Trento Doc: è venuta l’ora di decidere (finalmente) chi fa e cosa!

Dopo la prima e la seconda parte ecco la terza e ultima parte dell’intervista al presidente dell’Istituto Trento Doc Enrico Zanoni

Presidente Zanoni, il vecchio discorso del passaggio del Trento da Doc a Docg è ancora valido, se ne parla ancora o è tramontato?
Non è una priorità, non viene considerata così all’interno del Consiglio e sono d’accordo. In questa fase complicherebbe tutto.
E cosa ne sarebbe del marchio TrentoDoc se la denominazione diventasse Docg? TrentoDocg come marchio non suona molto bene…
Da un punto di vista tecnico di marketing non si deve segmentare un marchio prima ancora di averlo costruito, la cosa creerebbe confusione.

In base ai vostri dati dove si vende il Trento Doc?
Per il 90% in Italia, con particolare spazio a nord e centro, con punte in alcune città del Sud (parlo di Cavit), la suddivisione per regione non l’ho, speriamo di poter elaborare quei dati in base al famoso questionario di cui si parlava…
Vigneti di pianura e vigneti di montagna pari sono?

Si parla spesso di Trentino bollicine di montagna: ma questa frase corrisponde al vero? E nel caso, il disciplinare di produzione del Trento Doc non andrebbe rivisto visto che una larga fascia della denominazione è in pianura?
Come abbiamo accennato all’inizio non abbiamo problemi di qualità e se ci fossero ci chiederemmo da dove arrivino, se da un disciplinare da rivedere. Ad oggi c’è un costante miglioramento qualitativo e non c’è una “emergenza qualità”. Il Consiglio ha proposto di valutare e confrontare i vari disciplinari, per capire se si possa fare qualcosa.
Non sono un tecnico enologo, ma se parlo con più tecnici non trovo una ricetta chiara: c’è chi dice che un vigneto più fitto, con un maggior numero di piante per ettaro, non assicuri necessariamente maggiore qualità, perché per le basi spumante servono caratteristiche che esasperando troppo le rese non si riescono ad ottenere. Ci sono pareri diversi, non è così matematico.

E dell’altezza dei vigneti cosa ne pensa, non fa differenza un vigneto di alta collina da uno di pianura?
Di questo argomento parlavo di recente con il nostro enologo che mi diceva: “noi abbiamo zone sui 200-250 metri che ci danno basi eccellenti per tipologie del terreno ed esposizione. Se saliamo a 400-500 metri non sempre riusciamo ad avere, magari anche per problemi di esposizione dei vigneti, la stessa qualità”. Perché dunque andarci ad inibire la possibilità di attingere a zone sotto i trecento metri che ci danno ottime basi spumante?
Il confronto e l’analisi vanno fatte, non mi pare così matematico che abbassare le rese per ettaro da 150 a 130 quintali mi faccia elevare la qualità.
La revisione del disciplinare del Trento Doc non è prioritaria
Anche perché c’è una positiva competizione tra i vari Trento Doc e con i nostri competitors e c’è la voglia di fare meglio, e il sistema si autoregola tendendo alla qualità in maniera automatica. Il Consiglio in modo unanime ha voluto un tavolo tecnico ma non considera la revisione del disciplinare una priorità. Anche con l’innalzamento delle temperature le rese troppo basse non si richiedono.
Ma salire in altezza, visto che voi potete farlo, ha senso!…

Ma senza esasperare troppo le rese, altrimenti si perdono le caratteristiche di freschezza e piacevolezza che sono la forza dei nostri Trento Doc, e magari si fanno basi più atte a vino fermo…
Ragionevolmente e con pragmatismo, cosa vorrebbe portare a casa per il Trento Doc nel 2013?

