Trento Doc Giulio Ferrari 1991: se esiste una risposta italiana allo Champagne è questa!

Denominazione:
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay
Fascia di prezzo: da 35 € a 50 €

Giudizio:
10


Non c’è discussione possibile: il miglior metodo classico italiano

So già, conosco i miei polli e certe cantine che sembrano più pollai che cantine vere e proprie, come replicheranno, segretamente, perché non hanno gli attributi ed il coraggio per farlo pubblicamente, preferiscono gli agguati dietro l’angolo, i passa parola truffaldini, le bugie spacciate come verità, l’ossequio ai diktat del padrone/presidente di turno, ad Erbusco, Borgonato di Cortefranca, Bornato e dintorni, a quello che sto per scrivere.

Grideranno al traditore, all’infame, a quello che sputa nel piatto dove mangia (ebbene, se anche avessi mangiato, beh, sono stato per mesi e mesi a lavare i piatti in cucina e a servire in sala, niente mi è stato dato gratuitamente… chiaro?) al servitore al soldo del Trento Doc.

Poveri fessi! A loro, provinciali e ignoranti come sono nel profondo, sfugge drammaticamente il significato di un valore che per me è di fondamentale importanza, che informa il mio modo di lavorare di scrivere di vino, l’onestà intellettuale. Loro pensano che basti magari pagare qualcuno per assicurarsi la sua sempiterna fedeltà, per averlo come servitore zelante che si dedica al gioco delle tre scimmiette quando loro, puntualmente, fanno, dicono, progettano, CAZZATE.

Tutto di me si può dire tranne che io sia uno che si inchina di fronte al potere, notevole e innegabile, della varia e articolata famiglia Lunelli, proprietaria delle Cantine Ferrari di Trento. Uno dei più importanti brand del vino italiano, del variegato e pittoresco mondo del metodo champenois, ma che dico, classico, di casa nostra.

E’ una vita che frequento, ad introdurmi in questo autentico “ministero” delle bollicine fu nientemeno che Giancarlo Aneri, la maison Ferrari, in quel di Ravina di Trento e ho avuto un lungo rapporto di consuetudine, non posso dire amicizia, ma parlo di un rapporto franco improntato a reciproci rispetto e stima, con il grande Mauro “baffo” Lunelli, il babbo di Camilla, attuale responsabile comunicazione ed ufficio stampa del gruppo, e di Alessandro, che conosco troppo poco per esprimere qualsiasi giudizio. E poi ho conosciuto, ma non benissimo, i suoi fratelli. E oggi conosco abbastanza bene Marcello, che credo sia un ottimo tecnico, mentre pur conoscendolo non ho assolutamente legato, anzi!, con il big boss attuale, Matteo Lunelli, bocconiano con esperienze londinesi.

Bene, basta scorrere gli archivi di questo blog per vedere come alle Cantine Ferrari, fregandomene altamente dell’evidenza che fossero i padroni, pardon, quantomeno gli azionisti di maggioranza del Trento Doc, che io preferisco scrivere staccato, non utilizzando il marchio, costato un sacco di palanche, di noi contribuenti, TrentoDoc (e se poi arrivasse la Docg, cosa ne farebbero?). Ho scritto bene, a volte benissimo, dei loro vini, quando mi convincevano, piacevano, facevano sognare. E ho stroncato, anche pesantemente, e criticato, suscitando reazioni incazzose in Marcello Lunelli (ho un divertente e vivace carteggio via mail con lui) ed un silenzio eloquente negli altri lunelliani, i loro Trento Doc quando, per vari motivi, tipo la prima uscita del Trento Doc Perlé Noir, una vera delusione, IMHO, non mi piacevano.

Questo perché, anche se ad Erbusco e dintorni non l’hanno capito e temo non lo capiranno mai, nonostante la brillante intelligenza superiore di un Maurizio Zanella, che immagino quanta fatica facesse a farsi intendere da tondinari e costruttori di manufatti di cemento, camiciai e industriali del settore elettrico (anvedi che background!) io sono un uomo, prima che un giornalista, libero, insofferente di mordacchie, che, come il mio maestro Indro Montanelli, considera il lettore come suo unico padrone.

Un Montanelli che nell’editoriale del primo numero di quella magnifica avventura di libertà e di indipendenza che è stato Il Giornale delle origini (di cui fui orgoglioso collaboratore) annotava: “«Una sola cosa vogliamo dire al lettore: questo giornale non ha padrone perché nemmeno noi lo siamo. Tu solo lettore puoi esserlo, se lo vuoi. Noi te lo offriamo».

Indipendenza che resta anche quando ha un editore, o chi per lui, che lo paga, facendo opera di intelligente mecenatismo a favore della cultura del vino (presuntuoso!).

Pertanto, anche se con la Maison Ferrari sono stati più schiaffi che carezze e baci, se le critiche sono state più decise delle dichiarazioni d’amore, non ho alcuna difficoltà, di fronte alla commovente bottiglia di Trento Doc Giulio Ferrari riserva del Fondatore annata 1991 (oh yes!, 1991) che oggi ho prelevato dalla più importante delle due mie cantine e portato con ogni delicatezza a casa, sicuro in cuor mio che non mi avrebbe deluso, che mi avrebbe regalato emozioni ed un enoico godimento, non posso che inchinarmi e dire chapeau!

