Metodo classico italiano a denominazione: idee chiave per una comunicazione comune

AltaLanga
Metto subito le mani avanti: non sono e non ho alcuna intenzione (né capacità) di trasformarmi in un pubblicitario. Poiché i miei inviti a non considerare un tabù e una cosa disdicevole un accordo, strategico e limitato, di collaborazione tra i soggetti del metodo classico italiano a denominazione hanno suscitato qualche curiosità e diversi produttori mi hanno scritto invitandomi a fare capire meglio concretamente a cosa facessi riferimento, ho provato a delineare alcune semplici linee chiave di quel che mi piacerebbe che i quattro soggetti del metodo classico italiano a denominazione comunicassero insieme.
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L’ho fatto, ne sono consapevole, in maniera goffa, che farà sor-ridere i pubblicitari di professione, senza possedere alcun rudimento della tecnica, complessa, della comunicazione pubblicitaria, semplicemente per dare un’idea di alcuni dei temi che penso debbano essere proposti al grande pubblico, a quello che viene “drogato” con la falsa comunicazione dell’esistenza di un grosso contenitore, ovvero lo “spumante italiano” o “gli spumanti” al cui interno i metodo classico italiani a denominazione dovrebbero convivere con gli spumanti Charmat aromatici e con vini dall’identità confusa e indistinta.
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Queste le mie idee chiave per un’ipotetica campagna pubblicitaria comune che, ne sono sicuro, non si realizzerà mai. Ma mettere una pulce nell’orecchio tentar non nuoce, no?

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Chi siamo? Metodo classico italiani Doc e Docg,
non generici “spumanti”!
Imparate a distinguerci e a chiamarci con il nostro nome:
Alta Langa, Franciacorta, Oltrepò Pavese, Trento.

Per produrci non bastano pochi mesi in autoclave
Servono minimo 15 mesi, spesso molti di più,
di un paziente, accurato affinamento in bottiglia.
Perché non siamo semplici “spumanti”,
ma metodo classico italiani Doc e Docg.
Alta Langa, Franciacorta, Oltrepò Pavese, Trento:
Chiamateci con il nostro nome!

Blanc de Blanc, Dosaggio Zero, Satèn, Cruasé, Rosé o semplicemente Brut
Potete sceglierci come aperitivo oppure portarci a tavola
E vederci all’opera sia sui crostacei che sulle frittate
sul branzino sino ai primi piatti con pesce o con verdure.
Siamo Metodo classico italiani Doc e Docg,
Alta Langa, Franciacorta, Oltrepò Pavese, Trento,
specialisti nel mettere i cibi a loro agio ed esaltarne i sapori!

8 commenti

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8 commenti

  1. andrea

    giugno 4, 2014 alle 2:14 pm

    Metodo classico Italiano .
    Bellissimo , ma troppo francese .
    Almeno gli autoclave possono vantare il “Martinotti” .
    Il metodo classico “Italiano” , utilizza vitigni soprattutto francesi , metodologie francesi, bottiglie francesi , etc.
    E’ un po’ come sostenere che la Ferrari costruita in Cina è “quasi” come quella originale …
    Per chiamarlo “Italiano” dovremmo almeno usare vitigni Italiani , e “personalizzare” almeno un po’ la metodologia .
    Assomiglieremo un po’ di più ai Coreani o ai Giapponesi e un po’ meno ai Cinesi …

    • Franco Ziliani

      giugno 4, 2014 alle 3:06 pm

      ragionamento un po’ paradossale il suo…
      E’ innegabile che si tratti di metodo classico prodotto in Italia, in zone a denominazione, in territori di riconosciuta vocazione alla qualità e quindi definirle l’insieme “metodo classico italiano” in una comunicazione non mi sembra affatto una forzatura

      • andrea

        giugno 4, 2014 alle 9:39 pm

        E’ verissimo che è “fatto” in Italia da mani e cervelli nazionali , ma con vitigni e dettàmi transalpini . Ma la storia non si cambia ed il metodo classico champenoise lo hanno già inventato altri . Avrei piacere qualche volta di leggere di metodo classico di Erbaluce , Friularo , Trebbiano , Bombino B., Premetta , Vespaiolo , Ribolla , Arneis , etc , etc .
        Forse meno “buoni” della trilogia francese , mai sicuramente più originali , anche sul mercato internazionale … Prosecco docet .

        • Franco Ziliani

          giugno 5, 2014 alle 10:12 am

          Andrea quindi lei pensa che il Prosecco abbia successo perché prodotto con un un vitigno diverso dal solito, diverso da Chardonnay, Pinot nero (e Pinot bianco) e non perché sia facile, popolare, dotato di un nome che si ricorda senza problemi e soprattutto perché costa poco?

