Clamoroso da Montebelluna: ho scoperto un “Prosecco” che me piase..!

Ma non è un Prosecco, ma Sulié, ecco spiegato l’arcano…

C’é un Prosecco (Doc o Docg poco conta) che possa convincere un non prosecchista dichiarato come me? Esiste e l’ho scoperto di recente in quel di Montebelluna. Località veneta della Marca Trevigiana, sinora a me nota solo come patria di un campione del fuball, come diceva Gioann Brera fu Carlo, come Aldo Serena. Uno che per non scontentare nessuno, oltre che quella della mia Inter, ha onorato la maglia del Bbbbbilan, oltre che del Torino e di un’altra squadra torinese, il cui nome non ricordo…

Cherchez la femme dicono i francesi, e il motto vale in questo caso, perché ad avermi convinto a mettermi in viaggio, un sabato, verso la zona di produzione di quel vino che ammiro solo per la strepitosa intraprendenza imprenditoriale e commerciale dei suoi protagonisti, è stata una Signora, di nome e di fatto, che corrisponde al nome di Alessandra Vegro Amistani, veneta ma di origini anglo tedesche, titolare di un’azienda e di un marchio, Cima del Pomer, che non vuole riferirsi esclusivamente ad una gamma di Asolo e Valdobbiadene Prosecco Docg, ma intende marcare un forte legame con il territorio e con la storia antichissima di terre che sono state segnate per secoli dalla presenza della Repubblica Veneziana, della sua civiltà e cultura.

Vini, dice Donna Alessandra, come ho pensato di chiamarla, che “celebrano il legame millenario di Venezia con il suo entroterra, che nei secoli ha fornito alla Serenissima vini superbi portati dai mercati veneziani in tutto il mondo”. Cima del Pomer, che è anche nome di un posto bellissimo, di un’antica villa elegantissima (scorrete le immagini qui) dove si può soggiornare, ha l’ambizione di voler proporre qualcosa di nuovo (di cui per ora non vi dirò quasi niente) nell’universo prosecchistico, un “metodo Fondante”, che la Signora, una di quelle donne che una ne fanno e cento ne pensano, ha poeticamente definito così sulle proprie pagine Web: “Fondante è un vino basilare, fondativo, realizzato con la tecnica antica della rifermentazione sui lieviti. L’uva Glera viene vinificata e imbottigliata con i propri lieviti, senza chiarifiche, né filtrazioni nel periodo di Pasqua.

Quando le temperature ambientali si alzano, i lieviti si risvegliano dando inizio ad una seconda fermentazione all’interno della bottiglia. Così come una testuggine centenaria sopita sul fondo del mare risale placidamente a galla per riprendere ossigeno, anche questo vino con lentezza e pazienza è capace di riprendere vita grazie ai lieviti, gioielli nascosti che lo impreziosiscono donando peculiari sfumature gusto-olfattive e una particolare effervescenza…”.

Descrizione relativa ad un vino, questo, che ho assaggiato e trovato molto piacevole, sorprendentemente appealing per il mio palato che quando “incontra” un Prosecco, anche di quelli buoni (che ci sono, devo ammetterlo…), alza un cartello con su scritto “sciopero”.

Un “Fondante” dalla presa di spuma molto intensa, molto fragrante nei profumi, intensamente agrumato, floreale, e, sorpresa positiva per me, dalla bocca diritta, ben secca, nervosa, dalla coda lunga e croccante, un vino che si potrebbe definire “effervescente integrale” molto pulito, piacevole, ed in grado di accontentare non solo i prosecchisti puri e duri, che magari lo troveranno un filo troppo incisivo per le loro abitudini, ma anche quelli che con il Prosecco non hanno proprio una love story.

Ma non è finita, perché, a parte la conoscenza di questo vino, della vulcanica Donna Alessandra, di una villa bellissima con parco posta nel cuore di Montebelluna, la mia visita ed i non pochi chilometri fatti valevano la pena anche e soprattutto per un altro vino degustato, anzi due. Entrambi vini che non sono Prosecco, anche se sono in larghissima parte a base della stessa uva Glera che é la matrice del Prosecco.

