Trento Doc Brut Ferrari: sorprendentemente buono. Ma il Perlé 2006 è altra musica…

Denominazione: Trento Doc
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay

Giudizio:
7

Denominazione: Trento Doc
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay

Giudizio:
9


Ho deciso, voglio andare incontro agli insulti degli eno-snob e alle accuse di essermi “venduto” alle grandi aziende fino in fondo!
Non mi è bastato, in questo post, ricordare che il Franciacorta “base” di Cà del Bosco, la Cuvée Prestige, alla prova assaggio si rivela, quantomeno al mio palato, decisamente superiore a quel che pretenderebbero i cosiddetti “super palati” con la puzzetta sotto al naso.
Eccomi quindi oggi, “delitto” ancora più grave, a parlare bene e riferire delle impressioni positive, frutto di una degustazione alla cieca di qualcosa come 69 campioni, riportate assaggiando il più diffuso dei Trento Doc, quello prodotto nel maggior numero di esemplari (diciamo ben oltre i 4 milioni di pezzi) il “famigerato” Brut base delle Cantine Ferrari di Trento.
Il Trento Doc che possiamo trovare un po’ dovunque, non solo in enoteca ma al supermercato, nel negozietto di alimentari che tiene anche un piccolo assortimento di vini, e perché no, la brutta abitudine di abbinare un metodo classico secco ai dolci è durissima a morire, anche in pasticceria.
Il Trento Doc, ma dirò di più il vino, insieme alla vecchia Cuvée Imperiale della Guido Berlucchi dell’epoca precedente alla riconversione franciacortina, su cui si è formato il gusto al metodo classico di milioni di consumatori italiani.
Un vino non per pochi dunque, che deve piacere a tanti se non a tutti, che deve avere uno stile costante se non uguale nel tempo e rassicurante, che non metta in difficoltà chi lo stappa e lo beve, che non deve essere troppo caratterizzato ma soprattutto bilanciato, piacevole.
Detto questo, dobbiamo fare una indispensabile premessa e decidere se le degustazioni alla cieca, quelle fatte senza conoscere il nome del vino e del produttore cui, campione dopo campione, ci si trova di fronte, esprimano una loro verità che deve essere presa integralmente sul serio, senza aggiustamenti, oppure no.
Se le cose vanno così, come credo, allora quando in un assaggio di tanti vini della stessa tipologia il prodotto base di un’azienda finisca con l’uscire globalmente meglio, o quantomeno più o meno allo stesso livello, di vini molto più titolati e costosi e dalle ambizioni nettamente superiori, occorre prenderne umilmente atto e, proprio come sto facendo, riferire l’accaduto con lo spirito semplice del cronista (enoico) che racconta un’esperienza personale.
Nella mia degustazione di giovedì 6 settembre a Palazzo Roccabruna a Trento ho avuto diversi campioni della vasta gamma di Trento Doc prodotti da quello che scherzosamente mi piace definire “l’azionista di maggioranza” del Trento Doc, ovvero la Maison Ferrari, (alla cui cantina – riferirò in altro post – sono stato in visita per una degustazione di cose particolari e vecchie annate che è stata per certi versi emozionante).