Entro fine 2012 l’assemblea di dicembre deve essere un momento forte di confronto, condivisione e decisione di chi fa e cosa e di definizione delle responsabilità. La pietra miliare per uscire da questo impasse che rallenta, frena, impedisce di fare: stabilire il ruolo del Consorzio, il marchio di chi è e come gestirlo. L’Istituto del Trento Doc deve valorizzare e promuovere un marchio di cui non è proprietario, il che mi sembrava strano.
Ho fatto una cosa semplice secondo me: sono andato in Camera di Commercio e ho detto: visto che il marchio è stato registrato temporaneamente da voi, potreste passarmi gentilmente il marchio? Niente da fare, è stato deciso di passarlo al Consorzio Vini, ma il procedimento è ancora per strada.
Dopo mesi.. E’ paradossale!
La mia richiesta ha scatenato dietrologie, discussioni: la mia richiesta era del 10 febbraio e a metà settembre siamo ancora per strada, con definizioni di vincoli ancora da precisare. Poi Consorzio e Istituto sono produttori e posso chiarire insieme il da farsi.
Entro fine anno o si sbloccano certe cose oppure decidiamo se rimanere gli amici della briscola che si trovano ogni tanto, cosa piacevolissima peraltro, o ci sciogliamo, ma dal limbo dobbiamo uscire.
Remuage italiano? No, grazie!

Ed esternamente cosa pensate di fare? Maggiore visibilità, programma promozionale chiaro? Una strategia di comunicazione condivisa? Si ha la sensazione che il programma sia demandato alle singole aziende.
No, é la sommatoria di attività, alcune pianificate, altre più estemporanee. Nel primo Consiglio di amministrazione del gennaio 2012 ho parlato del marchio e della necessità di dotarsi di una microstruttura, di definire il ruolo del direttore consulente, di stabilire un modello di comunicazione coerente, remuage italiano non mi piace e non è adatto, con un termine francese, ad un prodotto italiano e trentino, e un piano promozionale triennale.
A gennaio parlavo anche della revisione del sito Web e a settembre siamo ancora lì fermi, anche se per fortuna non ci sono più le “news” di novembre-dicembre….
Linee guida urgono
Se abbiamo linee guida precise, possiamo verificare e giudicare se le azioni promozionali proposte sono coerenti oppure no. Non avendole si vive molto di più… “alla giornata”, decidendo la partecipazione ad iniziative decise su due piedi. Rispettare le linee guida e il 20 di novembre stabilire un piano di massima di quello che faremo nel 2013. Se io non gestissi un’azienda privata con un minimo di programmazione quella chiuderebbe!
Io ho saputo solo ad inizio settembre della possibilità di avere il Trento Doc al Festival del Cinema di Venezia.. Oggi serve un’azione coerente e condivisa seguita dalle persone giuste, se manca la struttura i miracoli non si possono fare…

Lei registra come presidente dell’Istituto fenomeni di vendita di Trento Doc a prezzi troppo bassi? E’ una cosa che ha riguardato anche voi in passato…
Ricordo benissimo… Dobbiamo appurare bene la veridicità di certe voci. Noi abbiamo avuto un nostro “scheletro nell’armadio”, un accordo pregresso con una catena dell’hard discount (leggete qui) che abbiamo dovuto rispettare fino alla sua scadenza. Finito l’accordo mi sono detto disponibile a continuare, ma a ben altre condizioni che non sono state accettate.
Tornando alla sua domanda, ogni tanto si registrano alcune operazioni di vendita un po’ a prezzi bassi, ma non vedo in giro ultimamente cose scabrose. Io controllo e monitoro attentamente i prezzi e trovo che siano leggermente in crescita.

