C’è poco da fare: nel metodo classico italiano a contare è il marketing! – 1


La qualità, i valori veri, vengono abbondantemente dopo… 

Ve lo assicuro, volevo seguire il consiglio di “tanti” di voi, 4 lettori residui dei miei blog, eroici campioni di una “resistenza” disperata, perché si tratta di blog che a fine 2017 chiuderanno (o passeranno di mano se troverò un acquirente disposto a rilevarli e farne poi quello che vuole) e provare a scrivere esclusivamente di vino. Volevo proporvi, cosa che, ahivoi, farò domani, un grande Champagne, il Grand Cru Résèrve Brut Blanc de Blancs di De Sousa, ma cosa se ci posso fare se invece di accendere il computer e proiettarmi a scrivere ho dato un’occhiata ad Internet trovando tre articoli che mi hanno fatto sobbalzare sulla sedia e girare le.. scatole?

Cosa che del resto mi accade con estrema facilità. E non solo perché io abbia un cattivo carattere o sia, come dicono in Toscana, “fumino”. Ma perché, almeno agli occhi miei, il mondo, e quella piccola parte di mondo che è il mondo del vino, stanno andando a… signorine di buon costume. La cui onestà é cento volte superiore a quella della nostra classe politica…

Tre news che mi hanno confermato una mia antica conclusione, da attento e antico osservatore dell’universo variegato del metodo classico di ca(o)sa nostra. C’è poco da fare: nel metodo classico quello che conta è il marketing, la capacità di presentarsi, di sapersi vendere. La qualità, i valori veri, vengono abbondantemente dopo…

Primo spunto (poi su ognuno dei tre articoli che citerò voglio tornare con calma nei prossimi giorni: e allora addio alle semplici presentazioni e note di degustazione di bollicine che voi dite di desiderare da me così tanto…). Un articolo pubblicato su una rivista teoricamente autorevole come l’americana Forbes. Un articolo scritta da una wine writer che non conoscevo, a nome Katie Kelly Bell, il cui curriculum farebbe impallidire anche l’ex ministra Kyenge o Obama:
“I’ve been trotting the globe in pursuit of wine, food and travel stories for over 15 years. From the vineyards of New Zealand to the press houses of Champagne, I’ve met a world of fascinating people who have stories to share. In between adventures I review restaurants for The Atlantan and contribute to several global and national outlets including: USA Today, Decanter, Men’s Book and TravelChannel.com. I’ve also co-authored a travel guide (The Everything Guide to Ireland), edited a city guide for Atlanta (Northstar Media), and worked as a Senior Editor at The Wine Report. I was recently awarded the MAGS Association Magnolia Award for excellence in writing and editing and currently hold a Wine and Spirits Education Trust Intermediate Certificate”.

Eh, la Madonna! Però tutte queste credenziali non bastano, a mio modesto avviso di cronista del vino provinciale che negli States non é mai stato e pensa che potrà campare tranquillamente, gli anni che i potenti Dei ed il destino vorranno, senza mai andarci, per farmi giudicare un po’ cheap e disinformato l’articolo, che potete leggere da questo link. Perché una che pretende di scrivere un articolo, attendibile e affidabile, su una determinata zona vinicola, dovrebbe quantomeno informarsi e non esordire dicendo cose inesatte, e cioè che “Italy’s Franciacorta region celebrates 50 years of winemaking this month”.

Eppure, parlando nell’articolo della Guido Berlucchi, dovrebbe sapere, la wine writer, che la prima annata di Pinot di Franciacorta, prodotta dal mio geniale omonimo, l’inventore della Franciacorta (ieri meritava di essere chiamata così, oggi è solo la zona spumantistica bresciana) risale al 1961, ovvero a 56 anni orsono, non 50 come ha scritto Mrs. Katie Kelly Bell.

A seguire, l’autrice fa alcune affermazioni rispettabili, ovvero che “Franciacorta produces some of my favorite bubbly”, (e sono gusti personali, i suoi, che vanno rispettati) e poi “my chief complaint is the lack of availability in the US markets”, ovvero la conferma che nonostante il tonitruante e strombazzato “effetto Expo”, nonostante gli ingenti investimenti fatti dal Consorzio vini negli States, investimenti che avvantaggiano sempre le solite case, quelle che Katie Kelly Bell cita nel suo articolo, ovvero Cà del Bosco, Bellavista, Montenisa (Antinori), Guido Berlucchi, le bollicine bresciane negli States sono di difficile reperibilità.

