Trento Doc Brut Riserva Methius 2008

Denominazione: Trento Doc
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay, Pinot nero
Fascia di prezzo: da 25 € a 35 €

Giudizio:
7.5


Elba2015-2 079

Appunti su un vino che non riesce proprio ad entrare nelle mie corde

E’ proprio vero che i gusti e l’atto del degustare appartengono alla sfera del soggettivo e che ogni volta che si assaggia si hanno percezioni diverse! Non solo può accadere che quello che piace a 100 persone non piaccia a me e viceversa o che assaggiando cinque volte lo stesso vino si possa ogni volta ricavare un giudizio positivo e ritrovare le stesse sensazioni, come se le caratteristiche di quel vino combaciassero perfettamente con il nostro gusto, ma può anche accadere, soprattutto quando le annate sono diverse, che quel determinato vino a volte ti piaccia e a volte invece nemmeno un po’.

Quella che ho cercato di raccontare è un po’ la storia del mio rapporto, un po’ contrastato, con una riserva che molti considerano ai vertici assoluti del Trento Doc, di quei Trento che cercano, anche attraverso un lungo affinamento sui lieviti, e la fermentazione, anche se parziale, in legno, la complessità, la struttura importante, e che proprio per queste ambizioni d’importanza spesso vengono considerati importanti da quella parte della critica per la quale la piacevolezza, la facilità di beva, l’equilibrio, evidentemente rappresentano degli optional.

Mi sto riferendo al Trento Doc Brut Riserva Methius, un metodo classico nato verso la fine degli anni Ottanta dalla collaborazione tra Carlo Dorigati, eccellente produttore di Teroldego e di Rebo tra le altre cose, tragicamente scomparso nel 2011 durante la vendemmia, e l’estroso Enrico Paternoster, consulente di varie aziende e credo ancora responsabile della produzione vinicola della Fondazione Edmund Mach (ovvero Istituto Agrario di San Michele Adige). Un vino che viene prodotto solo nella tipologia riserva, con cinque anni di affinamento e che per riuscire deve ad ogni edizioni trovare quell’equilibrio, quell’armonia tra le diverse componenti, senza i quali un vino non è a posto e lascia a desiderare. E non soddisfa completamente le aspettative.

In passato ho costantemente trovato questa riserva, ad ogni edizione, molto lontana dal mio gusto e costantemente sopra le righe perché, scrivevo, trovavo nel vino una presenza eccessiva di legno che a mio parere bloccava la piacevolezza ed era troppo invadente. E questa “legnosità” mi impediva di entrare in sintonia con il vino. Lo ricordo, una cuvée composta da 60% Chardonnay e 40% Pinot nero provenienti da un’area ideale per le basi spumante, la fascia collinare di Faedo e Pressano a 350 – 500 metri di altitudine, provenienti da vigneti allevati con il sistema tradizionale della pergola trentina, con potature corte ed un generoso diradamento dei grappoli.

Dimenticavo un piccolo dettaglio: la fermentazione in barrique di parte dello Chardonnay, una pratica che Paternoster predilige.

Questo lo “storico” del mio rapporto con il Methius, fino a che, due anni fa, mi imbattei felicemente in un Methius 2007 finalmente equilibrato, fresco, non più massiccio e dominato da note boisé in eccesso, e fui così contento da dedicargli un articolo pubblicato su questo blog nell’ottobre 2013.

Pensavo si trattasse di una svolta, che il legno protagonista fosse ormai un ricordo del passato, che anche un vino importante come la riserva Methius avesse scelto la strada non della banalità o della facilità, ma di un maggiore bilanciamento, di una maggiore armonia e piacevolezza.

Errore, ancora una volta, a dimostrare che io non sono tipo da Methius e che lui non riesce ad entrare nelle mie corde, recentemente mi è capitato di bere la riserva 2008, con sboccatura agosto 2013, e dall’entusiasmo di due anni fa per il 2007 sono tornato all’antica perplessità per le annate precedenti.

Forse, e concedo, visto il lignaggio del vino, il beneficio del dubbio, la bottiglia (non il tappo, impeccabile) non era di quelle benedette da Bacco, ma alla bellezza del colore, un paglierino oro brillante, alla vivacità del perlage, ai profumi densi e caldi, compatti, maturi, di frutta esotica e fieno di montagna, di agrumi canditi, a note di vaniglia e crème caramel in evoluzione, ha purtroppo fatto riscontro, ospite indesiderato, una spiccata, invadente presenza di legno, protagonista anche al gusto, molto asciutto e tendente all’amaro. E dotato di una capacità, dispettosa, di bloccare lo sviluppo ed il dinamismo del vino, togliendogli eleganza e freschezza. E soprattutto equilibrio e piacevolezza.

Inevitabile la domanda: ma il vero Methius è questo 2008 nella cui cuvée il rovere francese sembra pesare più del Pinot nero e dello Chardonnay o l’equilibrato, elegante 2007 da me elogiato due anni orsono? E quando leggo che nella scheda tecnica del Methius si descrive una “sensazione di morbidità”, siamo davvero sicuri che il sottoscritto e gli autori del testo parliamo la stessa lingua?

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