Grazie di cuore per i vostri auguri!


Essendo un reprobo, reiterato, ed essendo bloccate come punizione (ancora per 16 giorni) per il mio essere reiteratamente politicamente scorretto  le mie pagine Facebook, approfitto dei miei blog per ringraziare tutti coloro, e sono incredibilmente tanti, che mi stanno tempestando di auguri utilizzando quel discusso, ma utile se usato bene, social network.

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Avviso al mondo: je ne travaille pas pour les “spumantisti bresciani”!

Non lavoro per la Franciacorta, chiaro?

Avviso ai miei lettori (almeno un trenta per cento dei visitatori dei miei blog) stranieri. Il Franco Ziliani qui presente NON E’ il Franco Ziliani “inventore” della Franciacorta e patron (anche se ora purtroppo, causa ragioni anagrafiche, “comandano” i tre figli: sempre meglio il babbo, non v’è paragone possibile né immaginabile) della Guido Berlucchi di Borgonato di Cortefranca. Il qui presente, giornalista, cronista del vino, wine blogger di lungo cabotaggio, non ha alcun legame di parentela con il suddetto Franco. Lo conosce e lo stima (credo ricambiato) ma pura omonimia e basta.

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Il Prosecco è un vino mediocre: perché non dirlo?

Omaggio alla capacità di vendere un vinello figlio di questi mala tempora

Hanno suscitato un qualche scandalo (ma cosa dice?, non è vero!, è un ottimo vino, c’è Prosecco e Prosecco”, lei è pagato dalla Franciacorta, si vergogni, lei è servo della Champagne, Ziliani a libro paga del Trento Doc, ecc…) queste banalissime considerazioni, ovviamente non enologicamente e politicamente corrette, che ho pubblicato domenica sulla mia pagina Facebook.

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Ma per per bere Franciacorta Guido Berlucchi ’61, 95 euro non sono troppi?



A proposito di una serata in programma giovedì a Madonna di Campiglio

Il mondo, inteso in senso generale, ed in particolare il mondo della ristorazione e quello del vino, sono belli, quando sono belli, perché sono vari. Quando non sono avariati.

E proprio in funzione di questa varietà, e della relativa libertà di scelta (siamo ancora, dicono, in una democrazia, anche se in un particolarissimo tipo di democrazia dove siamo ancora liberi di votare – ma si guardano ben dal farci votare preferendo paracadutarci dell’alto dei governi… sempre uguali tra loro e sempre nefandi…), può normalmente capitare che sia il mercato a decidere se un bene proposto sul mercato abbia… mercato oppure no.

Se un vino, un pranzo al ristorante, una cena, un prodotto alimentare squisito abbiano il prezzo giusto (accettato come tale e pagato) o se invece siano fuori mercato. Il caso Gaja insegna, o no?

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Una gola profonda del Cda di Terre d’Oltrepò mi racconta…



Il piano industriale per La Versa? Piacerebbe anche a me conoscerlo….

Partiamo da lontano, dall’acquisizione da parte della cordata formata da Terre d’Oltrepò (che si accollerà il 70% dei costi dell’operazione) e da Cavit (30%), della mitica e ormai piuttosto decaduta, tanto da arrivare all’atto finale, tristissimo, del fallimento, Cantina La Versa (sito Internet che non riporta la news relativa alla nuova proprietà…) di Santa Maria La Versa. A tutt’oggi il marchio, altri più saputelli direbbero il brand di tutto l’Oltrepò Pavese. Quella terra benedetta dagli Dei, ma non dagli uomini, purtroppo, verso la quale, recentemente, ho espresso un sincero atto d’amore.


L’acquisizione è stata facilitata non poco dalla rinuncia, a mio avviso maturata in condizioni misteriose, del principale competitor, Cantina di Soave (secondo me ci sono state fortissime pressioni politiche sulla Cantina veronese, visto che gli “avversari” sono persino andati dal Ministro Martina (che l’estate scorsa aveva fatto dichiarazioni clamorosamente di parte e non super partes, come avrebbero dovuto essere…) con l’avallo di parlamentari PD e del Presidente della Provincia di Pavia).

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Giornata Champagne 2015: le mie pubbliche scuse ad Andrea Gori

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Lo dico io per primo: nessuna giustificazione per il mio gesto

Costa sempre moltissimo, soprattutto a chi è molto orgoglioso (ed io lo sono al cubo) riconoscere quando si sbaglia ed in particolare chiedere scusa per i propri errori. E’ un esercizio faticoso, che causa malesseri interni, mal di pancia, esami di coscienza (tutte cose che preferiamo evitare) e ci rimette giocoforza in discussione. Perché preferiremmo e ci garberebbe molto di più un mondo nel quale ci si senta sempre dare ragione, dove ci schieriamo sempre dalla parte giusta e soprattutto non facciamo sciocchezze.

Però, come dicevano i latini, errare humanum est, e agli umani può capitare di fare qualche sciocchezza. L’importante è avere la lucidità necessaria per accorgersi di averla fatta, e una volta acquisita questa consapevolezza (che se non sei un pirla ti rode dentro) compiere il passo successivo, il più faticoso, ovvero chiedere scusa.

Dagospia

Mezzo mondo (del vino e non) sa, se n’è occupato persino Dagospia, qui e poi ancora qui, che giovedì scorso, nell’ambito della Giornata Champagne che si è svolta in quel di Milano, mi sono reso protagonista (eppure ero lì per degustare, mica per fare show da saloon del Far West) di un episodio che anche restituito alle sue reali dimensioni costituisce un brutto episodio. E una cosa sbagliata, da qualsiasi angolazione la si osservi, anche ricordando i suoi antecedenti e le attenuanti del caso, come mi è stato signorilmente consentito di fare da Davide Gangi, che ringrazio. Insomma, una vera e propria “ca….a”, un errore, senza se e senza ma, da parte mia.

Ho sbagliato tirando uno sganassone (beh, diciamo un leggero pugno, come documentano le foto prontamente messe on line da alcuni siti, che mostrano all’universo mondo la leggera escoriazione al labbro che gli ho procurato) al sommelier fiorentino Andrea Gori, con il quale ero molto “incavolato” per le accuse che tempo fa mi aveva rivolto, accuse per me infamanti e diffamatorie, di essere “un parassita” e un “pensionato baby”. Cosa che assolutamente non sono, perché non sono in pensione, lavoro, pago le tasse, come possono attestare la mia dichiarazione dei redditi ed il mio commercialista.

Ho sbagliato perché chi mette le mani addosso ad un’altra persona ha sempre oggettivamente torto, perché dovevo avere la lucidità e la prontezza di spirito per capire che colpendo Gori avrei colpito prima di lui me stesso, perché in una società civile (e purtroppo questa, a mio modesto modo di vedere non lo è più da tempo, e non per causa mia…) i dissapori e le questioni dialettiche tra le persone, anche quando una delle due offende l’altra oppure uno dei due ritiene di essere stato offeso, dovrebbero essere risolti a parole, confrontandosi, e non ricorrendo alle mani.

Matilde

Ragione per cui, per chiudere il cerchio già aperto con le mie scuse immediate a Domenico Avolio, responsabile del Bureau du Champagne Italia, e a Thibaut Le Mailloux responsabile della Comunicazione del Comité Champagne, per il disagio ed il trambusto creato con il mio comportamento nell’ambito di una loro manifestazione cui ero ospite, e dove avrei dovuto comportarmi veramente da ospite, e proseguito con miei reiterate ammissioni di aver sbagliato, pronunciate sui social network (dove, va ricordato en passant, sono stato sottoposto ad un “simpatico” tentato linciaggio mediatico, e non da parte della vittima, che magari ne avrebbe avuto anche le ragioni, ma di personaggi vari che hanno colto la palla al balzo…), devo assolutamente porgere le mie pubbliche e formali scuse ad Andrea Gori.
E dirgli che mi dispiace davvero del mio gesto e che sono sollevato al pensiero di non avergli causato seri danni. Anche se la cosa era piuttosto difficile, essendo lui un quarantenne robusto e ben piantato e io un 59enne non certo con il fisico e la cattiveria di un Mike Tyson…

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Ci tengo a sottolineare che questa presa di posizione, che ho lungamente meditato in questi giorni, e che presto ho capito rappresentasse la naturale cosa giusta da fare (ma sapete quanto l’orgoglio possa funzionare da freno…), non vuole essere in alcun modo una captatio benevolentiae, e non è una trovata tattico – strategica, un’operazione affannosa di “recupero immagine”, ma corrisponde esclusivamente ad un’esigenza interiore, a qualcosa che ho maturato dentro e che dovevo “buttare fuori”. E che è autentica. Le persone più care che mi sono state vicine da giovedì pomeriggio lo sanno bene…

Non sono un violento, anche se a volte sono stato verbalmente molto “vivace”, non ho mai messo le mani addosso a coloro che mi criticano o scrivono cose assurde e prive di fondamento su di me. Giovedì, colpendo Andrea Gori, ho lasciato emergere una parte di me di cui, scusate il gioco di parole, orgoglioso come sono, non sono di certo orgoglioso.

I-Am-Sorry

Cospargo il capo di cenere e torno ad occuparmi di quello che è il mio lavoro, non dare “cazzotti” al prossimo, ma scrivere, come faccio da oltre trent’anni, di vino. Ancora le più sentite scuse ad Andrea Gori….

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Incredibile, ma vero: una volta tanto un plauso ad un “tre bicchieri”

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Il Premio Bollicine dell’anno dato al Franciacorta Dosage Zero Blanc de noir non si discute

Ebbene sì, lo sanno anche i sassi che dei “tre bicchieri” e di quello che rappresentano ho totale disistima. E se scopro che un vino è “tribicchierato” mi sorge una sorta di naturale rifiuto o di prevenzione. Però quest’anno devo riconoscere che tra triplici calici che vanno attribuendo (penso a quelli ampiamente cotarellati dati in Puglia) con una “sensibilità” tutta speciale, incredibilmente un premio speciale l’hanno azzeccato, anche se invece dello stellare 2001, hanno scelto il fantastico, ma decisamente inferiore millesimo 2006.

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Credo davvero che questa sia stata la “bollicina” dell’anno, quella scelta dai gamberisti, sempre sensibili alle aziende importanti e potenti, e che sul premio alla Cà del Bosco e al suo Franciacorta Dosage Zero Blanc de noir (un vino fuori misura, di cui ho recentemente scritto del 2005 e di cui conservo in cantina un esemplare di 2001 da usare come bottiglia da grandi occasioni o da regalo di Natale a qualche persona veramente cara) non ci sia proprio niente da dire, (ero presente alla stellare presentazione lo scorso 14 ottobre su ai 466 della vigna Belvedere e ricordo ancora bene quei vini…).

In fondo anche al Gambero rosso una volta tanto, non si sa per sbaglio oppure no, possono azzeccare la scelta giusta e dare, senza che nessuno possa contestare nulla il premio “Bollicine dell’anno” al Franciacorta Dosage Zéro Noir Vintage Collection Riserva 2006 Ca’ del Bosco….