Ma poi, quando la simpatica wine writer che se è stata in Franciacorta sono pronto a scommettere sia stata ospite dell’Albereta, un tempo regno del sublime Maestro Gualtiero Marchesi, fa affermazioni tipo “It’s well made (using the traditional Champagne method) and modestly priced”, ovvero che le bollicine bresciane avrebbero prezzi bassi, allora capisco che la Signora vive sulla luna. Vorrei consigliare alla propagandista del Franciacorta in terra americana la lettura di questo mio articolo, dove dimostro, foto alla mano, che uno dei più banali e mediocri Franciacorta Docg, dalla inconfondibile volgare etichetta arancione, a Londra nella migliore enoteca costa solo meno di una sterlina in meno di un grande Champagne…

Quando poi la wine writer born in Usa, riprende uno dei temi preferiti alla propaganda consortile, ovvero che “The region is also trending organic. According to Vittorio Moretti, president of the Franciacorta Consorzio, “the number of organic cultivated vineyards is steadily growing, in step with the increasing awareness of the producers and their desire to preserve the land for the future generations.”, verrebbe voglia di chiederle se il presidente stesso l’abbia condotta a visitare i biologici, bio dinamicissimi cru “Autostrada”, quegli appezzamenti di vigne, il signor Moretti potrebbe dirci anche chi ne sia il proprietario, posti a filo della A 4, l’autostrada più trafficata d’Italia.

E poi c’è una perla finale, di cui l’autrice non ha colpa alcuna. Il titolo dell’articolo è squillante, sembra uno slogan propagandistico dei tempi del Fascismo (e a questo punto un intervento dell’onorevole Emanuele Fiano, autore di una legge iperciliuta che vigila su ogni minimo rigurgito di nostalgia per il passato regime, finito oltre 60 anni orsono, si rende indispensabile) tanto é perentorio e categorico come un imperativo: “Why Franciacorta Is Italy’s Best Region For Sparkling Wine”.
Un titolo, che ci annuncia di spiegarci “Perché la zona spumantistica bresciana è la migliore zona produttrice di Sparkling wine”. Un titolo che, considerato che l’autrice scrive per Forbes, non per la Gazzetta di Canicattì, o di Stesà, pone una questione deontologica: il titolo riporta un’affermazione netta, che la Franciacorta sarebbe “la migliore regione italiana per i metodo classico”, che nel testo dell’autrice non compare.


Allora chi ha fatto il titolo? Una delle due brand ambassador che operano per la zona spumantistica bresciana negli States, il Consorzio Franciacorta direttamente, l’ufficio pubblicità di Forbes in accordo con la redazione? E’ un articolo dunque o un redazionale pubblicitario mal mascherato? Che qualcuno ci spieghi, ci faccia capire…

Mi accorgo che mi sono già prolungato con questa prima dimostrazione che nel metodo classico italico quello che conta è il marketing. Rinvio a domani le altre due, che vedranno protagonista ancora la zona spumantistica bresciana e le iperboliche valutazioni dei suoi vini da parte di una certa guida che dovrebbe in teoria diversa dalle altre.. ma anche l’araldo, l’azionista di maggioranza del Trento Doc, ovvero la Ferrari di Trento della famiglia Lunelli

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4 commenti

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4 commenti

  1. franciacortino

    settembre 17, 2017 alle 4:18 pm

    ma anche il giorno del Festival Franciacorta vieni a rompere i coglioni?
    Noi siamo qui a lavorare e te ti permetti di pigliarci in giro?
    Prova a venire nelle nostre cantine e poi vedi come ti trattiamo!

    • redazione

      settembre 17, 2017 alle 4:25 pm

      il solito becero tondinaro bresciano dimostra quale sia la concezione della libertà di stampa e di critica che anima larga parte degli spumantisti suoi conterranei…
      E perché non dovrei criticare la zona spumantitica bresciana oggi? Cos’é la loro manifestazione? Lutto nazionale, Pasqua, Natale, L’Immacolata Concezione?

  2. Sandro

    settembre 17, 2017 alle 4:23 pm

    Ziliani, perché escludere che nell’accordo per quella specie di redazionale pubblicitario americano sulla Franciacorta che ci ha segnalato fosse anche previsto un titolo ad effetto?
    Si sa bene che la gente legge distrattamente e forse un titolo che veicoli un messaggio ben chiaro, ovvero il primato delle bollicine bresciane su quelle di altre zone, alla Franciacorta fa gioco più che il testo dell’articolo…
    Ci pensi, non é un’ipotesi priva di senso…
    Comunque continui così, lei in fondo fa solo del bene con le sue critiche ed i suoi pungoli alla pigra Franciacorta

    • redazione

      settembre 17, 2017 alle 4:27 pm

      grazie per le sue gentili parole Sandro, ma urge una precisazione:
      io non ho parlato espressamente di “specie di redazionale pubblicitario americano sulla Franciacorta”, bensì di un articolo che, dato il titolo super elogiativo che non compare nel testo, quell’articolo fa molto pensare….
      Quanto alle sue osservazioni sul peso del titolo, concordo con lei

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