Franciacorta Vintage Collection Dosage Zéro 2009 Cà del bosco

Denominazione: Franciacorta Docg
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay, Pinot nero, Pinot bianco
Fascia di prezzo: da 25 € a 35 €

Giudizio:
5


VintageCollection2009Dosagezero

Uno dei grandi motivi di interesse della Franciacorta è dato anche dal continuo affacciarsi al proscenio di nuovi protagonisti che compongono uno scenario (106 le aziende che imbottigliano) in continuo divenire, variegato e dinamico come in pochissime altre zone produttive italiane.

Tanti i vini che vale dunque la pena di conoscere, degustare, mettere alla prova, e molte le aziende che si propongono all’attenzione dei consumatori, eppure, anche in una situazione che non è mai bloccata quando si riflette bene alcune aziende per storia, lunga esperienza, consolidato savoir faire e per molti altri motivi fanno la differenza e rappresentano dei punti benchmark, dai punti di riferimento e caposaldi. E diventano dei classici. E una di queste, indiscutibilmente, da qualsiasi angolazione la si giudichi, è la Ca’ del Bosco di Erbusco.

Inutile, in questa sede, ricostruirne il percorso che s’intreccia inscindibilmente con quello, umano, professionale ed esistenziale, del suo deus ex machina e genius loci, il mio coetaneo Maurizio Zanella.

E inutile mettere benzina sul fuoco parlando del Franciacorta base dell’azienda, la Cuvée Prestige, che, basta nominarla, su questo blog scatena immediatamente tenaci detrattori dimentichi del fatto che nessun’altra azienda in terra franciacortina (Guido Berlucchi a parte, che è un altro caso che devo per forza prendere con le pinze altrimenti gli enotalebani insorgono) riesce a produrre un quantitativo così importante di bottiglie di una qualità standard così elevata.

MaurizioZanellaCdb

Oggi, prendendo lo spunto da un triplice assaggio, a metà ottobre in cantina con Tom Stevenson, poi un paio di giorni dopo in degustazione alla cieca ancora con il collega britannico, quindi in una mia degustazione privata, voglio essere eno-banale e tessere le lodi come ho già fatto molte altre volte e attribuire la valutazione massima alla Cuvée che io considero il top della produzione di questa Maison erbuschese.

Parlo del Franciacorta millesimato Dosage Zero, ribattezzato un anno orsono, quando cambiò veste e venne sottoposto a restyling di bottiglia ed etichetta, Vintage collection Dosage Zero. Un vino paradigmatico, imprescindibile, che a volte, come è accaduto nel caso del millesimo 2008, riesce ad essere superato, in bontà, dai “fratelli” millesimati Brut e Satèn. Un capolavoro, opera di uno staff aziendale impeccabile dove brilla per professionalità e modestia l’enologo Stefano Capelli, dal 1990 responsabile della cantina, un vino che, uscita dopo uscita, è diventato il Dosaggio zero di riferimento della denominazione.

Il Dosage Zero era già a mio avviso perfetto (basta riassaggiare oggi il 2008 per rimanere basiti da cotanta grandezza), ma con il millesimo 2009, che è da poco in commercio, in circa 25 mila esemplari, ha fatto un ulteriore salto di qualità. Per due motivi, uno legato al valore assoluto dell’annata, il 2009, anno in cui il Consorzio per la tutela del Franciacorta decise di chiedere alla Regione Lombardia una riduzione della produzione d’uva da 100 quintali per ettaro, produzione massima consentita dal Disciplinare di produzione, a 95 quintali per ettaro, azione decisa “per garantire gli elevati standard  qualitativi che ogni anno contraddistinguono le produzioni di uva in Franciacorta”.

