Vitigni e territori: a proposito del modo di comunicare dei metodo classico italiani

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A margine di questo articolo pubblicato ieri dedicato ad un metodo classico prodotto con uve Erbaluce da un’azienda del Canavese che simili vini produce da diversi anni essendo prevista la tipologia “spumante” nella denominazione, ho ricevuto da “Corrado” questo stimolante commento: “da questo articolo e da altri articoli che lei ha scritto su questo blog su spumanti metodo classico ottenuti da vitigni autoctoni che lei li consideri minori.
Rispetto ai metodo classico a denominazione tipo Trento Doc o Franciacorta che non si sono inventati niente, che hanno preso le uve utilizzate in Champagne, le hanno piantate nelle loro zone e hanno ottenuto un simil Champagne.
Io do invece più merito a chi produce un buon metodo classico da vitigni considerati meno importanti e secondari e non imita niente. Lei cosa ne pensa?”.

Penso innanzitutto che la sua opinione sia legittima e rispettabile ma parta da alcune considerazioni che, invece, non condivido, e che mi sembrano più che contestabili. Innanzitutto non considero minori o poco validi i metodo classico come questo Erbaluce e come altri ne cito un paio – qui e poi ancora qui – di cui ho scritto.

Li considero validi, altrimenti non avrei dedicato loro attenzione dopo averli assaggiati, anche se purtroppo condizionati, nell’immagine, dal fatto di non poter disporre a differenza delle due Doc/Docg citate da Corrado, di una denominazione apposita che li connoti chiaramente e li possa indicare, far riconoscere, e scegliere, al consumatore.

Questi vini da uve autoctone restano purtroppo solo degli spumanti generici oppure portano il nome della Doc riferita al vino bianco che ne è il caposaldo, tipologia spumante. Il consumatore più avvertito oggi quando si dice Alta Langa, Trento, Franciacorta, sa perfettamente che si tratta di un vino con le bollicine, di un metodo classico. Nel caso dei metodo classico della scomparsa associazione “Anima” poteva benissimo scambiarli per dei vini fermi.

Nonostante ciò, come consumatore, come appassionato dei vini prodotti con la tecnica della rifermentazione in bottiglia, scrivo regolarmente, e con piacere, dei più validi di loro, perché li considero degni di rispetto, tecnicamente impeccabili e talvolta più che buoni.

Non sono invece d’accordo con lei, e penso possa essere molto difficile esserlo, quando accusa le principali zone produttrici di metodo classico a denominazione d’origine di non essersi “inventate niente”, di essersi limitato a copiare la Champagne ottenendo “un simil Champagne”.

Teoricamente lei potrebbe avere ragione, perché storicamente chiunque ha prodotto “vini mordaci” in un periodo temporale successivo alla nascita dei primi vins de Champagne può essere in qualche modo definito un “imitatore”, ma ha clamorosamente torto dal punto di vista della personalità dei vini perché solamente ragionando, mi perdoni se la definisco così, con il paraocchi, si possono oggi definire riduttivamente Trento, Franciacorta, Alta Langa, e all’estero Cava, i vari Crémant, gli English Sparkling wines, Oltrepò Pavese metodo classico come dei “simil Champagne”.

E’ sicuramente vero che in Trentino e nella zona vinicola bresciana volendo ottenere dei metodo classico di qualità non sono ricorsi a qualche vitigno autoctono presente sui loro territori, ma hanno utilizzato, Pinot Meunier a parte, le uve classiche della secolare tradizione champenoise, ma possiamo far loro una colpa se non utilizzando il Montepulciano, il Bombino, il Cortese di turno, bensì Chardonnay e Pinot nero (e qualche volta anche Pinot bianco) sono riusciti ad essere quello che sono, a farsi conoscere, a produrre e vendere milioni di bottiglie, ad imporsi con il loro della loro denominazione e del loro territorio presso il consumatore?

Massimo rispetto per i metodo classico basati su nomi di vitigno, che per proporsi devono declinare il nome dell’uva con cui sono stati realizzati, ma non dimentichiamo che le particolarità locali potrebbero perdere buona parte della loro peculiarità e unicità (l’elemento che in gran parte li rende appealing) se come è accaduto con lo Chardonnay ed il Pinot nero anche alcune uve autoctone venissero importate in altre zone del mondo e con esse si producessero anche dei metodo classico.

Ben altro conto, credo ne converrà con me, è produrre e vendere un prodotto che porta il nome di un territorio e con questo si identifica. Pensi ai casi francesi Champagne, Gevrey-Chambertin, Châteauneuf-du-Pape, per citare solo i primi che mi vengono in mente e in Italia Barolo, Barbaresco, Brunello di Montalcino, Taurasi, ad esempio.

Un modo di essere e di comunicare, condiviso anche dai principali metodo classico italiani a denominazione d’origine, un po’ più organico, complesso, significativo, che legare la propria presentazione al solo nome di vitigno….

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