Metti una sera a cena sul Monte Orfano, tra vecchie “bolle” di Franciacorta e Champagne

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Nessun confronto tra realtà diverse, ma l’apprezzamento entusiasta dei pregi di ognuna

Metti una sera a cena in un posto magico della Franciacorta, un posto antico come il Cappuccini Resort, ristorante, hotel de charme, spa, osteria, e mill’altre delizie, dove non salivi da una vita, ma di cui avevi scritto, in un’altra vita, e vivi un’esperienza che non ti saresti mai immaginato e che al solo pensiero, trascorsi già un paio di giorni, ti emoziona ancora.

Sei nel cuore di quel Monte Orfano che è Franciacorta a pieno diritto, anche se alcuni amici produttori franciacortini, tipo quel bilanista d’un Giuseppe Vezzoli, ama blaguer dicendo che comandasse lui, che è orgoglioso erbuschese dalla punta dei piedi sino a una spanna sopra ai capelli, il Monte Orfano sarebbe fuori dalla Docg, mentre il sottoscritto, che ama questa zona e le sue “bollicine”, sono già anni che sostiene che questa parte di Franciacorta dovrebbe dare un segno della propria differenza. O addirittura, ma questa è solo una provocazione intellettuale, e lo capirebbe chiunque, quindi lo capiranno anche nelle stanze del comando di Erbusco, non è assolutamente un invito ad una fuga dal Franciacorta, meriterebbe una Docg, Monte Orfano tout court, data la sua specificità.

Montorfano

Un incontro, che è un invito a ritrovare tante cose, un luogo di fascino, antiche emozioni, forse una parte di me stesso e un rinnovato entusiasmo e scoprire, ma lo… scoprirò solo dopo, una novella disponibilità ad ascoltare e imparare, nato da un mio recente articolo, la celebrazione della grandezza assoluta, progettata e realizzata, di un Franciacorta stellare, il Dosage Zéro Noir, nella fattispecie l’annata 2005, di quella che, è inutile nasconderlo, io considero da sempre la Maison di riferimento di questa zona vinicola bresciana alla quale ho dedicato e continuerò a dedicare gran parte del mio impegno di cronista del vino.

Succede che al mondo e anche qui in Franzacurta, ci siano persone che per una “bollicina” di grande qualità, soprattutto se non colta giovane, ma in piena maturità – e trattasi di “sesso” pieno di energia, gioioso, sano, vitale e non di gerontofilia enoica – sono pronte non dico a tutto, ma quasi. Persone per le quali Krug, Bollinger, Veuve Clicquot, Ruinart, Mumm, Philipponnat, ma anche Faccoli, Corte Fusia, Cà del Bosco, ecc. sembrano non avere segreti e sono oggetto di un culto sfrenato, orgiastico, manco fossero idoli calcistici o modelle e attrici da sogno.

logoCappuccini

Bene, succede che ad una di queste persone, classe 1980, che nella fattispecie si chiama Marco Pelizzari ed é il giovane patron, con la famiglia, del Cappuccini Resort, letto il mio articolo e letto il commosso ricordo di un “eno-progenitore” del Dosage Zéro Noir, ovvero il “Brut di Pinot nero 1980”, un vino che ricordo con entusiasmo e nostalgia, perché quando lo conobbi e lo bevvi, estasiato, ero più giovane e più ricco di illusioni e non ancora segnato da alcune dure evidenze della vita, capitasse di intercettare in circostanze misteriose e magiche in una cantina un esemplare di questo Franciacorta mito, ormai introvabile, tranne che in una Cantina da sogno di Erbusco, una casa nel bosco, e di poterselo portare a casa.

Un altro se lo sarebbe tenuto, come un eno-feticcio, riservandolo agli amici, o avrebbe fatto lo “sborone” ostentandolo e comportandosi come certe belle ragazze, delle serie, guardare ma non toccare, e non pensando in alcun modo di condividerlo con alcuno. Ma il giovane Marco, classe 1980, ma già la saggezza e la nobiltà di un uomo maturo, cosa decide di fare?