Bravo bravissimo

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Maxi degustazione di Franciacorta Docg oggi a Erbusco

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90 “bollicine” franciacortine mi aspettano, perché ve le possa raccontare qui

Inutile nasconderlo. Con la Franciacorta, non intesa come zona, ma con gli organismi istituzionali che regolano la vita di questa bella zona vinicola lombarda che in molti giudicano la capitale del metodo classico italiano (non dirò la Champagne d’Italia perché mi sembra troppo provinciale e fuori dalla realtà affermarlo…) diciamo che ci sono state delle vivaci schermaglie, delle decise divergenze di opinioni in questi ultimi mesi.

E questo blog “bollicinaro”, che ovviamente si occupa, come non potrebbe occuparsi, di Franciacorta Docg, che con i suoi 15-16 milioni di bottiglie prodotte è la leader indiscussa dei vini italiani prodotti con la tecnica della rifermentazione in bottiglia, e conta ormai su qualcosa come circa 110 marchi imbottigliatori, e conosce assolute eccellenze (come pure prodotti assolutamente ordinari e non esaltanti per qualità) ha ovviamente reso conto di questo diverso sentire.
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Non tanto sulla vocazionalità, indiscussa, se non di tutta la zona, di larga parte, della zona vinicola che giace tra Monte Orfano e Lago d’Iseo, ma su questioni diciamo legate al marketing e alla commercializzazione, questioni varianti dai prezzi troppo bassi (sui quali, lo ripeto, il Consorzio Franciacorta non può fare nulla e non può intervenire) con i quali una minoranza di vini finiscono sugli scaffali, al costo e al valore della partecipazione ad una manifestazione come Expo, che si sta sempre più rivelando non il luogo di dibattito sui temi dell’agricoltura e dell’alimentazione, ma una vetrina di questo marcio e corrotto sistema politico e dei suoi degni rappresentanti istituzionali, e, nel “migliore” dei casi, un’altra, inutile, vacua, Vinitaly Vanity Fair.

E poi ci sono stati altri punti di attrito tra questo modesto e attempato cronista e gli organi istituzionali consortili, alcuni anche antipatici e umanamente dolorosi, ma è inutile che ne parli ancora tanto sono ormai chiari agli occhi di tutti.
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La cosa importante, la cosa fortemente legata anche al futuro di questo blog, che nonostante alcuni miei “scazzi” e forti delusioni e serie tentazioni di “tirà giò la cler” andrà regolarmente avanti al motto di “tira sü i cler!” i , battagliero come sempre e teso ad informarvi su quelle che io considero le più importanti produzioni metodo classico italiane e, ça va sans dire, francesi o spagnole, è che la vita, e le degustazioni continuano. E che avrò un sacco di vini, spero, di cui rendervi conto, cari lettori/consumatori, tanti Champagne che ho bevuto in questi ultimi mesi, e altri che sono già in cantina, pronti per l’assaggio, e tanti metodo classico italiani che assaggerò nei prossimi 10 giorni.

Behonest

Perché oggi sarò proprio in Franciacorta, ad Erbusco, per l’assaggio, per il quale ringrazio il Consorzio Franciacorta per la consueta signorile disponibilità e per avermelo organizzato ( con la perfetta collaborazione della giovane, bravissima Silvia Filisetti), immagino come sempre benissimo, anche se Lemillebolleblog è solo un blog, letto e rispettato anche all’estero, e non (deo gratias!) una guida, di qualcosa come 87 vini di due precise tipologie che ho scelto, quelle che amo maggiormente insieme al Rosé, ovvero Extra Brut e Dosaggio Zero (per la precisione 36 extra brut di cui 13 senza annata e 23 millesimati e 51 dosaggio zero, di cui 16 senza annata e 35 millesimati).

Ed il prossimo 7 luglio sarò invece a Torrazza Coste, presso il Centro di Ricerca formazione e servizi della vite del vino, alias Riccagioia, per degustare un tot (il numero lo scoprirò solo vivendo…), di metodo classico targati Oltrepò Pavese. Consorzio per il quale dovrei condurre, il prossimo 11 luglio una degustazione (ne parleremo a tempo debito, se all’epoca quella struttura sarà ancora intera e non sarà stato teatro di qualcosa di sgradevole, che di questi orridi tempi di violenze e di minacce alla nostra civiltà non è assolutamente da escludere e che personalmente pavento…) in un particolare luogo dove mi ero ripromesso pubblicamente di non mettere piede e nel quale, forse, lo ripeto, farò ingresso per la prima volta. Esclusivamente per motivi di lavoro, non perché abbia sposato la filosofia trionfalistica e vacua di questa rassegna a risonanza universale…

TomStevensonOltrepò16-02-2015 020

Perché tutto questo “pistolotto”? Semplicemente, come faccio sempre con i miei blog (e vedremo se a fine anno riusciremo ad aggiungerne un terzo…) per darvi conto di quello che faccio e per mettere le mani avanti nel caso martedì ed eventualmente mercoledì dovessi tardare ad aggiornare il blog e postare nuovi contributi.

Elmundocambia

Perché la giornata, anche se la nostra vita ormai va tremendamente di corsa ed è come centrifugata e impazzita, è fatta sempre e comunque di 24 ore e non di 48, perché alcune ore devo giocoforza dedicarle al riposo, e perché oltre al vino, e alla scrittura e ai blog, c’è la Vita e in questa estate che é arrivata io desidero fortemente e golosamente viverla e dedicarle (con tutto quello che comporta, ovvero amore, musica, libri, amicizie) tutto il tempo che merita.

Siphappens

Perché si vive una volta sola, al di là di quello che ci dicono, a mio avviso prendendoci garbatamente in giro, le varie religioni…

vitsasola2

A presto dunque su Lemillebolleblog e prosit!

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Scuse doverose a Intravino: sullo stupido tasting Champagne vs Franciacorta quel blog non ha raccontato balle

Scuse
L’inconsapevolezza si espande, irrefrenabile, ad Erbusco e dintorni…

Devo delle scuse, doverose e sentite, assolutamente sincere e dovute non perché su Facebook l’editor di quel blog ha minacciato di querelarmi (ho ricevuto avvisi del genere da ben altre potenze, editoriali e produttive e non mi sono cacato sotto, anzi, sono ancora qui, vivo, vegeto, agguerrito e tutt’altro che “fernuto”) al blog, che notoriamente non amo, per il suo stile, perché è animato, accanto a persone perbene e capaci (ne cito una su tutte Giovanni Corazzol), da persone per le quali non provo nessuna stima, professionale e soprattutto umana (posso dirlo? Non mi pare costituisca un reato), denominato Intravino.

ConfrontoFranciacorta-Champagne

In due post, leggete qui e poi ancora qui, dedicati ad un confronto degustazione tenutosi allo scorso Vinitaly denominato pomposamente “Judgement of Verona”, in altre parole un assurdo, provinciale, anacronistico e soprattutto vecchio come idea e come concetto confronto (ovvero degustazione alla cieca con tanto di giuria) tra Champagne e Franciacorta, avevo buttato lì l’idea che il blog che aveva organizzato la degustazione – leggere i link qui e poi ancora qui – avesse raccontato balle (o bolle?) dichiarando che quella degustazione fosse “Supported by Franciacorta” e precisando che “l’ordine di servizio dei vini verrà deciso dal Consorzio Franciacorta ospitante, che ha deciso di mettersi in gioco sposando l’idea”.

Errata-corrige

Devo scusarmi, perché nonostante, come ho scritto qui, nel programma ufficiale delle manifestazioni del Consorzio Franciacorta tenutasi al Consorzio, programma fornitomi qualche giorno fa dall’ufficio stampa del Consorzio, quella stravagante degustazione – confronto non figurasse, come appare chiaramente dalle foto pubblicate in questo post di Intravino (foto che non pubblico perché coperte da diritti di proprietà del blog stesso ma che trovate nel post) questa degustazione non si è tenuta in un posto qualsiasi, bensì, come dimostra l’abbondanza di logo del Consorzio stesso, in una sala di degustazione a disposizione del Consorzio Franciacorta stesso. Non so se di esclusivo appannaggio del Consorzio stesso, ma sicuramente utilizzata dal Consorzio stesso, visto che appare propagandisticamente decorata con l’inconfondibile logo del Consorzio spumantistico bresciano.
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Va aggiunto che ponendo a confronto le foto pubblicate da Intravino in quel live blog, con le foto della stessa sala, qualificata come “area eventi” sul sito del Consorzio Franciacorta, apparse su altri siti Internet, e, prova regina della pistola fumante, sul blog Food wine and culture, e precisamente in questo post (vedere la cartina geografica della denominazione che appare alle spalle dell’ottimo sommelier Nicola Bonera e che appare nell’angolo a destra in molte foto che corredano il live blog di Intravino, anche un cieco, pardon, non vedente, sarebbe portato a concludere trattarsi della stessa identica sala.

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Non ho elementi per sapere se il Consorzio Franciacorta abbia fattivamente collaborato alla realizzazione di quella degustazione, francamente non me ne può fregare di meno , e se personale del Consorzio abbia interagito o meno con i responsabili di Intravino rendendo possibile il fatto che alcuni Franciacorta (interessante invece sapere come e chi li abbia scelti e con quali criteri) venissero messi a confronto con alcuni Champagne.

BoneraFranciacorta

Quello che mi interessa sottolineare, reso ad Intravino (e non mi costa particolarmente farlo) l’onore che si merita – non hanno mentito, il logo del Consorzio ha sempre figurato nella parte grafica dei post che hanno dedicato al loro assaggio, la sala che ha ospitato la degustazione è quella utilizzata per le proprie degustazioni dal Consorzio che tutela gli spumanti metodo classico bresciani (ah, non si deve chiamarli spumanti? Beh, in questo caso mi sento molto di chiamarli ugualmente così anche se sono anni che lotto contro questo aborrito e confuso termine…), non mi risultano smentite consortili ai post di Intravino o querele in corso – voglio, prendendola sul ridere, concludere che al Consorzio Franciacorta, non sanno quello che accade in casa loro.

Inconsapevolezza

Non sanno che con un abile e fulmineo blitzkrieg (per gli ignoranti, che non mancano nel mondo, metto il link alla voce di Wikipedia che designa questa tattica militare) quelli di Intravino ed il loro team di degustatori, si sono impadroniti, durante il Vinitaly, di una parte del loro stand, della “area eventi” e a loro insaputa, nonostante le loro strenue difese, hanno organizzato un tasting dove le loro pregiate bollicine, pardon alcune pregiate bollicine, sono state messe a confronto, con esiti quasi vittoriosi, con quelle pallosissime bollicine francesi denominate Champagne che solo gli ingenui ed i passatisti si ostinano a giudicare ancora più blasonate (non dico migliori o peggiori, per me sono soprattutto diverse) delle loro.