Allora Babbo Natale, parlo di quello del 2012, non del 2013, ci porterà un sito Internet del Trento Doc finalmente rifatto e aggiornato?
Io conto proprio di sì, spero, però come ho già detto la competenza è parzialmente nostra.. Io e soprattutto i consumatori attendiamo fiduciosi…

Intervista a cura di Franco Ziliani

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Trento Doc: una presidenza all’insegna del vorrei ma non posso…

Dopo la prima parte, pubblicata ieri, ecco la seconda parte dell’intervista al presidente dell’Istituto Trento Doc Enrico Zanoni

Zanoni, quale pensa sia la percezione del Trento Doc tra gli appassionati?
Non ho un dato scientifico e mi baso su colloqui e contatti: sicuramente la notorietà tra gli appassionati è inferiore a quella del Franciacorta, e c’é ancora molto lavoro da fare, con una priorità per noi, la notorietà e la reputazione del marchio.
Ho chiesto di fare una ricerca precisa che ci consenta di misurare oggettivamente la crescita di notorietà del marchio, da misurare ogni anno, ogni due anni, per vedere come si evolve. Una delle cose che l’Osservatorio dovrebbe fare…

E allora questo famoso Osservatorio quando si manifesterà finalmente?
Guardi io non voglio fare promesse che so di non poter mantenere, dobbiamo risolvere una serie di questioni, e voglio essere preciso, e a proposito voglio citare l’estratto da una mia relazione al Consiglio: dobbiamo aumentare la quota di mercato in Italia in primis, rafforzando il marchio e la sua percezione presso opinion leader e consumatori, e valorizzare l’immagine del territorio di origine.
Prima conquistiamo l’Italia poi pensiamo all’estero
Poi crescere all’estero in modo mirato, perché prima devi guadagnare la notorietà in casa tua prima di farti conoscere fuori, in alcuni Paesi come Svizzera, Germania, Russia, Usa. Avevo detto di tenere conto della forte crescita del Prosecco sui mercati internazionali, un dato ineluttabile, che può avere risvolti positivi anche sulla spumantistica metodo classico perché mostra l’Italia come un Paese importante produttore di bollicine, cosa che non è sempre stato evidente, poi i consumatori potranno andare su prodotti più complessi e sofisticati, ma dobbiamo essere bravi a portarli da noi, a farglielo capire…
Per cogliere le opportunità, e oggi ancora non ci siamo, serve una visione di lungo periodo, con chiare linee guida e una coerenza nella comunicazione e nelle strategie, informazioni chiare e tempestive, monitoraggio del ritorno delle attività. Soprattutto definire il ruolo guida dell’Istituto del Trento Doc in allineamento con gli altri soggetti istituzionali.
Chiarire le competenze, questa la priorità!

Questo non sta succedendo: sto facendo una fatica enorme e sto portando a casa niente o poco. Dobbiamo capire cosa fa l’Istituto, cosa fa il Consorzio vini trentini, cosa fa Trentino marketing, se no è veramente difficile.

L’Istituto perché non riesce ad avere un suo ruolo scorporandolo dagli altri soggetti, perché non dargli un’autonomia decisionale e finanziaria?
Io sono pragmatico per natura e la vedo così:  oggi abbiamo Trentino marketing, poi Consorzio vini, con tutte le sue problematiche. E’ stato già dichiarato, ma questo deve ancora essere realizzato, che al Consorzio vini verrà dato un budget per la promozione del vino trentino, e questo budget il Consorzio dovrà decidere come allocarlo.
Per me l’Istituto Trento Doc deve essere in collegamento con il Consorzio, cosa fattibile dal punto di vista giuridico, per fare tutta l’attività di promozione, monitoraggio per quanto compete a questa specifica tipologia di vino. Il resto sono chiacchiere.
Oggi invece abbiamo la Camera di Commercio, Trentino marketing, il Consorzio vini, la Provincia, l’Istituto e non si capiscono bene le competenze. Le problematiche del metodo classico sono completamente diverse da quelle degli altri vini trentini.
Pronto a sciogliere l’Istituto del Trento Doc se servisse
Ho detto anche di considerare come ipotesi di lavoro l’idea di sciogliere l’Istituto, se questo servisse, per farlo diventare un sottogruppo del Consorzio. Ma ci credo poco perché sono problematiche diverse e lo dico operando in un’azienda che produce al 90% vini tranquilli e si può benissimo mantenere un Istituto focalizzato che dialoghi con il Consorzio e abbia precise deleghe.

