Sparkling wines per tutto l’anno non solo per le feste! Ma negli States rischia di restare solo un sogno…

Questo articolo di uno dei più lucidi e incisivi wine writer statunitensi, il californiano Steve Heimoff, pubblicato sul suo omonimo blog, penso debba fare riflettere tutti coloro che, anche in Italia, pensano ad una possibile conquista del mercato americano con i loro, pur eccellenti, metodo classico. O sparkling wines come li chiamano tout court negli States.
Nel suo post, che potete leggere qui integralmente, Heimoff inizia ricordando come parta da ora la grande corsa per vendere gli sparkling, visto che la destagionalizzazione dei consumi qui è ancora un ambizione e che il grosso delle vendite si ha da ottobre alla fine dell’anno.
Il giornalista ricorda la storica abilità della Champagne nell’accreditare i propri méthode champenoise come i vini ideali per celebrare e festeggiare, ricordando però che la stragrande maggioranza degli americani festeggiano una volta all’anno “e non concepiscono lo Champagne o gli sparkling wines come un vino da tutti i giorni”, “as an everyday wine”.
Heimoff ricorda una discussione fatta anni orsono con alcuni produttori californiani di sparkling, che lui definisce testualmente “California’s têtes de cuvee”, gente come Roederer Estate, Iron Horse, Schramsberg, e di progetti per persuadere gli americani a bere i loro metodo classico regolarmente come fanno con i Cabernet Sauvignon o i Pinot Noir.
Il suggerimento di convincere l’industria del vino americano a realizzare una campagna pubblicitaria globale pro sparkling wines, tesa a convincere i consumatori a dimenticare l’idea del consumo di “bollicine” esclusivamente nelle occasioni speciali, si scontrava però con la refrattarietà dei produttori di alto livello di essere coinvolti in una campagna che coinvolgesse anche gli sparkling di massa, quelli prodotti con il metodo Charmat.
Heimoff ricorda come in questa particolare tipologia di vini sia particolarmente importante l’immagine e l’idea di essere confuse con produttori di massa tipo Barefoot non solleticava e non solletica tuttora le aziende più ambiziose.
Ed i produttori di massa, che sarebbero quelli destinati a sostenere le spese maggiori per eventuali campagne pubblicitarie collettive, non è detto che vogliano essere associati a produttori che considerano un po’ snob. Ragionamento da produttori che del resto puntano a spingere i loro marchi e non l’intera categoria degli sparkling wines.

C’è una certa riluttanza da parte dei consumatori americani a spendere per una bottiglia di metodo classico ed è questa la sfida che i produttori devono affrontare, convincere gli appassionati che si possa spendere la stessa cifra che si paga tranquillamente per uno Champagne anche per uno sparkling wine americano.
Cosa che diventa ancora più difficile e quasi improba nel caso di metodo classico di altri Paesi, che non abbiano il vantaggio che presenta il Cava spagnolo di avere un rapporto prezzo qualità vincente ed un costo decisamente più basso. Questo senza godere del vantaggio del prestigio e dell’immagine di cui usufruisce storicamente lo Champagne.
La conclusione dell’articolo di Heimoff è inevitabile: per quanto la critica e l’informazione enoica possa darsi da fare per provare a convincere gli appassionati che bere un buon sparkling wine locale o estero ha altrettanto senso che bere uno Champagne, anche senza l’appeal e l’allure di questo nome, l’ultima parola spetta ai consumatori i quali, come dice, “non possono essere costretti ad acquistare qualcosa che non vogliono”…
Ecco perché non riesco a non essere scettico quando sento produttori di metodo classico italiani, anche i migliori, che vorrebbero andare alla conquista del mercato Usa…

2 commenti

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2 commenti

  1. Gianni Morgan Usai

    ottobre 17, 2012 alle 11:09 am

    Lodevole e meritoria segnalazione..

    Plaudo all’apertura mentale di Franco Ziliani con un pezzo decisamente non-provinciale.. che andrebbe fatto studiare e commentare in tutte le aziende vinicole ( ahimè poche..)anche blasonate e ostaggio/bocconiano.. interessate agli USA..

    Da visitare il sito di Steve Heimoff vero e proprio scrigno di altri competenti ed agguerriti bloggers..

    Vi risparmio la mia rabbia.. nel vedere recensiti solo vini francesi e tedeschi.. !!

  2. Roberto Morelli

    ottobre 18, 2012 alle 4:49 am

    Non conosco bene la situazione degli States, ma non ho motivo di dubitare del post del giornalista americano. In effetti la situazione in Canada, dove vivo, mi sembra assolutamente la medesima, almeno in Alberta che poi è provincia ricchissima e che può permettersi spese notevoli sui vini (e se lo permette pure, ma non sugli sparkling).
    chissà da che dipende la ritrosia nei confronti degli sparkling ines.

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