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Non sanno, al Consorzio Franciacorta, dove pure lavorano un sacco di persone, che Francesco Beghi, giornalista del vino di lungo corso particolarmente attento alle vicende dell’Oltrepò Pavese, ha pubblicato sul suo blog incontrando il Presidente del Consorzio Franciacorta Maurizio Zanella. Una lunga intervista nell’ambito della quale il presidentissimo, l’uomo che più di ogni altro all’interno del Consorzio bresciano ha voluto la costosissima“un contributo cash di 380.000 euro e 80.000 euro in vino” – e discussa partnership Franciacorta official sparkling wine con Expo 2015, a precisa domanda “Confronti tra Franciacorta e Champagne, paragoni tra Franciacorta e Champagne. Non crede che ciò sia un po’ provinciale?” risponde “Questo è stato secondo me un peccato veniale del passato. Ora cerchiamo di non farlo più”. E a richiesta di chiarimento ribadisce “Io lo reputo un peccato di gioventù… un peccato veniale”.

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Siccome sono un pirla – e felice di esserlo – che ha l’insana abitudine di credere nell’amicizia, soprattutto in un’amicizia trentennale (almeno per me lo è stata, ora cercherò di risvegliarmi dagli incantesimi e guardare in faccia la realtà e le persone per quello che sono…), nonostante esperienze che risalgono a qualche anno orsono mi avrebbero dovuto insegnare che gli amici sono fantastici, ma occorre saper discernere quali siano quelli veri, per non prendere cocenti e dolorose delusioni, non voglio infierire.

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Non voglio pubblicare le conclusioni, , amare, cui sono arrivato in merito alla vicenda di questa provinciale degustazione spettacolo, che ha ottenuto il risultato di far parlare di sé, anche un coglione come me…, che il buon senso avrebbe dovuto suggerirmi di ignorare.

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Mi limito a porre, sapendo che pubblicamente non risponderà – è la strana policy di questo sempre più incomprensibile Consorzio – la domanda già posta: ma il dottor Maurizio Zanella, presidente attuale del Consorzio Franciacorta, era al corrente di questo tipo di degustazioni confronto che lui giudica “un peccato veniale del passato”, oppure questa cosa che ha avuto come degno teatro la Vinitaly Vanity Fair e l’area eventi del Consorzio Franciacorta da lui presieduto è un qualcosa d’imprevedibile che è avvenuto totalmente a insaputa sua, dell’Amministratore delegato e dei tanti dipendenti del Consorzio?

Eppure mi dicono che il presidente del Consorzio Franciacorta fosse presente a Verona durante la manifestazione e che non si trovasse in trasferta sulla Luna o su Marte o in giro per il mondo “a cercare di vendere a trenta dollari. A dire “questa bottiglia è italiana e costa come Moët & Chandon”, e che lo staff del Consorzio Franciacorta sbarcato a Verona fosse più che mai numerosissimo…

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p.s.

Ricordo al presidente del Consorzio Franciacorta che nella già citata intervista a Francesco Beghi tranquillamente, pensando magari di fare una battuta spiritosa, risponde: “Non faccio lo Ziliani. Dico le cose come sono”, che fare lo Ziliani (parlo, immodestamente, di me stesso, non del mio omonimo, dell’inventore del e della Franciacorta), come lui ben sa, visto che mi conosce da anni 31, e ha sempre detto di apprezzare il mio modo di fare giornalismo e di condurre un wine blog, non significa altro che fare del giornalismo libero ed indipendente e “dire le cose come sono”.

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E scrivere anche che alcuni Franciacorta, una minoranza, sono finiti sullo scaffale (ovviamente per colpa mia non dei loro produttori…) a prezzi stracciati e hanno causato danni, come causa danni la mancanza di chiarezza, all’immagine di quella Franciacorta alla quale tengo, pur senza essere produttore, proprio come tiene lui.

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Non racconto balle dottor Zanella. Io dico le cose come stanno, anche a costo di indispettire qualche potente amico o presunto tale. O ex… Mi stia bene.

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Vittorio Moretti: Franciacorta è la “Champagne” d’Italia: niente storie!

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Intervista-conversazione con il futuro (e quasi sicuro) nuovo Presidente del Consorzio Franciacorta

Tra qualche mese, a maggio esattamente, dopo un doppio mandato, 2009-2012 e 2012-2015, Maurizio Zanella lascerà la carica di Presidente del Consorzio Franciacorta e si dovrà procedere all’elezione di un nuovo Presidente. Esclusa l’ipotesi, che pure è stata considerata e proposta da qualche illuminato, di cambiare lo Statuto del Consorzio e consentire un nuovo mandato zanelliano – fosse per me, lo nominerei presidente a vita… – e assolutamente (e giustamente) non considerata l’idea, meno balzana di quanto possa sembrare, di eleggere un Presidente super partes quale sarei stato io, i pour parler ed i rumors dicono che i papabili alla carica prestigiosa (e impegnativa) sarebbero due, ovvero, partiamo dal più maturo, Vittorio Moretti, grande imprenditore di cento cose e non solo vinicole, nonché patron della Bellavista di Erbusco, ed Emanuele Rabotti, figlio d’arte (suo padre Paolo fu il primo, grandissimo, presidente del Consorzio nel lontano 1990) e patron della Monte Rossa di Bornato. Tertium non datur.

PaoloRabotti

Ho pensato fosse cosa utile incontrare i due “contendenti” (non chiedetemi per chi “tifi”, non lo rivelerei nemmeno sotto tortura…) e consentire loro di raccontarsi e di delineare la loro idea presente e soprattutto futura, della Franciacorta. Comincio con Vittorio Moretti, premettendo, rileggendola bene, che non si tratta di una normale intervista, lunga e articolata, ma di un’intervista-dialogo, imposta, suo malgrado, al paziente Moretti da un intervistatore molto interventista e non incline solo ad ascoltare, ma a dire, e a chiare lettere, la sua. Chiamandomi Franco Ziliani penso di poter avere voce in capitolo per farlo, no?

Caro Moretti, Bellavista ha una sua storia importante e sono passati quasi 40 anni, 38 anni, dalla sua fondazione nel 1977. Quali pensieri?

Innanzitutto che non avrei mai pensato di riuscire a creare un’azienda di questo tipo. Sono contentissimo di quel che è successo. Quando sono andato nel 1977in Champagne tre volte e ho vissuto quella realtà straordinaria ho pensato che le cose potessero realizzarsi anche qui da noi così’ e mi sono impegnato e sono riuscito a fare tante cose. Siamo riusciti fare un Franciacorta che è lo Champagne italiano, non ci sono storie. Io ho dato un contributo modesto, però siamo ugualmente riusciti a fare il Golf di Franciacorta (con un fondamentale ruolo dell’indimenticabile amico Giovanni Cavalleri. Ndr), a fare l’Albereta a portare Gualtiero Marchesi e noi abbiamo fatto il nostro lavoro con il vino, con Mattia Vezzola impegnato a fare e poi fare conoscere il vino. E poi il concetto dell’emulazione ha contagiato positivamente tanti e porta avanti tutto. Sono molto contento: allora vedevo lo Champagne e pensavo “poveretti noi bresciani” e oggi siamo diventati più ricchi, abbiamo tracciato una storia, con qualcosa di buono che ci rende merito.

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In Champagne si parla della Franciacorta, e con rispetto, l’ho visto lo scorso ottobre durante il mio ultimo viaggio là lo scorso ottobre. Gli fate il solletico come numeri, ma vi guardano con grande rispetto.

Un nostro collaboratore, Marco Simonit è stato arruolato da Roederer per la gestione dei vigneti. Quando mai sarebbe successo anni fa?

Ed il percorso lungo della Franciacorta come lo vede.?

Penso che l’attuale presidente, Maurizio Zanella, abbia fatto un percorso straordinario e realizzato quello che gli avevamo consigliato, ad esempio aprire all’estero in maniera notevole. E’ da anni che battevo su questo tasti e negli ultimi anni ci si sono dedicati e hanno creato una rete importante sull’estero, che è da sviluppare ulteriormente. Le basi sono messe bene. Fuori abbiamo agenzie molto quotate e preparate e collaboratori validi, in Giappone, Stati Uniti (dove di recente è partito un blog Franciacorta in inglese curato da un notissimo wine blogger), UK. E’ stato fatto un bellissimo lavoro. Il Consorzio ha tutte le possibilità per crescere e fare tantissime cose e tante ne ha fatte.

ZANELLA

Del Consorzio parleremo: quest’anno pare ci siano delle scadenze e debbano eleggere un nuovo Presidente. A meno che eleggano me, io sono disponibile e sarei di certo un ottimo presidente, si parla anche della sua candidatura… Si dice che stia studiando da Presidente…

E’ tutto da vedere. Io sono sempre stato del parere che al Consorzio ci vorrebbe un presidente che sia super partes e fuori dai giochi, poi si è deciso diversamente ma io sono rimasto del mio parere

… però in nessuna denominazione italiana c’è un presidente non produttore o non coinvolto nell’attività produttiva…

Si può pensare a quello che fanno in Champagne ad esempio… anche se il Comitato Interprofessionale Vins de Champagne non è un Consorzio.

E il nuovo presidente ha 42 anni e conosce perfettamente il cinese…

E’ così che bisogna fare…

Però é giusto anche che il Consorzio sia espressione della volontà dei produttori e che esprima un produttore come presidente

Se sono persone che hanno la testa sulle spalle sanno come gestirsi. Comunque se ne parlerà a tempo debito, manca ancora tempo…

Ci sarebbe anche la soluzione ipotetica di cambio dello Statuto con nomina di Zanella presidente a vita… Ma fare il presidente è una rogna, per cui si prepari…

Fare il presidente è un impegno grande. Io non ho deciso niente, sarà quello che sarà…

Sarà la volontà dei soci di chiedere alla persona individuata di prendersi un impegno pesante, dispendioso, faticoso, che porta comunque critiche qualsiasi cosa tu faccia…

Non è una roba strana, semplicemente chi lo farà deve avere le qualità e dovrà dedicarsi con tempo ed energie a questo impegno

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Cosa bisogna fare ora a suo avviso, a 25 anni dalla fondazione del Consorzio in Franciacorta?

Si deve continuare sulla strada tracciata, non ci sono storie, con gli stessi equilibri e le stesse idee, la stessa volontà di fare le cose bene e continuare a mantenere la rigidità del nostro disciplinare. Si può lavorare in funzione del mercato, sulle produzioni, se ne è parlato, abbiamo tante idee, ma in Franciacorta i piccoli sono cresciuti moltissimo e questa è la cosa più importante e i grandi non li hanno certo soffocati, hanno dato loro una mano…

Lo scenario è un po’ cambiato: fino a qualche fa Bellavista e Cà del Bosco erano le due grandi, ora con l’arrivo della Guido Berlucchi che ha riconvertito tutto a Franciacorta Docg siete diventate piccole… E’ un azienda più grande di voi due, non di voi due messe insieme ma quasi…

Noi abbiamo anche Contadi Castaldi: 800 mila bottiglie che si aggiungono al milione e mezzo di Bellavista e non siamo proprio piccoli. Comunque non è quello il discorso, ma penso che non dobbiamo essere noi ad assoggettarci all’entrata di Guido Berlucchi, che aveva un modo commerciale completamente diverso dal nostro, ma è la Guido Berlucchi che deve assoggettarsi alle politiche del Consorzio e delle aziende associate. Ho detto chiaramente a Franco Ziliani che il loro obiettivo era quello di rivalutare il prodotto e sono affari loro, non è che ci debba pensare il Consorzio, sono grandi abbastanza per pensare a come muoversi. Ne va della loro vita, viaggiano bene, ma a fare un ribaltone ci si mette un minuto, non si deve sbagliare nulla. E con il vino a 6.90 euro non si va benissimo.

