Un nome comune per i metodo classico italiani: cui prodest?

Ancora un altro tentativo dopo Classimo e Talento? No grazie!

Ha fatto molto discutere ed è stato ripreso da diversi siti Internet e blog l’appello del Presidente del Consorzio Franciacorta Maurizio Zanella (che anche questo blog ha pubblicato) perché si smetta di chiamare i metodo classico, e segnatamente i Franciacorta Docg, “bollicine” o “spumanti”.
Non chiamarli più in quel modo confuso, che non comunica nulla di preciso, per abituarsi a chiamarli con il loro nome: Trento Doc, Franciacorta Docg, Alta Langa Docg, Oltrepò Pavese Docg. E parlando di vini prodotti con il metodo Charmat Prosecco Doc o Prosecco di Conegliano Valdobbiadene Docg o Asti Docg.
Tra le reazioni all’appello del presidente del Consorzio della zona vinicola bresciana due in particolare mi hanno colpito. Entrambe opera di due giornaliste del vino, nonché wine blogger, che in qualche modo esprimono un’identica convinzione.
Sul suo blog Geisha Gourmet la giornalista trentina Francesca Negri, in un post si dice persuasa che “la vera sfida è trovare un nome d’appeal per definire i metodo classico italiani” e lancia a sua volta un appello: “troviamo un nome per i metodo classico italiani che sia bello tanto quanto Champagne… Mica facile, eh? Mentre ci penso qualcuno di voi ha idee?”.
Dal canto suo la giornalista veronese Elisabetta Tosi sul suo blog Vino pigro sembra essere perfettamente in sintonia con la collega, annotando: “Riassumendo: il Franciacorta è un Franciacorta, il Trentodoc è un Trentodoc, il Prosecco un Prosecco e il Durello un Durello. Ci siamo? Ok. Compito per casa n.1: trovare un nome comune che designi questa particolare tipologia di vini, senza riguardo al fatto che siano o meno a DocVietato usare, come detto, le generalizzazioni “bollicine” o “spumanti”.
Compito per casa n.2: mentre i linguisti sono al lavoro, andate a spiegare le nostre sottigliezze ai nuovissimi consumatori, come i russi o i cinesi. Sì, proprio quelli che miscelano l’Amarone della Valpolicella con la Pepsi Cola”.
La sua convinzione della necessità di trovare “un nome comune” per quelle che comunemente vengono chiamate “bollicine” viene spiegata in maniera articolata e per certi versi ineccepibile: “Seriamente: chi si ribella ai termini spumante/bollicine ha perfettamente ragione.
Ma la soluzione prospettata da Zanella, a mio avviso, per quanto ineccepibile, poco si presta ad una rapida penetrazione di questi prodotti in mercati dalla cultura enologica ancora piuttosto confusa e traballante (ma con il portafoglio generoso, e molta voglia di bere made in Italy).
E’ vero che nè il Trentodoc, nè il Franciacorta, al momento, (e purtroppo), sono così diffusi sui mercati esteri: ma prima o poi lo saranno (siamo molto fiduciosi). Speriamo che nel frattempo si sia trovata una soluzione a questo vacuum linguistico, o continueremo a ritrovarci con un contenuto (il vino) senza il contenitore (la parola che lo designa)”.

Tutto bene, ma c’è un ma. Entrambe le colleghe giornaliste (e blogger) dimenticano che un tentativo di trovare un nome e una casa comune per il metodo classico italiano (non credo che la Tosi pensi ad un ipotetico nome comune che metta insieme Franciacorta, Trento e Prosecco) c’è già stato, anzi due.
Lo ricorda molto bene in un commento ad un post pubblicato proprio su Geisha Gourmet, una persona, Angelo Rossi, che per anni ha avuto ruoli di grande responsabilità come direttore del Comitato vitivinicolo trentino. Rossi solo pochi mesi fa annotava: “Per la cronaca, l’intesa sul cognome si era trovata con il termine “classimo”, mix fra classico e massimo. Peccato che sull’onda della soddisfazione per il delicato e difficile accordo raggiunto tutti, all’infuori di un redattore de La Repubblica, non s’avvidero che “classimo” in greco significa flatulenza… insomma, non presentabile.
Il disgusto e la delusione furono grandi e ci si riprese solo dopo altre stagioni di incontri giungendo alfine al “Talento”. Ma Franciacorta, che nel frattempo aveva cominciato a crescere, non volle sottostare all’egemonia culturale di Trento e si chiamò fuori.
Talento fu in seguito “regalato” al Ministero per l’Agricoltura che lo tutelò con un decreto nazionale che lo rese disponibile per tutti indistintamente. Ovviamente perse fascino, Franciacorta addirittura lo vietò ai suoi. E’ tutt’ora utilizzato da chi sente il bisogno, soprattutto presentandosi all’estero dove il confronto è con lo Champagne, il Cava spagnolo ed il Deutscher Sekt, di avere un “cognome” da affiancare al nome della denominazione territoriale (es. Trento). Franciacorta e Trento (diventato Trentodoc) che tentano di percorrere singolarmente le strade del mondo, sono – da questo punto di vista – su una strada sbagliata”.
Tentativi di riesumazione di cadavere
a parte, che lasciano il tempo che trovano e, basta leggere l’elenco delle aziende aderenti per capire come l’operazione non abbia avuto alcun successo e non abbia alcuna ragionevole possibilità di fare meglio in futuro, non c’è nessuno oggi in Italia che di fronte ad uno scenario tanto ampio e diversificato del metodo classico, che può contare su diverse zone di produzione, alcune dotate di una peculiare denominazione d’origine, controllata o controllata e garantita, ma anche su una serie di prodotti non dotati di una propria identità che vengono realizzati dalla Valle d’Aosta alla Sicilia, pensi di porre nell’agenda delle cose urgenti e importanti da fare l’ipotetica ricerca di un appellativo comune.
Che se anche, nella migliore delle ipotesi, grazie alla straordinaria e celeberrima creatività e fantasia italica, risultasse il più bello, alato, affascinante possibile, non verrebbe mai utilizzato, per una chiara e definitiva scelta di identificazione zona-prodotto fatta da uno dei principali soggetti del panorama del metodo classico italiano. Per chi non avesse capito la Franciacorta.
Perché dunque perdere tempo ed energie per cercare un qualcosa che non serve e che ancora una volta non verrebbe utilizzato da tutti e non potrebbe mai essere un nome comune?