Ho avuto il Brut base, il Perlé 2006, il Perlé Nero 2005, la Riserva Lunelli 2004, la riserva Giulio Ferrari 2001, ed il Rosé non millesimato. Con diverse sfumature mi sono piaciuti e mi hanno convinto tutti, in particolare il Perlé 2006, che è stato tra i 4-5 vini che in assoluto ho più apprezzato e che ho trovato splendido (quasi come uno spettacolare magnum dell’annata 2000 che con Mauro Lunelli, “papà” del Giulio Ferrari e Ruben Larentis, bravo enologo aziendale, abbiamo stappato e gustato, insieme ad altre cose mirabili, nel corso della mia visita in cantina).
Naturale che risultassero eccellenti il Perlé (prodotto in più di cinquecentomila esemplari) e le riserve che danno lustro all’azienda. Ma che al mio assaggio “bendato” risultasse non solo tecnicamente ineccepibile, ma decisamente buono nientemeno che il Brut base, mix di uve Chardonnay in purezza provenienti da diversi comuni della provincia di Trento dislocati in Val d’Adige, Val di Cembra, Valle dei Laghi, posti ad altezze superiori ai 300 metri ed esposti a Sud-Est e Sud-Ovest, questo non l’avevo messo di certo in preventivo.
Ecco perché, dato il carattere popolare di questo vino, la sua vasta diffusione, la sua disponibilità talvolta a prezzi, decisi in base a particolari politiche commerciali della GDO, molto abbordabili, ho sentito come un dovere riferire delle eccellenti impressioni riportate degustando questo vino, che non ho motivo di credere avesse qualcosa di particolare o di diverso rispetto al vino che normalmente possiamo trovare in commercio.
Un bel colore innanzitutto, con un paglierino di vivace intensità e brillantezza, un perlage vivo, un naso sottile, molto secco e incisivo, con note di frutta secca non tostata e mandorla soprattutto in evidenza, di crosta di pane e lieviti e apprezzabile vena salata e minerale.
Bocca non di grande ampiezza, ma viva e nervosa, con una bella acidità scattante e un notevole nerbo che dà profondità e persistenza salata al vino che data la sua piacevolezza si propone soprattutto come aperitivo.
Tutt’altra musica, ma era ovvio!, con il Trento Doc Perlé 2006, un millesimato ottenuto con Chardonnay proveniente solo da vigneti di proprietà (e non da uve acquistate, come nel caso del Brut base) posti in alta collina da 300 a 700 metri di altezza, affinato sino a cinque anni sui lieviti e prodotto per la prima volta nel 1971.
Bellissimo il colore, un paglierino oro brillante vivo, ottimo il perlage, molto sottile e continuo e naso di grande freschezza ed eleganza, con bella nota floreale in evidenza, accenni di agrumi e frutta secca, soprattutto nocciola non tostata, di mela golden a formare un insieme sapido e vivo di notevole appeal.
Attacco in bocca molto incisivo, preciso di grande nerbo salato e verticalità, gusto deciso con grande energia bel bilanciamento e dinamismo e continuità e finale su nitida nota di mandorla. Estrema piacevolezza, per un Trento Doc sicuramente di riferimento.

7 commenti

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7 commenti

  1. Gaetano

    settembre 25, 2012 alle 5:39 pm

    Fa veramente piacere questa recensione del Perlè. Da parte mia lo considero di gran lunga il miglior metodo classico Italiano per rapporto qualità – prezzo – numero di bottiglie prodotte.

  2. Pingback: Trentino Wine Blog » Ferrari è sempre Ferrari

  3. Rocca Filippo

    settembre 30, 2012 alle 11:20 pm

    Sono allineato con il pensiero di Franco, i 2 “base” di Ferrari e Berlucchi sono dei prodotti semplici ma ben fatti. Io stesso, (Enotecario con pretesa di qualità) ogni tanto ne compro una in GDO per uso personale.

  4. marziano

    ottobre 1, 2012 alle 11:27 am

    ho giusto bevuto un perlè 2006 su consiglio dell’enoteca dove vado (cantine isola di milano, si può dire?) nonostante le mie titubanze (temo le aziende i grandi numeri e quando spendo un po’ vorrei cose di nicchia) ed invece è stata una gradevolissima sorpresa, un gran vino che è piaciuto a tutti i commensali (bevuto domenica 23 settembre).

