Ancora sul Prosecco Doc: ma è proprio l’essere solo una “bollicina” a determinarne il successo

ZonaProseccoDoc

Mi ha fatto molto riflettere il post, pubblicato lunedì, di Alessandro Carlassare, sulle inevitabili criticità della nuova grande, anzi immensa, denominazione bi-regionale Prosecco Doc, con i suoi 16.500 ettari nella regione Veneto e 3.500 ettari nella regione Friuli Venezia Giulia, larghissima parte dei quali di recente impianto.

Mi fido di quello che lui scrive, alla luce dei suoi assaggi, ovvero che l’unico comun denominatore di larga parte dei vini di questa maxi Doc espressamente nata come un progetto economico/politico ( aspetto che non può che danneggiare la denominazione storica del Prosecco, il Conegliano Valdobbiadene Docg) sembra, per ora, essere rappresentato esclusivamente dall’essere tutti vini dotati di “bollicine”. Espressione di una tecnica di cantina consolidata che consente di realizzare vini, a costi ridotti ed in tempi veloci, che rispondono perfettamente all’attuale vorace richiesta dei mercati.

Sarebbe del resto impossibile, con una storia così recente, con vigneti in giovanissima età, con zone dove la caratterizzazione della Glera, l’evidenziazione di un rapporto terra-vitigno richiederà molti anni, pensare di poter ottenere il “miracolo” di vini che possano da subito mostrare complessità, pluridimensionalità organolettica, personalità peculiare.

Vorrebbe dire non solo aver trovato immediatamente “la quadra”, aver azzeccato e mi riferisco soprattutto al Venezia Giulia, dove anche produttori importanti si sono convertiti alla Doc prosecchista, posti giusti dove la Glera si è rapidamente ambientata ed espressa, ma essere riusciti in qualcosa che forse il “progetto Prosecco Doc” stesso, almeno in questa fase, non richiede.
Ovverosia dar vita ad una differenziazione di prodotti, a vini che nell’ambito di una denominazione che ha tutto l’aspetto di un marchio, perché la richiesta crescente, soprattutto internazionale, è di Prosecco, di Prosecco che siano disponibilità in quantità e a prezzi bassi, possano mostrare sfumature, varietà – Carlassare parla di mineralità, sapidità, fragranza, aromaticità intrinseca del frutto che, paradossalmente, potrebbero risultare un “problema” per la comprensione e l’apprezzamento di questi vini.

In questa fase di successo planetario del vino italiano con le bollicine chiamato Prosecco, che vede protagonisti consumatori che al vino sono arrivati di recente, che hanno trovato nel Prosecco un approdo immediato, credo che il carattere indifferenziato dei vini, l’essere molto simili tra loro, non avere grandi differenze, ne determini il successo.

easy

Molto più complesso, in questa fase del mercato e della storia dell’affermazione di questa denominazione diventata molto grande, in questa fase dove il Prosecco Doc rappresenta una wine commodity, un qualcosa che comunica immediatamente, che è facile da capire, sarebbe stato, credo, se i consumatori internazionali si fossero trovati di fronte a vini che, pur presentando la stessa denominazione, lo stesso nome, Prosecco, fossero apparsi tra loro diversi e dotati di peculiarità, legate al territorio d’origine, alla struttura dei terreni, al microclima, che sarebbe stato indispensabile spiegare.

Ma siamo certi che il neo prosecchista mondiale, quello che sceglie il Prosecco perché non è impegnativo, è easy, costa poco, ha un nome facile da ricordare, perché lo trova ovunque senza fatica, avrebbe avuto lo stesso approccio al vino se entrare in relazione con lui fosse stato un po’ più complicato, se avesse dovuto capire che c’è Prosecco e Prosecco (ovviamente in questo discorso paradossale lascio volutamente a parte il Conegliano Valdobbiadene) e che deve saper scegliere per trovare quello che corrisponde al proprio gusto?
Sembrerà assurdo, ma i risultati straordinari, oltre 240 milioni di bottiglie di Prosecco Doc imbottigliate nel 2013 per una produzione pari a 1.811.763,66 ettolitri, +24,2% rispetto al 2012, sono dovuti all’essere Prosecco e basta: ed è proprio è l’essere solo una “bollicina” che ne determina il successo.

4 commenti

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4 commenti

  1. Alessandro Carlassare

    febbraio 5, 2014 alle 7:39 pm

    Caro Franco, la risposta alla tua bella domanda è forse proprio un si: magari il neo consumatore avrebbe rifiutato prodotti di maggior spessore, ed i risultati non sarebbero stato gli stessi!
    Resta però da capire, specie in proiezione, se questo eccesso di “semplicità” sarà un bene oppure un male… il tempo fornirà sicura risposta, ma noi (senza modestia) cercheremo di precederlo analizzando pro e contro di tale scelta.

    • marco de simone

      febbraio 10, 2014 alle 1:00 pm

      mi chiedo però quante interpretazioni di bene/male,riguardo al futuro del Prosecco doc, ci siano in giro…il Franciacortista la pensa in un modo,il Valdobbiadenese fan del docg in un altro,il Valdobbiadenese diciamo elastico in un altro ancora,il trevigiano della pianura ancora diversamente…poi altra domanda dalla non facile risposta:eran meglio ”poche”bottiglie con prezzo base a 1,80 o molte col prezzo base a 1,20?
      Ultimo appunto:i prezzi dello sfuso Docg degli ultimi 4 anni indicano che tutto questo danno provocato dal Doc non sussiste affatto,anzi l’export è pure cresciuto nel frattempo e produzione/consumo sono in equilibrio nonostante la crescita del vigneto Docg!

  2. Davidao

    febbraio 11, 2014 alle 10:59 am

    Il Prosecco, che bella invenzione.
    Il Prosecco è come quel mio amico dell’università che, si, bel ragazzo, ma niente di eccezionale, eppure, per la sua leggerezza, oh… dio bon, non se ne usciva mai solo dalle feste. Che invidia. Poi le relazioni di qualità sono un’altra cosa, ma è anche vero che non tutti sono pronti, sono capaci si gestirle. Cioè, il prosecco è fantastico per chi vuol farsi una bevutina senza pensieri, un po’ di bollicine, con uno straccio di qualità ad un prezzo onesto. Credo che il 90% del mercato europeo ragioni così. Il metodo classico è per chi è già passato dal prosecco e vuole mettere la testa, pardon, la bocca a posto. Con tutto che un prosecco al bar bevuto in piedi con gli stuzzichini fa sempre piacere. Il prosecco è leggerezza (di qualità) e ogni tanto è una mano santa.

    Poi c’è un altro discorso, ovvero che la capacità produttiva del prosecco (tre regioni) è forse unica Italia per cui è un “brand” molto forte. Cosa che ahinoi, il Franciacorta e il Trento non potranno mai essere, se non per mercati di nicchia, Salvo smentite.

    • marco de simone

      febbraio 14, 2014 alle 4:59 pm

      per non parlare delle marginalità che permette agli operatori,cosa che i metodo classico italiani si sognano…e anche il consumo nella singola occasione è pazzesco,una donna si fa volentieri 3 bicchieri di Prosecco ,ma non ne ho viste molte,anzi nessuna farsi 3 metodo classico all’aperitivo..e comunque,volenti o nolenti ,il Prosecco è un prodotto UNICO al mondo

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