Bruno Giacosa Rosé 2008: grande anche a tre anni dalla sboccatura

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Nulla di nuovo in questo post cari lettori di Lemillebolleblog. Torno a parlare, benissimo, di un produttore che è un fiore all’occhiello dell’intero mondo del vino piemontese, visto che è un re indiscusso sia del Barbaresco che del Barolo con i suoi meravigliosi cru selezionati con ogni cura, ma che ho più volte definito il migliore produttore di metodo classico dell’Oltrepò Pavese, anche se la sua cantina si trova in quel di Neive.

Questo perché da non so più da quanti anni Bruno Giacosa ha fatto la scelta di produrre il suo metodo classico, che in etichetta definisce (e a lui è perdonato tutto anche questa dicitura che non amo) “spumante” non da uve piantate nella zona del Barolo, dove ci sono fior di produttori che hanno piantato vigneti di Pinot nero e li trasformano in bollicine, bensì da un Pinot nero che acquista da illo tempore nella terra italiana dove c’è più abbondanza di quest’uva. E dove il Pinot noir è radicato, ovvero l’Oltrepò Pavese.

E’ uno dei tanti “misteri” di quell’uomo straordinario che è Giacosa l’aver saputo scegliere il posto giusto dove “pescare” il tipo di uve che gli servono e riuscire a trasformarle, dopo averle elaborate nella sua cantina in Neive comune del Barbaresco, con tutta la pazienza necessaria e i giusti tempi di abbinamento, in un prodotto d’eccellenza. Come è raro trovarne nella stessa zona d’origine.

Per anni Giacosa ed i suoi collaboratori, tra i quali è doveroso citare il bravissimo enologo consulente Dante Scaglione, si sono “accontentati” di produrre una Blanc de Noir puntando da sempre sulla tipologia Extra Brut, la più consona all’uva utilizzata e al palato di Bruno, poi ad un certo punto hanno pensato di differenziare la produzione, introducendo, credo a partire dal millesimo 2007, la versione Rosé.

Nexus2014 696Identico, come scrissi all’epoca, il successo, obiettivo centrato in pieno con un vino di grande personalità. E ad ogni successiva uscita, avendo avuto il privilegio di poterlo degustare, non ho potuto, sicuramente annoiando i miei lettori che scrivere benone di questo Rosé tutto pinotnereggiante.

Nel 2011, riferendomi al millesimo 2008, mettendolo un po’ incongruamente a confronto con un quotato Trento Doc tutto a base di Pinot nero, e sul finire del 2013 celebrandone la versione 2011.

E oggi mi ritrovo a scriverne nuovamente, con lo stesso entusiasmo, e un pizzico di sorpresa, avendo trovato in cantina, perfettamente conservata, una bottiglia di quel 2008 che avevo considerato grande illo tempore e che oggi sorprendentemente (ma non troppo) devo ulteriormente valutare trattandosi di una bottiglia che in retroetichetta (vedi immagine, con l’etichetta più semplice e meno scintillante dell’attuale) riporta la dizione “sboccatura novembre 2010”.

Ci sono diverse filosofie sulla fruibilità e godibilità di un metodo classico, che si tratti di un Blanc de Blanc o di un Rosé tutto Pinot noir come in questo caso, quando è passato un po’ di tempo, nella fattispecie oltre tre anni, dal processo di “liberazione” chiamato dégorgement.

Secondo alcune rispettabili visioni il vino non ha nulla da guadagnare in questa fase ed entra inevitabilmente in una fase di decadimento dove perderebbe freschezza, nitidezza e fragranza negli aromi, precisa definizione per tendere in qualche modo ad acquisire una certa stanchezza. Leggiamo difatti sulle retro-etichette di fior di produttori, quando questi riportano la data di sboccatura, cosa che non accade sempre, il consiglio di consumare il vino entro breve tempo da quella data.

C’è però un’altra filosofia, che in Champagne trova un sostenitore particolarmente convinto in Bruno Paillard, secondo la quale c’è non solo vita, ma un’evoluzione positiva, una trasformazione che assicura ulteriore complessità e bellezza, nei metodo classico dopo la loro sboccatura. E che se “le bouchon”, ovvero la variante di cui si deve sempre tenere conto in ogni caso, tiene e non ti tradisce puoi trovarti di fronte a vini di stupefacente vivacità e integrità.

Io non so come la pensi Monsù Bruno Giacosa, ma la bottiglia del suo Extra Brut Rosé 2008 sboccatura novembre 2010 che ho stappato a metà febbraio mi ha dimostrato una volta di più non solo che il vino, quello grande, può fare miracoli, e che è cosa profondamente diversa da un prodotto industriale a scadenza. E che mantiene in sé doti imprevedibili, imperscrutabili di vitalità, di energia di fronte alle quali non possiamo che rimanere ammirati.

ExtraBrutRoséGiacosa

Perché meraviglioso era già il colore, un melograno squillante, salmoncino pallido, e ancora più incantevole, per la sua vivacità, finezza, incontenibilità scoppiettante, il perlage, che non accennava a quietarsi nel bicchiere ampio (flûte no grazie). Ma che bellezza poi il naso integro, compatto, succoso, tutto piccoli frutti rossi di bosco, lampone e ribes su tutto, e poi sfumature di mandorla, di confetto, rosmarino, persino un tocco di mela cotogna, e quale meraviglia, come se il vino non avesse cinque anni, la freschezza, il nerbo salato, la fragranza…

Perfetta, senza cedimenti, senza stanchezze, la tenuta al gusto, con l’attacco ben secco e diretto da Extra Brut, la vinosità ben calibrata, e poi una progressiva tendenza del vino ad allargarsi sul palato, ad “impadronirsi” della bocca, ad acquisire volume e peso, pur mantenendosi croccante e vivo, con un’acidità indomita a spingere ed un sale a scandire una persistenza lunga e piena di sapore. E qualcuno vorrebbe che “rottamassimo” questi vini dopo il loro dégorgement…

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