Vecchiebolle1

Decide di condividerlo con tre amici, che non fanno parte del mondo del vino in senso stretto, anche se ne sono “tarantolati” appassionati e soprattutto cultori consumatori, e con un produttore della zona, forse il montorfanino simbolo, Claudio Faccoli, e pensa di estendere la festa, perché tale nel contempo si era tramutata, un qualcosa che portava il titolo ipotetico di “tiriamo il collo agli 88”, ad un maturo cronista del vino. Uno che proprio qualche giorno prima aveva espresso il suo antico e mai sopito amore, ché tale era stato, al primo sorso, per quel “Brut di Pinot nero 1980”…

Faccoli

E così, un venerdì sera mi sono trovato, in compagnia di questi quattro “pazzi” scatenati, di ritorno dal Garda bresciano, o meglio dalla Valtènesi, dove mi ero incontrato con un ex franciacortiano di genio, Carlo Alberto Panont, a degustare Chiaretto e definire gli ultimi dettagli organizzativi della prima e più importante rassegna dedicata ai rosati italiani, Italia in rosa, che vedrà anche sette aziende franciacortine proporre i loro Rosé.

Il padrone di casa, Marco Pelizzari, il past president del Consorzio Claudio Faccoli, e tre personaggi che vi auguro di avere la fortuna di conoscere, loro e le loro cantine, ovvero, Maurizio Chiappa, Cristian Cirimbelli, Davide Rondinella. Gente che nella vita, a parte Maurizio, che intorno al vino ha operato e opera, si occupa di tutt’altro,, con successo e con profitto, lavorando tosto e duro, ma che le bolle, ancor più di una certa meravigliosa “idea”, che tutti o quasi appassiona, hanno sempre in testa, perché offrono loro, quando sono buone, emozioni uniche. E danno un sapore, tutto speciale, alle loro vite, che sono vite impegnate, intense, ben vissute, senza momenti di noia.

Cosa è successo quel venerdì sera? Semplice, senza innescare alcuna competizione, senza confrontare meraviglie enoiche che sono inconfrontabili, perché hanno storie, latitudini, acidità, mercati, dimensioni, identità, prestigi, forse destini, diversi, senza stabilire graduatorie e classifiche, che lascerebbero il tempo che trovano e avrebbero chiamato in causa logiche diverse dalle nostre, che appartenevano esclusivamente al dominio dell’apprezzamento estetico ed edonistico dei vini, della loro capacità di emozionarci e raccontarci storie ognuna diversa dall’altra, ci siamo messi a stappare in una sequenza mozzafiato Franciacorta & Champagne con qualche annetto di vita in bottiglia.

CappucciniBlancdeNoir

Abbiamo provato a scaldarci, dopo i saluti e le reciproche presentazioni (a parte Faccoli era la prima volta che incontravo gli altri quattro compagni d’avventura) con uno Champagne portato da me, la Cuvée Laetitia, una Cuvée perpétuelle di H. Billiot, che mi aveva fatto di conoscere di recente l’ottimo Alfredo Leoni di Top Wine al Carroponte a Bergamo. Champagne piaciuto, ma definito troppo giovane da palati abituati a millésimes plus agés.

Poi ci siamo seduti, il fantastico chef Fabrizio Albini che officia al Cappuccini resort ha iniziato a deliziarci con squisitezze varie, ed è partita la sarabanda. Dapprima lo stupefacente Franciacorta Brut di Pinot nero 1980 cadelboschiano (non riuscivamo a resistere e non abbiamo voluto gustarlo per ultimo, visto che era stato l’elemento scatenante del nostro summit bollicinaro), un vino che ho lasciato per tutta la lunga serata evolvere nel bicchiere, che ho centellinato, delibato, cercato di indagare e che mi/ci ha sbalordito per la sua integrità, per il colore ambra oro brillante e luminoso, per la compattezza e densità degli aromi, caldi, mediterranei, variegati, esotici (un trionfo di ananas) eppure inconfondibilmente franciacortini, con agrumi, note di cioccolato e caffè, pasticceria a dominare, con salvia, erbe aromatiche, sale e pietra a rincorrersi nel calice.