Ma oggi la quota di finanziamento pubblico del Trento Doc è nettamente maggioritaria sulla contribuzione degli associati?
Sicuramente, non so dire esattamente, perché la quota del pubblico è annessa ad altre cose e non so dire quanto spenda, ma poi si tratta di una quota all’interno di un investimento più ampio.

Operazione Trento Doc – Mostra del Cinema di Venezia: non si poteva fare diversamente e avere garanzie più precise di una maggiore visibilità?
Quella cosa faceva parte di un pacchetto ampio gestito da Trentino marketing con la Rai, pacchetto che comprendeva anche quella cosa del Trento Doc. Nel “calderone” mancava per forza di cose l’indicazione della specificità della questione Trento Doc.
Tornando alla sua domanda sull’utilizzo dei contributi, la logica dice: ci sono ipoteticamente due milioni, un milione va al Trento Doc e uno ai vini fermi. Sarà difficile che il Trento Doc possa avere una quota così pesante…
Sono scelte politiche, sono in molti oggi a dire di credere nel Trento Doc…Va detto che Trentino marketing sta investendo sul Trento Doc, magari alcune iniziative andrebbero meglio canalizzate e hanno un ritorno non sempre esaltate, è un problema di budget e di risorse umane…
Non esiste una loggia P2 del Trento Doc

Le istituzioni pubbliche credono veramente nel Trento Doc?

Io devo dire che l’Assessorato sembra essere molto sensibile…

Anche all’Associazione dei giovani del Trento Doc, che sembra proprio farina del suo sacco…
L’idea è bella, ma come tutte le cose va gestita bene…Tutto nasce da una lettera da un gruppo di figli di produttori, lettera che ho visto in modo positivo, ma tutto deve essere nell’alveo dell’Istituto e non deve fare pensare che esista una sorta di secondo Istituto….
Purtroppo un paio di volte queste iniziative sono scappate di mano, e i giovani tendono a dialogare direttamente con le istituzioni. L’Associazione giovani non è una creazione personale dell’Assessore, ma una volta piaciuta la cosa, visto che elettoralmente paga e ha un suo fascino, è stata gestita così così ed è sfuggita al controllo, forse anche per colpa mia.
Carlo Moser, che ne è il responsabile, è persona di grande equilibrio, educazione e rispetto, ma a volte i giovani non si rendono conto che tutto deve stare all’interno dell’Istituto. Non esiste una loggia P2 del Trento Doc.. Sono giovani, hanno energie positive, ma devono agire ed essere inquadrati all’interno dell’Istituto.

domani la terza e ultima parte dell’intervista

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Trento Doc: un grande talento nel complicare anche le cose più semplici

Intervista ad Enrico Zanoni, presidente “vorrei ma non posso” dell’Istituto del metodo classico trentino- prima parte