  2. andrea brocchetti

    giugno 4, 2014 alle 5:35 pm

    Non credo che vantarsi che la tipologia di produzione porti un nome italiano piuttosto che francese sia fondamentale al fine del prodotto… soprattutto vista l’eccellenza dei metodo classico italiani! Anche il calcio non è nato in Italia e si chiamava football eppure…tornando all’argomento principale,spero che la sua idea venga accolta dai vari consorzi, perché sì,è vero che sono ottimi anche gli spumanti prodotti con metodo Martinotti, ma è giusto non buttare tutto dentro un’unica scatola e far capire ai consumatori più o meno frequenti, la differenza tra i due vini.

  3. silvana

    giugno 4, 2014 alle 10:04 pm

    caro Franco, il tuo è quello che “noi pubblicitari” chiamiamo un briefing, o meglio, l’inizio di un briefing, perché necessiterebbe di un interlocutore che rintuzzasse qua e là e che aggiungesse o aggiustasse per precisare meglio certi aspetti da usare per raggiungere l’obiettivo di una “campagna di comunicazione integrata”, che potrebbe portare un miglioramento dei fatturati e una razionalizzazione di certe spese.
    Intervengo per due ragioni. La prima è che molti prodotti o loro categorie avrebbero bisogno di uno sguardo lucido per ri-presentarsi al mercato(in un momento in cui l’Italia è allo stremo ma i suoi prodotti piacciono). La seconda ragione: purtroppo la comunicazione, è nelle mani (con poche eccezioni) di incompetenza e malcostume. Perché in Italia alla pubblicità gli imprenditori non hanno mai veramente creduto e su di essa non hanno fatto realmente affidamento. Ma tu pensa al Mulino Bianco, che ha tirato fuori un mercato nuovo in tempi duri e portato una legione di italiani a guardare la campagna con occhi diversi(altro mercato turistico prima inesistente).
    Qui siamo in un contesto diverso, eppure, da vecchia del mestiere, ti dico che quell’uscio che hai socchiuso può essere l’alba di un nuovo posizionamento per quello che per ora chiamiamo ancora ‘metodo classico’. Tutto molto interessante; chissà se in quel mondo lì qualcuno lo capisce e smuove le cose …

  4. Nicola

    giugno 6, 2014 alle 9:49 am

    Ziliani le confesso di essere un po’ preoccupato per questa sua svolta verso il politically correct. Fino a non molto tempo fa i commenti di Andrea avrebbero avuto ben altra accoglienza rispetto alle pacate risposte che leggo.
    I motivi del successo del prosecco li ha giustamente elencati Lei, e non sono certo dovuti all’utilizzo di un vitigno autoctono. Tra l’altro, se non vado errato, nel disciplinare del prosecco, si possono utilizzare vitigni “migliorativi” (Chardonnay, Pinot Nero ecc.”) fino al 15%. Ma poi, a chi va a comprare Prosecco a 2 euro la bottiglia, cosa importerà mai di sapere con quali uve è fatto?
    Di metodo classico che utilizzano vitigni autoctoni ce ne sono fin troppi, dato che le cantine, per sopperire al calo dei consumi, si sono lanciate nella spumantizzazione a metodo classico. Con risultati non sempre brillanti.
    L’idea di una strategia comune di comunicazione dei metodo classico italiani a denominazione è ottima. Se non altro per far capire al grande pubblico in cosa consiste la differenza tra Metodo Classico e Charmat con cui è ottenuto gran parte del Prosecco. Soprattutto per motivare la differenza di prezzo.
    Ottima idea ma dubito che i Franciacortini siano inclini a vedere il loro, bellissimo, nome associato a OP, Alta Langa e Trento Doc. Però, magari, qualche mente illuminata c’è ancora.
    Ora basta con il politically correct e mi dia pure del trinariciuto 🙂

    • silvana

      giugno 6, 2014 alle 12:39 pm

      Le rispondo io – solo su un punto -. Non c’è bisogno di mescolare i nomi che dicono le appartenenze territoriali, basta lavorare a monte, in nome di un metodo italiano (che evocato di questi giorni, ammetto, farebbe rabbrividire).
      Però si potrebbe fare, con grande vantaggio di tutti; è un vantaggio “a monte” di tutto il resto. Ma naturalmente bisogna essere molto affezionati a quelli che lavorano – tanti – bene e onestamente, in questo paese, per osare “un ombrello” del genere. L’idea di Ziliani può funzionare ma solo se un ministro dell’agricoltura illuminato capisce che la concorrenza si batte parlando del lavoro, in modo serio. E’ “QUESTIONE DI METODO”.

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