Alta Langa Fontanafredda: si può fare di più…

Per l’Alta Langa “barolato” meglio sospendere il giudizio
Ci sono state conferme e sorprese nella mia degustazione di ottobre di Alta Langa, ma anche qualche delusione.
E se le conferme più squillanti, che rafforzano la mia convinzione che sia questa azienda la portabandiera della qualità più elevata e diffusa nell’ambito della denominazioni, sono venute da un’azienda come Giulio Cocchi / Bava, i cui tre Alta Langa degustati sono rimasti, a testimonianza di uno stile produttivo e di un sicuro savoir faire, nell’ambito dell’eccellenza, e qualche sorpresa è venuta da aziende come Valter Bera, MonteOliveto di Casà, con note positive per i due vini di Enrico Serafino, le maggiori perplessità, considerando tradizione e nome delle due aziende in oggetto, sono venute dagli Alta Langa di case importanti come Gancia e Fontanafredda.
Ma se nel caso di Gancia la sorpresa è stata relativa, perché già su questo blog avevo fornito valutazioni non esaltanti di alcuni metodo classico aziendali degustati, da Fontanafredda, soprattutto tenendo conto di quello che è accaduto in azienda dopo l’arrivo del nuovo azionista di maggioranza, il vulcanico Oscar Farinetti (proprietario anche di una quota di minoranza della franciacortina Monte Rossa…), ovvero di una dichiarata rincorsa a perseguire la qualità, mi aspettavo vini che fossero ben più entusiasmanti. Intendiamoci non ho trovato vini cattivi o tecnicamente difettosi, ma, cosa più grave dal mio punto di vista vini piuttosto carenti di carattere o di personalità, vini carenti di equilibrio che mostrano una scoperta volontà di essere importanti che pregiudica la loro piacevolezza.
Tre i vini da me degustati, due di annata 2008 e una riserva 2004 che credo meriti una sospensione del giudizio e magari di essere riassaggiato più avanti, trattandosi di un vino dalla sboccatura recente.
Dapprima l’Alta Langa Contessa Rosa 2008, da uve Pinot nero provenienti dalla zona di Serralunga d’Alba, che mi ha sconcertato subito con quel suo colore leggermente ramato quasi da rosé, e poi colpito ma non conquistato con un naso molto particolare, dove spiccavano una certa vinosità e una buona componente fruttata, ma bloccati, senza particolare freschezza né fragranza.
Al gusto piccoli frutti rossi in evidenza, bocca larga, piena, strutturata, ma vino un po’ statico che manca di allungo e nerbo, di freschezza e piacevolezza e tende a sedersi.
Non migliorano di molto le cose con l’Alta Langa Extra Brut 2008, sintesi di Pinot nero e Chardonnay, provenienti dalla zona di S. Stefano Belbo, Castino, Borgomale e Lequio Berria, da vigneti ad altezze varianti da 400 a 600 metri, su terreni costituiti da argille bianche intervallate da strati di sabbie e marne calcaree.
Colore paglierino verdognolo scarico, dal perlage praticamente assente, dotato di un naso abbastanza dolce e maturo, con fruttato in evidenza, ma privo di ogni complessità aromatica. Bocca un po’ semplice, rotonda, fruttata, ma manca di dinamismo e nerbo, leggermente troppo dolce al gusto, anche se una bella coda lunga e una certa persistenza.
Infine l’Alta Langa Contessa rosa riserva 2004, la cui scheda tecnica parla di “uva raccolta in cassette che viene direttamente versata in pressa per una spremitura soffice e delicata. Il mosto ottenuto viene poi subito immesso in serbatoi termocondizionati per la decantazione statica e il mosto limpido viene destinato per una parte alla fermentazione a bassa temperatura (18-20°C) in serbatoi di acciaio inox, mentre la parte rimanente viene immessa in barriques dove fermenta ad una temperatura massima di 20°C. Al termine della fermentazione nel legno, il vino viene mantenuto a contatto delle fecce fini sino alla primavera successiva. A questo punto viene realizzata la cuvée, unendo i vini provenienti dalle due diverse fermentazioni”.
Il vino però presenta una caratteristica particolare, essendo “il brut metodo classico che rappresenta la più autentica tradizione di Fontanafredda, a partire dal nome. Ottenuto da uve Pinot nero (per l’80%) e Chardonnay (20%), si fregia della menzione “Riserva” grazie a un minimo di 36 mesi di affinamento sui lieviti, seguiti da un dosaggio effettuato con un prezioso Barolo di lunghissimo affinamento, dell’annata 1967, ad aumentarne l’unicità, la complessità e il carattere”.
Come ho già detto, meglio sospendere il giudizio e dare tempo al vino di trovare un proprio equilibrio, anche se al momento del mio assaggio questo Alta Langa “barolato”, una scelta, quello dell’uso di vecchio Barolo nel dosaggio, che sembra più una “farinettata”, una trovata di marketing più che una necessità tecnica, non mi ha convinto affatto, con il suo naso maturo ma non stanco, con note che richiamano la cenere, una nota minerale affumicata e di agrumi, la bocca piuttosto asciutta, un po’ bloccata dal legno, che dà una nota di dolcezza leggermente stanca e burrosa, con un carattere più da vino che da metodo classico.
Insomma, anche senza voler infierire, da un nome come Fontanafredda e da uno staff tecnico come quello di cui l’azienda di Serralunga d’Alba si avvale, si può pretendere di più, pensando a quali vini, molto più interessanti, producesse anni orsono l’azienda quando l’enologo era quel galantuomo, che ho avuto il piacere di conoscere e frequentare e ricordo con affetto e grande stima, di Livio Testa

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non dimenticate di leggere anche Vino al vino

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