Sono passati un po’ di mesi dall’epoca della sua elezione a nuovo Presidente dell’Istituto del Trento Doc e del mio appello-lettera aperta con richiesta di incontrarlo, con relativa risposta, ma alla fine ce l’abbiamo fatta.
Frutto di una lunga e distesa, e anche piacevole, come ho già detto, chiacchierata di inizio settembre presso la Cavit, di cui è direttore generale, ecco la lunga, e credo interessante, intervista ad Enrico Zanoni, che dal dicembre 2011 si é preso il pesante impegno di provare a guidare, e dare maggiore vigore, all’ente (avrei voluto definirlo Consorzio, ma è altra cosa) che si occupa dell’immagine, della promozione e della comunicazione delle “bollicine” metodo classico prodotte in provincia di Trento.
Un’ampia conversazione sul presente e sul futuro dell’Istituto, sui problemi (ad un occhio non trentino assolutamente incomprensibili) che ostacolano l’ordinaria amministrazione ed il corretto funzionamento dell’organo che coordina (o meglio, dovrebbe coordinare) l’operato dei produttori di una denominazione che nel 2013 festeggerà i suoi primi vent’anni di vita.
Un discorso molto franco su quanto Zanoni vorrebbe fare e oggi, oggettivamente, si trova impossibilitato a fare. Il che per un uomo pragmatico come lui immagino sia una seccatura non da poco…
Quella che emerge è un’immagine dell’Istituto del Trento Doc più simile ad un work in progress e ad un mondo tutto aspirazioni e desideri che ad una realtà ben consolidata, dove si potrebbe e si dovrebbe fare meglio di quanto non si faccia oggi e dove una sorta di complicata scatola cinese di enti e competenze (visti i risultati verrebbe dire anche di incompetenze…) ostacola tutto.
Una sorta di Ucas, ufficio complicazione affari semplici, che corrisponde ad una “logica”, se così vogliamo chiamarla, tutta trentina.
Data la lunghezza dell’intervista, ho pensato di suddividerla in tre parti, per facilitare la lettura e non annoiare – ma sono persuaso che le dichiarazioni di Zanoni non lo faranno affatto… – il lettore.
Da semplice osservatore della scena del vino trentina e da cronista e commentatore delle vicende del vino di questa terra bellissima, ma un po’ complessa, non posso che augurarmi che l’impegno e la fatica di persone sicuramente capaci come il presidente del Trento Doc non siano profusi invano e che il metodo classico targato Trento possa farsi conoscere più efficacemente grazie ad iniziative più coordinate e mirate dai consumatori appassionati di “bollicine” prodotte con la tecnica della rifermentazione in bottiglia.
Buona lettura!

Dottor Zanoni, che bilancio si sente di fare dei suoi primi nove mesi di presidenza dell’Istituto del Trento Doc?
Devo dire di non essere soddisfatto. Ci sono alcuni aspetti positivi, di cui sono contento, come la compattezza del Consiglio dell’Istituto dove ci si confronta e si discute sempre con rispetto. In Consiglio sono rispettate tutte le anime della produzione trentina: la cooperazione, i piccoli produttori, i produttori più grandi. Tutti hanno la possibilità di esprimersi e confrontarsi e ognuno ha pari peso e dignità. Non è che chi produce milioni di bottiglie conta più di chi ne produce ventimila.
Un aspetto meno positivo è il non essere riusciti ad influire di più su alcuni aspetti relativi alle politiche promozionali.

Parla ad esempio del
sito Internet dell’Istituto?
Le riconosco di aver avuto ragione ad insistere spesso su questa cosa. Questa questione è esemplificativa del dover allineare e coordinare alcune funzioni e competenze: a chi tocca farlo? Prima sembrava dover essere in carico all’Istituto poi a Trentino marketing, poi le competenze sono tornate indietro e ora sembra doversene fare carico Trentino marketing, con un forte ruolo influenzatore da parte dell’Istituto. Speriamo…

Parecchi attori in gioco, competenze non chiare
Tornando alla sua domanda, oggettivamente ci sono dei problemi, dovuti al fatto che sono parecchi soggetti e vari attori in gioco: Istituto, Trentino marketing (Società di marketing turistico-territoriale – ndr), Provincia Autonoma di Trento, Consorzio tutela vini del Trentino. Questo rende tutto più difficile e spesso non si capiscono bene le competenze.
Io non sono un abile burocrate e diplomatico e speravo si riuscisse a dare un po’ più impulso con una politica promozionale precisa portata avanti con coerenza scegliendo determinate priorità e facendo scelte ben determinate. Di questo non sono di certo soddisfatto.

