima lo scorso giugno, quando con l’Extra Brut siamo discesi sino al 1994 e 1993, godendoci un fantastico 2000), che hanno l’andatura del passista e una lunga gittata nel tempo e che consentono di mantenere vivacità e doti di freschezza, un’energia e un’integrità sorprendenti.

Oggi l’azienda ha raggiunto una produzione intorno alle 300 mila bottiglie ottenute dai 37 ettari di proprietà, ed i Franciacorta in gamma sono, forse tanti, forse no, ben nove, tutti dotati di un accento personale tale da giustificarne l’esistenza.

Il mio più recente assaggio targato Villa, da uve Chardonnay (85%) e Pinot nero (15%) tutti posti in Monticelli Brusati, in un vigneto esposto ad est, è il Franciacorta della tipologia Pas Dosé che reca il nome di Diamant, le cui fasi di vinificazione prevedono pigiatura soffice dell’uva intera con presse pneumatiche, sedimentazione naturale a freddo, prima fermentazione alcolica in acciaio inox e affinamento parziale in barrique prima del tiraggio e un affinamento, nel caso di questo 2008, di 60 mesi.

Conoscendone la capacità di evolvere e acquisire complessità e vigore nel tempo mi sembra quasi colpevole assaggiarlo e giudicarlo così giovane, con il suo colore paglierino oro brillante ricco di riflessi, il perlage fine, delicato e continuo, il naso intensamente fruttato, con mela candita in evidenza, note di alloro e cioccolato bianco, un tocco quasi di candito e zucchero filato, di nocciole fresche e fiori bianchi, e un deciso timbro salato e pietroso. E poi la bocca fresca e viva, ancora scalpitante, che deve ancora completamente distendersi ma è già ricca, nervosa, ampia e piacevole, e fa pensare ad uno sviluppo che dia al vino ancora più profondità e nerbo.

Dal sottosuolo di Monticelli Brusati a volte sono questi i gioielli che emergono…

Villa Franciacorta
Località Villa 12
Monticelli Brusati BS
Tel. 030.652329
e-mail info@villafranciacorta.it
sito Internet http://www.villafranciacorta.it/

Attenzione! Non dimenticate di leggere anche:

1 commento Leggi tutto

Franciacorta Pas Dosé 2007 Majolini

Denominazione: Franciacorta Docg
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay
Fascia di prezzo: da 25 € a 35 €

Giudizio:
8.5


Franciacorta2015ExtraBrut 090

Con quale vino chiudere il 2015 di Lemillebolleblog? Quale “bollicina” scegliere per sigillare un anno di suggerimenti, discorsi, proposte, discussioni, polemiche che hanno visto questo blog cercare di dire la propria su quanto accadeva nel campo del metodo classico italiano?

Anche se il Trento Doc ha dato segni di riscossa e di riorganizzazione, ma con un numero di bottiglie prodotte che a fatica raggiunge gli otto milioni, e dall’Oltrepò Pavese sono giunti segnali di una volontà più convinta e tenace di puntare sulle bollicine prodotte con il metodo della rifermentazione in bottiglia, é chiaro a tutti che il 2015 è stato ancora l’anno in cui la ed il Franciacorta hanno rafforzato la loro leadership. Sia in termini di numero di bottiglie prodotte, che di soggetti produttivi (oltre 110) sia di visibilità e notorietà, favorite anche dalla adesione all’operazione Expo.

E Franciacorta Docg dunque sia l’ultimo vino proposto in questo 2015: un vino che scelgo perché è buono, perché lo produce una persona che stimo e reputo amica, perché la zona di produzione è considerata un’area marginale della denominazione e l’etichetta costituisce un omaggio ad un grande artista.

Il Franciacorta è il Pas Dosé millesimato, annata 2007, dell’azienda, sita ad Ome, nella zona nord est, dell’azienda di Ezio Majolini (e oggi anche di suo nipote Simone), più noto tout court come Franciacorta Aligi Sassu, perché l’etichetta rappresenta una bellissima opera, i bronzei Cavalli innamorati, del grande pittore e scultore milanese di origine sarda, che sono stati collocati nello spiazzo antistante la cantina Majolini a presidio dell’intera vallata.

Una vallata dotata di un terroir molto particolare costituito da stratificazioni di un calcare bianco di grande purezza denominato medolo in grado di conferire uno spiccato carattere minerale e ben secco ai vini qui prodotti.

I Majolini ebbero una lunga frequentazione e amicizia con Aligi Sassu e la collocazione della statua in cantina e l’etichetta che ne riproduce l’inconfondibile effigie vogliono sancire questo forte legame a partire dall’annata 1995.

