Franciacorta: belle intenzioni e ambizioni, ma schemi mentali ancora provinciali

Riflessioni dopo il Decanter Sparkling wine tasting in London…

Leggo sul numero uno di Bubble’s Italia, una nuova rivista del vino di argomento bollicinaro, diretta ed edita dagli amici Giampiero Comolli e Andrea Zanfi, rivista dalle grandi ambizioni che mi auguro non rimangano tali (per completezza dell’informazione: mi hanno offerto di collaborare ma sono sinora rimasto alla finestra, avendo trovato non molto appealing le proposte nonché la prospettiva della coesistenza con alcuni collaboratori della rivista, che disistimo…),  una riflessione del più noto e mediatico dei bollicinari franciacortini, Maurizio Zanella, personaggio simbolo della Cà del Bosco, e uomo del vino che frequento dal lontano 1984.

Mi piacciono moltissimo, e non mi stupisco certo che accada, per la profonda stima (ad un certo momento ho creduto fosse anche amicizia, ma mi sbagliavo…), che provo per Zanella, le sue parole, specie laddove annota “certo di poter affermare che produrre vino non è una parte della mia vita, ma la mia stessa vita; ciò che faccio non lo considero un lavoro, ma passione pura e aria per i miei polmoni”. E ancora: “Mi lega a sé da così tanto tempo, che quando mi fermo un secondo mi accorgo che i miei figli sono cresciuti e diventati grandi senza che io me ne accorgessi”.

Riflessioni che, trasformando il suo riferimento al suo far vino come vita stessa, nel mio riferimento allo scrivere di vino, al tentare di raccontarlo, come faccio da 33 anni, fotografano in toto il mio sentiment..

Nella parte finale dei suoi pensieri, ad alta voce, Zanella parla della sua esperienza, durata sei anni, di presidente (posso dirlo? Uno dei migliori tre presidenti della storia del Consorzio dal 1990 in poi, gli altri sono stati Paolo Rabotti e Giovanni Cavalleri. Il peggiore, a mio avviso, è stato l’attuale presidente della FederDoc Riccardo Ricci Curbastro, uno che disinvoltamente produce sia Franciacorta Docg sia spumanti VSQ…) del Consorzio Franciacorta. E annota: “Per riuscire meglio in quest’opera di convincimento ho accettato anche l’incarico di Presidente del Consorzio della Franciacorta, con lo scopo di richiedere, proprio a questa base associativa, una trasformazione degli schemi mentali, un salto qualitativo attorno ad un progetto comune e di più ampio respiro, che non può essere legato solo al business che genera mostri senz’anima”.

Per finire con un pensiero alato: “Niente del bello che c’è a questo mondo esiste per un mero proposito economico e senza il contributo di chi mette in ciò che fa la passione e la sua stessa anima”.

Chapeau al past president Zanella, ma ad un anno abbondante di distanza dal passaggio di timone della presidenza da Zanella ad un noto imprenditore attivo in cento cose, dalle costruzioni a chissà cos’altro, e verificato il cambio di linguaggio e di pensiero del Consorzio, dal volare alto e dall’utopia zanelliana al concreto pragmatismo ragioneristico, che si esprime più in dialetto bresà che in inglese, dell’attuale presidente Moretti, posso dire che le ambizioni dell’uomo che ha sognato e realizzato la migliore winery franciacortiana non si sono ancora, e chissà se lo saranno mai, realizzate.

Di quella “trasformazione degli schemi mentali”, di quel “salto qualitativo attorno ad un progetto comune e di più ampio respiro” che Zanella auspicava e che ha sicuramente caratterizzato la sua presidenza del Consorzio, con il fortemente voluto da lui grande impegno nella costosa (e a mio avviso discutibile) operazione Expo, oggi non si vede traccia.

Mi sembra invece che ora s’imponga un mainstream all’insegna del volar basso ed un pensiero debole, che purtroppo non ha nulla a che fare con quello di Gianni Vattimo, che ha perso la capacità di sognare e di pensare in grande dell’utopia zanelliana e che non perde occasione di mostrare tutti i suoi limiti. Il provincialismo innato di una zona che nonostante si sia convertita in larga parte alla produzione di vini metodo classico a notorietà nazionale mantiene la mentalità ristretta e l’orizzonte mentale limitato, pur con tutto il doveroso rispetto per la categoria, dei tondinari e dei muratori. Con la m minuscola, è ovvio che non mi riferisco ad una famiglia che dalle camicie ha cercato, con risultati molto scarsi, di passare alle bollicine e ai vini di qualità.

