Champagne Brut Le Nombre d’Or Campaniae Veteres Vites 2008 Aubry

Denominazione: Champagne
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay, Pinot noir, Pinot Meunier, Petit Meslier, Arbanne,Fromenteau, Enfumé

Giudizio:
10


Quando una bottiglia riesce a fermare il tempo

Accade a volte di trovarsi in cantina bottiglie di cui non si sospettava nemmeno l’esistenza, colpevolmente dimenticate. Molte volte quando si scopre di averne una parte immediatamente il rimpianto perché dall’epoca della vendemmia sono passati diversi anni e soprattutto nel caso di vini bianchi e rosati rischiano di essere troppi.
E accade talvolta, una volta stappata la bottiglia, di trovarsi dinnanzi a vini… “che furono” e che stappati anche solo un paio di anni prima avrebbero potuto raccontarci ancora qualcosa di valido.
Questo in linea generale, perché invece quando ci si trova di fronte a bottiglie di Champagne (o di qualche raro metodo classico italiano) la musica cambia e quello che appare normale (ovvero il decadimento dei vini) nel caso dei vini fermi, non vale in presenza delle “bollicine”.
Non so spiegare come e perché, ma spesso anche di fronte a bottiglie piuttosto “agé”, si rinnova il mistero di una vitalità insospettabile, di risorse magiche cui il vino fa appello e di cui si giova, tali da regalare comunque piacevolezza all’assaggio al di là dell’interesse diciamo così “culturale” e conoscitivo che questo presenta.
L’ultima testimonianza di questa capacità di vecchi Champagne di sorprenderti mi è venuta da una bottiglia il cui primo sguardo all’etichetta mi aveva fatto disperare. Un millesimato di ben quattordici anni, 1998, e soprattutto una data di dégorgement dichiarata, il 2004, ovvero otto anni orsono, tale da non generare illusioni.
Questo anche se sono consapevole che dopo l’episodio, in qualche modo un po’ traumatico, della sboccatura ogni bottiglia di Champagne entra, reagendo in maniera totalmente soggettiva e senza alcuna costante, in una fase insondabile, imprevedibile e misteriosa di vita oltre la vita del vino, di evoluzione possibile le cui dimensioni ed i cui margini non è lecito prevedere.
Se si aggiunge poi che questo Champagne millesimato 1998, “dégorgiato” nel 2004, non era uno Champagne normale ma uno Champagne particolarissimo come lo Champagne Nombre d’Or Campaniae Veteres Vites della piccola Maison Aubry di Jouy-lès-Reims, nel cuore della Piccola Montagna di Reims, ovverosia uno Champagne assemblaggio tra una parte minoritaria, intorno al 30%, di vitigni classici (Pinot Noir Chardonnay Pinot Meunier) e una parte maggioritaria costituita da antichi vitigni dimenticati (Petit Meslier, Arbane o Arbanne, Fromenteau e Enfumé), vitigni in via di estinzione e faticosamente recuperati e restituiti a vita produttiva, ecco spiegare la sorpresa. E non lo nascondo una certa grata e meravigliata forma di “eno-commozione”, per la magnificenza e l’integrità del vino cui mi sono trovato di fronte.
Qualche parola, doverosa, sulla Maison Aubry, 15 ettari vitati suddivisi in circa 60 parcelle. La storia dell’azienda ha inizio nel 1986, quando Pierre e Philippe Aubry, discendenti da una casata di proprietari viticoltori sin dal lontano 1790, enologo Pierre, biologo Philippe, decisero di intraprendere una vera e propria opera di recupero della memoria viticola champenoise facendo rinascere alcune varietà perdute, con il preciso obiettivo di alleare il classico all’originale, e celebrare nel 1991 il bicentenario dell’azienda.
Il loro sogno era riprodurre il carattere dello Champagne del XVIII° secolo, che nasceva con il contributo di varietà oggi quasi dimenticate come Arbanne, Petit Meslier, Fromenteau e Enfumé.
Nel 1989-1990 dopo aver recuperato e piantato le prime vigne dimenticate sovrainnestano le prime vigne, nel 1993, 1994 raccolgono le prime uve e prima della fine degli anni Novanta eccoli affrontare il mercato ed il giudizio degli appassionati con la loro cuvée d’antan dove le varietà classiche sono unite a quelle antiche.

Il Petit Meslier, forse un incrocio spontaneo tra Savagnin e Gouais e padre dell’Amigne, recuperato, nonostante le sue basse rese, per la sua finezza aromatica, l’Arbane riscoperto a dispetto della sua maturità tardiva, il Fromenteau che secondo gli ampelografi indica anche il Pinot gris o l’Arbane per la sua capacità di aggiungere una sfumatura alla paletta aromatica complessiva del vino.
Una collezione di Champagne che “riflette ancor più lo spirito della Maison, una vera filosofia riassunta in pochi principi: rigore, rispetto delle tradizioni, originalità e creatività”.
E così oltre vent’anni dopo l’avvio dell’avventura dei fratelli Aubry ecco un loro Champagne old style sfidare con insospettabile energia le leggi del tempo e risalire con agilità i tornanti di una lunga maturazione in bottiglia, resa possibile da un tappo rimasto miracolosamente integro ed in grado di preservare la vitalità del vino, e lasciare me appassionato senza parole per la sua bellezza, la sua bevibilità, il suo fascino intatto.
Ovviamente penalizzate le bulles, l’aspetto perlage, diventato questo Champagne molto più un vino che un “méthode champenoise”, anche se in bocca le bollicine, quasi come un merletto, si faranno sentire, ma che splendore il colore, oro carico intenso, squillante, ricco di riflessi, e che intrigante complesso, fitto, denso, caldo, variegato il naso, dove si colgono in sequenza frutta secca, crème brulée, sfumature di pasticceria e vaniglia, di zafferano, spezie, albicocca secca, miele, a comporre un insieme ancora vivo e fragrante cui una nota minerale, anzi petrosa, conferisce ulteriore scatto e freschezza.
Spettacolare la bocca, ricchissima, piena, avvolgente, giustamente vinosa, morbidissima e cremosa sul palato, con una miracolosa croccantezza delle bollicine che proviene da chissà quale misterioso angolo di vita, gusto avvolgente, continuo, estremamente sapido, fresco, retto da un’energia che non ci si sarebbe mai aspettati da uno Champagne di quattordici anni. Una di quelle bottiglie che resteranno per sempre nella mia memoria di cultore di Champagne…
Gli Champagne Aubry sono distribuiti in Italia dalla Moon Import di Pepi Mongiardino.

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