Brut metodo classico 2006 Decugnano dei Barbi

Denominazione: Altre Bollicine
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay, Procanico, Verdello
Fascia di prezzo: da 10 € a 20 €

Giudizio:
8


DecugnanoBrut

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C’è poco da fare, i bresciani quando si confrontano con il vino ed in particolare con le “bollicine” ci sanno fare. Lo dimostrano in casa loro, in quella Franciacorta che solo eno-miopi e persone intellettualmente disoneste, oltre che inguaribili eno-snob, possono negare rappresenti la zona globalmente più interessante del panorama del metodo classico italiano, ma anche quando vanno in trasferta.

Una conferma di questa evidenza viene ad esempio dalla qualità del lavoro fatto, ormai da quarant’anni, dal lontano 1973 quando gli capitò di acquistare quelle terre poste nel cuore della zona di produzione di uno dei più noti vini Doc italiani, l’Orvieto Doc, dal bresciano Claudio Barbi, con la sua azienda agricola denominata Decugnano dei Barbi, che prende nome, la prima citazione del termine risale ben al 1212, dalla chiesta di Santa Maria di Decugnano, i cui vigneti producevano vini per il clero di Orvieto in epoca medioevale.

Barbi, la cui attività di commerciante di vini l’aveva portato a conoscere l’area orvietana, ebbe la lucidità e la capacità di capire che a Decugnano si trovava in un posto speciale, dotato di un peculiare terroir, con vigneti che insistono su terreni antichissimi sabbiosi e argillosi, ricchi di fossili e antiche conchiglie, posti a trecento metri di altezza, ben ventilati e aiutato da un enologo esperto come il bresciano Corrado Cugnasco, che è stato consulente dell’azienda sino a pochi anni orsono, ha saputo produrre vini che si sono affermati come alcuni dei punti di riferimento più saldi della denominazione.

Due varianti di Orvieto Doc, il classico superiore Bianco di Decugnano, da uve selezionate in otto diverse vigne, e poi una rivisitazione moderna (dove alle classiche uve Grechetto e Procanico vengono aggiunte piccole dosi di Vermentino e Sauvignon) denominata Villa Barbi bianco, due rossi, dove le basi Sangiovese e Montepulciano vengono completate da Syrah o da Merlot, e poi un vino diventato un classico nel suo genere, il Pourriture Noble, prodotto dal lontano 1981 e ottenuto da uve (Grechetto, Sauvignon e Sémillon) colpiti da muffa nobile.

Ma perché vi sto parlando di questa azienda? Semplicemente perché non da ieri, ma dal 1978, i Barbi, a Claudio nel frattempo si è aggiunto il figlio Enzo che recentemente si è preso la bella responsabilità di diventare presidente del Consorzio vini di Orvieto, producono, e lo fanno decisamente bene altrimenti non mi occuperei di loro, anche un metodo classico, un Brut, prodotto in diecimila esemplari che lo rendono un vino meno virtuale di altri, una cuvée di Chardonnay 70%, Procanico e Verdello 30% con predominanza Procanico, che in enoteca si può trovare intorno ai 18 euro.
Un metodo classico che riposa qualcosa come 48 mesi sui lieviti in grotte naturali.

Sullo Chardonnay, che evidentemente ha trovato un proprio habitat favorevole in queste colline umbre, niente da dire, il Procanico non è altro che il clone di Trebbiano umbro coltivato intorno ad Orvieto. Merita qualche parola, invece, il Verdello, vitigno a bacca bianca diffuso in particolare in Umbria e in qualche estensione siciliana, le cui origini sono molto incerte, sebbene manchino documenti che ne attestino la sua coltivazione nel corso dei secoli. Quanto ad una sua parentela con il Verdelho portoghese, questa ipotesi non trova nessun supporto, ne dal punto di vista ampelografico. Più ragionevole pertanto pensare ad un’origine umbra del vitigno, il cui nome deriverebbe dal colore verdognolo delle bacche anche verso la maturazione inoltrata.

