Gaudensius: quando l’Etna ha il gusto delle bollicine


Un metodo classico che sarebbe piaciuto a Italo Calvino

Oggi l’ottimo Alfonso Stefano Gurrera, il “filosofo del vino” catanese, ci guida alla scoperta di un metodo classico, base Nerello Mascalese, dell’Etna. Mai assaggiato, e il nome Firriato non m’induce a particolari entusiasmi, ma se Stefanuzzo mio dice che è buono, c’è da fidarsi, perbacco! Buona lettura!

Se Italo Calvino avesse assaggiato questo “Gaudensius” metodo classico doc dell’Etna, da nerello mascalese in purezza, lo avrebbe senz’altro inserito come una singolare metafora per arricchire uno dei cinque capitoli dei suoi saggi tra i più letti: la “Leggerezza” delle “Lezioni americane”. Eppure è un vino dalla bella struttura, ha un corpo sfarzoso, una profondità che gli regala una lunghezza quasi infinita. Il tutto in uno stile ricercato capace di smorzare gli spigoli di quel dio vulcano chiamato Etna. Un dio sempre rappresentato con le sembianze di un diavolo anche se qui offre non tormenti infernali ma paradisiache letizie.
Sarà per la suggestione che evoca il nome che porta: Gaudensius è, infatti, (quasi) un gaudio, sinonimo di gioia intensa, beatitudine eterna, giocondità e piacere. Lo si produce a Castiglione di Sicilia, versante nord, all’azienda Cavanera della Firriato. Un vino dalle mille facce: soddisfa l’impellenza rovente del desiderio, è persuasivo e struggente, la sua è una progressione festosa, regala l’ammalio fugace dell’attimo. Sta bene e sul tavolo degli affari e sul comodino accanto al letto degli affetti. Nasce da una terra benedetta, così ubertosa, bella nera, grassa, umida, coesa in zolle sode, brulicante di vita sotterranea.

Anche il creatore (questo dalla faccia umana), forse non unico, ma di certo al vertice di una “agguerrita e preparata squadra”, ci ha messo del suo. E ha titolo e nome, questo creatore, altisonanti: “Conte Federico Lombardo di Monte Iato”. Ecco perché è nato così elegante, come sgorgato da un’azione nobile ed esatta tra lo “scegliere e l’eleggere” cardini di quella filosofia chiamata “dell’eccellenza”. Un’azione puntuale, senza sbavature né incertezze, maturata da una idea di bello, fattasi azione e in libera autonomia. Azione che scioglie anche connotati precisi di grazia posata, di semplicità pulita: l’elegante non è strepitoso, non si fa notare se non al modo in cui si fa notare l’armonia, con un senso di bel tratto, con la perfetta consonanza del contesto, dell’abito, del portamento, del contegno.

Ci è sembrato proprio così questo metodo classico dell’Etna. E non abbiamo esagerato. E lo affermiamo con una serenità di animo rassicurante. In questo ci conforta anche Krug, che di bollicine se ne intendeva. Il quale affermava: “Sono l’anima e il cuore che comandano il gusto e dunque lo stile”. È infatti, è un vino ben “pensato”, fortemente “voluto”. Creato in un momento di grande ispirazione dove il gusto di farlo ha preso il sopravvento, si è fatto sfida per confrontarsi con un nuovo territorio, per assecondare la sensibilità di un’anima percettiva, di un cuore più pensante che palpitante. Per definirne stile e personalità. Le uniche cose capaci di assecondare e, in sintesi, ciò che anche il pubblico, alla fine del percorso, degustando questo nettare, apprezzerà.

«Volevamo confrontarci con una viticultura di montagna e solo l’Etna poteva offrirci questa opportunità – ci tiene a precisare il Conte Federico Lombardo di Monte Jato, parlando di questa creatura – “ci appassionava l’idea di lavorare su di un territorio baciato da mille ore di sole e/o luce in più, caratteristica che rappresenta un unicum straordinario. Parlare dell’Etna e di vulcani è altrettanto affascinante, perché ci porta negli ambiti del mito, della storia e degli dei che l’hanno abitata. Noi, dell’Etna, sappiamo solo che è nata 150 mila anni fa, ma, della sua storia, ne conosciamo solo i suoi ultimi ventimila anni. Ma abbiamo imparato a capire questo “giovane” vulcano, di che “pasta” sia fatto lui e il suo terreno. Una struttura geologica di sovrapposti e innumerevoli stadi dove la sabbia nera assolve l’importante funzione di tenere alla larga la filossera».

Le uve son coltivate a 650 metri s.l.m. con rese a 50 q/ha. La fermentazione a temperatura controllata e la rifermentazione in bottiglia, con affinamento di 32 mesi sui lieviti.  Così la sua lancinante attesa stacca la sua prima gratificazione sottomettendosi al naso dei sommelier. I quali con discutibile generosità lo gratificano riconoscendogli “intense e fruttate note delicate di agrumi di Sicilia, crosta di pane, anice e sentori mineralità. Ai quali vi aggiungono “buona struttura, persistenza, mineralità(?) e richiami al ribes e alla mandorla”.

Per noi Il Gaudensius si evidenzia per la sua morbidissima briosità satinata, frutto di un’esecuzione enologica mirata ad un equilibrio gustativo assolutamente avvolgente. In due parole: soave delicatezza, non vacui lemmi. Un “elegante” che sgorga da un’azione esatta: lo scegliere, per eleggere. Con un gesto puntuale, senza sbavature né incertezze, compiuto puntando il dito di una mente che ha maturato la propria idea di bello in libera autonomia con eleganza” col piacere di un  bel disegno, e di un nobile e raffinato portamento.

Concetti alati in contrasto al tedioso linguaggio sommelierese che riduce a semplici “sentori articolati di crosta di pane e di lievito, associati ad aromi floreali e fruttati, di note di frutta bianca, e secca, di nuance agrumate: il tutto associato a ricordi di anice”.

Per noi, al palato si è rivelato munifico di carezze armoniose e di fruttuose ascendenze.  E il suo originario bagliore, rimane un integro e scioglievole frutto agrumato, con sfumature di piccoli frutti di bosco. Effetto di un nerello mascalese il cui massimo piacere sta nel soggiornare, e beatamente, per trentasei mesi, sui lieviti della fermentazione. A cui si aggiunge un affinamento in bottiglia per non meno di 18 mesi.
Come dire: il tempo sull’Etna, per il nerello mascalese, scorre attraverso molteplici concetti. Lì, su quel nettare, passa le sue ore, immerso in una serenità maculata di spensierata attesa e di aggraziate leggerezze. Che tanto sarebbero piaciute a Calvino…

Alfonso Stefano Gurrera

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