Trento Doc Aquila Reale 2005 riserva Cesarini Sforza: cronaca di una clamorosa delusione

Denominazione: Trento Doc
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay
Fascia di prezzo: da 25 € a 35 €

Giudizio:
5


CesariniSforzaAquilaReale-ridotta

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Ovvero: se questo è il miglior metodo classico italiano Berlusconi è gay e di sinistra

Metti una sera a cena, la tua lei più splendida e affascinante che mai, il mondo lasciato fuori dalla porta, un buon piatto di pesce con verdure che ti aspetta caldo in pentola, l’atmosfera giusta per passare, insieme, ore serene e felici. To have fun and enjoy, come direbbero quelli che hanno fatto le scuole giuste.

Allora che fai, vai in cantina e tiri fuori la bottiglia importante che avevi tenuto da parte per la grande occasione. Non il solito banalissimo e prevedibile Champagne, non un Franciacorta prodotto da quei tondinari di industriali bresciani, ma, perbacco!, nientemeno che il “Tre Bicchieri e premio bollicine dell’anno nella guida Gambero Rosso Vini d’Italia 2013”, ovvero il Riserva Aquila Reale Millesimato 2005 della premiata ditta Cesarini Sforza. Quella che ha come direttore generale nientemeno che Rappo Luciano, già co-fondatore del Wein Festival di Merano poi per alcuni anni in Cavit dove ebbe ad occuparsi della valorizzazione dell’immagine del marchio e della promozione della qualità dei suoi prodotti.

Cerchi di spiegare a lei, un po’ delusa perché hai preferito un italiano, pardon, un trentino, allo champenois francese che lei tanto ama, ed il privilegio che le concedi facendole degustare la crème de la crème trigamberescamente parlando del metodo classico italico, e le racconti, con voce suadente, cercando di essere convincente, che laRiserva Aquila Reale Millesimato è ottenuta da uve Chardonnay provenienti interamente dall’antico Maso Sette Fontane in Valle di Cembra in Trentino, un terreno a 500 metri d’altitudine dedito fin dal 1734 alla produzione di uve pregiate”, che è un Blanc de Blanc 100% Chardonnay, che si tratta di un terreno detritico leggermente calcareo, non molto profondo, franco sabbioso, ben drenato.

E poi cercando di vincere il suo leggero scetticismo, le snoccioli i dati tecnici, ovvero che la fermentazione avviene in acciaio inox 50%, in legno di varie età 50%, che la conservazione e la malolattica è negli stessi recipienti di fermentazione con i propri lieviti e bâtonnage settimanali, che la maturazione sui lieviti è di ben 72 mesi, ovvero sei anni, che la liqueur d’expédition è costituita da vini di riserva conservati in legno, che trattandosi di un Brut sono 6 e mezzo i grammi litro di zucchero. E poi cerchi di catturare il suo consenso dicendole che diamine, è la bollicina che Marco Sabellico ed Eleonora Guerini e magari Gianni Fabrizio, mica tre blogger dell’ultima ora, hanno in assoluto prediletto lo scorso anno.

Lei ti ascolta paziente, mentre stappi con tutte le cure la bottiglia, controlli il tappo, praticamente perfetto, anzi esemplare, versi il vino nei due ampi calici, niente flûte ovviamente, pronta ad entusiasmarsi, pronta a dirti grazie per la scelta fatta. Pronta a…

donnadelusa

Poi il disastro. Come un cielo splendente che si rannuvoli all’improvviso, una volta lasciato a lei il piacere del primo assaggio, ecco apparire sul suo viso luminoso l’ombra della perplessità e della delusione, un vago sospetto che le tue capacità di degustatore e la tua fama di “esperto” siano francamente immeritate, e l’idea divorante (e molto pericolosa per te) che non ci si possa fidare di uno che dice di essere innamorato di te, che ti dice di volerti per sempre accanto a sé, ma poi, per una serata speciale non sa scegliere il vino giusto. E te ne propone uno che andrebbe bene, ma solo per un funerale.

Bello il colore, paglierino oro squillante, di grande luminosità e vivace e non molto sottile ma grossolano il perlage nel bicchiere, anche se continuo e abbondante e dall’andamento zigzagante. Ma basta il primo contatto olfattivo per cadere in un universo che di luminoso, di esemplare, di elegante non ha assolutamente nulla, manco ad essere generosi come sa esserlo il Berlusca con le sue amate giovani olgettine.