BrutPinotnero1980

A comporre un insieme che, come ha osservato benissimo l’arguto Cristian Cirimbelli, informatico nei ritagli di tempo lasciati liberi dalla passione bollicinara, stupiva per la tenuta e l’integrità, l’intensità ed il mordente, anche dopo una lunga permanenza nel bicchiere. E poi che bocca ricca, larga, succosa questo vino in forma di Franciacorta, che coda lunga e nerbo, che spalla, che carattere saldo, che sostanza! E quale meravigliosa bevibilità, da solo, sui piatti di Albini, probabilmente anche su un cinghiale o una cernia presi a morsi mentre erano ancora vivi. Roba da fuori di testa, da commozione cerebrale, non nel senso degli effetti di una contusione, ma dell’autentico commuoversi dato da una riflessione e di un “ripensamento sugli anni e sull’età” come avrebbe detto Guccini.

Poi, dopo questo prototipo e fuoriclasse di Franciacorta io avrei potuto passare anche all’acqua, ma gli ’88 spingevano alle porte e come lasciarli fuori? Dapprima abbiamo saggiato una Cuvée Dom Pérignon, ma il tappo non ha collaborato e ha condizionato la performance del vino, ancora vivo, scattante, splendente, ma dagli aromi e dal gusto bloccati nel loro splendore da un tono asciutto, fungoseccheggiante all’estremo che ha mi lasciato di stucco, soprattutto dopo lo splendore fiammeggiante del 1980 franciacortino, e non mi ha indotto a prendere appunti.

Krug88

Le cose sono cambiate, e siamo entrati in pieno non solo in Champagne, ma in una visione tutta speciale della Champagne, targata Krug, e ho già detto tutto, con il Krug 1988, illustrato in tutto il suo tonitruante splendore da un tappo e da una bottiglia in perfetto stato. Vino da mille e una notte, anzi Champagne leggendario, perché la bolla era ancora viva, incisiva, mordente ed il naso era una sorta di croccante di nocciole e mandorle preparato sotto il vostro naso, e poi crème brulée, chocolat, sfumature di spezie, striature di agrumi canditi, fiori bianchi secchi. Ma era la bocca a lasciare senza parole, per la sua freschezza, la vivacità, l’energia, per il proporsi lungo e teso, pieno di nerbo, eppure largo e suadente sul palato, fondente, avvolgente, infinito come l’abbraccio della Donna che ami, di questo Champagne da leggenda. Di una lettura della Champagne, quella targata Krug, tutta personale, ma tale da suscitare un fascino incredibile, da assurgere a mito e leggenda.

Champagne88

E quindi fu il turno di Ruinart, di Dom Ruinart 1988, trionfo di eleganza e freschezza, di una setosità vellutata e carezzevole, di un’armonia e di una mineralità salata e nervosa figlia di un terroir unico e inimitabile, figlio di quella craie che in Franciacorta, mettiamoci il cuore in pace, non esiste, di un lavoro unico che le vigne fanno, nel terreno, in ogni situazione climatica, andando a pescare in profondità quando all’esterno fa un caldo torrido. Un aroma tutto autunnale e vibrante di funghi porcini appena tagliati, di sottobosco, di fiori di montagna, con sfumature di burro e crème fraiche e una coda lunghissima, profonda, un procedere in verticale, appuntito, indomito verso l’infinito. In evoluzione il vino perdeva un po’ questo mordente, tendeva a sedersi un po’ in poltrona con pantofole e plaid sulle ginocchia, ma manteneva sempre un elegantissimo aplomb, una ricchezza di argomentazioni, una saggezza, da aristocratico, uso di mondo, che non si scompone per nulla, davvero ammirevole.

