Trento Doc Riserva Cavaliere Nero Rosé Extra Brut 2010 Revì

Denominazione:
Metodo: classico
Uvaggio: Pinot nero
Fascia di prezzo: da 25 € a 35 €

Giudizio:
8


Buono ma… Un filo di eleganza e freschezza in più, next time!

Riesco facilmente ad immaginare quello che potranno dire alcuni di voi leggendo questo mio post. E metto in preventivo che possiate pensare che il mio continuo girare in questi mesi tra Londra (4 viaggi compreso quello che farò dal 27 al 29 giugno) e Parigi (2 viaggi, il secondo dei quali ha letteralmente sconvolto, ed in senso positivo, la mia vita) mi abbia fatto del male. Che abbia sviluppato in me quella forma suprema di provincialismo, per me del tutto deleterio, che fa rima con esterofilia. Il che, per i pochissimi che non dovessero saperlo, si traduce in una “esagerata simpatia per le idee, i costumi, i prodotti, i vocaboli stranieri”.

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Trento Doc Giulio Ferrari 1991: se esiste una risposta italiana allo Champagne è questa!

Denominazione:
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay
Fascia di prezzo: da 35 € a 50 €

Giudizio:
10


Non c’è discussione possibile: il miglior metodo classico italiano

So già, conosco i miei polli e certe cantine che sembrano più pollai che cantine vere e proprie, come replicheranno, segretamente, perché non hanno gli attributi ed il coraggio per farlo pubblicamente, preferiscono gli agguati dietro l’angolo, i passa parola truffaldini, le bugie spacciate come verità, l’ossequio ai diktat del padrone/presidente di turno, ad Erbusco, Borgonato di Cortefranca, Bornato e dintorni, a quello che sto per scrivere.

Grideranno al traditore, all’infame, a quello che sputa nel piatto dove mangia (ebbene, se anche avessi mangiato, beh, sono stato per mesi e mesi a lavare i piatti in cucina e a servire in sala, niente mi è stato dato gratuitamente… chiaro?) al servitore al soldo del Trento Doc.

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Champagne Grand cru Résèrve Oublié Brut Blanc de Blancs Pierre Péters

Denominazione: Champagne
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay
Fascia di prezzo: da 35 € a 50 €

Giudizio:
9.5


Ho reso ieri omaggio, sul blog fratello, Vino al vino, alla capacità di una storica famiglia del vino dell’albese, i Ceretto, di selezionare, in giro per il mondo, in Francia e altrove, grandi vini e distillati, assaggiati in un magnifico e variopinto tasting che si è svolto, con grande e ordinato afflusso di un pubblico di appassionati operatori, in quel di Milano.

Non per par condicio, ma perché è doveroso rendere omaggio anche a quest’altra dinastia del vino langhetto, i Gaja, storici “concorrenti” dei Ceretto nella disfida per il titolo di re del Barbaresco e del Barolo sul mercato americano (ma anche Vietti non scherza…), voglio togliermi tanto di cappello di fronte ad un supremo Champagne importato e distribuito, insieme ad una gamma di eno-mirabilie, da Gaja distribuzione.

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Franciacorta Extra Brut Barboglio de’ Gaioncelli: una conferma

Denominazione: Franciacorta Docg
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay, Pinot nero
Fascia di prezzo: da 10 € a 20 €

Giudizio:
9



Stiano sereni, e senza agitarsi troppo, gli amici (io continuo a chiamarli così) franciacortini i quali leggendo il mio recente post dedicato ad un confronto, più dal punto di vista antropologico che puramente vinicolo, tra Franciacorta e Oltrepò pavese o un altro precedente, dove ricordavo che pur rappresentando un’infima minoranza, i Franciacorta Docg a prezzi vergognosi sugli scaffali, continuano ad apparire, e io non posso far finta che non esistano, sono magari arrivati alla conclusione frettolosa, ed erronea, che abbia dichiarato “guerra” alla loro terra. Che continuo ad amare, ma con accresciuto e più che mai indipendente senso critico…

Il sottoscritto non ha le fette di salame sugli occhi e il naso tappato e quando si troverà di fronte a Franciacorta Docg che meritino di essere pubblicamente elogiati, lo farà come e più di prima. E quando ci sarà da bacchettare, come farò tra qualche giorno, sciorinando la mia incazzatura per la chiusura di un ristorante in cui credevo, ma che ai franciacortini evidentemente stava indigesto, non ci penserò due volte. Visto che non ho né padrini né padroni.

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Roccapietra Zero, un metodo classico che onora l’Oltrepò Pavese

Denominazione:
Metodo: classico
Uvaggio: Pinot nero
Fascia di prezzo: da 10 € a 20 €

Giudizio:
9



Alla Cantina Scuropasso fanno le cose perbene…

Come vanno le cose, mi chiederà qualcuno, in quell’Oltrepò Pavese dove sto moltiplicando (mi accosto al suo capezzale come fossi un medico condotto…) le mie visite?