Un naso monocorde, compatto, intensamente vanigliato, dove l’unica variazione avviene tra la componente dolciastra, legnosa e quella verde-pungente, senza alcuna finezza ed eleganza, e nessuna traccia, manco a cercarla con il binocolo, di quella freschezza, mineralità, leggerezza che sarebbe lecito attendersi da uno Chardonnay di montagna, proveniente da quella Valle Cembra che offre uve che altre aziende, meno blasonate e mediatiche e con meno santi in paradiso, sanno valorizzare.

Ancora peggio il gusto, molle, pesante, senza sfumature né profondità, statico, senza scatto, senza nerbo né freschezza, compiaciuto del proprio essere massiccio e concentrato, come un ginnasta palestrato che mostri con orgoglio i muscoli un po’ abnormi cresciuti a colpi di anabolizzanti. Dolciastro, tutto frutta stramatura e legno, tanto legno troppo legno, il palato, amaro e letteralmente invaso e devastato da questa inutile ostentazione di muscoli e di materia informe, e, cosa ancora peggiore, serata andata letteralmente a remengo.

Diolovuole

E la piacevolezza, direte voi, il “gusto schietto, sapido e lungo” di cui si parla nella scheda tecnica del vino presente sul sito Internet? Una piacevolezza pari a quella che potrebbe regalarvi la donna triste che la malasorte vi facesse trovare nel vostro letto, una di quelle rosannine algide che mentre “si concedono”, di malagrazia e con la morte nel cuore, recitano come una triste giaculatoria “non lo fo per piacer mio ma per dar dei figli a Dio”, la stessa gioia che potrebbe darvi una serata trascorsa in compagnia di Rosy Bindi, Mariastella Gelmini e di Roberta Lombardi, capogruppo del Movimento Cinque Stelle alla Camera. Roba da suicidio o da ritiro in convento.

Di fronte a tanta eno-desolazione, ad un’assoluta impossibilità di bere questo vino, parte un semplice interrogativo: com’è possibile che questo metodo classico tanto modesto, privo di vitalità, noioso, borioso e prevedibile si sia aggiudicato i “Tre Bicchieri ed il premio bollicine dell’anno nella guida Gambero Rosso Vini d’Italia 2013”?

Io, che se questo è davvero un grande vino sono gay, comunista e juventino, che se questa è la migliore “bollicina” dell’anno allora Silvio Berlusconi è casto e non gli piacciono le ragazzine, e se fossi un produttore di metodo classico di qualità mi incazzerei e di brutto per questo premio, perché offensivo del mio lavoro, una certa idea di come siano andate le cose me la sono fatta, e voi?

CesariniSforzaAquilaReale-dettaglioridotto

P.S.

Impietositasi per la mia défaillance (solo enoica per fortuna) la mia dolcissima metà ha avuto una brillante pensata. Lasciandomi con gli occhi fissi nel vuoto per lo sbalordimento se n’è scesa in cantina tornando con una “banalissima” bottiglia francese, un Brut Premier Cru, prodotto in quella terra dove quelli di Cesarini Sforza dovrebbero andare in pellegrinaggio per imparare cosa sia un grande champenois, un vino che ne stappi una bottiglia e ne berresti due. Quale sia stato lo Champagne che ha salvato la serata e la mia credibilità di eno-esperto (quella bottiglia l’avevo regalata io a lei…), lo leggerete prossimamente su questi schermi.. Prosit!

P.S.
Da qui al 18 aprile, data della prima votazione, sosterrò la candidatura a Presidente della Repubblica di Antonio Martino, economista, liberale, indipendente, persona seria e perbene che sono certo sarebbe un impeccabile Presidente di tutti gli italiani

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Attenzione!
non dimenticate di leggere anche Vino al vino

http://www.vinoalvino.org/

15 commenti

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15 commenti

  1. Pingback: Ormai è sicuro: di vino non capisco una beatissima fava » Trentino Wine Blog

  2. massimo

    aprile 15, 2013 alle 7:16 pm

    …non un Franciacorta prodotto da quei tondinari di industriali bresciani…caspita, vedendo le schede di valutazione degli ultimi Franciacorta che hai bevuto non pare che ti dispiaccia affatto il metodo classico bresciano; non intendo certo offenderti, davvero, però la prossima volta un bicchiere di coerenza te lo consiglio.