Ottenuto da uve Chardonnay in purezza, provenienti da un vigneto posto nel comune di Gussago, e quindi affinato sui lieviti per 36 mesi, questo Pas Dosé anche con il millesimo 2007 si mantiene fedele al proprio stile anti-spettacolare e direi piuttosto all’insegna del riserbo, anche se in questa edizione – io ho degustato un campione con sboccatura febbraio 2015 mostra un calore e una solarità inusuali.

Colore oro antico brillante e luminoso, perlage di buona finezza ed intensità, naso sorprendentemente caldo e mediterraneo, con note di agrumi canditi, fieno, mela cotta, crosta di pane, pasticceria e crème brulée ad accompagnare le consuete note sapide minerali, bocca ancora ricca di energia e di slancio, asciutta, diretta, volitiva, con una bella continuità e un finale ben secco e asciutto, giustamente nervoso, con un retrogusto che richiama la mandorla e gli agrumi canditi.

Un ottima scelta per chiudere un anno che se ne va e salutare il nuovo che arriva…

Attenzione! Non dimenticate di leggere anche:

5 commenti Leggi tutto

Trento Doc Altemasi Pas Dosé 2007

Denominazione: Trento Doc
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay, Pinot nero
Fascia di prezzo: da 25 € a 35 €

Giudizio:
9


TrentoDoc2015 080
Ormai non costituisce più una sorpresa per nessuno che ai vertici del metodo classico trentino, pardon del Trento Doc, anno dopo anno si trovino le bollicine emanazione della più potente realtà produttiva regionale, ovvero sia di Cavit (Cantina Viticoltori del Trentino) la celebre maxi cooperativa che unisce 11 cantine sociali trentine con 4500 viticoltori associati.

Sicuramente tra i più bravi, insieme ad un altro gigante (e vero leader della denominazione), le Cantine Ferrari, troviamo di anno in anno vignaioli di dimensioni ben più ridotte, che hanno una cura quasi artigianale della loro produzione, ma Cavit riesce a vincere tutti gli scetticismi grazie ad un team di tecnici, cito Andrea Faustini ad esempio, di primario valore, ad una possibilità di selezione di vigneti e uve nelle zone più vocate unica, ad uno stile di lavoro collaudato che permette tranquillamente di lasciare i vini cinque anni sui lieviti senza togliere loro nerbo e freschezza.

Sulle proprie pagine Web la cantina definisce Altemasi “la linea di eccellenza degli spumanti Cavit. Esprime tutta la meritata fama del territorio trentino come regione ad alta vocazione spumantistica, grazie alla posizione dei vigneti di collina che raggiungono quote di oltre 600 m. s.l.m”, sottolineando l’importanza delle giaciture dei vigneti e dei terroir, ed il fatto, implicito, che quando in Trentino si lavora con uve “di montagna” i risultati sono diversi.

E proprio dai “pendii dei conoidi dolomitici, la Valle dei Laghi e la Valle di Cembra ad altitudini comprese tra i 450 e i 600 metri”, provengono le uve dell’Altemasi che prediligo, il Pas Dosé millesimato, quest’anno è di scena l’annata 2007, classica cuvée formata da 60% Chardonnay e 40% Pinot nero, che, come dicevo, compie un affinamento sui lieviti di ben 60 mesi.

Non so, sulla scheda tecnica di questo dettaglio non si fa menzione, se una parte del vino fermenti o si affini (e per quale periodo) in legno. Se il legno viene utilizzato, viene usato molto bene e non fa avvertire la propria presenza.

Di certo questo Trento Doc Pas Dosé 2007 fornisce una magnifica dimostrazione di come si possa realizzare un prodotto complesso e ben strutturato senza condizionare in alcun modo la piacevolezza e la facilità di beva. Cosa che non sempre, anche in Trentino, accade.

A me questo Trento Doc è piaciuto da ogni punto di vista, per la bella intensità di colore, paglierino oro brillante, per il perlage fine e continuo, il naso incisivo e ben secco, con sfumature di alloro e cioccolato bianco, di ananas e pompelmo con un tocco di erbe aromatiche. E poi per la bocca ampia e molto cremosa, con un bel nerbo incisivo e una bella freschezza, un gusto diretto, minerale, salato, nervoso, con coda lunga e ben tesa e persistenza lunga e grande armonia in ogni componente.

Attenzione! Non dimenticate di leggere anche:

1 commento Leggi tutto