ZilianiBerlucchi689

L’aggiorno Moretti, circolano dei Franciacorta, non quelli di Guido Berlucchi, a 3,99 euro, dispongo della foto del campione mandata da un lettore.

Ma è ancora roba dell’ex agricola Boschi, di Timoteo Metelli, perché a 3,90 nessuno può permettersi di uscire… non esiste!

Franciacorta-3.99-1

Invece esiste caro futuro Presidente…

E’ stato uno sbaglio grande del Consorzio non rilevare quelle bottiglie e non toglierle di mezzo; purtroppo siamo arrivati tardi, se n’è parlato, ma non si è riusciti a sbrogliare la matassa. Spendere dei soldi e rilevarle ed evitare che facessero danni d’immagine era da fare! Questi però sono incidenti di percorso, e io guardo molto più in là. I nostri dati come Bellavista sono straordinari: noi abbiamo cambiato la nostra immagine perché ci sentivamo vecchi e abbiamo pensato che il nostro prodotto aveva un’immagine vecchia e doveva avere più visibilità. Doveva essere un’immagine più fresca, più accessibile. Abbiamo fatto questa operazione straordinaria: se avessimo avuto altro prodotto a disposizione avremmo venduto il 40% in più. Quanto al presidente io sono il patron di Bellavista, non sono altro…

Per il momento…

Abbiamo viaggiato tutto l’anno sul 30-40% in più e poi purtroppo dato che il prodotto non c’era siamo scesi al 17 per cento in più che è comunque un exploit di tutto rispetto, dovuto solo al fatto che non riuscivamo ad accontentare la domanda. Vuol dire che se uno ci lavora su un’azienda, se ha delle idee, può fare e fare bene. Occorre darsi da fare seriamente sull’estero e investire. Noi non abbiamo abbassato i prezzi, li abbiamo alzati. Nel 2014 ho ridotto gli sconti, naturalmente abbiamo fatto un marketing importante e l’abbiamo seguito.
BellavistaAlma

Quando le sue figlie le hanno presentato il progetto, la cuvée Alma color arancione e le altre cose legate ad un packaging aggressivo, lei come ha reagito? Non le è venuto un colpo?

Macché, sono stato entusiasta! Questa roba è partita da mia figlia Francesca e da me. Noi abbiamo deciso due anni fa, che eravamo vecchi e dovevamo rivedere l’immagine un po’ impolverata. Noi l’abbiamo detto 10 anni fa a Giacomo Bersanetti, ovvero SGA, che volevamo differenziare la gamma, ma c’è sempre stata la paura di cambiare un’etichetta classica ed elegante, pulita com’era la nostra. Del Pas Operé noi vendevamo a malapena 15 mila bottiglie, a luglio di quest’anno ne abbiamo vendute 25 mila: finita l’assegnazione. Perché i clienti han visto la differenziazione, è piaciuta l’etichetta in particolare quella azzurra. Io mi ricordo che in passato andavo in certi locali, ordinavo il Pas Operé e ti portavano la Cuvée o viceversa e a me giravano le scatole!

E’ stata una bella idea il cambiamento, forse un po’ urlata…

Il grande boom è stato prima quello dell’Alma arancione che ha trainato tutte le altre, lanciando un segnale ai consumatori giovani. Anche grazie ad un bel packaging…

Il consumatore ha davverop bisogno di spot? A me sembra che non siano cambiate solo le etichette, ma anche i vini…

E’ chiaro, ormai lavoriamo con vigne che cominciano ad avere 30-35 anni e danno certi risultati, qualcuna ha 40 anni, ho cominciato nel 75 a piantare vigne. I prodotti sono diversi, c’è tutta una elaborazione differente del prodotto: oggi l’Alma è un grande vino, di grande piacevolezza e struttura, non le manca niente… Ha avuto i tre bicchieri, per un vino di un milione di bottiglie.

E’ stato un riconoscimento non indifferente, importante per noi.

GranCuvéeRoséBellavistaIo dico che su alcuni prodotti, sul Rosé, ho trovato un cambiamento eccessivo. Io, che pure i vini di Bellavista conosco da qualche anno, diciamo dal 1988, li trovo molto cambiati, soprattutto il Rosé molto diverso da quel Rosé elegantissimo di cui scrivevo pochi anni fa. E l’ho puntualmente scritto

Vezzola ha deciso così, oggi ha più struttura, più colore…

…più legno

Lei dice? Però il discorso è diverso, volevamo dargli più struttura come vino da pasto, il rosé è vino da pasto da abbinare a certi piatti, non necessariamente è un vino femminile, perché è rosa.

Ma la Champagne insegna che i grandi rosé sono eleganti, finissimi… Invece il vostro Franciacorta Rosé attuale è più facile da approcciare, più fruttato, più diretto: il 2007 era un vino elegante per palati estremamente raffinati…

Lo stesso discorso vale anche per il nostro Satèn, quello di prima era molto più fine, ora gli abbiamo dato un ritocchino e piace un po’ di più: ci vuole un po’ di struttura in più…

MattiaRosé
Io sono sempre per l’eleganza invece, la struttura per me viene in un secondo tempo…

L’eleganza e la finezza però rimane sempre… Mattia Vezzola sa fare questo…
Ma anche sua figlia Francesca,ormai molto attiva in azienda, credo sia legata allo stile di Mattia Vezzola, Certo siete sempre rimasti Bellavista, non vi siete trasformati in un’altra azienda qualsiasi e lo stile di uno dei due più grandi chef de cave della Franciacorta (l’altro per me è Stefano Capelli di Cà del Bosco) non è acqua e quindi sua figlia ha sicuramente un maestro esemplare…
Sicuramente….
Sono 15 milioni le bottiglie attualmente prodotte nella Franciacorta: come la vede tra dieci anni, con quali margini di crescita?

StefanoCapelli

3000 ettari vitati e oltre presuppongono almeno 25 milioni di bottiglie prodotte
… che bisogna vendere e non svendere come sta facendo qualcuno…
Assolutamente , ma con se pensiamo ad un mercato estero, che praticamente al momento non esiste, dobbiamo creare un mercato estero. L’Italia non ha grandi spazi di crescita…
Ne è convinto? Io, se mi permette, penso che ci siano grandi spazi possibili di crescita in Italia, basta mettersi d’impegno e studiare operazioni di comunicazione e promozione ben mirate… C’è ancora tanto da fare sul mercato italiano
Sì, comunque anche l’Italia è in crescita, sono d’accordo.

SuonareChampagne
Ma all’estero dovete confrontarvi con Champagne, e poi sul livello delle bollicine a basso prezzo con Cava ed il Prosecco…
Sono prodotti diversi, nei mercati dove c’è un po’ di cultura la Franciacorta non ha bisogno di niente. Prendiamo il Giappone, che ha cultura, ed è il nostro primo mercato estero. E diventerà sempre più un grande mercato. Bevono vini buoni e non scelgono lo Champagne perché sono schiavi del mito, ma solo perché gli piace. Anche gli Usa stanno crescendo bene, lo abbiamo visto con Bellavista, abbiamo cambiato importatore (lo storico Neil Empson) che era vecchio anche lui, abbiamo fatto una nostra società, anzi due TMT Emozioni e TMT Usa… Sono già alcuni anni che abbiamo deciso così…

… ma non comunicate molto voi in Bellavista, la storia delle etichette l’ho scoperta per caso al Vinitaly 2014, quella del cambio d’importatore da lei ora: si vede che non mi conoscete o che non vi sono molto simpatico…

Sono cose che non abbiamo comunicato molto, pensiamo più a fare che a raccontare… Comunque non avevamo alternative: il vecchio importatore ci aveva messo ai minimi termini, 150 mila dollari appena in un mercato come gli Usa non poteva andare bene per Bellavista, da 500 mila dollari che era inizialmente. L’abbiamo presa in mano noi e in un attimo i fatturati sono tornati ad essere più che soddisfacenti. E’ chiaro che sull’estero si deve investire e poi si potrà pensare a fare soldi.
Franciacortalogo_EXPO

L’investimento sull’estero costa tanti soldi dicono alcuni produttori piccoli e medi, un po’ incavolati perché queste operazioni hanno dei costi che li toccano, ma quanti produttori aderenti al Consorzio usufruiscono di queste missioni export? Ben pochi…

Sull’estero i piccoli produttori secondo me devono accontentarsi di fare quello che fa il Consorzio, di seguire il Consorzio, che dà loro un’opportunità notevole. Bellavista è trent’anni che investe negli Stati Uniti e in Giappone, mica da ieri! Noi siamo andati quasi 30 anni fa in Giappone e abbiamo tracciato la strada. I piccoli se sapessero cosa abbiamo speso noi per investire all’estero non si lamenterebbero…

Ha ragione, ma hanno ragione anche loro, che devono fare i conti con i molti soldi che sono chiamati a spendere, di mugugnare un po’… C’è una radicata mentalità contadina o “piccolo bottegaia” che ha una sua logica e di cui il Consorzio ed il suo futuro presidente devono tenere conto…

Ma le grandi aziende aprendo la strada all’estero aprono la strada anche ai piccoli: attenzione, che se le grandi aziende si concentrano sull’estero lasciano ulteriori spazi ai piccoli sul mercato italiano.. Lasciando noi più libero il mercato italiano loro possono vendere più facilmente in casa.

Alla nascita del Consorzio nel 1990 eravate non in tanti, ma terribilmente coesi, davvero unione di passioni, oggi che vi avviate verso quota 110, è diventato tutto più difficile… anche solo conoscervi e dialogare tra di voi…

Abbiamo un buon amministratore delegato del Consorzio che regge tutte le fila e tiene abbastanza bene il gruppo e funge da raccordo e quindi tutti hanno voce in capitolo e sono parimenti rappresentati: il problema è che vogliano seguire il Consorzio, informarsi… Il Consorzio non è li’ per vendere i vini delle aziende, ha altri compiti…

FranciacortaItalianexcellence

In un quadro dove, diciamolo chiaramente, il successo della Franciacorta, innegabile, dà fastidio a tanti e allora partono, dall’esterno, ma talora anche dall’interno, critiche assurde Il successo non si perdona a nessuno… Bisogna mantenere una forte coesione tra gli associati e dialogare con tutti…

Noi abbiamo qualcosa di grande che si chiama Franciacorta e non abbiamo nulla da invidiare ai colleghi italiani del metodo classico e abbiamo un’idea del Consorzio che ha funzionato negli anni e che funzionerà anche in futuro…

Poi, caro Moretti, ci sono vini che non sono riconducibili all’ex “spazzino della Franciacorta”, alla cosiddetta riserva Boschi, che vanno sul mercato a prezzo ridicolo. C’è il problema delle uve, ce ne sono di più di quelle che servono e di conseguenza si sono abbassati i prezzi cui vengono acquistate e tanti si trovano con il cerino in mano, sono costretti a trasformare quelle uve in vini, e magri non sanno stare sul mercato e poi si trovano costretti a svendere…

Diciamo che sono due o tre anni che continuiamo a raccontare la stessa storia, questa che lei racconta, poi l’uva non basta mai… L’annata scarsa, la grandine, gira che ti rigira… Non preoccupiamoci troppo che c’è sempre qualche evento che alla fine fa sì che l’uva in più ci serva. Noi abbiamo bisogno di un po’ di uva in eccesso, perché bisogna avere le scorte, e fare le cose bene e la crescita è crescita!

