Champagne Jacques Selosse Rosé: costa un Perù, ma piace anche a Gaja…

Denominazione: Champagne
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay, Pinot nero
Fascia di prezzo: più di 50 €

Giudizio:
10


RoséChampagneSelosse
Ma li varrà davvero tutti quei soldi, cercando poi tra le varie enoteche on line ho scoperto che se vi “va bene” vi limitate a sborsare 128 euri, altrimenti ve ne toccheranno 165 o 185 (immagino spese di spedizione comprese…), ma il mio amico Vittorio Vezzola di Spumeggiando ve lo propone a 139… , mi chiedevo martedì 10 mentre tranquillamente a pranzo, in un posto che vi consiglio assolutamente, il ristorante Charmant in zona Studi a Milano, la recensione, garantita, è del Maestro Allan Bay, ottima cucina di mare in un angolo di Puglia nella Capitale Morale, con un Noto Personaggio del Vino Italiano, che mi aveva onorato, dopo anni, di una sua convocazione-invito, sorseggiavo ‘sto fenomeno di Champagne Rosé?

Non sono un pauperista o un po’ populista, ma nemmeno lontanamente un capitalista, e quello Champagne dai prezzi stellari, per me normalmente inaccessibile, a meno che mi parta un embolo e che il cervello (quello che resta) cominci a funzionare a modo suo e mi faccia credere di essere Rockefeller o il Berlusca, so bene che me lo potevo gustare unicamente perché ero ospite a pranzo di quel Signore del Vino, e perché, ça va sans dire, pagava lui, mica io…

Però, se da un lato mi sentivo un po’ a disagio, arrivato all’appuntamento dopo aver lasciato la mia autovettura del 2008 a Cascina Gobba e aver preso la mia bella metropolitana, con tutto il suo contorno di varia umanità, presa da ben altri drammatici e quotidiani problemi che stapparsi uno Champagne da 150 euro, e se pensavo che questo fottuto mondo d’oggi – forza Tsipras! – sta allargando sempre più la forbice non solo tra ricchi e poveri (la classe media è quasi sparita…) ma tra chi può e chi non può nemmeno sognare di cogliere la bellezza assoluta di una determinata qualità, reale o annunciata come tale, dall’altro, scusatemi il dannato cinismo, me ne fregavo.

E mi godevo il privilegio, ebbene sì, il privilegio, regalatomi dall’essere un giornalista del vino non sconosciuto, con 31 anni 31 di esperienza nel settore, invitato da uno dei Grandi Signori del Vino Italiano, anzi ri-ammesso al cospetto del Padre, e gratificato, sua la scelta del vino, non casuale forse sapendo quanto io ami gli Champagne Rosé (che da oggi tornerò a godermi da solo e a non condividere più con Altra Persona: Erda, nella scena Quarta di Das Rheinhgold di Richard Wagner canta: Alles, was ist, endet…) da un Rosé champenois fuori misura.

Allesendetmusik

Quello creato da Anselme e Corinne Selosse, dal 1980 alle redini dell’azienda creata dal padre Jacques Selosse e di cui ancora porta il nome. Solo sette ettari, ma speciali, lo Chardonnay, Grand Cru, nei comuni di Avize, Cramant e Oger, e poi una vigna di Pinot Noir, ancora Grand Cru, ad Aÿ ed una ad Ambonnay. Una produzione confidentielle inferiore alle 50 mila bottiglie e la capacità di entrare nel mito e della leggenda dello Champagne. Di suscitare accese passioni, da parte di sostenitori incondizionati, e qualche riserva, da parte di chi trova la metodologia produttiva e lo stile selossiano molto particolare.

Come leggo sul sito Internet del loro importatore italiano, il mitico Bepi Mongiardino di Moon Import, quello che ci introdusse, quanto eravamo giovani, ai sacri misteri di Philipponnat, e poi di Aubry e Léclapart, e dell’amatissimo Mas de Daumas Gassac dell’eroe enoico e civile Aimé Guibert, nei vignobles di Selosse “ogni due anni viene inserito in profondità un composto organico per favorire la valorizzazione del terroir. Anselme Selosse, durante ogni primavera ed autunno, lavora il terreno al fine di renderlo leggero e poroso per permettere un miglior passaggio dell’acqua. Le piante sono mantenute basse con un rendimento inferiore ai 2/3 della resa media in Champagne. Le difese immunitarie della vigna sono sollecitate in modo naturale, senza alcun impiego di trattamenti chimici”.