Direi piuttosto bene, i salami, parlo di quelli che si affettano e si divorano, ovviamente con il “miccone” sono quasi sempre all’altezza della situazione, uno più buono dell’altro, e quei “salami” di oltrepadani mi sembra stiano lentamente iniziando a capire che “o la va o la spacca”, e che perdere il treno in corsa che sta passando sia davvero un’occasione unica che non può essere sprecata.

In attesa del 14 febbraio, che non è solo la festa di noi innamorati, ma la data entro la quale si saprà se la Cantina La Versa finirà finalmente in buone mani o se le toccherà ancora un futuro precario e traballante, a dimostrazione che le cose stanno cambiando, e in meglio, voglio segnalarvi una cantina e delle bollicine, in particolare, che ho conosciuto, grazie all’amico Patrizio Chiesa, anima del portale Oltrepò Pavese.com oltre che autore di una bellissima e davvero utile guida come Guidando con gusto, che mi ha proposto di andarci insieme.

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Champagne Rosé Premier cru Résèrve de l’Hommée Coulon

Denominazione: Champagne
Metodo: classico
Uvaggio: Pinot Meunier
Fascia di prezzo: da 25 € a 35 €

Giudizio:
9,5


Visto com’è andato il 2016 e affacciandosi un 2017 che guardavo un po’ di sottecchi, temendo quali sfracelli (ancora?) a causa del 17 finale, in prossimità di San Silvestro e Capodanno ho pensato: da quell’annus horribilis devi proprio congedarti alla grande.

E così è stato, non solo per il valore e la bellezza del vino scelto, un’autentica meraviglia, ma grande è stato anche il formato del vino, un magnum

Ovviamente, inutile dirlo, “bollicine”, non italiane, siano essere bresciane, oltrepadane, trentine oppure altolanghette, ma, ça va sans dire, Champagne.

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Franciacorta Pas Dosé Au Contraire 2008 Cavalleri

Denominazione: Franciacorta Docg
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay, Pinot nero
Fascia di prezzo: da 35 € a 50 €

Giudizio:
9.5


Aucontraire
Piacevolissima serata lunedì 29 febbraio nel cuore della Franciacorta, in una delle aziende che hanno fatto la storia di questa rampante zona vinicola lombarda e che contribuiscono a determinarne un’immagine dinamica e di gran qualità.

Sto parlando dell’azienda agricola Cavalleri, una lunga tradizione vitivinicola in Erbusco e una produzione di “bollicine” nobili che risale al 1979 con le prime 6000 bottiglie di “champenoise”, che ha convocato un gruppo di amici, ristoratori, enotecari, giornalisti per presentare e festeggiare a dovere la nuova edizione di una cuvée che viene prodotta solo in circostanze particolari ed eccezionali, come dimostra il fatto che prima di questo 2008, era stata prodotto solo il millesimo 2001.

Protagonista della serata, insieme al clima particolarmente disteso, non spettacolare, colloquiale che ne è stato il filo conduttore, grazie allo stile di chi questa serata ha voluto così si dipanasse, parlo della famiglia Cavalleri, delle sorelle Giulia e Maria, e dei loro figli Diletta e Francesco che rappresentano il presente-futuro dell’azienda (insieme al bravo enologo interno Giampaolo Turra) e che sono stati i responsabili di tutte le scelte, compresa quella di proporre sboccato à la volée, bottiglia dopo bottiglia, il vino presentato, è stato il Franciacorta Pas Dosé Au Contraire 2008.

Nella gamma, ben calibrata, dei metodo classico di Cavalleri, dove davvero “ogni vino racconta una storia” e ha una logica precisa e una propria identità, il Pas Dosé Au Contraire costituisce uno “sfizio” (le bottiglie prodotte sono circa 6600), un divertissement, ma non una “scommessa” tecnica, perché si tratta di un vino fortemente voluto, seguito e curato in ogni sua fase, frutto di ben precise selezioni, fortemente legate ad un’idea, ad un progetto del vino del tutto particolari.

Volendo classificare il vino io lo tenderei a giudicarlo “indefinibile”, innanzitutto per il colore personalissimo, che il produttore chiama “occhio di pernice” e che non si può pensare di inserire nella categoria dei rosati, anche se presenta sfumature che richiamano la cipria. E’ poi l’assaggio a confermare che si tratta di un vino imprevedibile e non collocabile in una categoria precisa, se non quella dei grandi millesimati di Franciacorta lungamente affinati sui lieviti. E, aggiungerei, felicemente a lungo affinati, data la freschezza, la vivacità, l’assoluta giovinezza ed energia (e stiamo comunque parlando di un vino figlio dell’annata 2008…), che il vino mostra, tali da far pensare ad una sua lunga possibilità di ulteriore evoluzione nel tempo.