E’ stato detto ai viticoltori: piantate che ci sarà sempre più mercato. E così in parecchi hanno investito, hanno piantato vigneti, hanno fatto crescere la denominazione e magari oggi si trovano con le uve sul gobbo, oppure con uve che vengono pagate loro molto meno di quel che pensassero… E magari nelle due ultime vendemmie a quei viticoltori vengono comprate molto meno uve che in passato. Molto meno uve di quel che sperassero…

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Il Consorzio deve assolutamente farsi carico di questo problema, così come ha sbagliato a non intervenire nel caso del mancato ritiro della “riserva spazzino della Franciacorta”, deve creare una cantina che accolga queste uve in eccesso, le metta in stoccaggio. E’ una cosa che è in programma già da tempo, ma non si sono create mai le condizioni. Alla fine il vino non c’era, quindi… Sono convinto che la crescita sarà importante, costante e continua e non avremo surplus di prodotto. Io vedo sempre il bicchiere mezzo pieno e non mezzo vuoto: è la mia logica da imprenditore.

Il problema è trasmettere questa mentalità, questa logica a tutti i protagonisti della filiera Franciacorta…

Per trasmetterla occorre fare delle azioni, azioni dirette, che siano in grado di poter confermare. Il contadino guarda a quello che succede, non alle parole. Io l’ho già proposta cinque anni fa, non una cantina sociale, ma una struttura che riuscisse a fare da polmone, da “ammortizzatore sociale” enologico, ma mantenendo i prezzi alti. I prezzi delle uve devono restare alti e non devono scendere, se facciamo prendere il prezzo base ci troviamo le bottiglie a prezzo stracciato.

April 7th 2013, Franciacorta (Italy), Bellavista: Vittorio e Francesca Moretti

Allora Moretti, se accadrà che i soci le chiederanno di prendersi questo pesante fardello della presidenza, allora lei accetterà con spirito di servizio, un po’ come capita al Papa…

Non esageriamo…. Dovrò valutare attentamente…

Si dice anche che sia già tutto deciso, prima è stato presidente Zanella e quindi non può non diventarlo Moretti. Una specie di “patto del Nazareno”…

A me non risulta che sia già tutto deciso… Sicuramente sa che ho tante attività e che sono molto impegnato. Se dovrò fare qualcosa come eventuale Presidente del Consorzio, lo vorrò fare bene e basta.

Anche perché il dopo Zanella, per questo e qualsiasi altro Consorzio, sarà un dopo molto difficile… Un po’ come eleggere un Papa dopo quell’uomo immenso che è stato Karol Wojtyla… Ci vuole uno che abbia tempo, energie, voglia e carisma e si faccia ascoltare da tutti… E alla fine gira che ti rigira…

Ma ce ne sono anche altri di personaggi che potrebbero far bene da presidente….

GiuliaCavalleri

… io vedrei benissimo anche una donna, anzi due grandi donne, ma mi dicono che non sia possibile, perché una è rientrata da poco nel Consorzio e deve fare la sua trafila e la seconda diciamo che è una Signora di grande esperienza, anche se ha energie da vendere… Quindi vuole uno che tiri le fila, che sappia comunicare. L’operazione restyling di Bellavista insegna: è stata un’operazione di comunicazione innanzitutto…

PiaBerlucchi
Noi abbiamo capito che eravamo vecchi e siamo andati a Parigi a scegliere chi ragionava sulla nostra stessa lunghezza d’onda, pur continuando a collaborare con Bersanetti che è il nostro grafico. Il marketing Bersanetti non era in grado di farlo, ma poi ha collaborato con il francese che ha curato il restyling e le etichette le ha realizzate lui… E hanno lavorato insieme, un italiano e un francese, non male, no?. Lui ha seguito il dettaglio degli esecutivi: lui non è un pubblicitario, che è un altro mestiere. Ha fatto bene ed è utile che si rinnovi un po’ anche lui: questa vicenda è stata d’insegnamento anche per lui. E lui ha apprezzato il nostro discorso.

Tante persone mi hanno detto di essere rimaste scioccate, giò prima che le etichette uscissero, ma mi hanno detto che l’unica azienda che poteva fare un’operazione così era Bellavista. L’uomo che stampa le nostre etichette, Mario Tonutti, quando ha visto il materiale su cui doveva lavorare ha detto “chel là l’è matt”, però 35 anni fa quando mi disse che le etichette che gli proponevo non erano etichette da vino, ma erano “etichette da profumo”, io gli dissi : tranquillo Tonutti, e noi faremo profumo, non ti preoccupare, vedrai che riusciremo a venderle. E così è stato. E anche la bottiglia che creammo appositamente tanti anni fa è poi stata copiata a destra e manca…

BellavistaEsselunga

Nessuno ha avuto da dire in Francia su questa nuova etichetta arancione?

No, è leggermente diversa da una alla quale eventualmente potrebbe essere paragonata, piuttosto all’epoca mi contestarono la bottiglia in Champagne e noi vincemmo la causa con Krug che ci aveva contestato la bottiglia nel 1979-80. Prima di Krug era uscita Segura Viudas con quella bottiglia della Gran Reserva e Krug la copiò dagli spagnoli ma facendo causa a noi… E noi in Tribunale ricordammo che quella bottiglia degli spagnoli era uscita nei primi anni Settanta, Krug intorno al 1975 e noi nel 1980. Costò 70 milioni di lire di allora quella causa persa a Krug… perché dovette pagare le spese processuali…

Come vede le altre zone metodo classico italiane: la Franciacorta può dialogare, trovare un punto di incontro con loro? L’operazione Talento morta e sepolta, ma credo che si possano trovare momenti di intesa del metodo classico contro il potere anche mediatico del Prosecco. Loro sono fortissimi comunicano, hanno la grande stampa dalla loro…

Canisciunofesso

Vanno bene per fare gli apripista i prosecchisti, per rompere il ghiaccio, poi arriviamo noi, non c’é problema. Non bisogna mai fare i primi della classe, ma i secondi, che sanno sapientemente sfruttare il lavoro degli altri e soprattutto sono quelli che guadagnano, che non svendono. In Franciacorta non ho mai voluto fare il primo della classe, l’ho lasciato fare ad altri…. Noi facciamo i secondi, però l’azienda è nostra e noi guadagniamo tanti soldini… Siamo riusciti a fare una seconda azienda e ci siamo tolti tante soddisfazioni. Abbiamo programmi importanti con Contadi Castaldi, azienda che deve crescere e per la quale stiamo mettendo a punto un programma produzione e sviluppo di espansione destinato all’estero importante. E faremo bei numeri.

ItaliaProsecco

Vostre operazioni in Toscana: quale bilancio?

Bilancio ancora negativo, comunque da quest’anno credo che andremo a pareggio e faremo buoni numeri. Anche lì si tratta di avere un programma di marketing e di sviluppo ben fatto. E dobbiamo sviluppare e penso che riusciremo a fare un buon lavoro, senza problemi, piano piano.

Rifarerebbe oggi la stessa operazione toscana?

Petra sì, l’Albergo, la Tenuta La Badiola in collaborazione con il gruppo Alain Ducasse, no.

Marchesi è andato via dall’Albereta, chi ci andrà al posto suo? Mi candido io che non so cuocere un uovo al tegamino?

Ma come, il sostituto è già stato scelto e comunicato!…
civuolepassione

…come sempre non a me, avete un ufficio stampa molto efficiente Moretti, o al quale evidentementre sto cordialmente antipatico, vero Signora Zucchi?

Davvero non è ancora stato lì? La facciamo invitare (passato un mese, sto ancora aspettando l’invito, ma non importa…) … abbiamo scelto un cuoco giovane di 36 anni che ha avuto una discreta esperienza in giro per il mondo, anche con Ducasse, poi a Milano dove era sous chef all’Unico. Il ragazzo, Fabio Abbattista, è venuto qui, ha preso in mano la cosa, abbiamo abbassato i prezzi e stiamo facendo un lavoro bellissimo, non puntando sul “Marchesi” di oggi ma su un giovane molto serio e su una proposta giovane. La formula dei tre stelle, due stelle non tiene più, non resiste più, quei locali non esistono più. Viene portata avanti dai loro protagonisti con enormi difficoltà perché anche Da Vittorio di Bergamo sta insieme grazie al catering di lusso. Ci vuole dietro un’organizzazione giusta e loro, i Cerea, sono in tre uno più bravo dell’altro e quindi funzionano. Francesco è una macchina da guerra. Noi non abbiamo queste possibilità gestionali e quindi abbiamo ribaltato il concetto pertanto l’Albereta è diventata un bistrot, il Vistalago Bistrot

FabioAbbattista

Cosa che scopro solo oggi, grazie, efficientissimo ufficio stampa Terra Moretti!…

Nel ristorante Gualtiero Marchesi è entrato un grande bar ed è divenuto un bel bistrot. Abbiamo tenuto la stanza quella davanti alla cucina dove facciamo un piccolo ristorante, che si chiama Leone Felice ed è aperto solo la sera, tranne domenica e lunedì. E facciamo una cucina splendida, delicata, gustosa, senza fronzoli, piacevoli. Ed il bistrot, ha la giusta connotazione del bistrot, dove mangi la milanese giusta, i piatti del territorio. Poi c’è ancora il Ristorante Benessere della Spa di Henry e Dominique Chenot ed una Library Lounge. Abbiamo realizzato una terrazza davanti, abbiamo aperto le porte, e appena entri vedi il lago.

Ma come fece Marchesi a venire all’Albereta, con quali argomenti lo convinse?

Si è convinto lui, è stata una felice coincidenza. Una sera ero a cena da Marchesi con Gianni Brera il grandissimo giornalista e scrittore e con i membri della Giuria del Premio Bellavista. Marchesi era amico di Gianni e si é seduto vicino a noi e mi ha raccontato un po’ di storie. Al che gli dico: “in Franciacorta sto facendo un albergo e voglio trasformarlo in un Relais & Châteaux, dammi una mano per trovare un cuoco tuo allievo che vada bene e che in un giro di un paio d’anni possa prendere la stella Michelin”. Al che lui mi risponde: “non serve, vengo io…”. E così nacque la cosa. Lui voleva sbaraccare e andare via da Milano, da Bonvesin de la Riva: eravamo nel 1992, nel pieno di Mani Pulite, con la fine di una certa clientela… In 15 giorni ci siamo messi d’accordo: ho dovuto raddoppiare tutto il progetto, spendere un sacco di soldi, seguire alla lettera le sue istruzioni per le cucine grandissime, la cantina, ecc. ma alla fine ecco Gualtiero Marchesi all’Albereta.