Che cos’è oggi l’Istituto del Trento Doc e quale la sua sfera di competenza?
Le rispondo dicendo quello che è e quello che dovrebbe essere a mio avviso. Oggi è un momento di confronto e condivisione tra produttori e uno strumento influenzatore di altri enti, perché parlandoci chiaro il budget promozionale è appannaggio di Trentino marketing, con una partecipazione di una piccola quota da parte dei produttori, non per numero esatto di bottiglie prodotte, ma in base a fasce di bottiglie prodotte, cosa già prevista in statuto.
Istituto del Trento Doc: un ministero… senza portafoglio…
C’è stata finalmente una dotazione all’Istituto per la ordinaria amministrazione, per le piccole cose. Ma il ruolo di influenzatore è un po’ come essere un ministro senza portafoglio, che a volte viene ascoltato altre no…

Quali sono le linee guida che l’Istituto si è dato?
Ho definito una serie di linee guida che dovevano contraddistinguere l’attività promozionale in tre anni. Focalizzarsi sugli opinion leader, arrivare al consumatore finale in un certo modo, organizzare attività promozionali sul territorio sfruttando la vocazione turistica del Trentino e intercettare i turisti. Non tutto è andato nella direzione voluta, pur lavorando di concerto con Trentino marketing ma addirittura con qualche complicazione in più, avendo questa microstruttura con Fabio Piccoli, che è un “direttore” consulente esterno, consulente di Trentino marketing, il che non facilita le cose.
Uno strumento di influenza su chi ha la possibilità di intervenire sull’azione promozionale. Nei miei desideri dovrebbe essere qualcosa simile al Consorzio Franciacorta…

Beh, avete già dimostrato di ispirarvi, almeno a parole, annunciando un Osservatorio economico,
sullo stile di quello franciacortino, per ora solo annunciato… A che punto siamo?
E’ stato preparato un questionario mandato a tutti i produttori, molto dettagliato, forse troppo, cui ha risposto solo un ottanta per cento dei soggetti. Questa eccessiva ricchezza di dettagli ha creato in qualcuno qualche “allergia” nel rispondere… Recentemente ho proposto di alleggerire alcuni aspetti per avere la totalità delle risposte.

Ma invece di mandare un questionario, rischiando di non avere risposte, non si poteva mandare un incaricato a turno in tutte le 38 aziende per avere veramente tutti i dati necessari?
Ha ragione, ma chi potevo mandare? Piccoli non può, dato il suo ruolo non perfettamente focalizzato, la segretaria non la potevo mandare, io non ce la faccio a farlo… Tutto sommato il questionario è stata la via obbligata.
Ora intendo mandare in forma semplificata il questionario a chi non ha risposto, per disporre finalmente di tutti i dati utili e avere quella trasparenza nella comunicazione che lei giustamente più volte ha richiesto.

Numeri del Trento Doc: quasi un segreto di Stato
A proposito di trasparenza: possibile che conoscere i numeri esatti del Trento Doc sia praticamente impossibile? Perché non si comunica esattamente quante bottiglie produce ogni soggetto
?
Conoscere la totalità della produzione è un obiettivo giusto e ragionevole, divulgare l’ammontare della produzione di ogni singola azienda è una scelta aziendale personale che io non mi sentirei di favorire. Sapere quante bottiglie vengono tirate e quanto vengono vendute è legittimo, ma globalmente, non per singola azienda.
Non vedo l’ora di avere questo dato complessivo certificato, per diffonderlo. In una presentazione ho usato un dato ufficiale della Camera di Commercio sulle bottiglie prodotte, oltre 7 milioni, un dato stabile negli ultimi due anni.

Lei si sentirebbe di definire questa denominazione in salute e in crescita o pensa che viva un momento statico?
Se lei mi chiede se la denominazione è cresciuta e in che proporzione non glielo so dire, ma ho elementi concreti e non solo percezioni che mi fanno pensare che il Trento Doc sia in buona salute. Alcune aziende, inclusa Cavit con l’Altemasi, stanno crescendo significativamente. Complessivamente credo che l’intera denominazione stia crescendo.
Il fermento dato dalla nascita di nuovi produttori e nuovi Trento Doc credo sia un indice della salubrità della denominazione.
Trento Doc, un’opportunità per il vino trentino
Sono veramente convinto e non lo dico solo per il mio ruolo, che il Trento Doc e la spumantistica di qualità sia un asset formidabile del vino trentino. E’ poi vero quello che lei dice, che la Franciacorta avendo puntato praticamente su un solo prodotto ha un’identità più precisa e definita nei confronti dei consumatori.
Il Trentino produce tantissimi altri vini ed è più difficile far emergere un’identità del Trento Doc, anche se abbiamo il vantaggio di poter disporre di una base di uva Chardonnay vastissima e selezionata, perfetta per la spumantistica.

