English sparkling wines: cosa diversa dallo Champagne, ma vallo a spiegare a certa stampa patriottarda!

English-champagne

Gli English Sparkling wines, i metodo classico prodotti nel Regno Unito, continuano ad esercitare un’attrattiva notevole per la stampa di lingua inglese che di queste “bollicine” prodotte con il metodo “champenoise” continua a scrivere. In un modo che spesso sembra essere ispirato da uno spirito molto patriottico e nazionalista e smaccatamente filo-british e da una valutazione discutibile dell’effettivo ruolo e peso che queste “bollicine” hanno, pur riconoscendo l’indiscutibile novità che rappresentano, nel panorama internazionale dei cosiddetti “sparkling”. Panorama dove lo Champagne, piaccia o non piaccia, resta non solo il modello secolare di riferimento, ma qualcosa di difficilmente imitabile e unico.

Mi ero colpevolmente perso la notizia, trapelata circa un mese orsono, e che potete leggere qui, qui e poi ancora qui, che recandosi in visita, con tanto di stampa al seguito, ad un’azienda produttrice nell’Hampshire, dotata del più antico vigneto destinato alla produzione e commercializzazione di vini (risale al 1952) aveva espresso, la Duchessa di Cornovaglia Camilla Parker Bowles in qualità di presidente della United Kingdom Vineyards Association, figlia di un viticoltore, Major Bruce Shand, e nipote di Philip Morton Shand, autore di un libro sulla vinificazione, la propria ferma convinzione che bisognasse trovare un nome per gli English sparkling wine che consentisse “to match the grandeur of champagne”, di combattere la grandeur dello/a Champagne.

Le parole esatte della consorte del Principe Filippo di Edimburgo sarebbero state: “I think people should put their heads together and think of a new name for English sparkling wine. It should have something with much more depth. I plan to find a new word for it.” Nel dibattito, a tinte semiserie, sviluppatosi soprattutto a seguito della nota pubblicata dal sito specializzato The Drink Business, è emerso l’intervento di uno dei più grandi esperti di sparkling wines del mondo, l’amico e collega Tom Stevenson, secondo il quale the Duchess dovrebbe “condurre una battaglia presso la Corte Europea per cambiare il nome da “Traditional Method” a “Traditional English Method” o “Original English Method” o “Merret’s Method”. Questo perché Christopher Merret, fisico e scienziato inglese, sarebbe stato il primo, nel 1662, “to document the deliberate addition of sugar for the production of sparkling wines” mentre in Champagne di questa metodologia non si avrebbe avuta notizia sino al 1690.

Per Stevenson, che credo stia scherzando, “The so-called “méthode champenoise” is, therefore, a misnomer, but maybe we should be more magnanimous than the champenois and allow them to use the term “Original English Method” (or whatever we decide), if they so wish”, il termine Original English Method dovrebbe pertanto avere la priorità su “method champenoise”…

CamillaSparkling

Nel dare la notizia di questo appello a trovare un nome distintivo per le bollicine born in UK, si sono distinti, se così si può dire, The Telegraph ed il suo articolista Alex James, di cui apprendiamo che “is a musician, best known as the bass player in Blur. He writes a weekly column called ‘Mucking In’ about life on his farm in Oxfordshire”, che testualmente, come viene peraltro ripreso nel titolo dell’articolo: afferma “We can grow champagne in Britain – we just can’t call it that”. Ovvero che possiamo produrre Champagne in UK, solo che non possiamo chiamarlo così.

I casi sono due: o il signor Alex James é clamorosamente ignorante, e allora non dovrebbe scrivere, né di vino né di altro, sul noto quotidiano inglese, oppure, visto che è stato passato questo messaggio assolutamente falso e bugiardo nel titolo, lui ed il quotidiano inglese mentono sapendo di mentire. Non si sa se per compiacere quella parte dei reali inglesi che stanno sostenendo la causa degli English Sparkling wines, o se per fare bella figura con i produttori o cavalcando la causa di un eno-nazionalismo britannico che lascia il tempo che trova.