Au Contraire è in sintesi una cuvée di Chardonnay e Pinot nero (quest’ultimo nettamente minoritario e presente nell’ordine del 20%), senza alcun contatto di quest’ultima uva con le bucce e con una quota del 10% del vino affinato in legno grande. E uve, va sottolineato, frutto di una selezione estremamente rigorosa (verrebbe quasi voglia di dire acino per acino), scelte nei migliori vigneti aziendali.

Per il resto solo infinita pazienza, continui assaggi per verificare l’evoluzione, il corretto amalgama dei due componenti, e la consapevolezza che questo vino avrebbe dovuto, ad ogni modo, reggere il confronto con il precedente Au Contraire, il 2001, giudicato per anni come uno dei più riusciti Franciacorta nella storia di questa denominazione.

Una prima sboccatura (senza liqueur e zucchero) nel giugno del 2015, una seconda a febbraio 2016, e se ne prevede, non si sa quando, una terza, quando in Cavalleri giudicheranno arrivato il momento opportuno.

Degustato e ampiamente bevuto, abbinato ai piatti, indubbiamente ricchi di fantasia e molto personali, dello chef Riccardo Camanini del ristorante Lido 84 di Gardone Riviera, l’Au Contraire 2008 ha convinto senza se e senza ma, mostrando tutta la propria caratura, il carattere innato, l’eleganza abbinata alla struttura, l’ampia tessitura, l’espressività. Un Franciacorta che è sintesi di delicatezza e ampiezza, di verticalità, profondità, nerbo e di ampiezza, di carnosità e sapidità, con un gusto ben secco, ma senza eccessi, giustamente nervoso, croccante che rende piacevolissima la beva e ampia la tessitura.

Poche le bottiglie e non agevole quindi aggiudicarsene qualcuna, ma indubbiamente una grande riuscita, la dimostrazione dello stile e della classe di un’azienda simbolo e punto di riferimento per la Franciacorta tutta come Cavalleri.

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Trento Doc Dosaggio Zero riserva 2008 Letrari

Denominazione: Trento Doc
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay, Pinot nero
Fascia di prezzo: da 25 € a 35 €

Giudizio:
8.5


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Non è ancora diventato una tipologia bandiera come lo è da anni in Franciacorta (dove secondo i dati diffusi recentemente dall’Osservatorio economico del Consorzio nel 2015 le vendite hanno fatto registrare un incremento stellare del 28,8%) ma anche in Trentino, nell’ambito del Trento Doc, la tipologia Dosaggio Zero, quella che sarebbe in grado di “fotografare” con più fedeltà le caratteristiche dei singoli terroir e dei vini che ne sono espressione, sembra riscuotere un crescente interesse da parte dei consumatori.

Aumenta dunque, lentamente ma aumenta, il numero dei Trento Doc che scelgono la strada del non dosaggio, della rinuncia all’aggiunta di liqueur, e di conseguenza aumenta la confidenza dei produttori con questa tipologia e la qualità dei vini.

Una dimostrazione chiara di questa confidenza che sta maturando e che coinvolge ovviamente, come è fondamentale che sia, anche gli appassionati, che dimostrano di gradire sempre più questo genere di vini molto “schietti”, la offre, bevuto in questi giorni un campione in perfetta forma a quasi un anno dalla sua sboccatura, il Trento Doc Dosaggio zero riserva (quindi con almeno 36 mesi di affinamento sui lieviti, come prevede il disciplinare di produzione), di uno degli spumantisti più collaudati e validi in terra trentina, Letrari.

Che al Dosaggio Zero è approdato da qualche anno dopo essersi affermato come “trentodocchista” di gran qualità con il Brut, il Brut riserva, e la grande Riserva del Fondatore 976, affinata sui lieviti qualcosa come 96 mesi.

Cosa sia questo Dosaggio Zero è presto detto, una cuvée composta in larga parte da Chardonnay (intorno all’80%) e Pinot nero provenienti da vigneti collinari.

Il 2008, millesimo che ha dato ottimi risultati in terra trentina, mi ha convinto per la perfetta padronanza maturata dal team composto da Leonello Letrari e dalla figlia Lucia, anche di questa tipologia e per un mix di complessità e freschezza davvero notevole.

Colore paglierino oro intenso, perlage fine e continuo, sin dal primo impatto mostra la sua “razza” ed il carattere spiccato, con un naso molto intenso, composito, serrato, ben secco e deciso, dove spiccano la frutta secca leggermente tostata, ananas e pompelmo, note floreali e di fieno secco, a comporre un insieme molto caldo e di ampia tessitura.

L’entrata in bocca conferma il carattere deciso del vino, la sua ampiezza e salda struttura, con un gusto pieno e decisamente secco, una buona larghezza e croccantezza e una persistenza lunga e piena. Da Trento Doc da portare a tavola e gustare su una vasta gamma di piatti a base di pesce, anche i più impegnativi, e non da proporre come aperitivo.

