Champagne Ozanne Brut Blanc de Blancs Grand Cru Michel Fallon

Denominazione: Champagne
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay
Fascia di prezzo: più di 50 €

Giudizio:
8.5


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Accidenti, si dirà qualcuno, questo Ziliani deve essere fortunato o dev’essere una sorta di re Mida che trasforma in eccellente ogni Champagne che “tocca” (stappa), se tutte le volte che scrive di uno champenois d’Oltralpe sono elogi a raffica, acclamazioni, entusiasmi senza se né ma, e 9 o 10 stelle assicurate!

Tranquilli, non ho questo potere né desidero averlo e non credo che basti dire la magica parola Champagne per rendere oro tutto quello che luccica. Così come ci sono metodo classico italiani, svariati, e distribuiti nelle varie denominazioni, che non dico che non siano buoni, ma che non soddisfano il mio gusto, non solleticano il mio palato, non mi entusiasmano, talvolta può anche capitare, ma è un evento raro (perché so scegliere bene), che ci possano essere Champagne a proposito dei quali dico: buono, ma non mi verrebbe voglia di berlo ancora.

Il piccolo “incidente” (ma intendiamoci, la votazione in stelle testimonia che si tratta di un buon Champagne, anzi ottimo per gli amanti del genere, non di una ciofeca…) mi è capitato bevendo il vino di un piccolo vigneron di Avize, villaggio Grand Cru dove agiscono tra gli altri nomi strepitosi quali Corbon, Agrapart, De Sousa, Selosse, gente che lavora in vigna in maniera meravigliosa e ha un solo “difetto” a mio avviso, è troppo innamorata del legno, che è distribuito in Italia da Pepi Mongiardino (alias Moon Import) che ha nome Michel Fallon.

Lo so bene che Fallon va considerato una sorta di “selossiano” e che si tratta di un piccolo vigneron le cui poche bottiglie hanno prezzi (intorno ai 90-100 euro) e valutazioni importanti, soprattutto da parte di quelli che “sanno” di vino, non da dilettanti e absolute beginners come me.

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So anche, l’ho letto in retroetichetta, che Fallon rivendica una “cultura ancestrale” e che gli piace ricordare che il nome Ozanne, applicato alla sua cuvée richiama quello storico di “Avize la bella”, mantenuto fino all’anno 796. Tutto bello, ma è questa scelta di vinificare in legno, quella fermentazione e quel passage fût de chêne che destano la mia perplessità e alla prova della bottiglia e del bicchiere mi hanno fatto un po’ sospirare. Pensando a quale meraviglia avrebbe potuto essere quello Champagne con una razionale “rinuncia a Satana”, pardon, all’eccesso di legno.

Perché il campione che ho degustato, con sboccatura dichiarata del 26 maggio 2014, all’inizio mi sembrava un gran Champagne Blanc de Blancs, colore paglierino oro squillante, perlage scoppiettante di energia, poi appena l’ho portato a naso ha cominciato a sviluppare degli intensi aromi, molto densi, caldi, quasi burrosi, di nocciola e mandorla tostata, di pan brioche e crema pasticceria, di frutta esotica (mango soprattutto) e cioccolato bianco, senza quella finezza, quella freschezza aerea, quell’esprit de finesse e quella leggerezza che mi sarei atteso da uno Chardonnay di Avize, villaggio Grand Cru, non uno Chardonnay di Adro, Capriolo, o Provaglio d’Iseo, località dove ai vignaioli viene spesso naturale, non disponendo di una materia prima di primario valore, “pasticciare” con il legno.

Ma cosa hai messo nel caffè?

La bocca era larga, piena, succosa, e di grande struttura, molto più ampia, consistente, vinosa che verticale, e quel legno, maledetto me che non lo tollero, che lo trovo fastidioso (e che lo capisco e lo apprezzo solo quando lo trovo nelle vecchie annate di Krug…) finiva inevitabilmente e inesorabilmente per turbare la grazia espressiva del vino, nel renderlo più affascinante e charmeur nei profumi, dove trovavo la componente minerale, il timbro della craie e del sale, che quando lo bevevo.

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Morale: una bottiglia che abbiamo bevuto tranquillamente in due, mangiandoci sopra (trattasi di Champagne assolutamente gastronomico), ma senza “strapparci” la bottiglia di mano e senza rimpiangere che si trattasse solo di una sette decimi e non di un magnum…

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Ben diverso il discorso con l’Extra Brut Rosé di Saignée di Ulysse Collin bevuto qualche giorno dopo. Ma questa è tutta un’altra storia, tutt’altre emozioni da raccontare, prossimamente su questi schermi…

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Attenzione!: non dimenticate di leggere anche Vino al vino
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