Non voglio infierire, non è un caso personale, ci tengo a dirlo, con una persona che conosco da tanti anni e che rispetto (anche se é milanista), ovvero, per fare nomi e cognomi, con Silvano Brescianini, responsabile della rispettabilissima (produce esemplari Franciacorta Docg) casa Barone Pizzini di Provaglio d’Iseo, ma quando leggo che non a Canicattì o in Kazakistan ma a Londra, il centro vitale del wine business internazionale, il mercato dove nascono tutte le tendenze e dove si vendono vini di ogni Paese possibile e immaginabile, rilascia un’intervista con dichiarazioni come queste (che sono state mal interpretate, mi ha detto giovedì incontrandolo proprio a Londra) mi cascano… gli attributi.


La Franciacorta è quel posto dove a me e ad una persona che per la Franciacorta ha fatto tantissimo, ricevendo in cambio comportamenti squallidi, privi di ogni senso della gratitudine e alieni da ogni umanità, può capitare l’episodio che ho raccontato, scherzando ma non troppo, in questo post.

La Franciacorta esprime oggi personaggi, tutt’altro che all’altezza dei fondatori del Consorzio nel 1990, e dell’inventore della Franciacorta, ovvero il grande Franco Ziliani, per i quali l’imperativo categorico di Zanella di perseguire “una trasformazione degli schemi mentali, un salto qualitativo attorno ad un progetto comune e di più ampio respiro” costituisce un serio problema. Culturale innanzitutto, prima che comportamentale e imprenditoriale.

L’ho visto non più tardi di giovedì a Londra, dove sono ritornato, dopo l’ottimo Sparkling wine tasting organizzato in aprile dalla vivace rivista Glass of bubbly, per un nuovo tasting di Sparkling wines di tutto il mondo, e ce n’erano davvero di interessanti, organizzato dalla celebre rivista britannica Decanter.

A questo tasting erano presenti, se ricordo bene, cinque o sei aziende franciacortine, alcune rappresentate ai massimi livelli da loro responsabili. Bene, si fa per dire, con mia grande sorpresa, ho constatato a sorpresa che nessuno di questi franciacortisti, che avrebbero l’ambizione (o la pretesa?) di poter proporre e vendere le loro “bollicine” in tutto il mondo, ha pensato bene di partecipare all’interessantissimo Masterclass dedicato alle tendenze degli sparkling wine internazionali, New trends all around the world. Masterclass nel corso del quale sono intervenuto, parlando quasi cinque minuti in inglese e ottenendo addirittura degli applausi, che si è tenuto alle 13.30.

E con crescente sorpresa non ho visto nessuno dei franciacortisti franciacortini, a differenza di quello che hanno fatto produttori di Cava e di altri sparkling wines che ho incontrato non solo alle loro postazioni ma in giro alle postazioni degli altri colleghi stranieri, approfittare dell’occasione di trovarsi in questo contesto per andare in giro ad assaggiare gli sparkling wines degli altri. Cosa che magari avranno fatto dopo le 17.30, quando era il momento, molto affollato, dell’apertura del tasting non solo alla stampa e al mondo del trade ma ai semplici appassionati (paganti).

E quando 4 ore fitte fitte di assaggi di tutto quello che era possibile assaggiare, me ne sono andato, perché mi aspettava l’incontro con un bravissimo sommelier italiano (di formazione A.I.S.) Angelo Lorea, che opera nello sfavillante contesto del più prestigioso ristorante giapponese londinese. Dove ho cenato in maniera indimenticabile. Da applausi, insieme all’amica carissima Giuseppina Andreacchio, collaboratrice dei miei blog e soprattutto grande venditrice di vini di qualità nella ristorazione italiana londinese per Armit wines, che ha organizzato questo incontro.

Sicuramente una volta che io sono uscito dalla magnifica sede, la Church House a Westminster, dove si teneva il tasting, i bollicinari bresciani si saranno precipitati a degustare, come ho fatto io, sono venuto da Bergamo a Londra apposta per quello, gli splendidi sparkling wines di N°1 Family Estate (che mi avevano già sedotto al tasting di Glass of bubbly) i migliori della Nuova Zelanda, il Brut Nature Curico Valley cileno di Valdivieso, il primo Amphora Sparkling wine, croato, di Tomac winery, il sorprendente, molto più buono del 90% dei Franciacorta Rosé, Trumpeter Extra Brut Rosé Mendoza 2014 della winery argentina Rutini Wines.
O gli strepitosi, incredibili, fantastici Cava della mia Bodega di Cava preferita, Recaredo o quelli sempre affidabili e complessi di Gramona, o gli Sparkling wines Cap Classique sud africani, due Rosé interessanti, di Graham Beck o dell’Aetheria.

