Christie’s world Encyclopedia of Champagne & Sparkling wine: nuova edizione con qualche neo

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Tre sole le aziende dell’Oltrepò Pavese recensite

Domanda: chi di fronte ad un monumento del genere, ad un’opera dalla portata dichiaratamente enciclopedica curata da un autore che rappresenta un’autentica autorità mondiale, aiutato nella stesura da una collaboratrice altrettanto titolata, avrebbe la faccia di tolla e la spudoratezza di muovere una critica, seppure timida e sommessa, alla rinnovata edizione della celeberrima Christie’s world Encyclopedia of Champagne & Sparkling wine? Un’edizione che porta la firma sfolgorante di un numero uno della materia come il britannico Tom Stevenson e della scandinava Essi Avellan, naturalmente master of wine, responsabile dell’aggiornamento di questa nuova edizione di un volume che è giustamente considerato un classico, un testo di riferimento?

Pur con tutta la simpatia e la massima stima professionale per Stevenson, con cui ho avuto modo, lo scorso autunno, di trascorrere diverse piacevolissime giornate in terra di Franciacorta, degustando qualcosa come oltre 300 campioni, e assaggiando in coppia mentre imparavo tante cose mi sono anche accorto che sui metodo classico bresciani spesso i nostri punti di vista divergevano sensibilmente, la faccia di tolla l’avrò io per dire una piccola cosa che mi ha lasciato perplesso.
Ricordo che questa nuova edizione di un volume, edito da Absolute Press al prezzo di 50 sterline, che non può mancare nella biblioteca di tutti coloro che sono appassionati di sparkling wines, dai vini storici come lo Champagne agli English Sparkling wines ai vini “con le bollicine” che vengono prodotti persino in Uruguay, Brasile o India, è stata “pienamente aggiornata e significativamente estesa da Essi Avellan”, wine writer verso la quale Stevenson manifesta nell’introduzione fiducia e approvazione incondizionata.

Il volume, con le sue oltre 500 pagine, più di 1600 produttori di tutto il mondo valutati su base cento centesimi, impaurisce, mette soggezione per la sua mastodontica onnicomprensività e completezza. Sembra una di quelle costruzioni saldissime e inattaccabili, che non presentano un solo difetto, che hanno tutto per rispondere alle richieste, alle curiosità, al desiderio di sapere di tutti coloro per i quali gli “sparkling wines”, quali essi siano, sono oggetto di culto.

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Le iniziali oltre 150 pagine dedicate all’universo dello Champagne sono scintillanti di intelligenza, manifestano una totale padronanza, una conoscenza impeccabile, assoluta, approfondita, fantasmagorica della materia. Ampi ritratti aziendali, degustazioni approfondite, valutazioni che non sbagliano una virgola, aneddoti, storia, confidenza con i personaggi trattati che traspare ad ogni paragrafo. E altrettanto bene vanno le cose con gli “other french sparkling wines”, i vari Crémant, la Blanquette méthode ancestrale, la Clairette de Die, e poi i vini della Vallée de la Loire.

Una ventina di pagine solo, quando francamente mi sarei aspettato più spazio, visto che si tratta di un volume curato da un’autorità britannica, che ama questa tipologia di vini, riservate agli English Sparkling wines, o meglio ai “British isles” wines come sono definiti. E poi, passando in Europa, credo giusto lo spazio, una ventina di pagine, riservato alla Germania e ai suoi Sekt, termine in uso dal sedicesimo secolo e sorprendentemente di origine spagnola e una ventina di pagine riservate alla Spagna, ai suoi Cava e alle sue ‘burbujas.

Decisamente ben trattato, oggetto di tutte le considerazioni possibili, ma è giusto che lo sia, perché si tratta di una world Encyclopedia e perché il libro è scritto in inglese, pubblicato da un editore inglese e curato da un grande wine writer britannico (con l’aiuto di una master of wine finlandese) il variegato Nuovo Mondo, con qualcosa come ben cento pagine (non poche davvero) riservate a Sud Africa, Canada, Messico, Stati Uniti, vari Paesi sudamericani, Australia e Nuova Zelanda.