E poi, in base di vinificazione, “dopo la spremitura tradizionale il mosto viene messo in barrique per la fermentazione, che inizia senza l’aggiunta di lieviti selezionati ed avviene con batonnage settimanale durante il periodo invernale e mensile durante l’estate. Tale processo prosegue naturalmente senza alcun intervento e dura a volte sino a luglio. La fermentazione malolattica è contenuta, l’acidità naturale del vino non viene neutralizzata poichè i concimi non contengono potassi minerali e non si effettua mai alcun tipo di filtrazione.

Anselme Selosse afferma che il suo ruolo non è quello di standardizzare il gusto, ma di raccontare la storia dei suoi vigneti rispettando la vocazione del vino e del terreno. Per questo non utilizza lieviti selezionati durante la fermentazione e preferisce il fruttosio puro d’uva per il dosage al momento del dégorgement. Queste due particolarità, proprie dello Champagne Jacques Selosse e di altri pochi produttori, assicurano un gusto che esalta le caratteristiche della particella di terreno sulla quale l’uva è stata colta”.

Venendo al nostro Rosé Grand Cru, non è un Rosé de Saignée, bensì uno Champagne d’assemblage prodotto utilizzando il 90% circa di Chardonnay e il 10% di vino rosso prodotto con uve Pinot Noir di Verzy e Ambonnay. Secondo Anselme Selosse, il Rosé deve saper esprimere un perfetto equilibrio tra il bouquet del Pinot Noir e la finezza dello Chardonnay, perciò è innanzitutto necessario che non sia sovradosato o piatto.

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E così io, per non saper né leggere né scrivere, di fronte a questo monumento della champagnerie rosata o rosiforme, pur non continuando a perdermi una sola sillaba di quello che il mio ospite e anfitrione mi andava raccontando (e che ho registrato, con il di lui permesso), ho cercato di “isolarmi” un attimo per concentrarmi su quanto di splendente stavo gustando, dimenticando che si trattava di uno Champagne per happy few, di un premium wine dello stile (e del prezzo) gradito al “nostro caro Angelo”, e tenendo mentalmente in sottofondo “il nostro amico Angiolino” del piemontese e astigiano Paolo Conte, ho vergato qualche appunto.

Salmone scarico, buccia di cipolla il meraviglioso colore, perlage finissimo e continuo e un naso che ti lascia di sasso, al primo impatto, per la petrosa integrità, per il suo essere salato, nervoso, profumato di agrumi e fiori bianchi, di una finezza e di una immediatezza senza pari, fragrante, puro, meravigliosamente leggero, inebriante.

Un po’ come le parole, i concetti, le riflessioni, sempre acute, sempre intelligenti (quest’uomo avrebbe potuto darsi alla politica e a Berlusconi e Renzi avrebbe dato la paga, mi dicevo, e come venditore di ghiaccio agli eschimesi al suo confronto il miliardario rosso Farinetti è un dilettante allo sbaraglio…), che il Monsù al mio fianco regalava alla mia intelligenza ahimé, solo zilianesca…

Drinkmorewine2015

E poi, mentre il pesce arrivava nei nostri piatti, preparato in maniera mirabile, gustoso, leggero, profumato, discreto rispetto alla personalità del vino, eccomi prendere a due mani il coraggio per assaggiarlo, per cogliere il fascino, il messaggio imperioso della sua bocca salata, nervosa, croccante, dotata di una bella tensione, di una vibrazione lunga, un gusto decisamente verticale e profondo, dotato di una magnifica intensità e di un nerbo indomabile, di una persistenza lunghissima, ma non aggressiva o invasiva da grandissimo vino Champagne.

