Degustazione di Cruasé metodo classico Oltrepò Pavese: missione compiuta!


Forse qualche lettore ricorderà ancora (nel caso una rinfrescatina sulla questione si può avere leggendo qui e poi ancora qui), la “singolare” vicenda che mi vide mio malgrado protagonista lo scorso autunno, quando dopo aver chiesto (come faccio normalmente e senza problemi con gli altri Consorzi) al Consorzio tutela vini Oltrepò Pavese di poter fare una degustazione dei loro metodo classico, con particolare attenzione per i Rosé denominati Cruasé, ricevetti non solo una risposta negativa, ma venni sostanzialmente definito dal presidente del Consorzio come persona non gradita, “penna boriosa” e “arrogante”.
Non mi strappai i capelli né mi disperai per l’atteggiamento di una persona il cui ruolo istituzionale avrebbe suggerito ben altro stile, educazione e comportamenti, e mi feci una ragione per non poter essere messo in condizione di poter fare il mio lavoro: degustare ed esprimere il mio parere (non “il verbo”, solo il mio personale punto di vista) su quanto avevo assaggiato, riferendo quello che mi era piaciuto e quanto invece non mi era piaciuto e perché.
Trascorsi un po’ di mesi alcune cose sono cambiate. Non il presidente del Consorzio, che lo scorso maggio è stato riconfermato in carica, ma il direttore, ruolo che è toccato, con l’incarico di un anno, ad una persona che conosco da anni e che stimo, Matteo Marenghi, agronomo e giornalista piacentino. Qualche tempo fa Matteo, che avevo già incontrato al Vinitaly, mi ha contattato per prospettarmi l’opportunità di degustare ai primi di luglio, nella sede del Consorzio, a Broni, insieme ad un altro collega giornalista.
Solo un impegno improvviso dell’ultimo istante mi ha impedito di fare così, ma non appena si è prospettata la possibilità di venire, per questa bellissima serata che ho già presentato qui, ho chiesto a Matteo di poter degustare in questa occasione.
E così, senza aver avuto il “piacere”, reciprocamente dubbio per entrambi, di incontrare il confermato presidente, e solo grazie all’intelligenza e alla professionalità del direttore del Consorzio, che tengo pubblicamente a ringraziare, ho potuto fare venerdì mattina, reduce dalla serata in quel fantastico luogo della memoria gastronomica oltrepadana che è il Prato Gaio e ancora prima da una visita (ne parlerò presto) ad una cantina a me ben nota da cui mancavo da vari anni, il Monsupello della famiglia Boatti, una bella degustazione di 35 campioni di metodo classico di piccole, note e meno note (di alcune non conoscevo affatto l’esistenza) aziende oltrepadane.
Un po’ tutte quelle che mi aspettavo di trovare, con l’unico rammarico di non aver trovato (chissà perché) i vini della Cantina La Versa.
A degustazione fatta, ovviamente a bottiglie coperte, rigorosamente alla cieca, come possono testimoniare Marenghi ed il bravo sommelier AIS, un milanese che ha scelto di andare a vivere in Oltrepò, che mi hanno assistito e agevolato nel mio lavoro, posso dire, e lo dirò più diffusamente scrivendo in sequenza dei vari vini che mi hanno favorevolmente colpito, che il bilancio è stato sostanzialmente positivo. E che le cose sono andate meglio di quanto mi aspettassi viste precedenti esperienze.
Certo, in questi metodo classico, che ognuno presenta, anche a livello di etichetta e di denominazione, come vuole, chi rivendicando la Docg, chi presentando il vino semplicemente come VSQ, chi chiamando il vino “spumante”, l’impronta legata ad una presenza maggioritaria e preponderante di Pinot nero, non un Pinot nero qualsiasi, ma il Pinot nero tosto e robusto, da terroir importanti, dell’Oltrepò, è fortissima.