E affermare, e lo dico con cognizione di causa, visto che negli ultimi due tre mesi ho stappato, bevuto, degustato una quantità impressionante di “Franciacorta di Reims ed Epernay”, pardon, di Champagne (diffidate dalle imitazioni soprattutto se parlano in dialetto bresà…), che se in Italia esiste un metodo classico che possa collocarsi, con piena dignità e orgoglio, consapevole delle proprie diversità pur nell’uniformità della metodologia di produzione, allo stesso livello dei migliori Champagne, questo non può ragionevolmente chiamarsi che Trento Doc. E precisamente Trento Doc Giulio Ferrari riserva del Fondatore.

Non ci sono dubbi possibili circa questa solare evidenza, con buona pace di un ottimo metodo classico come il Franciacorta Cuvée Anna Maria Clementi di Cà del Bosco e le migliori Cuvée, che sono splendide, e dotate di una continuità qualitativa strepitosa e di una piacevolezza e facilità di lettura assoluta (dati che connotano anche le più prestigiose Cuvée de prestige transalpine) di una casa che a pensarci bene è la più affidabile di tutta la Franciacorta, insieme a Cà del Bosco, ovvero Cavalleri.

Questo mirabile e commovente 1991, che stasera mi sono stappato e “regalato” per farmi piacere e coccolarmi, per la prima volta in solitudine, dopo aver deciso di interrompere una storia, d’amore e di bollicine, di inebrianti degustazioni condivise e di incomprensioni non enoiche ma esistenziali, che durava da anni, forse troppi, e prima di consegnarmi anima e corpo ad una storia che promette di essere meravigliosa e di farmi vedere la vie en rose, parla chiaro.

E proclama urbi et orbi che in Italia non c’è un altro metodo classico che possa avvicinarsi alla grandezza, alla complessità, all’eleganza e freschezza, all’assenza della pesante e oppressiva camicia di forza del legno, ben utilizzato, ma sempre presente, della Cuvée Anna Maria Clementi, del Giulio Ferrari.

Il vero campione della spumantistica metodo classico italiana. Per tanti motivi, legati al terroir, alla vocazione spettacolare del vigneto, alla sua altezza, al microclima, al savoir faire di Mauro Lunelli, padre e inventore di questo vino, e di chi, in primis il bravo chef de cave Ruben Larentis, oggi si occupa della creazione di questo gioiello.

Non vorrei eccedere in tecnicismi, rimandando chi volesse saperne di più su questo gioiello/capolavoro alla scheda di presentazione disponibile sul sito Internet aziendale.

Color oro antico con lievi sfumature ambrate, misterioso nella sua refrattarietà ad essere definito con un colore preciso, ma splendente grasso nel bicchiere, fascinoso e pieno di luce. Naso compatto, fitto, intrigante, complesso, sensuale, con sfumature delicate di mille cose, dall’albicocca secca al miele, dai fiori bianchi agli agrumi, da ricordi di senape a delicate sfumature di cioccolato bianco, e poi una leggera speziatura, dolci richiami di crema pasticcera e brioche, di frutta candita e frutta secca. Il tutto in una cornice suadente di assoluta eleganza, nitidezza, sensualità.

Bocca cremosa, elegante, avvolgente, gusto morbido e setoso, delicatissimo sul palato, pieno di sapore, largo, persistente, di grande suadenza e delicatezza, ancora pieno di freschezza nonostante i 26 anni d’età, con un retrogusto che richiama nocciole leggermente tostate e mandorla, con tessitura larga, ben articolata, ricca di nerbo. Charmant e leggiadro come una Signora della migliore aristocrazia francese o britannica, perfettamente a suo agio e viva e in grado di affascinarti nonostante (o grazie!?) ai suoi quasi 60 anni d’età.

Per concludere un messaggio in codice, che chi so io saprà capire ed interpretare: nessun dubbio caro Giovanni: se “chez toi” vuoi rompere l’antico monopolio dello Champagne, che domina nella tua fiammeggiante carta dei vini, è questo e non l’altro di cui mi hai parlato, il metodo classico italiano su cui puntare…. A buon intenditor…

Attenzione!:

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Vino al vino http://www.vinoalvino.org/

2 commenti

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2 commenti

  1. Patty

    giugno 20, 2017 alle 1:06 am

    ma cosa le hanno fatto i franciacortini Ziliani perché tanto scoperto disprezzo?
    Le hanno forse portato via l’amante, la moglie, un’innamorata?
    Ci faccia capire.. Non era filo franciacortino sino a pochi anni fa?

  2. Paolo

    giugno 24, 2017 alle 9:49 pm

    Ho sempre ritenuto il Giulio Ferrari la migliore bollicina Italiana.
    Questa sua nota di degustazione mi conferma il mio sentire.
    La saluto cordialmente
    Paolo

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