Il secondo motivo lo definirei tecnico-enologico dovuto alle innovazioni introdotte a partire dalla vendemmia 2008 e diventate ancora più decisive con la successiva, che Cà del Bosco spiegò così: “ci siamo resi conto che buona parte dei problemi delle prime fasi della vinificazione derivano banalmente dalle impurità presenti sull’uva raccolta. Come su tutta la frutta, sull’acino, quindi nel vino, sono presenti moltissime sostanze più o meno nocive, anche di origine naturale.

Prima di tutto le micotossine, prodotte da funghi parassiti che possono costituire la microflora delle uve in raccolta. Paradossalmente, le uve coltivate secondo il metodo biologico sono le più esposte a questo rischio. Sulle bucce dell’uva si possono inoltre trovare, anche se in dosi infinitesimali, gli agenti inquinanti presenti nell’ambiente. Ovviamente, sull’uva, rimangono anche residui dei prodotti antiparassitari. Nell’acino, nel mosto, nelle fecce, nelle vinacce. E nel vino.

Questa concentrazione, più o meno elevata, di sostanze indesiderate è riducibile con il lavaggio delle uve. Dopo la raccolta a mano e il raffreddamento in cella, le nostre cassette d’uva vengono rovesciate delicatamente. Ha poi luogo una cernita manuale di tutti i grappoli, per togliere tutto quello che non merita di diventare mosto. A questo punto inizia il lavaggio delle uve. Un percorso di tre vasche di ammollo, che prevede il movimento e il galleggiamento dei grappoli per borbottaggio d’aria e, infine, l’asciugatura, affinché il mosto non risulti diluito”.

Come alla Maison di Erbusco dicono in maniera suggestiva “lo possiamo definire un vero e proprio idromassaggio dell’uva, in tre fasi. Una specie di Spa del grappolo: le nostre terme degli acini. Sembra una sciocchezza. Non lo è. Ca’ del Bosco ha investito decisamente, oltre un milione di euro, su questo complesso sistema, perché “ha a cuore un vino sano e di qualità. Ottenendo con il suo “Idromassaggio dei grappoli” vantaggi evidenti se solo si pensa alla facilitazione del metabolismo fermentativo dei lieviti: quindi niente profumi “ridotti”, niente sfumature inespresse. Da oggi i nostri vini sono più belli. Più buoni. Più digeribili. E, grazie proprio alla tecnologia, più naturali”.

StefanoCapelli

Come mi raccontava recentemente Stefano Capelli, con questo lavaggio abbassiamo i residui: tutti i composti x combattere i funghi nel vigneto vanno via e i lieviti lavorano meglio i lieviti partono prima e meglio. Con queste fermentazioni gli aromi sono diversi, il profilo aromatico differente, profumi più puliti e puri.

Il Vintage Collection Dosage Zéro non ha alcuna aggiunta di liqueur d’expédition (sciroppo di dosaggio aggiunto in minima quantità negli altri Franciacorta durante la fase di dégorgement). Il risultato è un “Franciacorta puro, sincero, frutto della migliore espressione di uno straordinario terroir e dell’uomo che ne ha intuito il carattere e le potenzialità. Destinato a quel pubblico di conoscitori che amano questo stile. Eccellente aperitivo, ottimo per accompagnare frutti di mare e pesce crudo”.

La Cuvée nel caso del 2009 è composta da un 65% di Chardonnay, 13% di Pinot bianco e 22% di Pinot nero, raccolte nella seconda decade di agosto da “19 vigne a Chardonnay, dall’età media di 29 anni, ubicate nei Comuni di Erbusco, Adro, Cazzago San Martino, Corte Franca e Passirano. 2 vigne a Pinot Bianco, dall’età media di 22 anni, ubicate nel Comune di Passirano 4 vigne a Pinot Nero, dall’età media di 21 anni, ubicate nei Comuni di Erbusco e Passirano”. 8.400 kilogrammi di uva, equivalenti a 3.600 litri di vino (resa in vino: 43%).

