Della banalizzazione o “perversione” del Prosecco. Un grido di allarme di Alfonso Cevola


Voglio semplicemente rimandarvi all’articolo originale The rape of Veneto, ovvero lo stupro del Veneto, e al mio libero adattamento – traduzione pubblicato su Vino al vino dell’articolo, durissimo, uno schiaffo, un atto d’accusa, un sasso lanciato nelle acque putride di uno stagno, scritto dall’amico Alfonso Cevola, e pubblicato sul suo eccellente wine blog On the wine trail in Italy.
Come ho scritto Cevola condanna, senza mezzi termini, con indignazione e dolore, il processo di “popolarizzazione” (che secondo me fa rima con banalizzazione) del Prosecco, sostenendo che quanto è stato fatto in dicembre a Montalcino, l’atto criminale contro la cantina Case Basse, è poca cosa e scompare di fronte a quanto è stato fatto in Veneto dove “hanno virtualmente violentato la terra, privandola di ogni carattere per inseguire facili guadagni”.

Un processo che definisce di “perversione del Prosecco”, che si è tradotto “in un’enorme crescita anno dopo anno alla ricerca di sempre maggiori profitti, forzando la terra, cambiando le leggi, riducendo il Veneto ad una semplice fonte di approvvigionamento per tutti coloro che non voglio spendere per uno Champagne o per degli sparkling wines di carattere”.
Un articolo su cui meditare e di cui discutere. Una cosa è certa: non si tratta, come ha annotato qualche sprovveduto superficiale, di un atto di accusa contro il Veneto, terra che Alfonso Cevola ama profondamente, ma di richiamo forte alle coscienze assopite dei viticoltori e produttori veneti, della zona storica del Prosecco in particolare, che hanno accettato che il loro vino venisse ridotto com’è stato ridotto.
Dall’ingordigia di un mondo industriale del vino, dalla poca intelligenza di una classe politica che ha cavalcato demagogicamente l’utopia dello sviluppo infinito, e dal silenzio di troppi… Buona lettura!

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Attenzione!
non dimenticate di leggere anche Vino al vino

http://www.vinoalvino.org/

 

9 commenti

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9 commenti

  1. Cosimo Piovasco di Rondò

    gennaio 2, 2013 alle 4:38 pm

    Ottimo inizio d’anno questa lettura, che affronta il tema del rapporto fra industrialismo e deterritorializzazione del vino fino a trasformarlo in una commodity. Grazie!

  2. Luca Ferraro

    gennaio 2, 2013 alle 5:28 pm

    Solo per dire che ai tempi del grande cambiamento del mondo prosecco con l’introduzione della doc e docg i produttori della zona storica (Asolo, Conegliano e Valdobbiadene) hanno fatto di tutto per ribellarsi a questo scempio ma a poco è servito.
    Luca

  3. Alessandro Carlassare

    gennaio 7, 2013 alle 4:19 pm

    Non credo mi manchi il corretto senso critico, anzi sono il primo a denunciare le situazioni di evidente disagio di cui il territorio in cui vivo è zeppo, ma il post del signor Cevola è un assurdo minestrone di luoghi comuni e di demagogia.
    Non dico ci sia cattiveria in quanto egli scrive, ma ignoranza (intesa proprio come mancanza di conoscenza) si, e pure tanta: magari un articolo del genere lo si poteva scrivere dieci anni fa, oggi è solo un insulto ai tanti giovani che si dedicano con sincero amore alla cura di viti e vigneti.
    E’ addirittura offensivo il passaggio in cui egli scrive “ovunque guardate potete vedere giovani donne e uomini vestiti con le migliori griffe milanesi della moda, alla guida delle auto più potenti e costose, con ori e marmi ad abbellire le nuove cantine”.
    Infatti io vedo, quotidianamente a differenza del sig. Cevola, ragazzi freschi di istituto enologico quando non di laurea, confrontarsi con genitori e zii per recuperare le parti corrette del loro sapere ma eliminare quelle nocive ereditate dall’agricoltura degli anni ’80 – ’90, quelli dove ogni azione era giustificata alla voce del “fare”.
    I territori di produzione del Prosecco non sono certo popolati da santi e benefattori, e di sicuro (al pari di tutte le altre zone vitate del mondo) ci saranno persone a cui interessa solo ed esclusivamente il ritorno economico, ma questo non giustifica un articolo dove si parla addirittura di perdita dell’anima.
    Perdita che puoi giudicare solo se quel territorio lo vivi dal di dentro.

    • Franco Ziliani

      gennaio 8, 2013 alle 12:25 am

      caro Alessandro, lei sa che la stimo e la rispetto, ma riguardo all’articolo dell’amico Alfonso Cevola non posso che confermare che lo convidido totalmente e che vorrei tanto avere scritto io un articolo splendido e vibrante e giustamente indignato come quello. Quando parla di “perdita dell’anima” Alfonso ha ragione al 1000%
      cordialità

      • Alessandro Carlassare

        gennaio 8, 2013 alle 8:09 am

        Franco, stima più totale e rispetto assoluto anche da parte mia. Non voglio fare cambiare idea al sig. Cevola (e la mia replica non andrà oltre al commento già pubblicato) ma mi permetto di dire che il suo post manca di aderenza al territorio e di contemporaneità!
        Tutto qui.
        Ricambio ogni cordialità

  4. simona

    gennaio 7, 2013 alle 5:43 pm

    ahimè…il Friuli Venezia Giulia sta emulando il fenomeno…

    • vittorio graziano

      gennaio 8, 2013 alle 3:09 pm

      Pensate mò come siamo messi dalle parti del lambrusco!…

  5. agostino

    marzo 24, 2013 alle 6:25 pm

    Caro Ziliani, il signor Cevola, che di italiano non ha nulla, è il classico americano che butta merda sul nostro Paese. Legga tutti i suoi articoli e poi capirà che persona è.

    • Franco Ziliani

      marzo 24, 2013 alle 6:34 pm

      mi spiace per lei, ma ha perso una buona occasione per tacere. Conosco Alfonso Cevola e mi onoro di essere suo amico. Il suo giudizio, parlo di lei Agostino, é condizionato da un antiamericanismo becero e datato e da una capacità di valutazione delle persone e delle cose che lascia davvero molto a desiderare. Averne di giornalisti e wine blogger amici sinceri dell’Italia come Alfonso.. 🙂

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