    • Franco Ziliani

      aprile 15, 2013 alle 8:06 pm

      é davvero difficile scrivere per lettori che non mostrano particolare acume né un briciolo di sense of humour… Anche i sassi avrebbero capito, hanno capito che stavo ironizzando utilizzando una terminologia cara agli enosnob antifranciacortini, ma “massimo” non ci é arrivato. Peggio per lui :)

  3. Paolo torchio

    aprile 15, 2013 alle 8:52 pm

    una curiosità: la camicia da notte con fessura mi ricorda quella in seta, ricordo letterario delle superiori, che il Vate usava in vecchiaia per non infastidire con la pelle cadente le sue amanti; è forse una foto di questa?

  4. Pingback: Champagne Brut Premier Cru Cattier: il fascino discreto dell’armonia | Il Prosecco

  5. Ugo Besugo

    maggio 6, 2013 alle 9:21 am

    A me normalmente piace molto leggerla, ammiro la sua vasta conoscenza del mondo del vino e dai suoi post ogni volta si impara qualcosa. Oltretutto, quando ho seguito i suoi consigli, ho sempre bevuto bene. Anzi, molto bene. Pero la lettura di questo mi ha fatto venire la pelle d’oca… L’aquila reale sarà anche un pessimo vino, e comprendo la sua indignazione, ma le battute omofobiche, gli insulti a personaggi politici per il fatto di non essere sexy (non essendo soubrettes, non si vede perché dovrebbero esserlo) e le boutades da macho sulle sue performances amatorie cosa c’entrano? Non risponda che non ho sense of humour, perché questo humour non e’…

    • Franco Ziliani

      maggio 6, 2013 alle 9:23 am

      mi spiace caro lettore che si nasconde dietro ad un nickname che il mio post non le sia piaciuto. E’ piaciuto e ha divertito un sacco di persone e nessuna mi ha fatto i rilievi, di cui prendo atto, che mi ha fatto lei.
      Si vede che il suo sense of humour non é molto sviluppato… sorry!

      • Ugo Besugo

        maggio 6, 2013 alle 9:42 am

        Credo che il mio sense of humour sia solo diverso dal suo, magari più sottile, e che il post sia pieno di luoghi comuni di cattivo gusto.
        Ammetto pero’ che lei possa pensare che il mio sense of humour sia tanto sviluppato quanto il suo arsenale per rispondere ai commenti, che si limita a dire che i lettori non hanno sense of humour… I’m not sorry, by the way.

  6. mary marchetto

    maggio 6, 2013 alle 12:11 pm

    Certo una grande delusione!!!! Tu Franco sei un grande a come hai associato l’evento.

  7. giuseppe.verdi

    novembre 23, 2013 alle 10:10 am

    Un consiglio strategico: un vino prima si assaggia e dopo si racconta!

    • Franco Ziliani

      novembre 23, 2013 alle 10:32 am

      i suoi consigli se li può tenere per sé: io assaggio sempre i vini di cui scrivo. E anche in questo caso, quanto ho scritto é nato da un meditato assaggio di questo presunto campione del Trento Doc. O piuttosto del marketing applicato al vino

  8. Giuseppe Verdi

    novembre 23, 2013 alle 5:08 pm

    Non mi permetterei mai. Dicevo solo che l’errore con la sua commensale è stato quello di decantarlo prima di assaggiarlo. Tutto lì.

  9. Pingback: Trento Doc Tridentum Brut 2009 Cesarini Sforza | Il Prosecco

  10. Daniele

    maggio 13, 2016 alle 12:16 pm

    Non ho mai frequentato corsi sul vino, mi annoiano, tantomeno sono sommelier, ho dalla mia oltre 20 anni di degustazioni e migliaia di vini assaggiati, per mia fortuna anche molto rinomati, dunque mi limito a un mi piace non mi piace e devo dire che questo vino mi è piaciuto sin dalla sua uscita; incuriosito dalla sua recensione, avendo ancora alcune di queste bottiglie nella mia cantina, ne ho aperta una proprio ieri sera e devo dire che, comparata nella stessa serata al Graal 2005 (coperte entrambe le bottiglie, mi diverte fare queste serate), ne è uscita alla grande… ma eravamo tutti non professionisti del settore, pertanto ubi maior…
    P.S. un mese fa ho invitato gli amici per una degustazione (sempre bottiglie coperte) di Cristal e Andrè Beaufort G.C., entrambe del 1996, con un intruso in mezzo in riferimento all’annata (Henry Giraud, Argonne 2004): cosa dire, altro livello, altro pianeta oserei dire, ma anche altri prezzi…

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