Oltrepò Pavese metodo classico Extra Brut Vergomberra 2011 Bruno Verdi

Denominazione: Oltrepò Pavese Docg
Metodo: classico
Uvaggio: Pinot nero, Chardonnay
Fascia di prezzo: da 20 € a 25 €

Giudizio:
9


Devo iniziare il post facendo mea culpa. Ho scoperto non solo che il tempo vola, e cresce la consapevolezza che sono più gli anni che ho vissuto di quelli che il destino mi concederà, ma che sono un po’ smemorato.

Solo una forma di rincoglionimento senile può avermi impedito, per ben quattro anni e poi peggio ancora, per sei anni, di scrivere di una delle migliori aziende, a mio avviso, della più importante e vocata zona spumantistica lombarda. Che non è, come erroneamente vi potrebbe indurre a pensare un eccellente campagna pubblicitaria e di marketing finora vincente, nonostante i valori reali dell’area, la zona spumantistica bresciana che immaginate, dove voglio vederli quest’anno, con il caldo tropicale che affliggeva le vigne di pianura ad Erbusco e dintorni, a mantenere un corredo acido sufficiente per produrre basi spumante valide, bensì, la più storica delle zone vinicole lombarde, l’Oltrepò Pavese.

Bastano solo alcuni semplici ragionamenti per confermare questa evidenza: visitate le due zone e ditemi, da un punto di vista paesaggistico, delle bellezza degli scenari, della vastità dei panorami e della diversità e suggestione delle atmosfere quale sia la migliore. Non c’è gara: Oltrepò Pavese stravince 3 a 1. In quale delle due zone ci sono vigneti collinari e alto collinari e dove invece mancano? Dove si può salire in altezza e dove invece si è costretti a gestire vigneti con 40 gradi e oltre? Oltrepò Pavese.

Dove ci sono tanti ettari a disposizione non di un’uvetta come l’Erbamatt introdotta di soppiatto nel disciplinare per cercare di introdurre un pizzico di acidità in basi spumante dal carattere da vino del Sud, acidità basse, alcol elevato, Ph complicato, carenza di finezza, bensì di Pinot nero? Ovviamente in Oltrepò Pavese, 3000 ettari contro nemmeno 500 della zona spumantistica bresciana dove, grazie ad disciplinare di produzione che consente anche un minimo del 30% di questa varietà, tutti vogliono produrre la tipologia Rosé. Magari riuscendo, come novelli Gesù, a trasformare in uva, ovviamente Pinot nero, l’acqua. O magari… Beh, lassuma pert

Eccomi dunque, qualche sera fa, avendo freschissimo il confronto (solo la sera prima) con l’assaggio, ma che dico, la beva golosisissima, emozionante, eccitante da farti uscire pazzo, di uno Champagne esemplare e perfetto come il meraviglioso Champagne Ultra Brut Laurent – Perrier (di cui cercherò di raccontarvi le mirabilie in settimana) uno Champagne che appena ne stappi una bottiglia capisci subito che ce ne vorrà una seconda, a decidere di stappare nuovamente, ero in compagnia di un’amica che di bollicine se ne intende, una bottiglia di un grande metodo classico oltrepadano.

Una delle quattro-cinque (spero che diventino presto di più) “bollicine” prodotte nelle meravigliose colline oltrepadane (posti suggestivi dove mangiare salame a fette spesse, andare a zonzo e sostare a fare l’amore camporella style, se ti coglie l’estro…) che puoi tranquillamente stappare ad occhi chiusi, e magari portartene una bottiglia se vai in auto in Champagne e offrirla ad un bravo récoltant manipulant, sicuro di fare sempre splendida figura.

Cosa che, passando alla zona spumantistica bresciana, mi sentirei di fare unicamente con pochissimi, praticamente con le bollicine di Cavalleri, Colline della Stella, Gatti, San Cristoforo, Barboglio de’ Gaioncelli, Quattro Terre  Facchetti, e pochissimi altri ancora. Non certo con i vinoni guidaioli delle due potenti mega case di Erbusco… Quella che ostenta Prestige e l’altra che conta balle (a giorni vi spiegherò perché) sbandierando volgari, dozzinali etichette arancioni.