Dosagezero2009

Quanto al protocollo di produzione, voglio citare testualmente quanto si legge nella scheda tecnica del vino: “Le uve, appena raccolte a mano in piccole cassette, vengono classificate e raffreddate. Ogni grappolo viene selezionato da occhi e mani esperte, per poi beneficiare di esclusive “terme degli acini”. Un particolare sistema di lavaggio e idromassaggio dei grappoli, tramite tre vasche di ammollo e un tunnel di asciugatura. Dopo la pigiatura in assenza di ossigeno, tutti i mosti dei vini base fermentano in piccole botti di rovere. Per ricercare la massima complessità aromatica e potenza espressiva, senza perdere eleganza, l’élevage in botte ha una durata di soli 5 mesi.

Una coppia di serbatoi volanti permette il travaso dei vini per gravità, dalle piccole botti ai serbatoi di affinamento. Trascorsi 8 mesi dalla vendemmia si procede alle creazione della cuvée. Il dégorgement avviene in assenza di ossigeno, utilizzando un sistema unico al mondo, ideato e brevettato da Ca’ del Bosco. Questo evita shock ossidativi e ulteriori aggiunte di solfiti, rendendo i nostri Franciacorta più puri, più gradevoli e più longevi”.

Vanno poi citati, richiamati anche in contro etichetta, alcuni dati di fondamentale importanza: anidride Solforosa totale inferiore a 50 milligrammi/litro (limite legale massimo: 185 milligrammi/litro) e per i più pignoli i dati tecnici: Alcool: 12,5% Vol; pH: 3,02; Acidità Totale: 6,35 grammi/litro; Acidità Volatile: 0,34 grammi/litro.

VintageCollection 009

Tutto questo lavoro certosino si traduce in un vino che ogni volte che lo bevo mi fa benedire la sorte che mi ha fatto nascere cultore di Bacco e non astemio. Colore paglierino oro brillante, perlage sottile e continuo, naso elegantissimo per finezza di definizione e freschezza con una bella vena minerale iodata, toni floreali di pesca bianca e fiori d’arancio, accenni di frutta esotica, frutta secca, fieno, pesca noce, mandorle e accenni di miele.

La bocca è larga, piena, di grande soddisfazione, senza spigoli, di magnifica freschezza e perfetto bilanciamento, avvolgente, cremosa di grande energia e nerbo preciso, ha continuità equilibrio e piacevolezza, ed il finale, all’insegna di una straordinaria freschezza, è lungo largo avvolgente di grande intensità. Standing ovation, chapeau, prosit, orejas y musica, na zdrowie!

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21 commenti

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21 commenti

  1. franciacortista

    dicembre 9, 2013 alle 9:11 am

    e puntuale come l’arrivo del Natale ecco Ziliani piazzare la sua marchetta filo Cà del Bosco. Ma quanto ti danno per parlare bene dei vini del tuo amico e padrone?

    • Franco Ziliani

      dicembre 9, 2013 alle 9:26 am

      @franciacortista
      e puntuale come le tasse ed il freddo ecco arrivare qualche imbecille per il quale se scrivo bene di uno dei più grandi metodo classico italiani, prodotto da un’azienda leader, divento automaticamente un marchettaro servo del padrone.
      Sicuramente un attivista del movimento degli eno-snob antifranciacortini per il quale in Franciacorta fa vini buoni solo qualche trascurabile aziendina, magari fuori dal Consorzio.
      @ contestatoreancora
      come ho più volte scritto preferisco di gran lunga i Vintage collection alla Cuvée Prestige, ma non posso associarmi a chi spara su questo Franciacorta base per il semplice fatto che é prodotto in oltre un milione di pezzi. Per i suoi volumi é un vino sicuramente ben fatto, che va incontro perfettamente al gusto di un consumatore medio che non é un grande esperto.
      E io per prodotti come questo, e anche come il Franciacorta base della Guido Berlucchi ho il massimo rispetto e nessuna puzza sotto il naso a differenza sua.
      Quanto alla “divisa” vedo piuttosto la sua, di idiota in servizio permanente effettivo, e di provocatore gratuito…