E poi qui in Trentino disponete di almeno tre mega impianti di spumantizzazione con i quali potreste spumantizzare l’intero metodo classico italiano per tre quattro volte… altro che i 25 milioni attuali, 70-80…
Non lo sapevo, ma se lo dice lei ci credo.

Perché le grandi aziende cooperative trentine non credono più di tanto, i numeri lo attestano, nel Trento Doc?
Per quanto riguarda Cavit, Altemasi è cresciuto del 29% a valore e noi abbiamo sostanzialmente raddoppiato il tiraggio negli ultimi tre anni, anche se la produzione di Charmat resta superiore. Gli obiettivi sono ambiziosi e noi stiamo investendo nella cantina del metodo classico per avere la possibilità di crescere ulteriormente.
Ci credo perché abbiamo una quantità di materia prima di qualità indiscutibile a disposizione, perché la spumantistica, dati finanziari alla mano, dà un risultato economico, soddisfazioni e ricavi superiori a quelli dei vini tranquilli, è più remunerativo. Se guardiamo al mercato nazionale è meno vincolato dalla regionalizzazione. Vendere un vino trentino in Puglia non è semplice, vendere un Trento Doc è più agevole o meno difficile.
Talento, un progetto in esaurimento
Mi sembra che anche gli altri attori cooperativi stiano facendo altrettanto, da Cesarini Sforza a Rotari, con segnali chiari e forti che Talento andrà a perdere di peso.

Ma ha mai avuto peso? Ha ancora un senso? Quanti trentini hanno aderito al rinnovato progetto Talento? Insistere su Talento quando si ha il Trento Doc non contribuisce ad indebolire l’identità della denominazione?
Sono assolutamente d’accordo, sostanzialmente è stata Rotari Mezzacorona il soggetto principale del tentativo di rilancio dell’operazione Talento. E’ evidente che lo sta abbandonando progressivamente e vedo anche in Consiglio una forte attenzione per il Trento Doc: sono convinto e lo dico anche in base a discussioni avute con Rigotti di Mezzacorona, che anche loro hanno capito questo e si concentreranno sul Trento Doc.

domani e mercoledì la seconda e terza parte dell’intervista

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La bocca della verità Ma non possono essere “bollicine” ovunque!