L’esemplare vignaiolo oltrepadano di cui parlo è Paolo Verdi, l’azienda, che prende il nome dal padre è Bruno Verdi, le cui origini sono ben narrate dal ben fatto sito Internet: “La storia della famiglia Verdi in Vergomberra risale al XVIII secolo quando Antonio Verdi dal Ducato di Parma si insediò in Oltrepo Pavese. Da allora ben quattro generazioni si sono succedute nella cura delle terre di famiglia. Nella zona di Canneto, secondo l’economia del tempo, si producevano grano e altri cereali; i gelsi davano le foglie per l’allevamento dei bachi da seta; un buon numero di pertiche erano dedicate alla vite, non meno importante nelle produzioni tipiche oltrepadane.
Già con Luigi, la terza generazione, alla cura dei vigneti i Verdi uniscono l’arte della trasformazione delle uve in vino facendosi vinificatori e costruendo la prima cantina. Un’eredità che si trasmette di padre in figli unitamente alla passione e all’amore per la qualità. Da Luigi discende Clemente, da questi Alfredo, Cavaliere di Vittorio Veneto, quindi Bruno, il primo a imbottigliare e fregiare le sue bottiglie con la propria etichetta, negli anni dell’immediato dopoguerra, e ora il figlio Paolo, ultima delle sette generazioni”.

Paolo Verdi è sicuramente uno degli esempi migliori di quell’Oltrepò pavese che dà la paga a qualsivoglia concorrente bresciano, perché non solo produce splendidi metodo classico ma un Oltrepò Pavese rosso riserva come il meraviglioso Cavariola, un Moscato meraviglioso e profumatissimo, che cura e racconta il proprio lavoro nei vigneti in maniera esemplare, ma ha il “difetto” di preferire il fare all’apparire e non è personaggio mediatico come certi cialtroni che sanno utilizzare bene le pubbliche relazioni, il marketing ed i rapporti privilegiati con la stampa. Con i giornalisti che “contano”. E le guide, ça va sans dire…

Non invia comunicati, non fa nulla di spettacolare, non ha mai pensato (e avrebbe avuto tutti i titoli per farlo) di candidarsi a presidente del Consorzio vini Oltrepò Pavese (che oggi vede in carica un brau fieu, bravo in tutti i sensi, come il “politico” Michele Rossetti), si limita a farsi un mazzo così in vigna e in cantina, vende (li vende, non fa finta di venderli come certi padreterni franciacortini) a prezzo onesto senza rapinare il cliente. Cliente che quei vini compra, beve, apprezza e torna a comprare e magari a regalare agli amici, e non conquista inutili premi e collezioni di bicchieri (ricordatevi che difficilmente qualcuno regala i bicchieri e sto parlando di calici di cristallo, sia chiaro…), non appare sulle prime pagine delle stucchevoli riviste specializzate lette solo tra gli addetti ai lavori. E ormai snobbate dalla maggior parte dei consumatori, stufi di essere buggerati.

Ho già scritto, oltre che del Cruasé, del Cruasé 2007 (a proposito: che fine ha fatto il progetto Cruasé di panontiana memoria?) di questo Oltrepò Pavese Docg Vergomberra, da uve della Vigna Chiozzo, che Bruno Verdi, a seconda dell’andamento delle annate, dei dati analitici, del grado di acidità, che in questa vigna in gran parte calcarea è elevata, produce in versione Extra Brut o Dosage Zero, come è nella versione 2012 che devo ancora assaggiare. Perché Bruno Verdi ha da fare e non perde tempo ad inviare i campioni, nemmeno ai giornalisti che solitamente scrivono bene di lui…

Vi aggiorno, ma nei miei articoli precedenti potrete trovare altri dettagli tecnici, sull’Extra Brut 2011, sboccatura luglio 2016, che ci siamo gustati mercoledì sera. Ovviamente servito nei calici (consigli per gli acquisti) di Luca Bini. Che se non vi siete ancora procurati siete… dei tondinari bresciani!

Prodotto per il primo anno nel 1981 è una cuvée composta da uve Pinot Nero 70% e Chardonnay 30%, provenienti dalla Vigna Chiozzo, posta in comune di Canneto Pavese, a 150-200 metri di altezza, con densità di 4500 ceppi ettaro, allevata a spalliera tradizionale con potatura Guyot. Raccolta delle uve manuale in cassette da 18-20 chilogrammi, forate internamente. “L’uva nelle cassette, dopo essere stata raffreddata in cella frigor, viene rovesciata manualmente nella pressa ottenendo il 55% di resa uva/vino. Il mosto dopo la decantazione viene avviato alla fermentazione controllando la temperatura. Il 15% del mosto viene posto in barriques austriache della Stiria a fermentare. Il vino rimarrà in legno per 6 mesi circa sui lieviti di fermentazione. Il vino base non viene filtrato. Il tiraggio avviene in aprile/maggio con permanenza sui lieviti intorno ai 50 mesi”. Come ho già annotato, la sboccatura della bottiglia assaggiata è del luglio 2016.

Francamente annoto solo en passant, che il vino ha ottenuto diversi riconoscimenti dalle guide, Grande Vino per Slow Wine, 89/100 Guida Veronelli 2017, due bicchieri rossi per il Gambero Rosso (che ovviamente non si smentisce elargendo tre bicchieri a bollicine della zona spumantistica bresciana che non sono nemmeno degne di allacciare le stringhe a questa bottiglia… C’entreranno considerazioni di “business”? Mah..), e altri premi minori, soprattutto per il valore delle pubblicazioni che le hanno assegnate.

