Non è Ferragosto se non è bagnato dalle “bollicine”

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Chi ha mai detto che quelle “bollicine” che siamo abituati ad abbinare al momento festoso del Natale o della fine dell’anno (anche se questo blog sostiene che ogni giorno sia valido per stappare e gustare a tavola un buon metodo classico) non vadano benone invece a quel giro di boa dell’anno (e del periodo festivo) rappresentato da Ferragosto e dintorni?

Vanno magnificamente bene non solo perché, meteo pazzo permettendo, quel giorno particolare, collocato proprio alla metà del mese per antonomasia dedicato alle vacanze, è un giorno, sin dall’epoca romana del feriae Augusti, dedicato al festeggiamento e al riposo. E vanno bene, servite fresche al punto giusto e non ghiacciate, nonostante molti preferiscano loro bianchi e rosati fermi (che sono parimenti indicati, ci mancherebbe…), su larghissima parte dei piatti che gusterete nel periodo di ferragosto.

L’ho già scritto molte volte, su tutte le preparazioni a base di pesce, soprattutto quello di mare, sui crostacei e sui frutti di mare, sulle grigliate e sugli umidi, sui primi piatti (paste e risotti) dove il pesce è protagonista, su primi con pesce e verdure, su pasta fredda o insalata di riso, su antipasti a base di salumi, su arrosti freddi e salmone (fresco o affumicato), sul vitello tonnato e sul roast beef dove saranno particolarmente indicati metodo classico Rosé, potete dare un brio particolare al vostro Ferragosto stappando metodo classico. A voi la scelta, meglio ovviamente quelli a denominazione d’origine, Doc o Docg.

Buon Ferragosto a tutti e prosit!

 

1 commento

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Un commento

  1. silvana

    agosto 16, 2014 alle 10:20 am

    Buon Ferragosto – ma ormai è passato – e da queste parti dita incrociate per il Palio dell’Assunta.
    Ieri, dopo un bagno fortunoso sulla costa che guarda la bella Isola del Giglio, ho fatto una scappata nella tenuta maremmana di due amiche di lunga data. Una delle due era appena arrivata da Lima, dove – mi assicura – si bevono bollicine italiane dolciastre pensando a chissà che meraviglia. Però anche lì, in un contesto di benestanti e su su anche molto ricchi (non conosco i numeri)si beve cileno soprattutto, ma si pensa a Enotria come luogo di vini sopraffini. Poi però, mi dice la mia amica che frequenta molto, le bollicine sono di serie c.
    Tra un racconto sudamericano e una lacrima sul barcollamento italico (non dovuto a ebbrezza, però!), le amiche hanno aperto una bottiglia di Prosecco. Io zitta (non amo il prosecco e bevo tutt’altro)e già rassegnata a un rientro a casa attaccata a una bottiglia di minerale tiepida.
    Il vassoio scolpito e trasparente (plexiglas?)reggeva tre calici di famiglia, così d’antan da essere scicchissimi, una scodellina ricolma di olive e un’altra con tocchetti di pecorino locale. E ovviamente una bottiglia, panciutella, brinata dal frigorifero, scura con un’etichetta scritta in piccoli caratteri: prosecco che mi ha fatto secca. Non l’avrei mai immaginato, ma si vede che un nome (o una denominazione) non basta a dire vino straordinario, ma nemmeno a pensare che sia un vino banale. E non era l’effetto maremma! Squisito e per niente ‘normale prosecco’, chiederà il nome del produttore (una famiglia, mi pare d’avere adocchiato).

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