Trento Doc Brut Rosé Pian Castello 2006 Endrizzi

Denominazione: Trento Doc
Metodo: classico
Uvaggio: Pinot nero

Giudizio:
7


E’ stata tutt’altro che soddisfacente la parte della mia degustazione settembrina di 69 Trento Doc relativa all’assaggio dei Rosé. Dei 14 vini degustati solo sei vini mi hanno veramente convinto, tre mi hanno sostanzialmente lasciato indifferente e cinque li ho trovati francamente insufficienti quando non mediocri.
Risparmierò per carità di patria e umana pietas il nome dei campioni peggiori che mi sono toccati, a proposito dei quali ho redatto note di degustazione che parlano di “colore chiarettino, naso estrattivo vegetale che punge, attacco dolce che poi diventa dolciastro stucchevole senza freschezza e nerbo già stanco e spento”, oppure “colore scarso triste, chiarettino senza pretese, naso anonimo con sfumature vegetali verdi più che floreali, gusto dolciastro molle senza carattere da bibita gassata, anonimo e stupido non si vede il motivo bere una roba simile” o ancora “colore da bibita gassata – gingerino buccia di cipolla senza carattere, anonimo, naso scarsamente espressivo con leggere note vegetali sul finale, gusto molle dolciastro senza tensione senza nerbo in bocca rotondo furbetto ruffiano banale”.
Mi chiedo che razza di idea di Rosé abbiano in mente quei produttori per realizzare eno-scempiaggini del genere, vini senza arte né parte, “capolavori”, se così si può dire, di banalità.
Mi piace invece dire che in degustazione, come sempre alla cieca, ho apprezzato i Rosé di Maso Martis, Pedrotti, Revì, Pisoni, di Ferrari il base ed il Perlé Rosé.
Oltre a questi uno dei Rosé che mi hanno convinto, pur senza entusiasmarmi, è quello, totalmente a base di Pinot nero, prodotto da un’azienda di San Michele all’Adige nota e celebrata soprattutto per la produzione del vino principe e simbolo della Piana Rotaliana, il Teroldego.
Sto parlando, lo si sarà capito, di Endrizzi. Nella produzione di Endrizzi i metodo classico, che l’azienda si ostina curiosamente a presentare come Talento pur potendo contare sulla denominazione di Trento Doc, costituiscono una piccola parte, eppure ormai ne vengono prodotti ben tre diversi, il Brut, Chardonnay 85% da uve provenienti da piccoli appezzamenti disposti sui terrazzi nella zona classica della Valle di Cembra ad un’altitudine compresa fra i 500 e i 650 metri di altezza, il Brut Riserva Pian Castello (60% Chardonnay e 40% Pinot nero) ed il Brut Riserva Pian Castello Rosé, Pinot nero in purezza.
Le due riserve nascono dalla precisa volontà di Paolo Endrici, patron dell’azienda di valorizzare il Pinot Nero del vigneto Pian di Castello posto sopra Faedo. Un vigneto impiantato già nel 1983 con cloni francesi di Pinot Nero e Chardonnay e progettato a guyot per la produzione di Metodo Classico.
Nella mia degustazione la versione Rosé del Pian Castello mi è piaciuta decisamente di più del Pian Castello riserva 2008, che ho trovato ancora bisognoso di definizione e un po’ carente di complessità.
Un Rosé ben fatto, che nasce da una resa per ettaro limitata a 60 ettolitri, con una vinificazione che prevede che la prima fermentazione venga condotta per parte del vino in barrique e parte in acciaio. La maturazione sui lieviti é piuttosto lunga e dura oltre i 60 mesi, al fine, dicono in azienda, “di ottenere un’eleganza altrimenti irraggiungibile”. Il residuo zuccherino è di quasi nove grammi litro.
Di fronte ai colori improbabili, paradossali, innaturali di altri Trento Doc Rosé che mi sono capitati ho molto apprezzato la presentazione di questo Rosé, un colore bello a vedersi e da Pinot nero cerasuolo scarico, salmone rosa pallido brillante e luminoso, con una bella tonalità intensa al punto giusto, e poi il naso di buona densità e profondità, con frutti rossi, rosa, agrumi e una leggera vena speziata in evidenza, e una calibrata vinosità.
Bell’attacco in bocca, con carnosità e polpa succosa, bella continuità e materia ricca, con lunghezza e larghezza sul palato, gusto dolce è calibrato e non eccessivo e una buona freschezza e sapidità sul finale abbastanza ampio e ben sostenuto.
Un Trento Doc Rosé ben fatto, piacevole da bere in accompagnamento a salmone, antipasti e secondi a base di pesce e carni bianche. La dimostrazione, per chi pensa (scioccamente) che fare un buon Rosé non sia difficile e basti puntare su vini rotondi, morbidoni e dolci, che da un vigneto vocato e con una certa sensibilità in cantina si possono ottenere validi rosati con le “bollicine” anche in terra trentina…

1 commento

Condividi

Un commento

  1. Gianluca

    novembre 13, 2012 alle 12:30 pm

    Che i Rosè siano meglio in Oltrepò?
    Con o senza Cruasè.
    Gianluca

Lascia un commento

Connect with Facebook