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Champagne Brut Blanc de Blancs Premier Cru Paul Goerg

Denominazione: Champagne
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay
Fascia di prezzo: da 25 € a 35 €

Giudizio:
9


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In Champagne le cantine cooperative delle migliori zone, anche in villaggi classificati Premier Cru, sono dotate di uno spiccato spirito imprenditoriale e di una notevole fantasia nel presentarsi sul mercato interno ed internazionale.

Accade così che a poco distanza dalla celebrata Côte des Blancs, una cooperativa attiva a Vertus, secondo più ampio villaggio della Champagne ed il maggiore del dipartimento della Marne, per ettari vitati, che qui superano quota 560, per l’85% destinati a Chardonnay, una cooperativa come La Goutte d’Or abbia deciso di dar vita a due marchi commerciali per proporre gli Champagne espressione di questo magnifico terroir.

Uno ha nome Napoléon, marchio che risale al 1907, e propone vini di stile classico e tradizionale, ed il secondo che prende nome da un personaggio, Paul Goerg, che nel 1876 fu sindaco di Vertus e che s’impegnò molto per il mondo agricolo e vitivinicolo e si adoperò per far capire il valore dei terroir e dello Chardonnay di cui i vignerons disponevano.

Accadde così che nel 1950 un gruppo di vignerons di Vertus decidono di lavorare insieme sullo Chardonnay e valorizzarlo e nel 1985 quando decisero di proporre in commercio i loro Champagne scelsero proprio il nome di Paul Goerg come marchio. Champagne di cave coopérative direte voi, pensando ad una qualità non particolarmente ambiziosa o eccelsa dei vini.

Errore. Perché nel caso della Paul Goerg oltre alla garanzia rappresentata dall’origine delle uve, un terroir premier cru, si ha una garanzia supplementare rappresentata dal lavoro di vignaioli intraprendenti e appassionati attivi da oltre due generazioni, e da un’abitudine, una tradizione, un vanto di produrre Champagne Premier Cru i quali, “traducono in vino la piena espressione dei terroir di Vertus e dell’uva Chardonnay”.

Questi vignerons fieri delle loro radici familiari posso contare su quasi 140 ettari di vigneto, e realizzano cuvées, frutto di una viticoltura ragionata rispettosa dell’ambiente, con dosaggi molto limitati che impediscono ogni trucco e consentono ai terroir di esprimersi appieno.

La loro gamma comprende una cuvée Brut Tradition (60% Chardonnay e 40% Pinot noir), l’Extra Brut Absolu (Chardonnay in purezza e 4 anni di permanenza sui lieviti), un Rosé con solo un 15% di Pinot noir (ma lo Chardonnay è quello della Côte des Blancs), un Brut millesimato, e una cuvée de prestige, che riposa sui lieviti da sei ad otto anni, millesimata, denominata Cuvée Lady (in commercio il 2004), con un 15% di Pinot noir ed una selezione particolarmente rigorosa degli Chardonnay.
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E infine c’è lo Champagne che voglio consigliarvi per questo fine settimana, il Brut Blanc de Blancs, non millesimato, che si affina per tre anni sui lieviti e dopo la sboccatura trascorre altri 6 mesi di riposo in bottiglia prima della commercializzazione.

Un Blanc de Blancs dal dosaggio che la Maison definisce « moderato », anche se si tratta di qualcosa tra 8 e 9 grammi litro con ricorso unicamente a vini di riserva.

Con il consueto eclettismo champenoise nella scheda tecnica il vino viene definito come una cuvée “perfetta per gli aperitivi”, ma poi ci dicono che andrà benone con le ostriche, ad un sashimi di pesce, a preparazioni di pesce in “sauce mousseline”, a formaggio di capra fresco oppure Chaource (formaggio dell’Aube), e, indifferentemente, e a me la cosa suona strana, ad zuppa di fichi freschi come dessert.

Io lo gusterei piuttosto sul pesce, o lo servirei prima di sederci a tavola, gustando il suo colore paglierino oro luminoso, il perlage molto sottile e vivo, la fragranza delicata e complessa degli aromi, sfumature di nocciola fresca, pesca bianca, fiori d’arancio, glicine, una vena di torrone, crema pasticcera e croissant. E poi il suo gusto calibrato, cremoso, non aggressivo, con un chiaro ritorno agrumato nel retrogusto, la sua piacevolezza ed il suo carattere da “vin de soif”, che chiude lungo su una vena salata e minerale.

Un bel vino, distribuito in Italia da Ruffino Constellation Brands, che troverete in vendita intorno ai 30 euro.