Storicamente la prima descrizione “di quest’uva risale al 1894 ad opera di Tonicello, che ne fornisce brevi notizie nei suoi studi, e successivamente nel 1909 ad opera di Malon. Entrambi ne attribuiscono la zona di coltivazione e probabile origine al comune di Orvieto. In questa veste orvietana fu presente come autoctono al Congresso Vitivinicolo e alla Mostra dell’Uva di Perugia del 1949”.

Cosa mi ha detto questo Decugnano Brut 2006 che ho degustato in un campione con sboccatura, intelligentemente indicata in retroetichetta, del 21 maggio 2013? Che si tratta di un metodo classico ben fatto, serio e che merita rispetto, dotato di una peculiare personalità.

Bellissimo il colore, un paglierino oro squillante di grande luminosità, fine e continuo il perlage, molto vivace nel bicchiere. Di fronte impronta e immediata comunicativa il bouquet sin dal primo impatto, ampi, maturo, ben secco, molto fitto, con buona maturità di frutto, note di ananas, pompelmo, agrumi, fiori bianchi, frutta secca appena tostata e una nitida e fresca vena salata e minerale.

Attacco in bocca largo, pieno, dichiaratamente secco, un Brut con un dosaggio degli zuccheri contenuto in sei grammi, con bolla molto viva e croccante, una buona ampiezza e struttura sul palato, ricchezza e persistenza, con buon equilibrio di tutte le componenti, compresa una fresca e bilanciata acidità. Un metodo classico che non proporrei come aperitivo ma porterei decisamente a tavola abbinandolo ad una vasta gamma di piatti a base di pesce, carni bianchi, soufflé. Un vino decisamente ben fatto, che vale la pena di provare.

Tenuta Decugnano dei Barbi
località Fossatello 50
Orvieto TR
tel. 0763 308255
info@decugnano.it
www.decugnano.it

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Attenzione!
non dimenticate di leggere anche Vino al vino

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4 commenti

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4 commenti

  1. zakk

    settembre 10, 2013 alle 2:47 pm

    Ziliani, perchè se non si apprezzano i Franciacorta si è “eno-miopi e persone intellettualmente disoneste, oltre che inguaribili eno-snob”?
    Non le sembra di essere un po’ poco democratico e irrispettoso del giudizio altrui? Io, personalmente, trovo questo modo di impostare la discussione davvero sgradevole, sembra un’affermazione del tipo: se la pensi come me bene, altrimenti ti becchi i commenti riportati sopra. Ma che modo è di argomentare?
    Accidenti, mi è passata la voglia di leggere il resto dell’articolo.

    • Franco Ziliani

      settembre 10, 2013 alle 3:39 pm

      non faccia, come fa spesso, il finto tonto. Non voglio lettori che mi diano sempre e comunque ragione. Voglio lettori che argomentino le loro opinioni che spieghino perché un certo prodotto piace loro oppure no. Lei si é invece “distinto” per lo sparare comunque, a priori e a prescindere, sulla Franciacorta e sui Franciacorta, dando prova di un pregiudizio stolto e di fatto togliendo qualsivoglia serietà alla sua posizione.

      • zakk

        settembre 10, 2013 alle 9:56 pm

        eeeh no Ziliani, io ho sempre scritto che ci sono dei tratti abbastanza distintivi che riscontro spesso, per non dire quasi sempre, nei Franciacorta. E questi tratti distintivi sono solitamente chiusure amare, scarsa acidità e pesantezza. Ho un palato sensibile a queste cose? Probabile, ma quello che mi comunica al cervello è che se la Franciacorta ha così successo non può che essere dovuto ad un lavoro egregio di marketing. Ma a me questo non basta per dire che quelli sono vini piacevoli.
        Tralascio il discorso prezzi.
        Se in Trentino Alto Adige avessero quelle capacità commerciali, di fare gruppo, di proporsi uniti, farebbero, commercialmente, a pezzi la Franciacorta.
        Quindi la prego: nessun eno snobismo o puzzetta sotto il naso, solo giudizi decisamente differenti.
        In tutto questo rischia di rimetterci il brut decugnano dei barbi.

  2. Pingback: Garantito… da me! Orvieto classico superiore Il Bianco di Decugnano 2011 Decugnano dei Barbi | Blog di Vino al Vino

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