Trento Doc Perlé 2006 Ferrari

Denominazione: Trento Doc
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay
Fascia di prezzo: da 20 € a 25 €

Giudizio:
7


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Era un po’ di tempo, per un concatenarsi di motivi (un po’ che non salgo in Trentino per visitare aziende o per fare ampie degustazioni, un po’ la non particolare disposizione dei trentodocchisti ad inviare campioni per assaggi, un po’ che in cantina non dispongo di particolari scorte di “bollicine” locali), che non scrivevo di Trento Doc e allora in agosto ho pensato bene di porre rimedio a questa oggettiva mancanza.

Insomma il Trento Doc, ovvero “i migliori spumanti del Trentino rigorosamente metodo classico” come si legge sul sito Internet, da cui apprendiamo anche che “dall’11 al 13 settembre in dieci prestigiosi ristoranti di Firenze andrà in scena Trentodoc. Tre giorni interamente dedicati al metodo classico di montagna che accompagneranno i piatti della tradizione toscana e non solo”, anche se non gode di un momento di particolare splendore è sempre la seconda più importante zona spumantistica “champenoise” italiana con circa 9 milioni di bottiglie prodotte ed una quarantina di soggetti produttivi, e merita attenzione.

Per questo motivo in agosto tra le bottiglie da assaggiare che mi sono portato in vacanza figurava una bottiglia di uno dei meglio simboli della produzione trentodocchista, ovvero sia il millesimato Blanc de Blanc annata 2006 universalmente noto come Perlé, una produzione di circa 500 mila bottiglie, prodotto dalle celebri Cantine Ferrari di Trento.

Non voleva essere una degustazione la mia e della persona, appassionata di bollicine metodo classico, che avrebbe assaggiato/bevuto con me: volevamo, indotti a farlo dagli oltre trenta gradi di temperatura, del posto dove ci trovavamo, stappare e bere copiosamente in abbinamento ai piatti a base di verdure e di pesce che sarebbero finiti sulla nostra tavola. Questo il nostro obiettivo, più che star lì a spaccare il capello in due o valutare se il vino, che ben conosco e solitamente apprezzo, fosse semplicemente buono, ottimo o super. Alla prova del nove però, una volta servito questo Chardonnay in purezza da vigneti di proprietà, posti in alta collina, nelle zone più vocate del Trentino, a 300-700 metri, vigneti esposti a Sud-Est e Sud-Ovest, affinato cinque anni sui lieviti e prodotto a partire dal lontano 1971, non ci ha proprio entusiasmato.

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Intendiamoci, la bottiglia l’abbiamo bevuta, soprattutto accompagnando i cibi e perché avevamo voglia di “bollicine” e un’altra bottiglia ci eravamo dimenticati di metterla in frigo come riserva, ma con una certa quale fatica, e senza quella gioia e quella soddisfazione che sono solite darci altri “champenoise” italici e francesi. O addirittura, penso a certi Cava di cui ho scritto di recente, spagnoli.

Nel nostro campione dalla sboccatura dichiarata 2012 il vino si è presentato privo di quella magia e di quella finezza che mi avevano colpito e conquistato in altre occasioni. Bello il perlage, molto sottile e continuo e decisamente intenso, un paglierino intenso e carico, con una leggera sfumatura verso il nocciola, il colore, seppure brillante e luminoso.

Molto ricco, molto più tosto e strutturato di come me lo ricordassi, direi burroso, tutto nocciola tostata, frutta gialla matura, con una leggera sfumatura floreale ed una sottilissima quasi impercettibile vena minerale il naso, da vino estrattivo, ampio caldo, potente, senza quella fragranza e quella freschezza che sarebbe lecito attendersi da uno Chardonnay alto collinare trentino.

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E’ stata poi la bocca a lasciarci perplessi, piuttosto dura più che asciutta, con bollicine che si fanno sentire sul palato e più che accarezzarlo e vellicarlo lo percorrono, con struttura ampia, spalla, consistenza, volume e larghezza, grande materia, e un filo di legno di troppo probabilmente utilizzato in parte della cuvée, ma senza quella finezza, quel dinamismo, quello scatto e quella energia, anche se il nerbo acido si fa sentire che ricordavo in Perlé di altre annate ed un finale dove la mandorla tostata domina.