BlancdeNoir80

Infine è stata la volta, mentre la lucidità cominciava a vacillare, anche se Claudio Faccoli alle 23.58 puntualmente osservava “se non trovo la mineralità nello Champagne, allora è Franciacorta”, osservazione alla quale Maurizio Chiappa replicava citando il professor Emile Peynaud, secondo il quale “Se ci sono vini cattivi è proprio perchè ci sono dei cattivi bevitori. “Il gusto è conforme alla rozzezza dell’intelletto”: ognuno beve il vino che si merita”, di due Franciacorta. Dapprima, fuori programma, per rifarci la bocca dopo tanta champagneria, un’energica versione 1993, in forma spettacolare, giovanissimo, pimpante, traboccante energia, largo, sontuoso, eppure nervoso, freschissimo, ancora sgomitante, di una vitalità impensabile, del mio Franciacorta del cuore, il Dosage Zéro di Cà del Bosco, ancora con la vecchia, inconfondibile e per me ancora elegantissima, più alla mano dell’attuale, dalla raffinatezza un po’ mondana e già in linea con le parole d’ordine dell’Expo, etichetta.

DosageZero

E quindi, a dispetto dei miei sfottò sul fatto che avesse un senso ancora berlo, dopo tanta grazia Sant’Antonio, un Dieci Anni, a me piace più chiamarlo Decennale, di Faccoli, un vino che l’azienda propone così sulle proprie pagine Web: “Franciacorta Riserva 10 anni è un extra brut dosato con 1 o 2 grammi al massimo, estremamente evoluto e complesso, da degustare a mente sgombra da ogni condizionamento. Ispirato alle grandi espressioni del metodo classico francese, è reso possibile dal territorio unico del Monte Orfano, e l’azienda Faccoli lo propone senza mediazioni”.
VecchiFranciacorta

Come definirlo? Un grande Franciacorta, un vino in piedi, ancora pieno di estro e di energia, con la forza, la profondità, il nerbo inconfondibile dei Monte Orfano, ma pieno, ampio, vinoso, di grande solidità e salda tessitura. Un 1988 assolutamente diverso dagli altre 1988 francesi bevuti (perché noi abbiamo bevuto, non degustato) che non definirei inferiore o superiore, ma diverso.

E da appassionati sinceri di Bacco, da cultori di Bacco, non più produttori, giornalista, informatici, ristoratori, ecc, ma tutti amanti del vino e delle “bollicine” di qualità, come non essere felici di questa evidenza, come non esclamare, in italiano ed in francese, viva la differenza, vive la différence?

Vivedifference

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Attenzione!
non dimenticate di leggere anche Vino al vino

http://www.vinoalvino.org/

E dal 5 al 7 giugno tutti a Moniga del Garda per Italia in rosa!

 

6 commenti

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6 commenti

  1. Maury Sparkling 1972

    maggio 31, 2015 alle 9:57 pm

    Grazie Franco per questo tuo giudizio sulla nostra serata, grazie per la piacevole compagnia.
    Arrivederci alla prossima esperienza enoica!

  2. Alessandro

    giugno 1, 2015 alle 1:14 pm

    standing ovation per questo lungo articolo che mi ha fatto morire d’invidia per non aver potuto essere stato anch’io con voi venerdì sera, ma che ha ricreato l’atmosfera di una serata che, non solo dalle sue parole, mi sembra essere stata speciale.
    Scriva ancora altri articoli come questo Ziliani, mi raccomando!
    Quando scrive così ispirato ci fa sognare e ci fa entrare nei bicchieri che lei descrive 🙂

  3. Nicola

    giugno 4, 2015 alle 9:04 am

    Grande invidia. Bellissimo pezzo, quando Ziliani scrive così non ce n’è per nessuno. Bravo, anzi, bravò.

  4. Giovanni

    giugno 6, 2015 alle 3:12 pm

    È verissimo finalmente qualcuno si accorge che il Monte orfano è a sé. Cinquant’anni fa il bianco di Cologne non aveva rivali.

  5. Giovanni Fratus

    giugno 6, 2015 alle 4:17 pm

    Solo un talento naturale può capire le potenzialità del Monte orfano. Quando il Franciacorta ancora non esisteva il bianco di Cologne era già ricercatissimo e considerato il migliore di tutta la zona.

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