Angela Velenosi e il metodo classico: una testimonianza

Ho chiesto all’amica Angela Velenosi, eccellente produttrice di Rosso Piceno, Falerio dei Colli Ascolani, Verdicchio dei Castelli di Jesi, Falerio Pecorino, Offida Pecorino, Marche Passerina (e altri vini) in quel di Ascoli Piceno (l’azienda è nata nel 1984) di raccontare per i lettori di Lemillebolleblog la sua speciale passione per i vini prodotti con la metodologia metodo classico (testimoniata anche dalla scelta di importare in Italia lo Champagne Lombard) che l’azienda, anche se le Marche e l’ascolano non vantano particolari tradizioni in materia, produce da oltre vent’anni.
Così appassionata a questi vini che dal giugno del 2011, come scrissi qui, la Velenosi ha “ingaggiato” come consulente per la loro produzione un tecnico di lunga esperienza, maturata in larga parte in Franciacorta, come Cesare Ferrari. Ecco la testimonianza di Angela Velenosi.

“Perché produco metodo classico? A dire la verità non c’è stata nessuna premeditazione: il motivo per cui sono entrata nel mondo del metodo classico è stata una casualità.
Era  il lontano  1989 ed avevamo impiantato da 5 anni il Pinot Nero. Non è stato subito amore: i risultati erano di anno in anno deludenti e pensavamo di innestare il vigneto con il Montepulciano.
A quel tempo Romeo Taraborrelli, fantasioso, estroverso nonché capacissimo e caparbio tecnico nostro consulente pensò di cimentarsi nel metodo classico. Ovviamente era un’idea tanto affascinante quanto folle, e soprattutto non potevamo iniziare così di punto in bianco.
La cosa più logica che ci venne in mente fu pensare ad un “viaggio di studio”, e senza nulla volere alle grandi bollicine italiane, abbiamo subito optato per  la Francia.
Partimmo alla volta di Epernay e ci incontrammo con il famoso direttore George Hardy. Presso l’Institut Oenologique de Champagne provammo a carpire ogni segreto ogni suggerimento per poter avviare questo magico viaggio.
Ovviamente sarebbe stato stupido pensare di poter applicare tout court l’insegnamento francese qui ad Ascoli. Era necessaria una vera e propria traduzione, legata alla qualità delle nostre uve ma anche al dovere di capire quale potesse essere il  nostro modo di fare metodo classico.
Sono seguiti anni di prove,  investimenti economici troppo elevati per le nostre capacità, ma non abbiamo mai avuto un tentennamento. Era davvero il mio sogno, e ai sogni non si deve rinunciare mai.
La prima bottiglia prodotta è stata l’annata 1991 e la prima sboccatura il 1994 e da allora siamo sempre più soddisfatti. E’ un magico mondo quello delle “bollicine”. Fatto di grande attenzione e di tempi estenuanti ma di grandi soddisfazioni.
Posso dire che questa perseveranza comunque ha pagato. Oggi per noi questa referenza rappresenta un importante fatturato, grande attenzione da parte di opinion leder e della stampa.  Ed in più è un successo, personale e lavorativo. Sappiamo che le nostre bollicine sono un prodotto che ho imparato da lontano ma che sicuramente porta dentro la nostra terra e la nostra identità. E’ questo per me il fascino inimitabile delle bollicine italiane. E spero anche delle nostre”.

1 commento

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Un commento

  1. giulo

    ottobre 18, 2012 alle 9:24 am

    Buongiorno, Franco,
    mi permetto di segnalare un’imprecisione, dovuta probabilmente alla lontananza dei ricordi di Angela.

    Georges Hardy, grande tecnico e grandissima persona (che, combinazione, ho rivisto con estremo piacere non più tardi di due giorni fa), era il direttore (e fondatore) della Station Oenotechnique de Champagne (www.oenotechnic.com) e non dell’IOC, azienda concorrente.

    lunga vita alle bollicine!

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