Alla Mostra Mercato della Fivi le bollicine che non ti aspetti

Extra Brut e Pas Dosé da Valtènesi, Valtellina e Saluzzese

Anche a Piacenza la settimana scorsa, nell’ambito di quella bellissima festa che è stata la Mostra mercato Vignaioli Indipendenti Fivi, tra tante cose buone che ho degustato e scoperto (alcune vere e proprie rivelazioni, come i Valpolicella e l’Amarone de Il Monte Caro, gli Ovada di Cascina Boccaccio, il soprendente Riesling Gep della Cascina Zatti di Calvagese della Riviera in Valtènesi, i rassicuranti, godibilissimi classici pugliesi della Cantina Nistri, Il Vermentino di Gallura di Tenuta Muscazega, i Sangiovese impeccabili della Fattoria Fibbiano e del Podere La Madia, il Syrah ed il Pied franc della Tenuta Bellosguardo nell’aretino, il Pinot nero 2015 Ventisei de Il Rio nel Casentino, L’Etna bianco e l’Etna rosato Mofete di Palmento Costanzo, ecc.) le bollicine made in Italy hanno fatto la loro parte.


Non ho degustato, anche se i nomi presenti erano tutti eccellenti, le bollicine bresciane metodo classico di Enrico Gatti, Rizzini, Corte Fusia, Cavalleri, San Cristoforo ecc, ho apprezzato molto il Cruasé Pas Dosé, veramente Pas Dosé, non presunto tale come il Rosé, molle e dolcino, di una nota cantina oltrepadana, proposto da Pietro Brandolini, e girando tra gli stand ho degustato, accanto a cose diciamo così “interlocutorie”, o bisognose di una maggiore messa a fuoco, anche cose veramente notevoli.

In apertura di settimana voglio proporvene tre diverse, tutte originali, sorprendenti e davvero meritevoli di vostre attenzioni. Tutte e tre prodotte, in zone diverse, al Nord, a conferma che salvo rarissime eccezioni, Daraprì (e al momento nessun altro) in Puglia e i metodo classico dell’Etna, che promettono di raggiungere vette d’eccellenza, i migliori metodo classico si producono al Nord. E non altrove. Nessuna traccia di eno-razzismo, non preoccupatevi, pura questione di terroir

Il primo metodo classico lo troviamo, ad opera di uno degli specialisti del vino identitario della zona, il Chiaretto, sulla sponda bresciana del mirabellissimo (come diceva Gioann Brera fu Carlo) Lago di Garda, nella zona della Valtènesi, nella cantina, sita in Raffa di Puegnago, Pasini San Giovanni.

Paolo Pasini, con la complicità tecnica di un enologo di assoluto talento come Nico Danesi, dopo averci colpiti e affondati con un vino ormai cult come il Cento per cento, spumantizzazione metodo classico del raisin du pays, il Groppello, vinificata in bianco, ritrovato rigoroso, affilato, indomito, con acidità nervosa e taglio gastronomico, all’assaggio, rispetto a sei anni fa, quando ne scrissi qui, ha confermato l’impostazione del Ceppo 326 (a preponderanza Chardonnay, con un 40% di Groppello) e gli ha affiancato una versione Rosé di quelle che non ti aspetti e ti sorprendono, il 326 Rosé, con una netta preponderanza, 70%, di Groppello, e 30% di Chardonnay, da vigne su terreni calcareo sabbiosi di origine morenica,  con affinamento di 5 anni sui lieviti, da uve della vendemmia 2012.

La tipologia è quella del Dosaggio Zero,  e questo 326 Rosé si presenta con colore buccia di cipolla pallido, naso incisivo, salato, ben teso, con una precisa nota minerale e ricordi di piccoli frutti rossi e fiori secchi e fieno di montagna. La bocca è dinamica, salata, nervosa, di grande energia, con una bella bolla croccante, una componente tannica che fa capolino e rende il vino ancora più intrigante, con una componente fruttata, succosa, viva, che rende il vino fresco ma pieno, polputo ma con coda lunga.

Con il secondo vino restiamo in Lombardia ma ci portiamo a nord, nella patria del Nebbiolo di montagna, dei vigneti terrazzati, della viticoltura eroica, in Valtellina. Qui un figlio d’arte, Marco Triacca, figlio del grande Domenico, pioniere e innovatore della viticoltura valtellinese, nella sua azienda agricola La Perla, posta in zona Valgella (Tresenda di Teglio), oltre ad ottimi Valtellina Superiore e Sforzato, esaltazione dell’eleganza e della tempra unica del Nebbiolo allevato a queste latitudini, ha tirato fuori dal cappello del mago, perfezionando esperienze già fatte dal padre in passato, un sorprendente metodo classico Extra Brut La Perla, 3000 bottiglie prodotte, ottenuto dalla spumantizzazione della Pignola, uva autoctona valtellinese a bacca rossa.

Un’uva della cui vinificazione in rosso scrissi qui giusto 10 anni orsono, e di cui potete leggere alcune notizie in questa scheda.

Prodotto ricorrendo alla tecnica della iperossidazione che prevede che al mosto venga iniettata per dieci giorni dell’aria, al fine di ossidare in anticipo tutte le sostanze che potrebbero ossidarsi in seguito e favorendo una maggiore longevità del vino, è un metodo classico che vede il mosto svolgere la fermentazione malolattica e affinarsi 24 mesi sui lieviti.