Una cosa da andar via da testa, da strizzare la bottiglia (che non abbiamo seccato fino in fondo, un po’ perché lui beve poco e si limita ad assaggiare e aveva poi altri pressanti impegni milanesi, un po’ perché io ero intimidito dall’inaspettata reunion con un Uomo con cui non parlavo, non potevo parlare, ma so che lui mi leggeva e talvolta digrignava i denti…, da una buona decina d’anni, e quindi ne rimasero quattro dita abbondanti, che io avrei volentieri scolato a garganella, fregandomene del bon ton…), da rimanere, se possibile, ancora più amoureux du Champagne

punto-interrogativo-e-pensatore

In sintesi, a masterpiece, uno chef-d’œuvre, un capolavoro, un vino memorabile. Ma li vale davvero, tornavo a chiedermi in piedi in metropolitana, salutato il Capo dopo il pranzo e tornato alla mia quotidianità, tutti quei soldi?

E davvero altri Champagne Rosé che ho bevuto e gustato di recente in felice compagnia, quando ancora amor sorrideva e rallegrava i cori, e che ha trovato ugualmente stupendi e, scusatemi se sono prosaico, costano un terzo di questo o meno, valgono davvero meno di questa mirabilia?

Il mio amico/nemico ritrovato avrebbe subito la risposta pronta, che condenserebbe in una parola, “la forza del brand” fa la differenza, e tu compri non solo uno Champagne Rosé, ma compri Jacques Selosse, come compri, ma diciamolo!, Gaja. Uno che stasera, raccontano qui, terrà un Gaja show in quel di Cremona

E’ vero, ma io che sono un provinciale e proletaire, un anarchico di destra, anche se di gusti abbastanza raffinati (ma al caviale continuo a preferire un bel salame stagionato) questi super prezzi, anche in un’epoca di rinnovata ricchezza come la nostra (la barzelletta, irresistibile, è di Renzi Matteo…) a me continuano ad andare un po’ di traverso… E a voi?

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Attenzione!: non dimenticate di leggere anche Vino al vino
www.vinoalvino.org e il Cucchiaio d’argento!

6 commenti

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6 commenti

  1. Giovanni

    febbraio 23, 2015 alle 6:01 pm

    Buongiorno Ziliani. Bel pezzo davvero. Io più di 58 € per una bottiglia in enoteca non li ho mai pagati…ed era per un regalo a mio papà. Per inciso, Barolo di Bartolo Mascarello, bevuto a Natale 2012 con un brasato (al nebbiolo). Tuttavia, se qualcuno mi offre ben venga…

  2. Giovanni

    febbraio 23, 2015 alle 6:01 pm

    Una curiosità. Ma davvero W Tsipras? io la penso così. Ma Lei??

    • redazione

      febbraio 24, 2015 alle 6:23 pm

      io credo che oggi una persona di destra, anzi di estrema destra come me abbia l’obbligo morale di tifare per Tsipras, di sperare che Tsipras ce la faccia, che vinca la sua battaglia contro l’Europa della Troika, dei figli di troika, delle banche, degli usurai, dell’omologazione. Viva la differenza e viva il pensiero libero. Se questa volta si trova a sinistra, amen, meglio che a Firenze, Palazzo Chigi e al Monte dei Paschi

      • Giovanni

        febbraio 27, 2015 alle 4:33 pm

        Buongiorno Ziliani,
        la ringrazio per la sua risposta che, mi creda non era scontata. Apprezzo spesso i suoi pezzi, soprattutto quando non ci sono polemiche… un giorno le chiederò di commentarmi qualche bottiglia fra le mie preferite! Buona serata

  3. Michele R.

    febbraio 24, 2015 alle 7:25 am

    Buongiorno. Probabilmente 150 € per Selosse, visto il lavoro, ci possono stare. Sono altri i prezzi che mi chiedo se valga la pena di pagare, e non è solo questione di brand.
    Buona giornata e buon vino

  4. Gesualdo

    febbraio 24, 2015 alle 10:25 am

    Belle riflessoni, grazie!
    Ritengo che alla fine la cosa importante sia con chi si beve una bottiglia del genere (e mi scusi: non sto girando il coltello nella piaga!). Per quattro o cinque amici che apprezzerebbero veramente sarei disposto ad una cifra sui 150 euro, che in fondo non è astronomica.
    Una domanda a lei (che invidio, nella circostanza!) sulle note organolettiche: non c’erano le caratteristiche note ossidate, sempre molto eleganti in Selosse?

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