Anche i sassi sanno che un vino chiamato Champagne si può produrre e definire come tale in etichetta solo nella Champagne e fare credere ai lettori del Telegraph che le “british bubbles” non hanno nulla da invidiare, qualitativamente parlando, è una palla sesquipedale.

Come pure lasciare cadere questa osservazione altresì presente nell’articolo, secondo la quale “Much of champagne’s allure is down to brilliant marketing – possibly the greatest ad campaign in history. Champagne is glamour in a bottle. English sparkling wine just doesn’t sound quite as appealing”. Ovvero che il successo mondiale dello Champagne é dovuto ad una brillante politica di marketing, forse la più grande nella storia. E che agli inglesi, come suggerisce Camilla, basterebbe solo azzeccare un nome giusto, sperando non sia sfigato e finito male come Talento, quello che voleva essere il nome comune per il metodo classico italiano…, per poi “spezzare le reni” a quei “mangiarane” di francesi…

La confusione, o un certo malinteso concetto d’informazione, regnano sovrani, come dimostra anche un altro recente articolo apparso nell’edizione europea del Wall Street Journal, dove l’articolista, Will Lyons, che di vino dovrebbe saperne di più di Mr. James, magnificando una british winery produttrice di English Sparkling wines, Herbert Hall, ci racconta cose contraddittorie. Ovvero che dovremmo parlare di “bollicine” inglesi senza fare riferimento allo Champagne, che “English sparkling wine is a dry, delicate delight. The mistake is expecting it to taste like Champagne”, che é un errore aspettarsi che abbiano lo stesso gusto degli Champagne.
Britishflag

Poi però ci viene assicurato che “Mr. Hall’s sparkling wine can compete with Champagne’s finest”, che questi vini prodotti da un’azienda che ha piantato le proprie vigne nel 2007 e ha prodotto la propria prima annata nel 2009 (miracolosi questi inglesi!!!) e che produce solo 12 mila bottiglie all’anno, con il Brut Reserve, ci viene detto, “used for the Prince of Wales’s own Highgrove English sparkling wine” fanno parte di quel gruppo di vini e aziende, “a handful—Sussex’s Nyetimber and Ridgeview, Cornwall’s Camel Valley and Surrey’s Denbies, in particular—claiming to produce sparkling wine as good as, if not better, than their counterparts in Champagne”.

Ovvero che fanno parte di quel gruppo di aziende che hanno come obiettivo di produrre sparkling wines buoni, se non migliori, della loro controparte in Champagne. Ma come, non è un errore, come scrive l’articolista, cadere nella “constant comparison with Champagne”, nel costante paragone con lo Champagne, quando i vini, espressione di terroir che è tutto da dimostrare siano “similar”, sono “lighter, fresher, more fruit-driven”, ovvero più leggeri, più freschi e fruttati, con “more varietal flavors than they do in Champagne”?
Pensa davvero, certa disinvolta stampa di lingua inglese, di giovare alla causa degli English sparkling wines spacciandoli come una risposta e un’alternativa, di pari valore, allo Champagne, quando i più ragionevoli produttori inglesi dicono invece che “It is not better or worse, it is just different”, che non sono migliori o peggiori, ma diversi?

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4 commenti

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4 commenti

  1. Vittorio Vezzola

    agosto 22, 2013 alle 6:02 pm

    Franco questi se la cantano e se la suonano, non è la prima volta che sento certe stupidaggini.

  2. Paolo Torchio

    agosto 22, 2013 alle 8:37 pm

    Mi perdoni , posso sbagliare, ma forse si dovrebbe correggere Filippo di Edimb. con Carlo Principe di Galles. Non pubblichi il mio commento se non ho inteso il senso, questo non vuol essere un rimbrotto, solo la segnalazione di una possibile svista.
    Cordialità

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