Spero che i franciacortisti si siano confrontati con gli English Sparkling wines di Langham Wine Estate o di Gusbourne Estate, abbiano constatato l’eccellenza indiscutibile degli Sparkling wines australiani, da applausi, di House of Arras nella Tasmania australiana, o quelli, altrettanto intriganti della canadese, siamo in Nova Scotia, Benjamin Bridge.
O, decidendo di se régaler qualche emozione, la sensazione di cosa sia realmente la grandezza, non a parole, ma nei fatti, nel bicchiere, degustando (io li ho bevuti..) gli Champagne ineffabili di Agrapart, Ulysse Collin, Marguet, Mouzon-Leroux, il Vallée de la Marne réserve di Pouillon, lo strepitoso Cuvée la Rue des Noyers 2013 di Benoit Déhu. Oppure gli esemplari Alta Langa, di gran lunga i migliori della denominazione, di Giulio Cocchi – Bava.

Mi viene un dubbio amletico. Ma non sarà forse che i franciacortisti hanno evitato il confronto curioso (a ogni degustazione s’impara qualcosa, se non si è ottusi…) con gli altri protagonisti della bubbles international wine scene, perché avevano paura di verificare, bicchieri alla mano, che quelle degli altri erano bollicine migliori? Conoscendo i miei polli tendo a pensare piuttosto, con qualche preoccupazione, ma per loro, che abbiano evitato le degustazioni confronto perché pensano, i tondinari bresà, che le loro sono le meglio “bollicine” der bigoncio

E magari dicono all’Alberto Sordi, ma con accento rovatese, perché io so io e voi non siete un ….o!

Attenzione!:

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6 commenti

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6 commenti

  1. Guido

    giugno 12, 2017 alle 8:34 pm

    ed ecco Ziliani traboccante di nuovo fiele e odio verso la Franciacorta…
    non posso fare a meno di ricordare, come possono fare tutti i lettori di questo blog, i tempi in cui alla stessa zona vinicola bresciana lei riservata sviolinate degne dei Wiener Philarmoniker…
    Un giorno dovrà raccontarci come il suo antico amore, che penso fosse sincero, si sia progressivamente tramutato in aperto e feroce disprezzo.
    Cosa é successo mai?

    • redazione

      giugno 12, 2017 alle 8:42 pm

      Cosa vuole che sia successo? Niente, in verità. Ho aperto gli occhi, ho reso ancora più sensibile il palato, mi sono tolto le fette di salame dagli occhi e mi sono sentito come in questa magnifica, struggente canzone di Riccardo Cocciante:
      Quando finisce un amore così com’e’ finito il mio / Senza una ragione ne’ un motivo, senza niente / Ti senti un nodo nella gola, ti senti un buco nello stomaco / Ti senti un vuoto nella testa e non capisci niente… https://www.youtube.com/watch?v=J2uvXRDsI7I

  2. Patrizia

    giugno 12, 2017 alle 8:38 pm

    se devo credere alle sue parole allora viene da concludere che la Franciacorta sia stata una cosa che un po’ tutti, voi giornalisti per primi, noi consumatori, ristoratori, chef, sommelier, abbiamo sopravvalutato.
    Davvero i migliori Franciacorta non reggono il confronto non solo con un buon Champagne, ma persino con emergenti sparkling wines del Nuovo Mondo o addirittura English sparkling wines?
    E’ sicuro di dare un giudizio meditato e non frutto di motivazioni private e personali che la inducono, oggi, a dichiarare che il Franciacorta Docg, ovvero il re, é nudo?

    • redazione

      giugno 12, 2017 alle 8:43 pm

      Giudizio meditatissimo, onesto, soppesato, che viene sicuramente più dal cervello e dal palato, che dalla pancia e dal cuore…