E l’Italia? Con la sua quarantina scarsa di pagine è il produttore spumantistico europeo che ottiene lo spazio più ampio, cosa comprensibile vista la nostra ampia e diversificata produzione di “bollicine”, metodo classico e metodo Martinotti, anima duplice ben spiegata nella parte introduttiva al capitolo italiano dove Franciacorta, Prosecco e Asti e Moscato d’Asti fanno la parte del leone.

Da un punto di vista puramente statistico la Franciacorta è la zona produttrice di metodo classico che vede il maggior numero di aziende recensite con una sessantina contro le trenta scarse (un bel numero) del Trento Doc, mentre il mondo del Prosecco si avvicina alla settantina.

Le valutazioni date alle aziende franciacortine (nel volume viene dato un punteggio complessivo all’azienda non al singolo vino degustato) sono decisamente più basse rispetto a quelle, molto elevate, nessun problema ad andare ben al di sopra dei 16,5/20, che Tom Stevenson ha dato ai singoli vini nei quattro giorni di degustazioni dello scorso ottobre, ma tendono ad essere superiori a quelle date, spesso con valutazioni a mio avviso troppo scarse, a molte aziende trentine.

Non entro nel merito della ben poca “rappresentatività” del resto della produzione italiana (Lombardia, Veneto, Trentino Alto Adige, Piemonte a parte) con due aziende marchigiane, una umbra, una siciliana e otto dell’Emilia Romagna, ben consapevole che già difficili da monitorare in Italia le “altre bollicine” (che pure ci sono e spesso sono anche valide) sono invisibili e sconosciute all’estero.

Ma è concepibile, mi dico (assenza a parte nella selezione piemontese di un nome celeberrimo come Bruno Giacosa, che produce splendidi Brut da molti anni) trovare a pagina 308, nella sezione “The rest of Lombardy”, solo cinque aziende, una (sconosciuta anche a me che vivo in zona) della provincia di Bergamo, una del Garda bresciano, la Costaripa proprietà del grande chef de cave di Bellavista Mattia Vezzola, e solo tre di numero, tre, oltrepadane, ovvero Anteo, Conte Vistarino e Monsupello?

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Questo nonostante nella parte introduttiva alla sezione italiana si legga che “l’area dell’Oltrepò Pavese nella zona collinare a sud del fiume Po in Lombardia vanta una lunga tradizione nella produzione di metodo classico da Pinot nero con la denominazione Oltrepò Pavese metodo classico, diventata Docg nel 2007”.

Capisco bene che in un’enciclopedia mondiale degli sparkling wines sia più glamour dedicare quattro pagine agli sparkling wines asiatici, e otto a quelli sud americani, e sono consapevole che quando a livello mondiale la produzione italiana di qualità ottiene dei seri riconoscimenti è tutto grasso che cola e merito non solo del valore intrinseco dei vini, ma di una grande capacità nelle pubbliche relazioni e nel comunicare, ma accidenti, com’è possibile che in una seria e autorevole world Encyclopedia come questa il vecchio Oltrepò dalla “lunga tradizione” nella difficile arte del metodo classico sia rappresentato solo da tre produttori?

Mi piacerebbe tantissimo, per mia curiosità, sapere di chi sia la responsabilità di questa rappresentanza pari quasi a zero, dei curatori dell’opera, che non hanno ritenuto di dedicare attenzione ai vini prodotti in provincia di Pavia oppure dei produttori o del Consorzio che non hanno magari ritenuto di farli degustare ad Avellan e Stevenson e hanno snobbato, cosa che non hanno fatto in Franciacorta, Trentino, e in terra di Prosecco soprattutto Superiore, la Christie’s world Encyclopedia of Champagne & Sparkling wine?

 

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