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Franciacorta Extra Brut 2008 Camossi

Denominazione: Franciacorta Docg
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay, Pinot nero
Fascia di prezzo: da 25 € a 35 €

Giudizio:
9


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Quella condotta dai fratelli Claudio e Dario Camossi rappresenta senza alcun dubbio una delle più interessanti e valide realtà franciacortine emerse negli ultimi 5-10 anni. Risale al 1996 il loro primo metodo classico, e con il passare del tempo l’azienda, che oggi può contare su qualcosa come oltre 20 ettari vitati, distribuiti in tre zone chiave, Erbusco, Paratico, all’estremo ovest, da cui proviene gran parte del Pinot nero, e Provaglio d’Iseo, ha affinato uno stile personale che si esprime sia nel Franciacorta Rosé, di grande equilibrio e piacevolezza, a base di Pinot nero in purezza (90% del quale proveniente da Paratico), sia nelle altre tipologie, che mettono sempre in rilievo una grande pulizia, una calibrata acidità e una grande freschezza.

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Champagne La Grande Réserve Brut Dumangin

Denominazione: Champagne
Metodo: classico
Uvaggio: Pinot Meunier, Chardonnay, Pinot noir
Fascia di prezzo: da 25 € a 35 €

Giudizio:
8.5


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In attesa di sapere quale sia stato il numero esatto di bottiglie equivalenti alle “expéditions de Champagne” nel corso del 2015 – le stime, come ho scritto in questa recente nota, parlano di una cifra intorno ai 313 milioni di pezzi, con un incremento rispetto al 2014 superiore al due per cento – cosa si può fare di meglio se non godersi una buona bottiglie del grande metodo classico francese?

Lo si può fare, non svenandosi, spendendo meno di 30 euro se si ricorre a questo ottima enoteca on line, scegliendo La Grande Réserve Brut non millesimata di un produttore che non ama comunicare molto, visto che il suo sito Internet è in rifacimento da… due anni…

Eppure Dumangin, che ha sede a Chigny Les Roses un villaggio classificato 1er cru posto nel cuore della Montagne de Reims, è una Maison di valore, che esporta larga parte della propria produzione, ed è giunta alla quinta generazione, il cui primo esponente fu Firmin Dumangin viticultore nel villaggio di Ludes, mentre oggi a reggere le sorti dell’azienda è Gilles Dumangin.

Prendiamo atto di questa sua strana – nel 2016… – refrattarietà a raccontarsi, per accontentarci del fatto, decisamente più importante, che gli Champagne che elabora oltre a presentare un eccellente rapporto prezzo – qualità sono Champagne ben fatti e molto piacevoli da bere. Vini che possono essere approcciati e apprezzati anche non dai grandi esperti e non solo dalle persone che in una bottiglia di champenois ricercano chissà quali sfumature, complessità e recondite armonie.

A dispetto del suo nome altisonante La Grande Réserve non millesimata di Dumangin è un Brut che utilizza abbondantemente il dosaggio consentito dalla tipologia, in questo caso ci si avvicina ai 9 grammi per litro, ed è una Cuvée composta per il 50% da Pinot Meunier, per il 25% da Chardonnay, e per il 25% da Pinot Noir, tutte uve provenienti da villaggi Premier Cru Montagne de Reims, ovvero Chigny Les Roses, Ludes, Rilly, Taissy, Cormontreuil, (un cinque per cento della cuvée si affina per quattro anni in legno).

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Uno Champagne che definirei, con termini anglosassoni, molto appealing e easy to drink, che fa dell’armonia e dell’equilibrio il suo punto di forza, nella dichiarata piacevolezza il suo elemento distintivo, buono senza mai toccare livelli di eccellenza speciali.

Colore paglierino oro squillante, perlage finissimo e di grande vivacità nel bicchiere, mostra un naso molto aperto, fragrante, variegato, con sfumature di crema pasticcera, zucchero filato, torrone, nocciola fresca, agrumi canditi e un tocco di burro e una leggera vena sapida.

La bocca è cremosa, il gusto morbido, rotondo, senza alcuno spigolo, con un qualcosa che ricorda alcuni Satèn di Franciacorta (è solo una battuta, ché tale vuole essere, ed é consapevole di essere paradossale…), un’armonia che mostra una sola dimensione e solo dopo lo sviluppo del vino nel bicchiere lascia trasparire – siamo o non siamo in Champagne? – una freschezza minerale, una vena più nervosa e sapida.

Non uno Champagne memorabile, ma con un grande pregio, far vuotare facilmente la bottiglia, trattandolo come aperitivo o sorseggiandolo distrattamente conversando o ascoltando musica o abbinandolo a tavola ad antipasti non impegnativi.