  3. William F.

    giugno 21, 2017 alle 10:52 am

    Premetto di non conoscere quanto scritto in precedenza dal Sig. Ziliani sulla Franciacorta, nè quali siano le riflessioni che, da quanto leggo, lo abbiano portato ad un a Vostro dir repentino cambiamento della propria visione di questo territorio ma, mi duole ammettere, che quanto scrive corrisponde a verità.
    Non è molto che mi interesso di vino e sicuramente sarò custode di un’infinitesimale parte delle nozioni in Vostro possesso, ma questo mi permette di fare una cosa che troppo spesso ne panorama enologico Italiano, in primis in Franciacorta, non avviene: mettermi in discussione, confrontarmi, aprirmi al nuovo.
    Non mi vergogno a dire che fino a circa 8 anni fa pensavo che la California fosse solo surf e superfighe che corrono in spiaggia, che l’Australia fosse la terra dei canguri e che conoscessi la Nuova Zelanda ed il Sud Africa solo per il rugby a causa di alcuni invasati colleghi (a dire il vero un po’ me ne vergogno)…ma, una volta scoperto che in tutti questi luoghi vi è una storia di vino affascinante ed importante, ho fatto quello che credevo più giusto, ho provato, ho cambiato le mie idee e convinzioni.
    Complice il mio lavoro, che mi da si la possibilità di girare il mondo ma che troppo a lungo mi tiene lontano dagli affetti, ho scoperto cose che neppure immaginavo, fatto esperienze, conosciuto persone, visitato cantine ed assaggiato vini di cui, fino a quel momento ignoravo l’esistenza.
    Questo è ciò che manca nel panorama enologico italiano, il conoscere il nuovo, il mettersi in discussione, l’accettare che qualcuno possa fare meglio di noi in una cosa in cui, per nostra sola boria, crediamo di essere I migliori.
    Ci siamo messi da soli su un piedistallo e siamo rimasti per tutto questo tempo a guardare, convinti di essere I migliori, di essere inarrivabili, di non aver nulla da imparare e persino che la Franciacorta sia superiore alla Champagne. Potrebbe?
    Contrariamente a questo nostro immobilismo, il panorama del vino estero ha continuato ad evolversi, i produttori hanno viaggiato, hanno scoperto, assaggiato sperimentato. E noi? Senza neppure rendercene conto ci siamo trovati superati in ciò cin cui credevamo essere I migliori (a parte alcuni mostri sacri ovviamente). Siamo rimasti, per dirla alla francese, indietro come le palle dei cani, fermi al palo.
    Siamo stati superati da gente che fino a 50 anni fa conosceva il vino solo perchè lo importava.
    Basti pensare all’enoturismo. Abbiamo una varietà di vitigni, territori, bellezze che non siamo in grado di sfruttare.
    Sarò stato sfortunato, ma in parecchie visite soprattutto in Franciacorta, no ho potuto fare a meno di notare il pressapochismo, la mancanza di accoglienza, la poca attenzione per il cliente…ed io che sono Ligure me ne intendo.
    Ciò che dovrebbe essere un’esperienza sublime è ridotto a un bevi, compra e fou dai bal.
    Potremmo metterci il mondo del vino in tasca a dispetto di tutto e di tutti ma siamo troppo ciechi o troppo stupidi per scendere dal suddetto piedistallo e renderci conto che forse così avanti non siamo.
    Non sono assolutamente un esterofilo, solo mi fa rabbia tanto potenziale gettato alle ortiche.
    E non prendetevela col buon Ziliani. Il suo dire potrà essere acuto e pungente, ma non così lontano dalla realtà. Purtroppo, come in tutti I campi, tanta gente scrive per proprio tornaconto, per amicizia o addirittura non scrive per paura, paura di essere estromesso da queste grandi lobbies del vino createsi negli anni. Io ho iniziato a seguire I suoi blog perchè ho letto cose ben note ma che nessuno ha mai avuto il coraggio di spiattellare, perchè dice la sua senza temere le conseguenze e senza farsi influenzare da altro che non sia la propria testa od il proprio gusto. In una recente conversazione tra amici lo abbiamo definito, caro Ziliani non me ne voglia per il paragone, lo Sgarbi del vino. Dice quello che pensa, punto. E fa bene.
    Forse se tutti I cosiddetti critici prendessero esempio, qualcosa si muoverebbe.
    Spero che l’avvento dei millennials ed un po’ di apertura mentale, diano nuova linfa al nostro panorama vitivinicolo.
    Viva il vino Italiano!!!

    • redazione

      giugno 21, 2017 alle 11:10 am

      William, innanzitutto grazie di cuore per le sue parole, davvero troppo gentili nei miei confronti. Essere definito lo Sgarbi del vino, e considerando io Sgarbi non solo il più grande critico dell’arte italiano e un sopraffino uomo di cultura, ma un polemista di assoluto livello, un vero Maestro in questo, mi lusinga.
      Scommette che qualche tondinaro bresciano arriverà a pensare che lei non esiste, che questo suo commento é una mia invenzione?
      Potrei aggiungere altre cose sui provincialismi franciacortini, ma sono innamorato, di una francese, una parigina, una meravigliosa donna che ama bere Champagne (non mi ha mai chiesto di bere le bollicine bresciane) e quindi portato a sorridere di queste miserie.
      Io continuerò a dire quello che penso e a non far sconti a nessuno. Io ho la coscienza a posto: spero (per loro) che l’abbiano anche ad Erbusco e dintorni…
      Ma di questo non sono sicuro. So che non spenderei un centesimo a scommetterlo. Conosco le loro cattive coscienze, il senso di colpa nei miei confronti che i più onesti (incredibile ma vero, ma ci sono) cominciano a sentire…

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