Lunedì 11, spinto dall’attrazione irresistibile dell’invito ad una degustazione degli Champagne (alcuni meravigliosi, penso al Dom Ruinart 2002, altri meno) della Maison Ruinart, (dove ho incontrato vecchi amici come Toni Cuman, Alessandro Scorsone ed Enzo Vizzari) sfidando la neve (che non era certo la tormenta siberiana annunciata) sono sceso a Milano per fare il mio ingresso nel meraviglioso mondo di Identità golose.
Ho già parlato, su Vino al vino, della delusione, in un contesto food invece entusiasmante per vivacità, della delusione causata dalla proposta vino di questa manifesstazione, o meglio, del Milano Food & Wine Festival.
Ora devo parlare, invece, di una parziale delusione causata dalla degustazione di cinque vini della più antica Maison champenoise, nell’ordine R de Ruinart, Ruinart Blanc de Blancs, Dom Ruinart 2002, Ruinart Rosé e Dom Ruinart Rosé 1998. Tutti serviti in magnum. Degustazione guidata dal giovane Chef de cave, francese di origine greca, Frédéric Panaïotis.
Sicuramente due vini, lo strepitosissimo Dom Ruinart 2002 100% Chardonnay proveniente solo da Grands Crus, e l’ottimo Dom Ruinart Rosé 1998, un Rosé dove il Pinot noir, vinificato in rosso, da vigneti in Sillery e Verzenay, entra solo con il 15%, con un 85% di Chardonnay Grands Crus, (Avize, Cramant, Le Mesnil-su-Oger, Sillery, Puisieulx, Verzenay), ci hanno fatto godere e sognare.
E del Rosé, 45% di Chardonnay e 55% di Pinot noir, con un 19% vinificato in rosso, davvero un bel vino, con una base in gran parte di annata 2008, se ne berrebbero, ne berrei, secchiate.
Però, però, anche se Ruinart e proprio perché Ruinart, non posso non tacere l’insoddisfazione di fronte all’R de Ruinart, da me trovato troppo piacione, rotondo, morbidone, con un dosaggio di zuccheri, 8,5/9 grammi, per me eccessivo e tale da rendere non agevole (per il mio gusto) ma un po’ faticosa e prevedibile la beva.
E poi anche il Blanc de Blanc, prima uscita nel 2001, bel vino di grande eleganza aromatica, fiori bianchi, agrumi, frutta secca non tostata, bolla croccante, ma accidenti, con quei nove grammi di zucchero, anche se la bolla è croccante, ed il gusto morbido, avvolgente, cremoso, al mio palato finisce con il risultare troppo rotondo, ruffiano, con una dolcezza eccessiva, carenza di nerbo e di profondità. Un vino di grande armonia, che deve piacere a tutti e sicuramente ci riesce, ma perché tutto quello zucchero, quella morbidezza che alla fine risulta, per me, troppo “morbidosa”?
In attesa di parlarvi presto dei due Champagne degustati che fanno veramente la grandezza di Ruinart, spero, questo blog viene letto anche nella terra di Dom Perignon, di ricevere una risposta al mio interrogativo…
P.S.
a scanso di equivoci voglio precisare che la mia delusione era riferita unicamente al tenore zuccherino per me francamente eccessivo dei due Champagne della casa Ruinart da me indicati, non alla degustazione in sé, che é stata perfettamente organizzata, simpatica e molto interessante.
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Attenzione!
non dimenticate di leggere anche Vino al vino
una cosa mi pare certa da qui al prossimo 24-25 febbraio: occorre Fare per Fermare il declino!





Vittorio Vezzol
febbraio 21, 2013 alle 3:08 pm
Sono anch’io della tua opinione. Tra i senza annata il rosé regge il dosaggio e risulta di una bevibilità che definirei assassina, gli altri invece li trovo un po’ troppo ruffiani. A tanti altri però piace così, e una grande maison ha bisogno di far numeri. Pensa che in una degustazione a cui partecipavo alcune persone abituate al blanc de blanc senza annata non gradivano più di tanto il Dom Ruinart.
Andrea
febbraio 22, 2013 alle 4:23 pm
Premesso che concordo anch’io con l’articolo, trovando spesso ( quasi sempre) i prodotti di questa Maison molto dosati, recentemente ho bevuto il Dom Ruinart 2002 e 1996, il 2002 trovato davvero molto dosato e “dolce”, mentre il 1996 finora è stato l’unico ’96, già sul viale del tramonto.
francesco siben
marzo 11, 2013 alle 9:10 am
diciamo che lo stile piacione e morbido è seguito anche qui in Italia da zone di produzione di bollicine classiche Franciacorta in primis.
E’un esigenza commerciale, non facciamo finta di stupirci!!
Fermo restando che sono un cultore del dossaggio zero, tanto da produrlo!
Franco Ziliani
marzo 11, 2013 alle 9:12 am
Francesco lo so bene che questa é un’esigenza commerciale. Ma da una Maison storica e prestigiosa come Ruinart mi attendo che non segua questa onda, ma che imponga, perché può parlo, un proprio stile.
francesco siben
marzo 11, 2013 alle 9:58 am
la dura legge di chi è “legato” al mercato purtroppo scalfisce ogni più ferreo principio. Oggi per trovare Champagne di carattere si deve andare a cercare piccoli produttori, i quali per dimensione aziendale ed elasticità di produzione si possono permettere scelte che valorizzano il vino e non il gusto dei consumatori.
Franco Ziliani
marzo 11, 2013 alle 9:59 am
verissimo Francesco, ma anche Maison più grandi propongono Champagne alieni da inutili ruffianerie. Ad esempio: http://www.lemillebolleblog.it/2013/03/11/billecart-salmon-brut-blanc-de-blanc-1999-per-una-grande-fine-serata/
francesco siben
marzo 11, 2013 alle 10:44 am
e io che pensavo che Billecart-salmon fosse nettamente + piccola di Ruinart
Franco Ziliani
marzo 11, 2013 alle 10:45 am
E’ più piccola, ma non possiamo considerarla un récoltant manipulant o una maison di nicchia…
francesco siben
marzo 11, 2013 alle 2:50 pm
Grazie Franco, mi hai dato spunto per degustare il blanc de blanc di Billecart. Quando lo avrò affrontato ti farò sapere. ciao
Franco Ziliani
marzo 11, 2013 alle 2:54 pm
ti avviso che costa qualche euro in più di un Prosecco, anche dei più costosi
Pietro Fazio
marzo 11, 2013 alle 7:39 pm
Mi hanno regalato un Ruinart brut,che non ho mai bevuto ,consiglio per degustarlo al meglio???
Franco Ziliani
marzo 11, 2013 alle 7:42 pm
stapparlo…
Direi che come aperitivo o su un antipasto freddo, prosciutto crudo, salmone, può andare benone