Non piacerà molto comunicare a Dumangin, ma i suoi vini eccome se si fanno capire…

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Alta Langa millesimato riserva 60 mesi 2008 Gancia

Denominazione: Alta Langa Docg
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay, Pinot nero
Fascia di prezzo: da 25 € a 35 €

Giudizio:
8


AltaLanga2015 028

Era parecchio tempo che non assaggiavo più il prodotto più ambizioso del settore metodo classico di quella che fu un simbolo dello “spumante” piemontese, l’azienda Gancia di Canelli. Le ultime esperienze non erano state proprio entusiasmanti e l’assaggio, giusto quattro anni fa, del millesimato 2003 della riserva 60 mesi non mi aveva spinto a ripetere l’esperienza gustativa negli anni successivi.

In Gancia nel frattempo c’erano stati decisivi cambiamenti, un personaggio come Roustam Tariko, re della vodka e patron della Russian Standard Corporation aveva acquisito il controllo dell’azienda che prima del suo arrivo, ma anche nel 2014, aveva messo a segno un filotto di bilanci negativi.

E’ ovvio che con la sua cultura e la sua formazione Tariko (singolare, italianizzato il suo cognome, Taricco, è assai diffuso nell’astigiano e nell’albese..), per risanare e rilanciare l’azienda non puntasse su un segmento della produzione che è sempre stato minoritario e puntasse piuttosto, oltre che sugli “spirits”, sull’Asti e su spumanti non impegnativi come il rilanciato, storico Pinot di Pinot. Magari presentato come “alternativa al prosecco” che la stessa Gancia vende…

Ero però curioso di vedere se nel disegno generale di ristrutturazione non solo societaria, distributiva e commerciale, ma della produzione, il nuovo management avesse dedicato attenzioni anche ai metodo classico e fosse cambiato qualcosa in meglio rispetto agli standard non esaltanti di qualche anno orsono.

La gamma dei vini non è cambiata e comprende sempre due metodo classico generici, un Brut e un Rosé, con 18 mesi di affinamento sui lieviti, un Asti metodo classico 24 mesi, e due Alta Langa, con affinamento di 36 e 60 mesi.

Quanto al vino, parlo dell’Alta Langa riserva 60 mesi, dove solo il 50% del mosto entra a far parte della cuvée e la fermentazione del mosto avviene sia in acciaio che in barrique, trovo che ci sia stato un miglioramento, ma ci sia ancora parecchio da fare per raggiungere quell’armonia e quella qualità che è lecito attendersi vista la storia, il nome e le ambizioni dell’azienda.

Il colore è un paglierino oro piuttosto intenso, il naso piuttosto fitto ed estrattivo con una componente vinosa molto evidente e note di cipria, frutta secca tostata, arance candite, alloro, le bollicine sono vive e croccante sul palato, la consistenza succosa, con finalmente una buona freschezza e sapidità nonostante una leggera nota tostata di noci brasiliane, ma il 60 mesi riesce ad abbinare alla consistenza della struttura una lunghezza e un dinamismo, un nerbo che non ricordavo nelle precedenti annate e una indubbia piacevolezza. Magari riducendo la durata della permanenza sui lieviti e l’apporto del legno il vino potrebbe acquistare ancora più smalto. Ipotesi, ovviamente, tutta da verificare…

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Franciacorta Dosaggio Zero Superno Marzaghe

Denominazione: Franciacorta Docg
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay, Pinot nero
Fascia di prezzo: da 20 € a 25 €

Giudizio:
8


Franciacorta2015ExtraBrut 057
Faccio subito mea culpa e confesso, anche se è trascorso un anno e mezzo, che non sono ancora riuscito a visitare l’azienda agricola Marzaghe di Erbusco, fondata nel 2005, e dunque che non ho maggiori informazioni in merito rispetto a quanto raccontavo in questo articolo del luglio 2014 cui rimando per maggiori dettagli.

Visitando, non senza qualche difficoltà, il sito Internet aziendale, immaginifico nel linguaggio (nel descrivere un vino si arrivano ad evocare “ronzii di miele”), e molto essenziale, ho avuto conferma che la proprietà è sempre della famiglia Lamberti, che gli ettari vitati di proprietà sono sei e si producono sempre unicamente Franciacorta, di sei tipologie (Brut, Satèn, Rosé, Brut millesimato, Dosaggio zero e riserva), da vigneti posti tra il Monte Alto (nella zona di Adro) ed il Monte Orfano.

Il vino che ho degustato è sempre lo stesso, il Dosaggio zero non millesimato, una cuvée composta per il 90% da Chardonnay, e per il 10% da Pinot nero, con un dosaggio degli zuccheri limitato a due grammi litro, un vino che compie una parziale fermentazione in rovere e compie un affinamento di almeno 30 mesi sui lieviti.

Insomma, che dire, il vino mi era piaciuto nel 2014 e mi è piaciuto ora, in un campione con sboccatura del dicembre di quell’anno, e mi sembra espressione di vigneti (età media intorno ai 15 anni) di qualità e ben condotti e di un’idea del vino tendente più alla piacevolezza, all’equilibrio, che alla ricerca di effetti speciali tali da catturare l’attenzione di quella parte della critica che se un vino non è un po’ “strano” non le interessa.