La bocca della verità di questa settimana è quella del mio caro amico Giovanni Arcari from Brescia, che sul suo blog Terra uomo cielo, in un post che condivido dalla prima all’ultima riga e che potete leggere qui paragona la corsa alle bollicine cui si assiste un po’ in tutta Italia, da parte di “aziende che fino a ieri hanno prodotto tutt’altro in un territorio che di fatto non produce metodo classico e che continua, nel suo insieme, a non produrne”, alla merlotizzazione e cabernettizzazione che ha infestato i vigneti italiani dalla Valle d’Aosta alla Sicilia.
E la paragona al ragionamento confuso e pasticciato che ha portato fior di produttori, come al solito mal consigliati da winemaker spregiudicati, a produrre vini con le uve bordolesi anche in zone non vocate, perché tanto tiravano e venivano richiesti dal mercato.
Lascio la parola ad alcuni estratti dell’articolo di Giovanni, che vi invito a leggere attentamente e mi chiedo, ma quale credibilità possono avere bollicine, metodo classico o semplicemente Charmat, prodotte in zone che non vantano alcuna tradizione con questa tipologia di vini e che a questa tipologia oggi si avvicinano, pensando di cavalcare un trend fortunato che sembrerebbe premiare il consumo di “bollicine”, per pura furbizia e calcolo oppure per disperazione?
La parola ad Arcari.
“Come dimenticare gli anni dell’euforia del vino quando l’italiano medio, abbagliato dall’eldorado del vino francese, pareva aver capito tutto e piantava cabernet e merlot anche nel ventre della moglie? La formula era semplice: nel Mondo si vende bordeaux, che è fatto con i due vitigni sopra citati quindi, pianto le stesse uve e vedrai che funziona!
Ogni azienda nel listino aveva un merlot, un cabernet o un taglio bordolese. Nei territori in cui l’identità di prodotto non esisteva –e ancora non esiste- il fenomeno del “bordolese style” e della tendenza di mercato, ha fatto –e continua a fare- più vittime della peste. Tornando alla scelta di cosa e come produrre, non trovate che un fenomeno simile si stia prospettando anche nella produzione di metodo classico?”.
E ancora: “Puglia, Sicilia, Marche solo per citarne alcune… oggi il mercato vede di buon occhio le bolle ed io sono sufficientemente curioso e pronto da degustarle allegramente tutte provenienti da ogni parte del globo ma, non credete che oltre a disorientare il consumatore che identifica il territorio con il prodotto e viceversa, il tutto possa finire com’è finito il “bordolese style” degli anni ’90, in altre parole con un costante inflazionarsi dell’identità dei territori e dei vini?
Se negli anni ’90 era l’euforia del mercato a generare scelte che poi si sono rivelate fallimentari, oggi tali politiche le possiamo attribuire alla disperazione?”

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La bocca della verità – Champagne e “spumanti” italiani: nulla in comune. Parola di Thibaut Le Mailloux (CIVC)

Inauguro una nuova rubrica flash dove citandoli testualmente proporrò giudizi, valutazioni, analisi, che condivido in toto. Valutazioni che sembrano arrivare, a mio avviso, da una sorta di “bocca della verità” e che pertanto sottoscrivo.
Il primo pronunciamento in cui mi riconosco l’ho trovato in un articolo del 21 dicembre, a firma di Flora Zanichelli e Bruno Mazurier pubblicata sull’edizione on line del quotidiano francese Le Parisien.
Titolo: Le mousseux italien ferait de l’ombre au Champagne Sottotitolo: “à l’export le spumante serait passé devant le champagne”.  Nell’articolo, che potete leggere qui, si parla del tanto annunciato e strombazzato sorpasso, nelle esportazioni, dello “spumante” italiano sullo Champagne.
A questo proposito viene interpellato Thibaut Le Mailloux, direttore della Comunicazione del Comité interprofessionnel des vins de champagne (CIVC), che testualmente dichiara: “On compare des vins qui ne sont absolument pas comparables. Ce n’est d’ailleurs pas la première fois qu’on utilise la notoriété du champagne pour procéder à cet amalgame, lâche, un brin agacé, Thibaut Le Mailloux, du Comité interprofessionnel des vins de champagne (CIVC).
Le spumante est une appellation obscure de plusieurs vins mousseux alors que le champagne est une appellation d’origine contrôlée, avec une seule méthode de vinification et un cahier des charges strict”.

Il che tradotto significa: “Si paragonano vini che non sono assolutamente paragonabili. Non è del resto la prima volta che si utilizza la notorietà dello Champagne per fare una simile confusione, sbotta, un po’ annoiato, Thibaut Le Mailloux del CIVC.
Lo spumante è una denominazione (definizione) oscura riferita a parecchi vini con le bollicine mentre lo champagne è una denominazione di origine controllata, con un solo metodo di vinificazione e un disciplinare di produzione rigoroso”.
Il responsabile della comunicazione del CIVC fa altre affermazioni importanti riportate nell’articolo del Parisien, ma di queste parlerò altrove.
Per ora voglio salutare con un ideale “chapeau!” le sue parole, giustamente tranchant e chiare, su “Champagne e spumante”, prime protagoniste di questo spazio della “bocca della verità”….

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