  5. Saverio Palmieri

    ottobre 1, 2012 alle 7:25 pm

    Ho degustato il Perlè 2006 nelle due versioni giusto giusto dieci giorni fa per la seconda volta (la prima qualche tempo fa )
    Sicuramente ancora giovani. Il Rosè ancora troppo bambino per i miei personali gusti.
    La versione ‘blanc’ mi ha dato delle sensazioni di incredibile sontuosità e pienezza che ricordavano le annate ormai passate ed introvabili.
    Per ciò che riguarda i due prodotti base, sia di Berlucchi (Guido ovviamente ) che quello della famiglia Lunelli, devo dire che sono sempre ben fatti e ben curati, per poter anche soddisfare le tasche ….di chi ne ha di meno.
    Sicuramente anche una base di partenza per chi si vuole avvicinare al mondo variegato ed inebriante delle Bollicine!,,,
    Prosit

    Saverio Palmieri – Faenza

  6. valter

    ottobre 1, 2012 alle 10:23 pm

    ……non è questione di puzze sotto il naso,ci si sbatte giorno dopo giorno per divulgare l’etica e il concetto di una viticultura sostenibile,per proporre la cultura di etichette che possano presentare con orgoglio il volto e le mani di un vignaiolo,mi consumo le corde vocali spiegando che il mio amico bressan rifiuta il regalo di qualche prezioso ettaro di collo da parte di una zia perchè non saprebbe come occuparsene seriamente e personalmente,poi arriva lei che solo un anno fa si rifiutava di partecipare ad una degustazione nelle langhe perché realizzata in una struttura a detta sua abominevole e offensiva per un territorio sacro come quello del barolo,e bello bello mi viene a decantare certi vini accusando pure di snobismo chi eventualmente abbia strumenti per contraddirla…..mi spiace perché la consideravo una persona coerente,capisco che per vivere di parole alla fine della fiera si debba accontentare un po’ tutti o meglio tutti coloro che proprio non accettano il cambiamento irreversibile che è in atto nel mondo vinicolo,e comprendo bene. (Ormai mi è chiaro) che certi personaggi si siano rivolti ad una persona come lei che in molti stimiamo o abbiamo stimato se non addirittura considerandola un alfiere del mondo che amiamo,se proprio il cuore,il naso,il palato,non l’aiutano più ritorni a calpestare le vigne e constatare di persona come sono fatti i vini di cui intende parlare,
    Non posso davvero credere che una fine conoscitore della sua levatura creda veramente in ciò che ha scritto o devo aspettarmi che presto su questo blog si tessano le lodi dei frizzantini di maschio.
    Comunque,con rispetto ma con tanta delusione,valter

    • Franco Ziliani

      ottobre 2, 2012 alle 8:26 am

      gentile Valter, mi spiace di averle causato tanta delusione e di apparire ai suoi occhi come “un traditore”.
      Ma di quale “delitto” mi sono macchiato? Semplicemente di aver scritto di due metodo classico base di due importanti aziende, una franciacortina e una trentina, assaggiati alla cieca e trovati di buon livello.
      Di cosa possiamo seriamente incolpare queste due aziende? Di produrre vini, in quantitativi importanti, che piacciono alla gente normale che beve vino? Oppure, seriamente parlando, lei si sente di incolpare, ma bisogna portare prove e riscontri precisi, Cà del Bosco e Ferrari, per fare i nomi delle due aziende in oggetto, di una conduzione del vigneto non corretta?
      Io trovo offensivo che lei metta in dubbio la mia onestà intellettuale scrivendo “Non posso davvero credere che una fine conoscitore della sua levatura creda veramente in ciò che ha scritto”, come se io possa avere scritto a comando, o mi sia “venduto”.
      Ho scritto quello che ho scritto, e confermo e tornerei a scrivere, perché lo penso, perché mi sono messo nei panni del normale consumatore, che non sta a “calpestare le vigne”, a giudicare come vengano condotte (ma non credo che alle due aziende sopra citate si possa imputare una conduzione dei vigneti che non sia quantomeno attenta), ma giudica il prodotti finale. Tutto qui.
      Non scriverò di certo su questo blog “dei frizzantini di Maschio” e continuerò a scrivere con la stessa coscienza, parlando bene, liberamente e non sotto dettatura, o facendo “marchette”, dei vini che mi piacciono e meno bene dei vini che non gratificano il mio palato.
      Stia tranquillo, sono sempre lo stesso, non ho certo tirato i remi in barca…
      cordialità

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