E fu un colpo da maestro, una grandissima operazione di marketing e d’immagine per la Franciacorta il cui Consorzio era nato, presidente l’indimenticabile Paolo Rabotti, padre di Emanuele, patron della Monte Rossa (e, si dice, il vero competitor di Moretti in queste elezioni del nuovo Presidente del Consorzio Franciacorta) nel 1990… .

Rabottino

Non ho nessun merito, se non di essere stato al momento giusto nel posto giusto e di aver saputo cogliere l’attimo. Essere bravi imprenditori è anche questo… Lui si è trovato bene per anni da noi, poi ha preferito divagare, preso da altre avventure e da altri stimoli. Ci siamo lasciati da amici…. Con lui assolutamente da amico, con altri, che magari pensavano solo al denaro, direi decisamente meno… Io sono uno molto attento al denaro, sono partito da zero, ho fatto i miei debiti, ho rischiato, non ho fatto l’Albereta per denaro, ma per divertimento, per dare alla mia Franciacorta un posto di altissimo livello, con uno chef top e un albergo da sogno.

SaveWaterdrinkChampagne
Quando sono andato in Champagne molti anni fa, mi hanno invitato al Royale Champagne (oggi chiuso per restauri: riaprirà nell’autunno 2016) e sono diventato pazzo in quel posto meraviglioso in mezzo ai vigneti… Volevo qualcosa del genere anche qui e l’abbiamo fatto. Oggi l’Albereta è meglio del Royale Champagne… L’hanno venduto e pensi che mi hanno persino offerto di acquistarlo. Ma ci vogliono le persone giuste per gestire certe cose. Io ho tre figlie femmine tutte impegnatissime nelle varie “avventure” di famiglia e non potevo certo dire ad una di loro di andarsi ad occupare del nostro Relais & Châteaux in Champagne…

VillaLechi

E qui Moretti non lo dice, ma sono sicuro che lo pensa. Perché dovrei andare a fare ancora più grande la Champagne riportando agli antichi splendori uno dei suoi simboli quando lui e Bellavista, comunque li si possa giudicare, sono dei simboli e fanno parte della storia della “petite Champagne” italiana, quella meravigliosa cosa che chiamiamo Franciacorta?

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Franciacorta official Sparkling wine dell’Expo 2015

Franciacortalogo_EXPO

L’altro competitor sono state le Cantine Ferrari, non l’Istituto Trento Doc: warum, why?

La notizia, in pillole, non è che il Consorzio Franciacorta, offrendo “un contributo cash di 380.000 euro e 80.000 euro in vino” abbia vinto “l’appalto”, la gara con una concorrenza peraltro non particolarmente agguerrita, e sarà l’Official Sparkling Wine dell’Esposizione Universale, della mirabolante (si spera) Expo 2015 e che come ha detto “il Commissario Expo, Giuseppe Sala, in una simpatica conferenza stampa ieri a Milanoche non ci saranno più gare per altri vini”.

FranciacortaExpo 029

La vera notizia, poi degli altri aspetti e risvolti di questo importante accordo parleremo domani, ora vado di corsa, è che non ci siano stati altri consorzi italiani del vino a “picchiarsi” per contendere questa ambita (?) partnership tra Franciacorta ed Expo Milano 2015. Perché a “sfidare” l’agguerrito Consorzio vinicolo bresà è stato un unico competitor, un privato e non un consorzio, ovvero le Cantine Ferrari di Trento, che il commissario Sala ha ringraziato per averci provato.

La riflessione che vi propongo à la volée è questa: ma perché a provare a “sbarrare la strada” a quel carro armato del Consorzio non è stato l’Istituto Trento Doc (che comunque produce qualcosa come 7 milioni di bottiglie, anche se gli otto milioni di baionette sono diventate sette), bensì l’azionista di maggioranza dello stesso, ovvero Ferrari?

OrgoglioIta

Ma perdiana, o quelli della Franciacorta sono dei pazzi, che sperperano 460 mila euro per essere l’Official Sparkling Wine di Expo 2015, (ma io credo invece che abbiano fatto molto bene i loro conti e analizzato costi e ricavi, e individuato una netta maggioranza dei pro su eventuali contro…), oppure quelli del Trento Doc preferiscono, al di là delle belle parole, continuare a coltivare l’orto di casa, con le bollicine “di montagna” molte delle quali fatte in pianura o bassa collina, e di tentare la grande strada dell’export non si sognano nemmeno.
SpumanteFerrariTrentoDoc

A questo ci pensano, e sono bravissimi, i cugini Lunelli, ma peccato che non abbiano contagiato con questa fiducia i trentodocchisti, e non abbiano pensato a proporre il Trento Doc come alternativa­ – in chiave Expo 2015 – al Franciacorta Docg. O cavoli: vuoi vedere che c’é un osceno “patto del Nazareno”, enoico e bollicinaro, dietro a questa rinuncia dei metodoclassicisti trentini?

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Trento Doc: è venuta l’ora di decidere (finalmente) chi fa e cosa!

Dopo la prima e la seconda parte ecco la terza e ultima parte dell’intervista al presidente dell’Istituto Trento Doc Enrico Zanoni

Presidente Zanoni, il vecchio discorso del passaggio del Trento da Doc a Docg è ancora valido, se ne parla ancora o è tramontato?
Non è una priorità, non viene considerata così all’interno del Consiglio e sono d’accordo. In questa fase complicherebbe tutto.
E cosa ne sarebbe del marchio TrentoDoc se la denominazione diventasse Docg? TrentoDocg come marchio non suona molto bene…
Da un punto di vista tecnico di marketing non si deve segmentare un marchio prima ancora di averlo costruito, la cosa creerebbe confusione.

In base ai vostri dati dove si vende il Trento Doc?
Per il 90% in Italia, con particolare spazio a nord e centro, con punte in alcune città del Sud (parlo di Cavit), la suddivisione per regione non l’ho, speriamo di poter elaborare quei dati in base al famoso questionario di cui si parlava…
Vigneti di pianura e vigneti di montagna pari sono?

Si parla spesso di Trentino bollicine di montagna: ma questa frase corrisponde al vero? E nel caso, il disciplinare di produzione del Trento Doc non andrebbe rivisto visto che una larga fascia della denominazione è in pianura?
Come abbiamo accennato all’inizio non abbiamo problemi di qualità e se ci fossero ci chiederemmo da dove arrivino, se da un disciplinare da rivedere. Ad oggi c’è un costante miglioramento qualitativo e non c’è una “emergenza qualità”. Il Consiglio ha proposto di valutare e confrontare i vari disciplinari, per capire se si possa fare qualcosa.
Non sono un tecnico enologo, ma se parlo con più tecnici non trovo una ricetta chiara: c’è chi dice che un vigneto più fitto, con un maggior numero di piante per ettaro, non assicuri necessariamente maggiore qualità, perché per le basi spumante servono caratteristiche che esasperando troppo le rese non si riescono ad ottenere. Ci sono pareri diversi, non è così matematico.

E dell’altezza dei vigneti cosa ne pensa, non fa differenza un vigneto di alta collina da uno di pianura?
Di questo argomento parlavo di recente con il nostro enologo che mi diceva: “noi abbiamo zone sui 200-250 metri che ci danno basi eccellenti per tipologie del terreno ed esposizione. Se saliamo a 400-500 metri non sempre riusciamo ad avere, magari anche per problemi di esposizione dei vigneti, la stessa qualità”. Perché dunque andarci ad inibire la possibilità di attingere a zone sotto i trecento metri che ci danno ottime basi spumante?
Il confronto e l’analisi vanno fatte, non mi pare così matematico che abbassare le rese per ettaro da 150 a 130 quintali mi faccia elevare la qualità.
La revisione del disciplinare del Trento Doc non è prioritaria
Anche perché c’è una positiva competizione tra i vari Trento Doc e con i nostri competitors e c’è la voglia di fare meglio, e il sistema si autoregola tendendo alla qualità in maniera automatica. Il Consiglio in modo unanime ha voluto un tavolo tecnico ma non considera la revisione del disciplinare una priorità. Anche con l’innalzamento delle temperature le rese troppo basse non si richiedono.
Ma salire in altezza, visto che voi potete farlo, ha senso!…

Ma senza esasperare troppo le rese, altrimenti si perdono le caratteristiche di freschezza e piacevolezza che sono la forza dei nostri Trento Doc, e magari si fanno basi più atte a vino fermo…
Ragionevolmente e con pragmatismo, cosa vorrebbe portare a casa per il Trento Doc nel 2013?

Entro fine 2012 l’assemblea di dicembre deve essere un momento forte di confronto, condivisione e decisione di chi fa e cosa e di definizione delle responsabilità. La pietra miliare per uscire da questo impasse che rallenta, frena, impedisce di fare: stabilire il ruolo del Consorzio, il marchio di chi è e come gestirlo. L’Istituto del Trento Doc deve valorizzare e promuovere un marchio di cui non è proprietario, il che mi sembrava strano.
Ho fatto una cosa semplice secondo me: sono andato in Camera di Commercio e ho detto: visto che il marchio è stato registrato temporaneamente da voi, potreste passarmi gentilmente il marchio? Niente da fare, è stato deciso di passarlo al Consorzio Vini, ma il procedimento è ancora per strada.
Dopo mesi.. E’ paradossale!
La mia richiesta ha scatenato dietrologie, discussioni: la mia richiesta era del 10 febbraio e a metà settembre siamo ancora per strada, con definizioni di vincoli ancora da precisare. Poi Consorzio e Istituto sono produttori e posso chiarire insieme il da farsi.
Entro fine anno o si sbloccano certe cose oppure decidiamo se rimanere gli amici della briscola che si trovano ogni tanto, cosa piacevolissima peraltro, o ci sciogliamo, ma dal limbo dobbiamo uscire.
Remuage italiano? No, grazie!

Ed esternamente cosa pensate di fare? Maggiore visibilità, programma promozionale chiaro? Una strategia di comunicazione condivisa? Si ha la sensazione che il programma sia demandato alle singole aziende.
No, é la sommatoria di attività, alcune pianificate, altre più estemporanee. Nel primo Consiglio di amministrazione del gennaio 2012 ho parlato del marchio e della necessità di dotarsi di una microstruttura, di definire il ruolo del direttore consulente, di stabilire un modello di comunicazione coerente, remuage italiano non mi piace e non è adatto, con un termine francese, ad un prodotto italiano e trentino, e un piano promozionale triennale.
A gennaio parlavo anche della revisione del sito Web e a settembre siamo ancora lì fermi, anche se per fortuna non ci sono più le “news” di novembre-dicembre….
Linee guida urgono
Se abbiamo linee guida precise, possiamo verificare e giudicare se le azioni promozionali proposte sono coerenti oppure no. Non avendole si vive molto di più… “alla giornata”, decidendo la partecipazione ad iniziative decise su due piedi. Rispettare le linee guida e il 20 di novembre stabilire un piano di massima di quello che faremo nel 2013. Se io non gestissi un’azienda privata con un minimo di programmazione quella chiuderebbe!
Io ho saputo solo ad inizio settembre della possibilità di avere il Trento Doc al Festival del Cinema di Venezia.. Oggi serve un’azione coerente e condivisa seguita dalle persone giuste, se manca la struttura i miracoli non si possono fare…

Lei registra come presidente dell’Istituto fenomeni di vendita di Trento Doc a prezzi troppo bassi? E’ una cosa che ha riguardato anche voi in passato…
Ricordo benissimo… Dobbiamo appurare bene la veridicità di certe voci. Noi abbiamo avuto un nostro “scheletro nell’armadio”, un accordo pregresso con una catena dell’hard discount (leggete qui) che abbiamo dovuto rispettare fino alla sua scadenza. Finito l’accordo mi sono detto disponibile a continuare, ma a ben altre condizioni che non sono state accettate.
Tornando alla sua domanda, ogni tanto si registrano alcune operazioni di vendita un po’ a prezzi bassi, ma non vedo in giro ultimamente cose scabrose. Io controllo e monitoro attentamente i prezzi e trovo che siano leggermente in crescita.