Le note del mio assaggio, che non ha messo in luce un vino entusiasmante e imprescindibile, ma un Franciacorta solido, ben fatto, affidabile, descrivono il Dosaggio Zero Superno (espressione che, immagino sia una sintesi, di grande fantasia, tra superbo ed eterno…), con colore paglierino oro con bella presa di spuma e perlage vivo e sottile, note ben distinte e nitide di crosta di pane, pan brioche, burro, fiori bianchi e mandorla e una leggera vena di agrumi, con una bella consistenza grassa, piena e succosa, al gusto, largo sul palato, pieno, con una bella acidità che bilancia bene la materia. Insomma, un Franciacorta più largo che profondo o verticale, molto in stile Erbusco, ma decisamente buono.

E meritevole di una visita in cantina per conoscere le altre bollicine…

Azienda Agricola Marzaghe
Via Consolare, 19
25030 Erbusco (BS)
Telefono: 0307760585
Email: info@marzaghefranciacorta.it
Web: www.marzaghefranciacorta.it

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Trento Doc Brut Riserva Methius 2008

Denominazione: Trento Doc
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay, Pinot nero
Fascia di prezzo: da 25 € a 35 €

Giudizio:
7.5


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Appunti su un vino che non riesce proprio ad entrare nelle mie corde

E’ proprio vero che i gusti e l’atto del degustare appartengono alla sfera del soggettivo e che ogni volta che si assaggia si hanno percezioni diverse! Non solo può accadere che quello che piace a 100 persone non piaccia a me e viceversa o che assaggiando cinque volte lo stesso vino si possa ogni volta ricavare un giudizio positivo e ritrovare le stesse sensazioni, come se le caratteristiche di quel vino combaciassero perfettamente con il nostro gusto, ma può anche accadere, soprattutto quando le annate sono diverse, che quel determinato vino a volte ti piaccia e a volte invece nemmeno un po’.

Quella che ho cercato di raccontare è un po’ la storia del mio rapporto, un po’ contrastato, con una riserva che molti considerano ai vertici assoluti del Trento Doc, di quei Trento che cercano, anche attraverso un lungo affinamento sui lieviti, e la fermentazione, anche se parziale, in legno, la complessità, la struttura importante, e che proprio per queste ambizioni d’importanza spesso vengono considerati importanti da quella parte della critica per la quale la piacevolezza, la facilità di beva, l’equilibrio, evidentemente rappresentano degli optional.

Mi sto riferendo al Trento Doc Brut Riserva Methius, un metodo classico nato verso la fine degli anni Ottanta dalla collaborazione tra Carlo Dorigati, eccellente produttore di Teroldego e di Rebo tra le altre cose, tragicamente scomparso nel 2011 durante la vendemmia, e l’estroso Enrico Paternoster, consulente di varie aziende e credo ancora responsabile della produzione vinicola della Fondazione Edmund Mach (ovvero Istituto Agrario di San Michele Adige). Un vino che viene prodotto solo nella tipologia riserva, con cinque anni di affinamento e che per riuscire deve ad ogni edizioni trovare quell’equilibrio, quell’armonia tra le diverse componenti, senza i quali un vino non è a posto e lascia a desiderare. E non soddisfa completamente le aspettative.

In passato ho costantemente trovato questa riserva, ad ogni edizione, molto lontana dal mio gusto e costantemente sopra le righe perché, scrivevo, trovavo nel vino una presenza eccessiva di legno che a mio parere bloccava la piacevolezza ed era troppo invadente. E questa “legnosità” mi impediva di entrare in sintonia con il vino. Lo ricordo, una cuvée composta da 60% Chardonnay e 40% Pinot nero provenienti da un’area ideale per le basi spumante, la fascia collinare di Faedo e Pressano a 350 – 500 metri di altitudine, provenienti da vigneti allevati con il sistema tradizionale della pergola trentina, con potature corte ed un generoso diradamento dei grappoli.

Dimenticavo un piccolo dettaglio: la fermentazione in barrique di parte dello Chardonnay, una pratica che Paternoster predilige.

Questo lo “storico” del mio rapporto con il Methius, fino a che, due anni fa, mi imbattei felicemente in un Methius 2007 finalmente equilibrato, fresco, non più massiccio e dominato da note boisé in eccesso, e fui così contento da dedicargli un articolo pubblicato su questo blog nell’ottobre 2013.

Pensavo si trattasse di una svolta, che il legno protagonista fosse ormai un ricordo del passato, che anche un vino importante come la riserva Methius avesse scelto la strada non della banalità o della facilità, ma di un maggiore bilanciamento, di una maggiore armonia e piacevolezza.