E qui entra in gioco il fortunato consorte di Donna Alessandra, un tecnico geniale come Carlo Amistani, uomo di cantina di lungo corso ma ben lontano dal mainstream tecnicistico, interventista, a volte pasticcione per non dire pesantemente omologante che caratterizza larga parte dell’enologia di casa nostra.

Amistani, forse per trovare pace dal fatto di essere marito di una moglie così scoppiettante e iperdinamica, ha sviluppato, in tandem con un vecchio amico, Leo Ricci, che si occupa della parte commerciale, una linea di spumanti integrali sui lieviti denominata Sulié, “vini secchi, per loro stessa natura esenti da solforosa libera e senza zuccheri disciolti, ricchi di antiossidanti naturali” vini dalle caratteristiche davvero peculiari.


Sul sito Internet ne viene presentato uno solo, La Cuvée Brut, uvaggio di Glera 65% Chardonnay 30% Incrocio Manzoni Bianco (6.0.13) ovvero (Riesling Renano per Pinot Bianco) 5%, nel quale i profumi sono segnati dalla presenza delle altre due uve oltre alla Glera, ed il gusto è decisamente più rotondo rispetto all’altro (a proposito: Carlo Amistani mi ha fatto assaggiare una prova sempre con metodo spumante integrale di Ribolla gialla, da uve fornite da un amico viticoltore a San Lorenzo Isontino. Un vino sorprendente per ricchezza, struttura, personalità). Il vino che però che mi ha lasciato veramente sorpreso si chiama Typos, ed è espressione di un vecchio vigneto dove la Glera convive benissimo con piccole quote di uve del territorio come Verdiso, Bianchetta, Perera. A conferire un pizzico di ampelodiversità al vino.

Dimenticatevi il Prosecco e le sue a volte estenuanti e per me noiose dolciosità, i profumi riconducibili a pochi, sempre gli stessi, elementi. Qui entrate in un mondo del tutto speciale, intrigante e sorprendente e un filo misterioso.

Colore paglierino intenso, leggermente ambrato, quasi da sidro, (si prenda nota che la degustazione è avvenuta utilizzando il mio bicchiere prediletto, l’Etoilé Sparkle Italesse, ideato dall’amico trentino Luca Bini, che mi ero portato da casa), perlage sottile e continuo, si propone con un naso moderatamente varietale che richiama la mela bianca, i fiori bianchi, la pera, gli agrumi, ma che poi si estende a note di crosta di pane e lieviti, ad un qualcosa di indefinibile a metà tra la birra, una Weisse, e un vino ottenuto con la tecnica della flor a Jerez. E nello sviluppo nel bicchiere, un qualcosa tra il salmastro e l’ostricoso…

La bocca colpisce subito, sin dal primo impatto, per la sensazione di ricchezza che dà, di grassezza, di una bella pienezza di polpa e consistenza bilanciata da una bella acidità, e un retrogusto che fa riemergere le note fruttate, soprattutto la pera, e conferisce stuzzicante piacevolezza al gusto.

Messo alla prova con un altro amico amante delle bollicine, ma risolutamente non prosecchista, questo Typos, è risultato parimenti convincente e molto gradito.

Che dire per concludere? Che si tratta di una “bollicina” di quelle che possono piacere anche ai cultori delle “bulles” metodo classico. Se piace a me, perdiana! E infine, prendetela come morale, questo Typos mostra che c’é un’altra via (e vita), evviva!, alla Glera, non quella solita, una via oltre il Colfondo, oltre al Prosecco come mera wine commodity di gran successo commerciale in tutto il mondo (finché dura). Una via che vede protagonista la tecnica, chiamatela ancestrale per pura comodità, del sur lie, del Fondante (ne sentirete parlare…) e ovviamente dei due Sulié di Amistani e Ricci…

Provateli e se non vi dovessero piacere vi autorizzo, anzi invito, a coprirmi di insulti:) Ma sono pronto a scommettere non accadrà.

Attenzione!

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