Allora Babbo Natale, parlo di quello del 2012, non del 2013, ci porterà un sito Internet del Trento Doc finalmente rifatto e aggiornato?
Io conto proprio di sì, spero, però come ho già detto la competenza è parzialmente nostra.. Io e soprattutto i consumatori attendiamo fiduciosi…

Intervista a cura di Franco Ziliani

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Trento Doc: una presidenza all’insegna del vorrei ma non posso…

Dopo la prima parte, pubblicata ieri, ecco la seconda parte dell’intervista al presidente dell’Istituto Trento Doc Enrico Zanoni

Zanoni, quale pensa sia la percezione del Trento Doc tra gli appassionati?
Non ho un dato scientifico e mi baso su colloqui e contatti: sicuramente la notorietà tra gli appassionati è inferiore a quella del Franciacorta, e c’é ancora molto lavoro da fare, con una priorità per noi, la notorietà e la reputazione del marchio.
Ho chiesto di fare una ricerca precisa che ci consenta di misurare oggettivamente la crescita di notorietà del marchio, da misurare ogni anno, ogni due anni, per vedere come si evolve. Una delle cose che l’Osservatorio dovrebbe fare…

E allora questo famoso Osservatorio quando si manifesterà finalmente?
Guardi io non voglio fare promesse che so di non poter mantenere, dobbiamo risolvere una serie di questioni, e voglio essere preciso, e a proposito voglio citare l’estratto da una mia relazione al Consiglio: dobbiamo aumentare la quota di mercato in Italia in primis, rafforzando il marchio e la sua percezione presso opinion leader e consumatori, e valorizzare l’immagine del territorio di origine.
Prima conquistiamo l’Italia poi pensiamo all’estero
Poi crescere all’estero in modo mirato, perché prima devi guadagnare la notorietà in casa tua prima di farti conoscere fuori, in alcuni Paesi come Svizzera, Germania, Russia, Usa. Avevo detto di tenere conto della forte crescita del Prosecco sui mercati internazionali, un dato ineluttabile, che può avere risvolti positivi anche sulla spumantistica metodo classico perché mostra l’Italia come un Paese importante produttore di bollicine, cosa che non è sempre stato evidente, poi i consumatori potranno andare su prodotti più complessi e sofisticati, ma dobbiamo essere bravi a portarli da noi, a farglielo capire…
Per cogliere le opportunità, e oggi ancora non ci siamo, serve una visione di lungo periodo, con chiare linee guida e una coerenza nella comunicazione e nelle strategie, informazioni chiare e tempestive, monitoraggio del ritorno delle attività. Soprattutto definire il ruolo guida dell’Istituto del Trento Doc in allineamento con gli altri soggetti istituzionali.
Chiarire le competenze, questa la priorità!

Questo non sta succedendo: sto facendo una fatica enorme e sto portando a casa niente o poco. Dobbiamo capire cosa fa l’Istituto, cosa fa il Consorzio vini trentini, cosa fa Trentino marketing, se no è veramente difficile.

L’Istituto perché non riesce ad avere un suo ruolo scorporandolo dagli altri soggetti, perché non dargli un’autonomia decisionale e finanziaria?
Io sono pragmatico per natura e la vedo così:  oggi abbiamo Trentino marketing, poi Consorzio vini, con tutte le sue problematiche. E’ stato già dichiarato, ma questo deve ancora essere realizzato, che al Consorzio vini verrà dato un budget per la promozione del vino trentino, e questo budget il Consorzio dovrà decidere come allocarlo.
Per me l’Istituto Trento Doc deve essere in collegamento con il Consorzio, cosa fattibile dal punto di vista giuridico, per fare tutta l’attività di promozione, monitoraggio per quanto compete a questa specifica tipologia di vino. Il resto sono chiacchiere.
Oggi invece abbiamo la Camera di Commercio, Trentino marketing, il Consorzio vini, la Provincia, l’Istituto e non si capiscono bene le competenze. Le problematiche del metodo classico sono completamente diverse da quelle degli altri vini trentini.
Pronto a sciogliere l’Istituto del Trento Doc se servisse
Ho detto anche di considerare come ipotesi di lavoro l’idea di sciogliere l’Istituto, se questo servisse, per farlo diventare un sottogruppo del Consorzio. Ma ci credo poco perché sono problematiche diverse e lo dico operando in un’azienda che produce al 90% vini tranquilli e si può benissimo mantenere un Istituto focalizzato che dialoghi con il Consorzio e abbia precise deleghe.

Ma oggi la quota di finanziamento pubblico del Trento Doc è nettamente maggioritaria sulla contribuzione degli associati?
Sicuramente, non so dire esattamente, perché la quota del pubblico è annessa ad altre cose e non so dire quanto spenda, ma poi si tratta di una quota all’interno di un investimento più ampio.

Operazione Trento Doc – Mostra del Cinema di Venezia: non si poteva fare diversamente e avere garanzie più precise di una maggiore visibilità?
Quella cosa faceva parte di un pacchetto ampio gestito da Trentino marketing con la Rai, pacchetto che comprendeva anche quella cosa del Trento Doc. Nel “calderone” mancava per forza di cose l’indicazione della specificità della questione Trento Doc.
Tornando alla sua domanda sull’utilizzo dei contributi, la logica dice: ci sono ipoteticamente due milioni, un milione va al Trento Doc e uno ai vini fermi. Sarà difficile che il Trento Doc possa avere una quota così pesante…
Sono scelte politiche, sono in molti oggi a dire di credere nel Trento Doc…Va detto che Trentino marketing sta investendo sul Trento Doc, magari alcune iniziative andrebbero meglio canalizzate e hanno un ritorno non sempre esaltate, è un problema di budget e di risorse umane…
Non esiste una loggia P2 del Trento Doc

Le istituzioni pubbliche credono veramente nel Trento Doc?

Io devo dire che l’Assessorato sembra essere molto sensibile…

Anche all’Associazione dei giovani del Trento Doc, che sembra proprio farina del suo sacco…
L’idea è bella, ma come tutte le cose va gestita bene…Tutto nasce da una lettera da un gruppo di figli di produttori, lettera che ho visto in modo positivo, ma tutto deve essere nell’alveo dell’Istituto e non deve fare pensare che esista una sorta di secondo Istituto….
Purtroppo un paio di volte queste iniziative sono scappate di mano, e i giovani tendono a dialogare direttamente con le istituzioni. L’Associazione giovani non è una creazione personale dell’Assessore, ma una volta piaciuta la cosa, visto che elettoralmente paga e ha un suo fascino, è stata gestita così così ed è sfuggita al controllo, forse anche per colpa mia.
Carlo Moser, che ne è il responsabile, è persona di grande equilibrio, educazione e rispetto, ma a volte i giovani non si rendono conto che tutto deve stare all’interno dell’Istituto. Non esiste una loggia P2 del Trento Doc.. Sono giovani, hanno energie positive, ma devono agire ed essere inquadrati all’interno dell’Istituto.

domani la terza e ultima parte dell’intervista

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Trento Doc: un grande talento nel complicare anche le cose più semplici

Intervista ad Enrico Zanoni, presidente “vorrei ma non posso” dell’Istituto del metodo classico trentino- prima parte

Sono passati un po’ di mesi dall’epoca della sua elezione a nuovo Presidente dell’Istituto del Trento Doc e del mio appello-lettera aperta con richiesta di incontrarlo, con relativa risposta, ma alla fine ce l’abbiamo fatta.
Frutto di una lunga e distesa, e anche piacevole, come ho già detto, chiacchierata di inizio settembre presso la Cavit, di cui è direttore generale, ecco la lunga, e credo interessante, intervista ad Enrico Zanoni, che dal dicembre 2011 si é preso il pesante impegno di provare a guidare, e dare maggiore vigore, all’ente (avrei voluto definirlo Consorzio, ma è altra cosa) che si occupa dell’immagine, della promozione e della comunicazione delle “bollicine” metodo classico prodotte in provincia di Trento.
Un’ampia conversazione sul presente e sul futuro dell’Istituto, sui problemi (ad un occhio non trentino assolutamente incomprensibili) che ostacolano l’ordinaria amministrazione ed il corretto funzionamento dell’organo che coordina (o meglio, dovrebbe coordinare) l’operato dei produttori di una denominazione che nel 2013 festeggerà i suoi primi vent’anni di vita.
Un discorso molto franco su quanto Zanoni vorrebbe fare e oggi, oggettivamente, si trova impossibilitato a fare. Il che per un uomo pragmatico come lui immagino sia una seccatura non da poco…
Quella che emerge è un’immagine dell’Istituto del Trento Doc più simile ad un work in progress e ad un mondo tutto aspirazioni e desideri che ad una realtà ben consolidata, dove si potrebbe e si dovrebbe fare meglio di quanto non si faccia oggi e dove una sorta di complicata scatola cinese di enti e competenze (visti i risultati verrebbe dire anche di incompetenze…) ostacola tutto.
Una sorta di Ucas, ufficio complicazione affari semplici, che corrisponde ad una “logica”, se così vogliamo chiamarla, tutta trentina.
Data la lunghezza dell’intervista, ho pensato di suddividerla in tre parti, per facilitare la lettura e non annoiare – ma sono persuaso che le dichiarazioni di Zanoni non lo faranno affatto… – il lettore.
Da semplice osservatore della scena del vino trentina e da cronista e commentatore delle vicende del vino di questa terra bellissima, ma un po’ complessa, non posso che augurarmi che l’impegno e la fatica di persone sicuramente capaci come il presidente del Trento Doc non siano profusi invano e che il metodo classico targato Trento possa farsi conoscere più efficacemente grazie ad iniziative più coordinate e mirate dai consumatori appassionati di “bollicine” prodotte con la tecnica della rifermentazione in bottiglia.
Buona lettura!

Dottor Zanoni, che bilancio si sente di fare dei suoi primi nove mesi di presidenza dell’Istituto del Trento Doc?
Devo dire di non essere soddisfatto. Ci sono alcuni aspetti positivi, di cui sono contento, come la compattezza del Consiglio dell’Istituto dove ci si confronta e si discute sempre con rispetto. In Consiglio sono rispettate tutte le anime della produzione trentina: la cooperazione, i piccoli produttori, i produttori più grandi. Tutti hanno la possibilità di esprimersi e confrontarsi e ognuno ha pari peso e dignità. Non è che chi produce milioni di bottiglie conta più di chi ne produce ventimila.
Un aspetto meno positivo è il non essere riusciti ad influire di più su alcuni aspetti relativi alle politiche promozionali.