Errore, ancora una volta, a dimostrare che io non sono tipo da Methius e che lui non riesce ad entrare nelle mie corde, recentemente mi è capitato di bere la riserva 2008, con sboccatura agosto 2013, e dall’entusiasmo di due anni fa per il 2007 sono tornato all’antica perplessità per le annate precedenti.

Forse, e concedo, visto il lignaggio del vino, il beneficio del dubbio, la bottiglia (non il tappo, impeccabile) non era di quelle benedette da Bacco, ma alla bellezza del colore, un paglierino oro brillante, alla vivacità del perlage, ai profumi densi e caldi, compatti, maturi, di frutta esotica e fieno di montagna, di agrumi canditi, a note di vaniglia e crème caramel in evoluzione, ha purtroppo fatto riscontro, ospite indesiderato, una spiccata, invadente presenza di legno, protagonista anche al gusto, molto asciutto e tendente all’amaro. E dotato di una capacità, dispettosa, di bloccare lo sviluppo ed il dinamismo del vino, togliendogli eleganza e freschezza. E soprattutto equilibrio e piacevolezza.

Inevitabile la domanda: ma il vero Methius è questo 2008 nella cui cuvée il rovere francese sembra pesare più del Pinot nero e dello Chardonnay o l’equilibrato, elegante 2007 da me elogiato due anni orsono? E quando leggo che nella scheda tecnica del Methius si descrive una “sensazione di morbidità”, siamo davvero sicuri che il sottoscritto e gli autori del testo parliamo la stessa lingua?

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Alta Langa Zero Brut 2008 Enrico Serafino

Denominazione: Alta Langa Docg
Metodo: classico
Uvaggio: Pinot nero, Chardonnay
Fascia di prezzo: da 25 € a 35 €

Giudizio:
8.5


AltaLanga2015 018

La tipologia del “dosaggio zero”, la più “secca”, quella che in teoria dovrebbe essere destinata solo ad un pubblico ristretto, perché la più diretta e priva di compromessi dal punto di vista organolettico, incredibilmente incontra un crescente successo in ogni denominazione ed è in costante aumento il numero di aziende che, se non l’ha, aggiunge uno “Zero” alla propria gamma.

Non solo in Franciacorta, nel Trento Doc e parzialmente in Oltrepò Pavese, ma anche nella più piccola e giovane delle denominazioni, la piemontese Alta Langa.

Un esempio, riuscito, di Dosaggio Zero piemontese, cuvée di Pinot nero (85%) e Chardonnay (15%) da vigneti posti oltre i 300 metri d’altezza su suoli ricchi di argilla e calcare è un Alta Langa proposto da una cantina che vanta una lunga storia, iniziata nel 1878, nel campo dei vini classici del Roero (la cantina ha sede a Canale d’Alba), ed è la cantina fondata dall’imprenditore e proprietario terriero Enrico Serafino.

Un’azienda che nell’ultima dozzina d’anni ha conosciuto vasti cambiamenti e ammodernamenti tecnici ed enologici e nell’ambito del Progetto denominato Cantina Maestra teso a realizzare vini che esprimono fino in fondo tutte le potenzialità e l’identità del Roero, ovvero piacevolezza, grande bevibilità ed eleganza, ha inserito, accanto a Roero Arneis, Roero, Barbera d’Alba e Nebbiolo d’Alba, anche l’Alta Langa coinvolgendo 14 conferitori regolari di uve che gestiscono 11 ettari piantati a Pinot nero (in gran parte) e Chardonnay.
Il tutto sotto il controllo dell’agronomo aziendale. Vigneti con popolazione policlonale di modo da avere una “complementarietà organolettica tra acidità, struttura e profumi”. Una raccolta delle uve a piena maturità e la raccolta una volta raggiunta lo stadio ideale di ogni singolo vigneto porta ad avere ricchi di struttura e con un bel corredo acido che si prestano bene ad un lungo affinamento sui lieviti.

Il Brut Zero, di cui ho recentemente degustato il millesimo 2008 ha quindi compiuto 60 mesi affinamento sui lieviti, con un dosage limitato all’aggiunta del vino originale.

Il risultato è di buon livello: colore paglierino verdolino, naso complesso inizialmente chiuso che poi si pulisce e mostra ricchezza di sfumature e un frutto (frutta esotica soprattutto) ben maturo, note di frutta secca leggermente tostata, una leggera speziatura, largo in bocca pieno e succoso, più largo che profondo, sorretto da una grande materia ricca, con persistenza lunga, ha sale e nerbo.

Un Alta Langa Zero non da servire come aperitivo ma da portare a tavola, abbinandolo anche alle preparazioni, di pesce, di pesce e verdure, di carne bianca, più saporite e impegnative.

Enrico Serafino
Corso Asti 5
12043 Canale CN
Tel. 0173 979485
Sito Internet http://www.enricoserafino.it/it/

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