Alla “sguida” di Lemillebolleblog, che vede come degustatore unico il sottoscritto questo Extra Brut è piaciuto senza se né ma, con una sola perplessità. Il fatto che prima di stappare la buta, non ci fossimo dotati di minimo ventiquattro ostriche, perché trattasi di vino assolutamente ostricoso.
O, altro errore, imperdonabile, che il sottoscritto di ritorno dalle sue numerose trasferte oltrepadane non si fosse portato indietro, cosa che non accadrà più, ammesso e concesso che io torni tra Broni e Stradella (anche lì a qualcuno non sto simpatico, anche lì i parolai non mancano… me ne farò una ragione…), una scorta degli strepitosi salami locali. Perfetti in abbinamento a questo Extra Brut Vergomberra 2011.

Inutile dilungarci sul colore, paglierino brillante luminoso, ma poi che vibrante energia, che carattere, che personalità spiccata sin dalla prima “snasata”, tutta agrumi, pompelmo in primis, ananas, glicine bianco, panna, “ma svizzera” precisa Madame, con una vena pietrosa, quasi affumicata, di pietra focaia, una sapidità iodata, salmastra, “ostricosa” appunto, a comporre un insieme molto incisivo, fresco, senza concessioni al fighettume aromatico di certe bolle… sbollinate…

La bocca è all’insegna di un assoluto rigore, di un’indifferenza o refrattarietà totale, data dalle caratteristiche geologiche del vigneto, calcareo e sabbioso, e dal gusto (benedetto!) di Paolo Verdi, che predilige i vini più verticali che rotondi, più affilati che morbidoni. Una bocca asciutta, larga, perché si tratta di Pinot nero oltrepadano, mica di chewing gum, strutturata, con un gusto scabroso, pietroso, essenziale in senso montaliano (“avrei voluto sentirmi scabro ed essenziale siccome i ciottoli che tu volvi, mangiati dalla salsedine”) ed un’acidità, intorno a sette, quella della vendemmia 2017 sarà decisamente inferiore (ma nell’Africa bresciana millantano in comici comunicati che quello dell’acidità non è stato un grande problema…) che scava e prevede il consumo di questo Extra Brut non da solo, ma a tavola…

Cosa che il team di Lemillebolleblog ha fatto, non disponendo di ostriche ma accontentandosi, perché l’importante è divertirsi e stare bene e condividere le buone bottiglie con le giuste compagnie, di semplici e squisite, e proletarie, alici marinate. Alla vostra salute, cari lettori, santé, cin cin, na zdrowie!
Con un brindisi speciale a quella grande donna del Primo ministro polacco, Beata Szydlo che all’arrogante Presidente francese Macron gliele ha cantate chiare… Polonia batte Francia, 2 a 0.

Azienda agricola Bruno (Paolo) Verdi
via Vergomberra 5 Canneto Pavese (PV)
tel.0385-88023
sito Internet www.brunoverdi.it
e-mail info@brunoverdi.it

Attenzione!:

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3 commenti

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3 commenti

  1. Brino

    agosto 29, 2017 alle 11:53 am

    Lei e’ un personaggio assurdo e grottesco. Perche’ per elogiare un buon vino fatto in una zona viticola deve prima imporre al povero lettore la solita pipponata contro un’altra zona, quella zona peraltro di cui le parlava sempre benissimo, elogiando ogni sorta di schidfezza, finche’ la foraggiava?
    va bene essere mercenari ma lei non vede quanto sia ogni giorno piu’ ridicolo e patetico

    • redazione

      agosto 29, 2017 alle 6:17 pm

      anche nel suo caso vale la risposta data alla Signora Silvia Marelli: sono qui in attesa della documentazione delle sue affermazioni nelle quali mi dà del mercenario, per pubblicarle e replicarle nelle dovute sedi 🙂
      p.s.
      arrivando da uno che non ha nemmeno gli attributi per presentarsi e si nasconde da coniglio dietro ad un nickname, le accuse di essere “ridicolo e patetico” rimbalzano, tornano al mittente e le si attaccano addosso a pennello. Cialtrone

  2. Paolo Gatti

    settembre 29, 2017 alle 10:08 am

    Buongiorno Franco,
    dopo aver cambiato i miei acquisti soliti di Franciacorta in quelli consigliati da lei con estrema soddisfazione, ho deciso di seguirla sui consigli dell’Oltrepò che avevo escluso da tempo. Ieri ero giusto in zona e mi sono riempito il bagagliaio di:
    Berté e Cordini Pinot nero D’oro, Ballabio Farfalla extra Brut, Bruno Verdi Vergonberra 2012 anche in Magnum e il Rosè Cruasè.

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