Lettera aperta a presunti soci di La Versa che scrivono senza firmarsi


Amici viticoltori oltrepadani, a me occhi e orecchie, please!

La burrascosa e intricata vicenda della vendita di quel gioiello, un po’ decaduto purtroppo, che è la Cantina La Versa di Santa Maria La Versa, cuore pulsante del mondo vitivinicolo oltrepadano, sta causando pericolosi colpi di coda. E veri e propri impazzimenti.

Accade così, mentre tutti stiamo aspettando lunedì 20, data in cui si svolgerà l’asta telematica che deciderà se la cantina andrà alla Cantina di Soave, che ha presentato da tempo una seria, organica, credibile offerta, dotata di un preciso piano industriale, di strategie e di impegni precisi.
O se invece alla cordata, dall’efficacia tutta da dimostrare, formata da una nota cantinona oltrepadana che secondo me dovrebbe affrontare e risolvere i tantissimi problemi che ha risolvere e decidere cosa fare da grande e affrancarsi veramente da un’immagine legata ad un’indagine molto seria, nonché dal padrinato (occulto?) di un personaggio sul quale è meglio tacere, prima di spingersi a campagne acquisti dalle dimensioni molto vaghe, e da un’azienda seria, ma fuori territorio, come la mega cooperativa trentina Cavit, che si manifestino fenomeni strani.

Spifferi e boatos indigeni, chiacchiere da bar e calunnie, secondo la quale l’arrivo della Cantina di Soave sarebbe una catastrofe, perché, ha testualmente affermato qualche Carneade, “Soave cosa garantisce oltre allo sfuso da mandare in Veneto?”. Roba da TSO…

La calunnia…

E oggi, sabato, il giorno dopo aver pubblicato – è una notizia e io le notizie le do – una lettera di un gruppo di soci di La Versa che invita Cantina di Soave a non mollare, e aver preso atto con sgomento che un tale che se ne dovrebbe stare tranquillino e zitto, avendo evitato di poco il gabbio, ha la solenne faccia di tolla di capitanare una cordata di immobiliaristi (ma per favore!), ho ricevuto una strana mail.

Una mail che non posso pubblicare non perché non abbia il coraggio o gli attributi, ma perché non intendo in alcun modo rischiare di beccarmi una denuncia per diffamazione, vista la pesantezza delle accuse che il tale, che firma la sua lettera “I soci”, presenta nei confronti degli amministratori passati di La Versa.

Pirla

Al tizio ricordo tre elementari cose. In primis, come direbbe il mitico Mourinho, che “io non sono un pirla”.

In secondo luogo che non intendo fare il cavallo di Troia per nessuno, manco per uno che non ha le palle per firmarsi e si propone in anonimato.

Infine, cosa di una elementare banalità, che anche se voglio bene all’Oltrepò Pavese, tanto che recentemente ho confessato “Succedono cose stupende e cose immonde, di ordinaria ignoranza e provincialismo, in Oltrepò Pavese. Ma non c’è nessun altra zona vinicola lombarda, non me ne vogliano i franciacortisti, sulla quale valga la pena concentrare l’attenzione, essere presenti, girare, ascoltare, assaggiare, mangiare salami e sentirsi a casa propria (come non mi sono MAI sentito in Franciacorta) come in Oltrepò Pavese”, non posso prendermi responsabilità che non mi competono.

Io faccio semplicemente il giornalista, il cronista del vino indipendente, e che se i firmatari della mail vogliono che li prenda in seria considerazione devono farlo mettendoci la faccia con tanto di nome e cognome e telefonandomi al mio numero di telefono che non è difficile procurarsi a Casteggio, Broni e dintorni.

Se “I soci” di La Versa, le cui sacrosante ragioni capisco e condivido, al posto loro io sarei molto ma molto più incazzato, hanno elementi tali da rappresentare un reato, bene che si presentino alla Procura della Repubblica con tanto di testimonianze e prove, magari informandomi qualche ora prima che ciò avvenga. Di modo che possa scriverne.