  2. Clara

    dicembre 9, 2013 alle 9:12 am

    un grande vino che amo tantissimo anch’io. Non ho ancora assaggiato il 2009 e vedrò, vista la descrizione fornita, di farlo presto

  3. Antonio

    dicembre 9, 2013 alle 9:13 am

    l’unico problema di vini come questo è il loro costo che li rende non alla portata di tutti. Peccato perché Cà del Bosco produce vini davvero spaziali

  4. contestatoreancora

    dicembre 9, 2013 alle 9:15 am

    non ti bastava esaltare il Dosage Zero, ti sei proprio lanciato parlando bene persino della Cuvée Prestige…
    Dai, falla vedere la divisa Cà del Bosco che porti, Ziliani!

  5. zakk

    dicembre 9, 2013 alle 10:49 pm

    senza entrare nel merito della bottiglia in questione (che ho assaggiato un paio di settimane fa ad un banco d’assaggio), ma dire di un vino “che per i suoi volumi è sicuramente ben fatto” mi sembra assurdo.
    Un vino è ben fatto a prescindere dal numero di bottiglie tirate. Per me è un vino neanche mediocre, ma è solo una mia opinione, mentre il suo successo commerciale ne giustifica la produzione su vasta scala.
    Ziliani, io non credo che lei faccia marchette, ma non credo neanche alla verità che dice che lei veramente pensi che quel vino sia “ben fatto”. Dai Ziliani, lei beve Drappier, AnnaMariaClementi, Krug, Dom Perignon, Bruno Paillard, Giulio Ferrari, Comitissa Gold, Cavalleri Collezione….. e riesce a deglutire cuvée Prestige?!?!?!?
    La prego di non ricominciare con l’enosnobismo franciacortino e altre amenità. Qui si tratta di capire come siano conciliabili certe bevute/vedute

  6. Davidao

    dicembre 10, 2013 alle 10:00 pm

    Una piccola critica in termini di etichetta: troppe lingue tranne quella giusta, l’italiano.

    “dosaggio zero”
    “collezione storica”

    NON-ABBIAMO-BISOGNO-DI-ESSERE-CIO’-CHE-NON-SIAMO.

    Abbiamo una delle lingue più seducenti del mondo, siamo i maggiori esportatori del mondo di vino… sono gli altri che devono parlare la nostra lingua, non noi la loro. Anche perchè si fa pure la figura dei provincialotti.

    Perlomeno secondo me.

  7. al

    dicembre 11, 2013 alle 11:10 am

    Vintage riferito ad un metodo classico significa che è millesimato, per cui lo trovo sensato, collezione storica non significa niente, poi per carità quando c’era Lui i treni erano in orario etc. etc. :D

  8. davidao

    dicembre 11, 2013 alle 6:18 pm

    Per la verità “vintage collection” non si traduce esattamente con “millesimato, e se fosse, tanto peggio, si scriva “millesimato e basta”
    Ad ogni modo usare prima francese e poi inglese in una stessa etichetta, di una lingua terza è un pasticcio in termini di marketing.E’ una bella pacchianata.

    Per il resto se vogliamo rendere il franciacorta un prodotto da esportazione, dobbiamo davvero evitare certe paciugate espressioni anglofone che poi alla fine usiamo più noi degli anglosassoni stessi.

    Usare l’Italiano su un prodotto italiano non è da fascisti (come il gentile Al allude) ma è un’perazione di marketing che all’estero funziona

    Ad esempio, a Londra, con l’apertura della catena “caffè nero” il barista che serve l’espresso, ormai non è più il “bar tender”, bensì il “barista”

    Usiamolo l’italiano che funziona, vende e fa cultura.