Lo so bene che in Francia hanno trovato un eccellente soluzione per definire alcuni, non tutti, méthode champenoise prodotti in altre regioni che non sono la Champagne, ovvero Alsace, Bordeaux, Bourgogne, Jura, Limoux, Loire. E l’hanno trovata rivendicando l’utilizzo esclusivamente in Francia (con la singolare estensione al Luxembourg) del termine Crémant.
Ma se anche per assurda ipotesi il Presidente del Consiglio Super Mario Monti riuscisse ad ottenere dalla Comunità Europea una speciale autorizzazione per definire Crémant anche i nostri vari metodo classico, siamo sicuri che verremmo a trovarci di fronte ad un fronte comune composto da Crémant di Franciacorta, Crémant di Trento, Crémant di Alta Langa, Crémant dell’Oltrepò Pavese?  E la stessa cosa accadrebbe se invece che Crémant li chiamassimo… Cremosi…
Suvvia, siamo seri! Non facciamo prima e non siamo certi di ottenere risultati migliori e mi rivolgo in primis ai comunicatori del vino, ai giornalisti, ad abituare i consumatori italiani a chiamarli con il loro nome, con quello che attualmente, senza alcun bisogno di aggiungere altre definizioni, riportano già in etichetta?

5 commenti

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5 commenti

  1. Angelo Peretti

    maggio 10, 2012 alle 12:01 pm

    Non giova a nessuno. Nemmeno chiamare Trentodoc un vino che si chiama Trento, giusto per dire. Se poi, colloquialmente, c’è chi vuole chiamare bollicine i vini con le bollicine, be’, che male c’è? L’importante è che ci abituiamo al fatto che ci sono le bollicine del Franciacorta, le bollicine del Trento, le bollicine dell’Oltrepò, le bollicine dell’Etna, le bollicine dei territori che fanno i vini con le bollicine, uno diverso dall’altro, perché diversi – per fortuna – sono i territori.

  2. Zakk

    maggio 10, 2012 alle 1:11 pm

    infatti.
    L’ho gia scritto altrove, ma sembra difficile da capire la teoria degli insiemi: la parola spumante accomuna tutti i rifermenati, sia in bottiglia che in autoclave, poi ci sono i sottoinsiemi: franciacorta, trentodoc, oltrepò…..
    Perchè si debba cercare altro non lo si capisce.
    Piuttosto, le aziende facciano formazione presso il personale di enoteche, ristoranti, wine bar…. Perchè sono loro che di fronte alla richiesta del cliente:” vorrei uno spumante” devono chiedere “quale spumante?”
    Il resto è fuffa.

  3. Cantastorie

    maggio 10, 2012 alle 2:36 pm

    …sono d’accordo, basta nomi comuni che fanno solo confusione, il pane, per esempio lo dovremmo chiamare solo per quello che è: Altamura, Pugliese, Ferrarese, Toscano, rosetta, papalina, francesino, spaccatina, ciabatta, mantovana ecc… i salumi solo: culatello, ossocollo, cremonese, felino, sopressa, luganega, campagnolo, cacciatore, pancetta, mortadella, salsiccia..ecc..

  4. Cosimo Piovasco di Rondò

    maggio 10, 2012 alle 3:36 pm

    Davvero mi pare che questa sia ormai una questione oziosa. E obsoleta. E il tema sollevato dalle due brave giornalisteblogger, appartenga più all’orizzonte della poesia che a quello della realtà. Il maggior protagonista italiano del metodo classico ha scelto irrevocabilmente, e giustamente, la strada della identificazione territoriale. Gli altri lo hanno seguito, chi bene e chi male. Chi ancora provandoci. Ma tutti dentro questa visione comune: il profilo territoriale che prevale sul metodo di produzione. E con questo bisogna fare i conti. Mi pare che chi è ancora alla ricerca di un “ombrello” nazionale, invece, i conti con la realtà non li stia facendo.

  5. filomena zerrilli

    maggio 24, 2012 alle 8:24 pm

    Dedicherei “le bollicine” Metodo Classico ad un grande imperatore per cui si potrebbero chiamare ” Federico II ” (di Svevia) oppure penserei ad una parola semplice come ” La primavera” che rievoca grandi opere italiane note a tutti.

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