Rosati: nel nome delle “Bollicine” insieme un’armata Brancaleone di vini diversi

Intendiamoci, indagini e sondaggi del genere, vanno sempre presi, pur con tutto il doveroso rispetto per chi li realizza, in questo caso soprattutto per il suo lungo e onorato percorso professionale, con un certo beneficio d’inventario. Perché riferiti ad un campione di consumatori molto ridotto innanzitutto e perché non possono pretendere di avere un valore scientifico assoluto.
Che il consumo di vini rosati in Italia sia in aumento e che il consumatore finale li abbia “sdoganati” ben più di quanto abbiano fatto la stampa specializzata (tuttora un po’ scettica in materia) ed i produttori stessi (per tacere dei ristoratori: in moltissimi ristoranti trovare un rosato in carta è ancora una rarità e lo è persino in un tipo di locali, le pizzerie, dove potrebbero avere largo spazio, basta provare) non si discute.
Che i vini rosati costituiscano una “moda” è tutto da dimostrare. La cosa singolare, leggendo indagini del genere, è che nel nome delle “bollicine” rosa si arrivino a mettere insieme “spumanti” rosati con caratteristiche totalmente diverse, per tipo di uve utilizzate, per tipo di vino, per caratteristiche organolettiche, come un Lambrusco, un rosato di Sangiovese o uno a base Negro amaro pugliese.
Leggiamo difatti che “Il consumatore finale, interpellato anche durante gli acquisti fra i banchi dei supermercati – spiega l’Ovse – identifica a grandi linee la “fonte” dei vini spumanti rosati (in ordine del numero di risposte): Lambrusco, Bonarda, Oltrepo Pavese, Sangiovese, Toscana, Salento e infine il Pinot Nero”. Il che sembra assolutamente stravagante.
Nessuno mette in dubbio la veridicità di questa affermazione, “dal 2004 al 2008 la produzione e il consumo di vini spumanti “rosè” in Italia è quintuplicato e la domanda di mercato ha superato ancora l’offerta per moltissime etichette facendo crescere l’interesse produttivo, l’immissione sul mercato di nuovi prodotti”, ma quando si legge che “Per la categoria di spumanti ottenuti con il metodo italiano (considerato uno spumante giovane, semplice, moderno, meno complesso e corposo) la tipologia rosato consente di aumentare gli elementi di ricchezza e complessità.
Per la categoria metodo tradizionale , diventa lo spumante classico che più si avvicina alla caratteristica di un vino rosso, ma con più ampia adattabilità e semplificazione a tavola e fuori pasto, con piatti e cucina diversa, anche internazionale”, allora sembra di trovarsi ad affermazioni che lasciano il tempo che trovano.
Sarà sicuramente vero che “nella Gdo nazionale molta importanza (1 bottiglia su 2) è data dal marchio d’impresa, vanno di più le bollicine Rosa metodo italiano di grandi marchi Piemontesi, Emiliani e Pugliesi; per il metodo tradizionale Ferrari Spumante, nel 2010, è leader. In ogni caso i volumi maggiori (circa l’80%) sono ad appannaggio del metodo italiano.
Nella horeca italiana, 2 bottiglie su 3 consumate sono di vini rosati metodo italiano”, ma di che razza di “bollicine” e di quale variopinta pittoresca armata Brancaleone di vini stiamo parlando? E di quale riconoscibile tipo di prodotto?

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