  9. davidao

    dicembre 11, 2013 alle 6:22 pm

    Ve ne dico un’altra, a Monaco di Baviera, dove ho lavorato, i crucchi, quando vogliono darsi un tono, il pinot nero lo chiamano “pinò ne(r)o” e non “blauburgunder” come per altro dovrebbero, e nemmeno “pinot noir”.
    Il vino parla molto più italiano degli italiani, e così si riesce a vendere.

  10. Al

    dicembre 12, 2013 alle 9:32 am

    Visto che lei è un uomo che gira il mondo ed un fine conoscitore di idiomi ed usanze come mai non nota che vintage collection si scrive allo stesso modo in inglese e francese per cui tutta la questione è abbastanza irrilevante?

    • Franco Ziliani

      dicembre 12, 2013 alle 9:34 am

      in verità io non ho sollevato alcuna questione linguistica o semantica: per me quel vino potrebbero chiamarlo anche Pippo e mi andrebbe benissimo, tanto é buono…

  11. Davidao

    dicembre 12, 2013 alle 10:58 am

    Ma si, certo che è buono, io facevo una riflessione sul fatto che ottimi prodotti, per passare da internazionali rischiano di risultare provinciali, un po’ come quando sul lavoro ci chiamiamo tutti HR, CEO, PM ecc, e poi magari in azienda si parla tutti in italiano se non in dialetto.

    Sul termine specifico, “Vintage collection” è solo inglese, non è francese. O meglio, in francese esistono entrambe le parole, ma accostate così non hanno molto senso, infatti i francesi scrivono “Vintage 2004″ ad esempio o Collection (il nome di una tenuta particolare, ad esempio).
    Con tutto che in francese si usa generalmente “Reserve”, non “collection”.

  12. Davidao

    dicembre 12, 2013 alle 11:03 am

    Ad esempio. Al, si guardi, in maniera estremamente empirica, cosa risulta dalla ricerca google di “Vintage Collection”.

    L’unico che tratta di vino, guardacaso, è Ca’ Del Bosco. Tutto il resto riguarda raccolte di antichi episodi o serie di vecchi telefilm o spettacoli.

    https://www.google.it/search?q=vintage+collection&ie=utf-8&oe=utf-8&rls=org.mozilla:it:official&client=firefox-a&gws_rd=cr&ei=m4mpUq-qKsXTygP-nYK4DA

  13. Al

    dicembre 12, 2013 alle 4:16 pm

    Scusi Davidao, ma ha mai notato che Moët & Chandon ha da sempre riunito i propri millesimati nella Grand Vintage Collection, se un appunto si vuol muovere a Ca’ Del Bosco lo si può fare sul piano dell’originalità, ma dover sostenere per forza una tesi fondata sull’errore iniziale di aver scambiato l’inglese col francese francamente mi pare tempo perso, poi faccia lei per carità :D

    • Davidao

      dicembre 19, 2013 alle 4:10 pm

      Infatti Moet e Chandon è un prodotto di pura esportazione e scrive direttamente in inglese: dal proprio sito internet al retro delle proprie etichette, ostentando, giustamente, il timbro di approvazione della regina.

      Ad ogni modo, il senso del mio discorso è questo: per un prodotto italiano, soprattutto se enogastronomico, proprio perchè vende, è meglio usare solo l’italiano, o al massimo degli inserti in francese (per me non necessari) in quanto lingua passepartout per il vino di alta qualità.

      E’ un’opinione, è la mia.

  14. Alberto

    dicembre 12, 2013 alle 4:56 pm

    Non sono sempre d’accordo con quello che scrive Ziliani, né “amo” ca’ del bosco ( personalmente credo che la Cuveè Prestige abbia un rapporto qualità/prezzo scandaloso ).. però dire che “è diventato il Dosaggio zero di riferimento della denominazione” è INCONTESTABILE. Il Dosage Zero è un capolavoro. Ziliani può avere buoni rapporti con Zanella, buon per lui, ma elogiare un vino eccezionale come questo non è sintomo di “servilismo”, significa essere obiettivi.