E se da un lato caratterizza in maniera indelebile i prodotti, conferendo loro una peculiarità organolettica che esorcizza ogni rischio di omologazione (cosa sicuramente in un mondo del vino dove si tende troppo spesso a banalizzare e standardizzare) fa sì che questi vini risultino un po’ più ostici da capire rispetto a metodo classico, Franciacorta e Trento, tanto per non fare nomi, dove è lo Chardonnay e non il Pinot nero l’uva dominante.
La mia degustazione ha confermato la mia ferma convinzione che i metodo classico oltrepadani, anche i migliori, siano assolutamente delle “bollicine” gastronomiche, che richiamano e pretendono di essere portate a tavola, gustate non solo sui fantastici salumi (mangiata giovedì sera al Prato Gaio una pancetta 2010 letteralmente da urlo) locali, ma su una vasta gamma di preparazioni culinarie che in qualche modo “ammorbidiscono” la loro struttura e li rendono più piacevoli.
Ci sono ancora, purtroppo, vini tremendamente “gnucchi”, ovvero pesanti, fiacchi, monocordi, carenti in quanto a freschezza, nerbo, con problemi di definizione aromatica, dei monoliti che ti si piantano in bocca sin dal primo assaggio e non prendono quota e restano lì inerti, con la loro ostentata vinosità, con una voluminosità e larghezza che li rende ingombranti, senza un’ombra di dinamismo e di allungo, di quella verticalità che conferisce piacevolezza al bicchiere.
Ho però trovato, sia da nomi ben noti come Anteo con il Brut Tradition, il Vergomberra Dosage Zero di Bruno Verdi, sia da autentiche sorprese come il Brut di Cà Tessitori, la Cuvée Berté e Cordini di Francesco Montagna, il Brut di Monterucco, il Brut di Giulio Fiamberti, vini ben fatti, piacevoli, dotati del giusto equilibrio tra materia, acidità e freschezza, salati, beverini. Pinot nero ovviamente, ma con le ali…
Più complesso il discorso per la ventina scarsa di Rosé, presentati come Cruasé e non, degustati, che hanno dimostrato come su questa ipotetica “punta della piramide” dei vini oltrepadani ci sia ancora da lavorare molto. Soprattutto per arrivare ad una definizione e ad uno stile, ad una identità che mancano totalmente, essendo ogni singolo vino legato all’estro personale e alla libera interpretazione di ognuno.
Dal punto di vista cromatico poi la gamma è assolutamente sconfinata e va da una tinta da chiaretto gardesano, salmone pallido, rosa spento, buccia di cipolla, sangue di piccione, ad un granato scarico sino ad un cerasuolo intenso ad un rubino squillante che ti aspetteresti di trovare in un Bardolino, in una Schiava dell’Alto Adige, in un Valtellina Superiore e non certo in un rosé. Alcuni vini presentavano già una nota spenta grigiastra talmente malinconica e triste da farti assolutamente passare ogni desiderio di berli.
Ciononostante vini ben riusciti, con nitida definizione aromatica, bella complessità, eleganza, finezza di profumi, una calibrata struttura al gusto abbinata ad una vena sapida e ad un’indubbia piacevolezza non sono mancati. Voglio citare il Cruasé di Giorgi, il Monteceresino Cruasé di Travaglino, il Cruasé di Berté & Cordini, il Cruasé Oltrenero di Tenuta Il Bosco, il Saignée della Rocca di Conti Vistarino, il Cruasé di Cà di Frara e quello di San Giorgio, che mi sono sembrati i migliori del lotto.
Ma da lì a trasformarli in gioielli dell’enologia, e presentarli con tono propagandistico, come si legge sul sito Internet dedicato, come “un nuovo punto di riferimento della spumantistica di qualità e di denominazione italiana” ce ne corre…

4 commenti

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4 commenti

  1. Roger Marchi

    luglio 23, 2012 alle 1:36 pm

    “Il bilancio è stato sostanzialmente positivo. E le cose sono andate meglio di quanto mi aspettassi, viste precedenti esperienze”. Speriamo di averti sempre più spesso in Oltrepò, caro Franco 🙂

  2. Andrea

    luglio 24, 2012 alle 12:04 pm

    Il cruasè è SOLO metodo classico… non occorre specificarlo…,-)

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