Sicuramente un bel vino, molto gastronomico, ma avremmo voluto una dimostrazione di eleganza, piuttosto che una ostentazione di potenza fatta vino. La valutazione è giocoforza condizionata: quattro stelle sarebbero forse troppo generose, mentre le tre e mezzo che ho scelto rischiano di apparire troppo severe. Un tre e tre quarti sarebbe stata la valutazione ideale…

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Attenzione!
non dimenticate di leggere anche Vino al vino

http://www.vinoalvino.org/

8 commenti

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8 commenti

  1. benux

    settembre 4, 2013 alle 12:30 pm

    Sono perfettamente d’accordo nella descrizione del Perlè 2006 del buon Ziliani, ma con conclusioni opposte l’ho trovato il miglior perlè degli ultimi anni proprio per la sua ricchezza e opulenza.

    • Franco Ziliani

      settembre 4, 2013 alle 12:35 pm

      io lo preferivo quando era più elegante e minerale e più fragrante. Ma lo dico a voce bassa perché mi risulta che in Ferrari non abbiano gradito molto quello che ho scritto ieri 🙂

  2. andrea li calzi

    maggio 27, 2014 alle 7:49 pm

    Ziliani io la stimo,ma secondo me lei ultimamente sta bevendo troppi Franciacorta occhio si finisce per non valorizzare più i prodotti con una buona persistenza gustativa,come diceva Nanni?ma si,continuiamo a farci del male!un caro saluto

    • Franco Ziliani

      maggio 28, 2014 alle 9:59 am

      non credo proprio di “farmi del male” o fare del male a voi lettori proponendo, se assaggiandoli mi piacciono, metodo classico della zona vinicola bresciana. E non penso proprio di scambiare bronzo per oro

  3. andrea li calzi

    maggio 30, 2014 alle 4:32 pm

    Mi scusi Ziliani ma il 2006 non l’aveva elogiato tantissimo in questo articolo?

    http://www.lemillebolleblog.it/2012/09/24/trento-doc-brut-ferrari-sorprendentemente-buono-ma-il-perle-2006-e-altra-musica/

    l’ha trovato davvero così diverso?affascinante la cosa…
    La Francicorta tutta,a mio modesto parere,va bevuta e contestualmente dimenticata,mi creda non è una critica a priori,ho bevuto tutti i livelli faccio solo qualche esempio per categoria, da Faccoli a Cà del Bosco passando per gli sperimentali tipo Casa Caterina.. soddisfa le nostre esigenza di piacevolezza,allegria come può fare un buon Lambrusco o un Fortana ma davvero cerchiamo di razionalizzare anche perchè il terroir a parte qualcosa a ridosso del Monte Orfano con tutto l’impegno di questo mondo di quei poveri appassionati vigneron, non può fare i miracoli di Cramant o della Vallagarina quindi bisogna secondo me stare attenti a fare alcune considerazioni per non confondere sopratutto i neofiti che la leggono o sbaglio?

  4. andrea li calzi

    maggio 31, 2014 alle 1:23 pm

    il “partito preso” ci sta se non avessi assaggiato nulla ,come purtroppo fa tanta gente ignorante che ad esempio continua a sostenere che il Lambrusco fa sempre e solo schifo e la insulta nel suo blog,gente che andrebbe presa e obbligata a bere solo litri di acido muriatico, ma mi creda ne ho assaggiati di Franciacorta,da olte dieci anni,non sarano i suoi 30 che rispetto davvero tantoi,ma ho parlato con i produttori seri e motivati,da Gatti a Fccoli a San Cristoforo,loro stessi hanno ammesso i limiti del terroir quindi per favore ribadisco non mischiamo l’oro con il bronzo,poi ci sta inevitabilmente che il miglior Franciacorta sia meglio di uno Champagne che fa schido anche di Mesnil o Avize,di un alto atesino di Salorno e o di un trento doc di Rovereto fatti male,ma ribadisco il miglior Nebbiolo della Valtellina potrà mai competere con un cru di Monforte o anche semplicemnte un cru di Gattinara?ribadisco non mi dispiaciono i Franciacorta,ma inseriti nel loro contesto!quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare e i Franciacorta devono rispettosamente stare in panchina,non per cattiveria ma per mancanza di peculiarità date dal terroir.

    • Franco Ziliani

      giugno 1, 2014 alle 10:34 am

      registro il suo punto di vista sottolineando che é un punto di vista personale. Il suo

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