Anche in questo caso ci troviamo ad un metodo classico molto gastronomico, perfetto su trote di torrente, pesce di lago, antipasti freddi, più che da servire come aperitivo, ancora molto giovane in questo momento, ma con una potenzialità, una vitalità, un’energia che mi hanno favorevolmente sorpreso.

Colore paglierino di media intensità, naso che viaggia dall’agrumato all’ananas ai fiori bianchi, alla mandorla, al sale, con una nota pietrosa molto incisiva, mantiene questo carattere sapido, ricco di nerbo, verticale e ricco di sapore, anche al gusto, ben secco ma equilibrato, di bella personalità, con una bella vena acida calibrata e una nitida nota di mandorla sul finale.

Con il terzo metodo classico saliamo nella regione vinicola che più amo, il Piemonte, ma una zona del Piemonte un po’ particolare, che per grandi linee definirei il Saluzzese, dove le tradizioni agricole riguardano più la frutticoltura (ottime pesche ad esempio, e castagne) che la viticoltura. Anche se si tratta di terre “che anticamente godevano di meritata fama per la propria viticoltura, tuttavia nell’ultimo secolo, complici la fillossera, lo sviluppo massiccio della frutticoltura e la vicinanza alle Langhe, lo spazio per le viti si è gradualmente ridotto, a vantaggio però dei migliori versanti collinari”.

Qui a Revello, Arvei in dialet piemunteis, nella loro Cascina Melognis, una coppia di amici, sono stato presente al loro matrimonio, ha trovato il tempo, oltre che di mettere al mondo tre figli, di trasformarsi in produttori.

Parlo di Vanina Carta e di quel “sacripante” di suo marito, che corrisponde al nome di Michele Antonio Fino, meglio, il professor Michele Antonio Fino, che è stato mio prestigioso collaboratore, quando eravamo più giovani (lui ben più di me) del mio pioneristico sito Internet Wine Report, scrivendo articoli come questi: 1 – 2 – 3.

E il cui curriculum, come ricordavo in un articolo di qualche anno fa dedicato ad un suo ottimo Rosato, il Sinespina, dice, in soli 44 anni di vita, tutte queste cose: nato nel 1973 e innamorato del Roero, prima di fare diverse esperienze di vita, tipo laurearsi in Giurisprudenza a Torino, diventare dottore di ricerca in Diritto romano e Metodo comparativo all’Università di Ferrara nel 2002, fare per qualche tempo l’Assessore all’Agricoltura al Comune di Saluzzo, essere stato per cinque anni ricercatore di Diritto romano all’Università del Piemonte Orientale, quindi per altri cinque professore associato di Storia delle Istituzioni Politiche dell’Antichità all’Università della Valle d’Aosta, sino a diventare una cosa serissima come Professore Associato di Diritto Romano e Diritti dell’Antichità, occupandosi di Diritto alimentare e Diritto degli Alimenti e Istituzioni UE, presso l’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche di Pollenzo.

Già pro-rettore, ma andando avanti ancora con il cursus honorum di Michele, posso ad esempio ricordare che è membro del Comitato Tecnico Scientifico del CERVIM (Centro Ricerche Viticoltura di Montagna) ed impegnato profondamente nella Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti.

Il “profesur” come lo chiamo io, non si accontenta di produrre vini “normali”, ma gioca pesante e per produrre il suo metodo classico, che si chiama Olim atrum nel 2005 ha piantato Pinot nero, non un’uvetta qualsiasi, a 670 metri sulla collina di Villanovetta di Verzuolo, e con affinamento in acciaio, niente malolattica svolta e una permanenza sui lieviti di 24 mesi (con l’obiettivo di arrivare a 36) ottiene un vino che lui, esperto massimo di legislazione vitivinicola, definisce in etichetta, in italiano ed in francese, Vsq, Vin mousseux de qualité, metodo classico e méthode classique, Dosaggio Zero e Dosage Zéro.

Degustato a Piacenza, un campione con sboccatura recente, novembre 2017 ed il marchio Monviso Wines ben visibile, mi ha colpito per la brillantezza del suo colore paglierino luminoso, un perlage davvero molto fine, profumi tipicamente alpini, montani, di grande fragranza e leggerezza, con un bel mix floreale fruttato (agrumi, ananas e fiori bianchi) e un gusto ben salato, croccante, nervoso, di notevole vivacità ed energia, andamento verticale, ricco di energia, fresco, sapido, di grande precisione e piacevolezza.

Cari bollicinari, non sono tre bottiglie facili da trovare quelle che vi ho suggerito, ma credetemi, vale la pena provarci…

Pasini San Giovanni

Via Videlle 2 25080 Raffa di Puegnago BS

Tel .0365 651419 e-mail info@pasinigiovanni.it

sito Internet http://www.pasinisangiovanni.it/

La Perla

23036 Tresenda di Teglio (SO)
T +39 346 287 88 94 e-mail info@vini-laperla.com

Sito Internet http://www.vini-laperla.com/it/

Cascina Melognis

Mulino Cerrati, 12036 Revello CN

0175 257395 333 6676235 e-mail cascina.melognis@gmail.com


Attenzione!:

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