Con l’occasione, su ottimo suggerimento del bravo collega della Provincia Pavese Oliviero Maggi, che pubblicamente voglio ringraziare, ho pensato di interpellare, leggendogli al telefono la mail che avevo ricevuto (l’ho fatto anche con altri due grandi amici oltrepadani, della cui opinione mi fido totalmente…), un socio della Cantina La Versa ed ex membro del Cda. Uno che non le manda a dire, ma ha gli attributi per uscire allo scoperto e assumersi le proprie responsabilità, Massimo Maini. Ovvero il leader della “cooperativa di ex soci “Viticoltori della Valle Versa”.

Maini ha fatto un clamoroso errore, che ha riconosciuto: non mettersi prima in contatto con me (e con altri giornalisti del vino di una qualche intelligenza e autorevolezza: pochi, ma ce ne sono) e non raccontarmi i termini di un progetto di cui non conoscevo le reali dimensioni e che mi ha promesso di farmi conoscere, non appena, e sarà presto, avremo modo di incontrarci.

Secondo Maini, quella mail inviatami da un gruppo di soci (quanti, chi sono?) di La Versa, dice “dice cose parzialmente vere e cose false”. Maini invita a sua volta chi avesse addebiti ben precisi nei confronti degli amministratori, presenti e passati, di La Versa, a rivolgersi alla Procura della Repubblica, avendo la coscienza a posto circa il proprio operato: “non mi vergogno di essere stato in Consiglio 9 anni, di cui 7 in pieno accordo e gli ultimi due in dissenso, espresso in lettere e prese di posizioni pubbliche dove spiegavo le mie opinioni”.

Prostituzione intellettuale

Maini, che in La Versa è stato per 20 anni, “come socio, poi come azionista e come quindi come oppositore” si dichiara stupefatto di trovare “nel comitato creditori 2 soci che erano coinvolti” e sottolineando amaramente che non riesce a capire “quanta parte di deficienza o quanta invece di malafede” ci sia oggi nei soci della Cantina e nel mondo vinicolo oltrepadano, fa notare ai misteriosi firmatari della lettera, firmata “I soci”, di cui è stata chiesta/sollecitata a Vino al vino la pubblicazione, che eventuali “azioni di responsabilità in un’azienda fallita toccano al curatore fallimentare” e non ad altri.

Ripensando alla propria esperienza e ai tentativi di salvare e rilanciare La Versa, anche mediante il progetto elaborato, la cui approvazione è saltata a dicembre per la mancata firma di una banca, Maini osserva amaramente: “Siamo dei sognatori e pensavamo di avere a che fare con persone che fossero in grado di gestire il territorio, ma che invece in larga parte sono solo mezzadri, con il rispetto dovuto ai mezzadri, che cercano solo un nuovo padrone”.

Don Chisciotte

Da parte sua osserva e non si può che dargli ragione, che senza voler in alcun modo mettere in dubbio le capacità manageriali e l’abilità nello stare sui mercati di Cavit e Cantina di Soave, comunque vadano le cose sarà sempre un esterno ad imporsi (a Cavit basterà tra l’altro un impegno solo del 30% contro il 70% messo da Terre d’Oltrepò…), a dimostrazione di un neo colonialismo in essere che considera l’Oltrepò Pavese “terra di conquista”. E si può legittimamente dubitare che la “valorizzazione del territorio oltrepadano possa venire da chi è oggettivamente al dio fuori del territorio”.

Ma di questo e altro, dell’amarezza verso gli ex soci di La Versa che pubblicamente si augurano che vinca l’asta Cantina di Soave, dell’incazzatura non ancora sopita perché, dice Maini, con “300 soci e un minimo impegno finanziario si poteva ricomprare la cantina grazie al Concordato fallimentare”, della perplessità su “amministratori votati per 25 anni e ancora in carica manco fossero intoccabili”, parleremo diffusamente non appena avrò occasione di incontrare Maini ed il suo collaboratore Stefano Zaffi (ho parlato anche con lui..), alla mia prossima trasferta oltrepadana…

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