Parla ad esempio del
sito Internet dell’Istituto?
Le riconosco di aver avuto ragione ad insistere spesso su questa cosa. Questa questione è esemplificativa del dover allineare e coordinare alcune funzioni e competenze: a chi tocca farlo? Prima sembrava dover essere in carico all’Istituto poi a Trentino marketing, poi le competenze sono tornate indietro e ora sembra doversene fare carico Trentino marketing, con un forte ruolo influenzatore da parte dell’Istituto. Speriamo…

Parecchi attori in gioco, competenze non chiare
Tornando alla sua domanda, oggettivamente ci sono dei problemi, dovuti al fatto che sono parecchi soggetti e vari attori in gioco: Istituto, Trentino marketing (Società di marketing turistico-territoriale – ndr), Provincia Autonoma di Trento, Consorzio tutela vini del Trentino. Questo rende tutto più difficile e spesso non si capiscono bene le competenze.
Io non sono un abile burocrate e diplomatico e speravo si riuscisse a dare un po’ più impulso con una politica promozionale precisa portata avanti con coerenza scegliendo determinate priorità e facendo scelte ben determinate. Di questo non sono di certo soddisfatto.

Che cos’è oggi l’Istituto del Trento Doc e quale la sua sfera di competenza?
Le rispondo dicendo quello che è e quello che dovrebbe essere a mio avviso. Oggi è un momento di confronto e condivisione tra produttori e uno strumento influenzatore di altri enti, perché parlandoci chiaro il budget promozionale è appannaggio di Trentino marketing, con una partecipazione di una piccola quota da parte dei produttori, non per numero esatto di bottiglie prodotte, ma in base a fasce di bottiglie prodotte, cosa già prevista in statuto.
Istituto del Trento Doc: un ministero… senza portafoglio…
C’è stata finalmente una dotazione all’Istituto per la ordinaria amministrazione, per le piccole cose. Ma il ruolo di influenzatore è un po’ come essere un ministro senza portafoglio, che a volte viene ascoltato altre no…

Quali sono le linee guida che l’Istituto si è dato?
Ho definito una serie di linee guida che dovevano contraddistinguere l’attività promozionale in tre anni. Focalizzarsi sugli opinion leader, arrivare al consumatore finale in un certo modo, organizzare attività promozionali sul territorio sfruttando la vocazione turistica del Trentino e intercettare i turisti. Non tutto è andato nella direzione voluta, pur lavorando di concerto con Trentino marketing ma addirittura con qualche complicazione in più, avendo questa microstruttura con Fabio Piccoli, che è un “direttore” consulente esterno, consulente di Trentino marketing, il che non facilita le cose.
Uno strumento di influenza su chi ha la possibilità di intervenire sull’azione promozionale. Nei miei desideri dovrebbe essere qualcosa simile al Consorzio Franciacorta…

Beh, avete già dimostrato di ispirarvi, almeno a parole, annunciando un Osservatorio economico,
sullo stile di quello franciacortino, per ora solo annunciato… A che punto siamo?
E’ stato preparato un questionario mandato a tutti i produttori, molto dettagliato, forse troppo, cui ha risposto solo un ottanta per cento dei soggetti. Questa eccessiva ricchezza di dettagli ha creato in qualcuno qualche “allergia” nel rispondere… Recentemente ho proposto di alleggerire alcuni aspetti per avere la totalità delle risposte.

Ma invece di mandare un questionario, rischiando di non avere risposte, non si poteva mandare un incaricato a turno in tutte le 38 aziende per avere veramente tutti i dati necessari?
Ha ragione, ma chi potevo mandare? Piccoli non può, dato il suo ruolo non perfettamente focalizzato, la segretaria non la potevo mandare, io non ce la faccio a farlo… Tutto sommato il questionario è stata la via obbligata.
Ora intendo mandare in forma semplificata il questionario a chi non ha risposto, per disporre finalmente di tutti i dati utili e avere quella trasparenza nella comunicazione che lei giustamente più volte ha richiesto.

Numeri del Trento Doc: quasi un segreto di Stato
A proposito di trasparenza: possibile che conoscere i numeri esatti del Trento Doc sia praticamente impossibile? Perché non si comunica esattamente quante bottiglie produce ogni soggetto
?
Conoscere la totalità della produzione è un obiettivo giusto e ragionevole, divulgare l’ammontare della produzione di ogni singola azienda è una scelta aziendale personale che io non mi sentirei di favorire. Sapere quante bottiglie vengono tirate e quanto vengono vendute è legittimo, ma globalmente, non per singola azienda.
Non vedo l’ora di avere questo dato complessivo certificato, per diffonderlo. In una presentazione ho usato un dato ufficiale della Camera di Commercio sulle bottiglie prodotte, oltre 7 milioni, un dato stabile negli ultimi due anni.

Lei si sentirebbe di definire questa denominazione in salute e in crescita o pensa che viva un momento statico?
Se lei mi chiede se la denominazione è cresciuta e in che proporzione non glielo so dire, ma ho elementi concreti e non solo percezioni che mi fanno pensare che il Trento Doc sia in buona salute. Alcune aziende, inclusa Cavit con l’Altemasi, stanno crescendo significativamente. Complessivamente credo che l’intera denominazione stia crescendo.
Il fermento dato dalla nascita di nuovi produttori e nuovi Trento Doc credo sia un indice della salubrità della denominazione.
Trento Doc, un’opportunità per il vino trentino
Sono veramente convinto e non lo dico solo per il mio ruolo, che il Trento Doc e la spumantistica di qualità sia un asset formidabile del vino trentino. E’ poi vero quello che lei dice, che la Franciacorta avendo puntato praticamente su un solo prodotto ha un’identità più precisa e definita nei confronti dei consumatori.
Il Trentino produce tantissimi altri vini ed è più difficile far emergere un’identità del Trento Doc, anche se abbiamo il vantaggio di poter disporre di una base di uva Chardonnay vastissima e selezionata, perfetta per la spumantistica.

E poi qui in Trentino disponete di almeno tre mega impianti di spumantizzazione con i quali potreste spumantizzare l’intero metodo classico italiano per tre quattro volte… altro che i 25 milioni attuali, 70-80…
Non lo sapevo, ma se lo dice lei ci credo.

Perché le grandi aziende cooperative trentine non credono più di tanto, i numeri lo attestano, nel Trento Doc?
Per quanto riguarda Cavit, Altemasi è cresciuto del 29% a valore e noi abbiamo sostanzialmente raddoppiato il tiraggio negli ultimi tre anni, anche se la produzione di Charmat resta superiore. Gli obiettivi sono ambiziosi e noi stiamo investendo nella cantina del metodo classico per avere la possibilità di crescere ulteriormente.
Ci credo perché abbiamo una quantità di materia prima di qualità indiscutibile a disposizione, perché la spumantistica, dati finanziari alla mano, dà un risultato economico, soddisfazioni e ricavi superiori a quelli dei vini tranquilli, è più remunerativo. Se guardiamo al mercato nazionale è meno vincolato dalla regionalizzazione. Vendere un vino trentino in Puglia non è semplice, vendere un Trento Doc è più agevole o meno difficile.
Talento, un progetto in esaurimento
Mi sembra che anche gli altri attori cooperativi stiano facendo altrettanto, da Cesarini Sforza a Rotari, con segnali chiari e forti che Talento andrà a perdere di peso.

Ma ha mai avuto peso? Ha ancora un senso? Quanti trentini hanno aderito al rinnovato progetto Talento? Insistere su Talento quando si ha il Trento Doc non contribuisce ad indebolire l’identità della denominazione?
Sono assolutamente d’accordo, sostanzialmente è stata Rotari Mezzacorona il soggetto principale del tentativo di rilancio dell’operazione Talento. E’ evidente che lo sta abbandonando progressivamente e vedo anche in Consiglio una forte attenzione per il Trento Doc: sono convinto e lo dico anche in base a discussioni avute con Rigotti di Mezzacorona, che anche loro hanno capito questo e si concentreranno sul Trento Doc.

domani e mercoledì la seconda e terza parte dell’intervista

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La bocca della verità Ma non possono essere “bollicine” ovunque!

La bocca della verità di questa settimana è quella del mio caro amico Giovanni Arcari from Brescia, che sul suo blog Terra uomo cielo, in un post che condivido dalla prima all’ultima riga e che potete leggere qui paragona la corsa alle bollicine cui si assiste un po’ in tutta Italia, da parte di “aziende che fino a ieri hanno prodotto tutt’altro in un territorio che di fatto non produce metodo classico e che continua, nel suo insieme, a non produrne”, alla merlotizzazione e cabernettizzazione che ha infestato i vigneti italiani dalla Valle d’Aosta alla Sicilia.
E la paragona al ragionamento confuso e pasticciato che ha portato fior di produttori, come al solito mal consigliati da winemaker spregiudicati, a produrre vini con le uve bordolesi anche in zone non vocate, perché tanto tiravano e venivano richiesti dal mercato.
Lascio la parola ad alcuni estratti dell’articolo di Giovanni, che vi invito a leggere attentamente e mi chiedo, ma quale credibilità possono avere bollicine, metodo classico o semplicemente Charmat, prodotte in zone che non vantano alcuna tradizione con questa tipologia di vini e che a questa tipologia oggi si avvicinano, pensando di cavalcare un trend fortunato che sembrerebbe premiare il consumo di “bollicine”, per pura furbizia e calcolo oppure per disperazione?
La parola ad Arcari.
“Come dimenticare gli anni dell’euforia del vino quando l’italiano medio, abbagliato dall’eldorado del vino francese, pareva aver capito tutto e piantava cabernet e merlot anche nel ventre della moglie? La formula era semplice: nel Mondo si vende bordeaux, che è fatto con i due vitigni sopra citati quindi, pianto le stesse uve e vedrai che funziona!
Ogni azienda nel listino aveva un merlot, un cabernet o un taglio bordolese. Nei territori in cui l’identità di prodotto non esisteva –e ancora non esiste- il fenomeno del “bordolese style” e della tendenza di mercato, ha fatto –e continua a fare- più vittime della peste. Tornando alla scelta di cosa e come produrre, non trovate che un fenomeno simile si stia prospettando anche nella produzione di metodo classico?”.
E ancora: “Puglia, Sicilia, Marche solo per citarne alcune… oggi il mercato vede di buon occhio le bolle ed io sono sufficientemente curioso e pronto da degustarle allegramente tutte provenienti da ogni parte del globo ma, non credete che oltre a disorientare il consumatore che identifica il territorio con il prodotto e viceversa, il tutto possa finire com’è finito il “bordolese style” degli anni ’90, in altre parole con un costante inflazionarsi dell’identità dei territori e dei vini?
Se negli anni ’90 era l’euforia del mercato a generare scelte che poi si sono rivelate fallimentari, oggi tali politiche le possiamo attribuire alla disperazione?”

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