  15. Angelo

    dicembre 13, 2013 alle 2:39 pm

    Scusate se mi permetto, ma vorrei esprimere la mia opinione a riguardo.
    @Davidao: Innanzitutto non siamo i primi esportatori di vino al mondo, ma i secondi.
    In secondo luogo è evidente che il recente restyling delle bottiglie, sia nel nome del vino, sia nel design delle etichette, sia una trovata puramente commerciale (peraltro azzeccata bilanci e risultati alla mano). Per quanto possa comprendere il sentimento patriottico trovo che in una realtà nella quale i consumi di vino sono nettamente in flessione e i consumatori ricercano qualità e identità, l’aspetto di marketing del prodotto assuma un’importanza vitale. Soprattutto se si parla di un’azienda leader di un mercato che può vantare soltanto pochi (ma ottimi) decenni di storia. Credo che la figura che si ottiene sia il contrario di quella dei “provincialotti”, anzi.
    Il consumatore esperto e conoscitore del vino credo che dia davvero poca importanza al nome della bottiglia che sta degustando, Franco Ziliani l’ha confermato in un commento precedente. Al contrario chi è entrato da poco nel mondo dell’enogastronomia troverà ben più attraente un nome francese o inglese come “Dosage Zéro”o “Vintage Collection”, un’etichetta modernizzata e un packaging giovanile e accattivante. Analisi dei consumi alla mano si nota come sempre più giovani e stranieri si stianoo avvicinando alla Franciacorta e più in generale alla ricerca di qualità e identià. Secondo voi qual è il modo migliore per attrarre consumatori di queste categorie?
    Senza dimenticare che sull’etichetta si legge comunque Ca’ del Bosco e Franciacorta a difesa dell’identità italiana e del terroir (ovviamente!) e che la miglior bottiglia prodotta dall’azienda ha un nome che più italiano non si può: Annamaria Clementi.
    Il mio è il parere totalmente inesperto di un giovane che da qualche anno si sta appassionando al mondo del vino. Non mi permetterei mai di giudicare, data la mia scarsissima esperienza, un vino (che comunque apprezzo molto), ma se si parla di strategia e marketing… be’ lì un bel pacco di argomenti da studi accademici posso proporli.
    Saluti.

    • Davidao

      dicembre 19, 2013 alle 4:16 pm

      Mah, allora, secondo me Ca’ del Bosco fa un ottimo prodotto ed ha una capacità distributiva come pochi.

      Sul giovanilismo dell’etichetta, mah…
      Ricordiamoci che noi siamo il paese che si da’ delle arie dicendo che facciamo gli “stage”. Quando in inglese si dice “internship”, dato che stage significa “palcoscenico”. Stage è una parola francese…

      Just think about it.

  16. Circasso

    dicembre 28, 2013 alle 7:54 pm

    Raccolgo volentieri l’invito e trasloco. Forse io sono un po’ troppo prevenuto verso questa azienda, forse lei v’è troppo affezionato, forse la verità sta nel mezzo. Però vede, non discuto mica queste eccellenti Vintage Collection. Ed è proprio partendo da qua che nasce la mia perplessità. Perché di fronte a questi i due AC – soprattutto il rosè – mi paiono dei presuntuosi, tronfi, pesanti vorrei ma non posso, e non riesco proprio a capire come lei possa assegnar loro i medesimi punteggi, sebbene poi ammetta che la sua preferenza personale vada alla Vintage Collection. Meno ancora capisco come si possa apprezzare il Prestige, che fin dal nome e dalla confezione appar proprio uno specchietto per épater, anzi accalappiar e salassar le bourgueois, laddove a ciò che v’è nella bottiglia io, fossi il gran Maurizio, arrossirei nel dare il mio nome.

    • Zakk

      gennaio 4, 2014 alle 8:16 pm

      Amen!

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