A proposito dei “top Italian sparkling wines” più venduti negli States

Siete produttori di metodo classico o Charmat italiani a denominazione d’origine realizzati con ogni cura e con l’obiettivo di ottenere il massimo livello qualitativo possibile?
Bene, voglio allora invitarvi a leggere una news che vi riguarda pubblicata nell’uscita di lunedì 30 aprile della Prima del sito Internet Wine News.
Se vi garba, se tollerate, se non vi impuntate e non pretendete che chiamino con il loro nome e non banalmente e confusamente “spumanti” i vostri vini a denominazione d’origine, allora vi prego, prendete atto di quali sono “gli spumanti made in Italy” che, come ci viene riferito “volano negli States”. Che sono stati i più venduti nel corso del 2011 secondo l’indagine sui “top sparkling wines in Usa” di Impact Databank.
Al primo posto, e aspettate un attimo prima di gonfiare pieni d’orgoglio il petto, abbiamo un vino(?) made in Italy, il “Verdi Spumante”, prodotto dalla Bosca di Canelli, le cui caratteristiche vi invito a leggere per esteso qui, che conquista la posizione di leader con qualcosa come 1,1 milioni di casse da 9 litri importate e una crescita dell’undici per cento rispetto al 2010.
Al sesto posto un altro “capolavoro”, detto senza alcuna ironia, della stessa casa, lo Sparkletini, che segna un incremento rispetto all’anno precedente del 13,8%.
Al secondo posto troviamo, senza alcun’altra indicazione più precisa di quale prodotto esattamente si tratti (probabilmente l’Asti) il Martini & Rossi, che cede però del 7,7% rispetto al 2010.
Certo, all’ottavo e al decimo posto poi troviamo due Prosecco, prima quello della celebre casa Mionetto, dal 2009 diventato proprietà della tedesca Henkell & Co. Sektkellerei KG, che sale del 20,8% e quindi quello denominato Lunetta, che fa parte della linea Collection della Cavit di Trento e passa da 100 mila a 155 mila casse, con una crescita del 47,6%. Vino che nella scheda tecnica del suo importatore viene presentato avente come area di produzione il Trentino…
Exploit dei Prosecco a parte, però la realtà è che gli spumanti o sparkling wines che hanno più successo negli States sono questi.

O “uno spumante globale” come il Verdi “pensato per tutte le culture gastronomiche del mondo” e presentato come “l’ultima evoluzione dello spumante. Mescolare vino con cereali fermentati”, una “combinazione di ingredienti” che “ha consentito di ottenere un prodotto che ha la straordinaria particolarità di piacere a tutti, di essere facile”.
Oppure come un altro ancora più facile, anzi “facile e piacevole approccio al vino e allo spumante” lo Sparkletini, con mela verde, pesca o lamponi uniti al vino, in una logica tutta commerciale da “sparkling Italian fun”, perché “The Italians are the kings when it comes to light, refreshing and sweet sparkling wines”, gli italiani sono i re dei leggeri, rinfrescanti e dolci spumanti.
Quindi con tutto il rispetto, soprattutto per la loro capacità di farsi vendere negli States ed essere prediletti da un crescente numero di consumatori molto di bocca buona, per i cinque “italian sparkling wines”, cari produttori di metodo classico e di Prosecco Doc Conegliano Superiore italiani, provate a pensare quale tipo di risposta dare a chi viene a dire che i vostri vini sono “spumanti” e che lo “spumante italiano” batte lo Champagne nelle vendite internazionali…
Vedete voi se vi piace trovarvi mischiati, come se il vostro fosse lo stesso tipo di vino, in compagnie simili….
Buon Primo Maggio!

4 commenti

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4 commenti

  1. Cantastorie

    maggio 1, 2012 alle 9:27 am

    …personalmente credo che tutti gli operatori del settore, in particolare coloro che commerciano con gli States, conoscano tutti i dati di vendita e che siano consapevoli delle realta su descritte, in ogni caso sono assolutamente convinto che non si può paragonare classi di prodotti, con peculiarità differenti, sotto la stessa categoria, ma purtroppo non è facile far capire al mondo intero dove sta la differenza…così è per tutte le altre specialità gastronomiche…. anche se un po’ ce lo meritiamo, perchè molte volte andiamo a vendere “il prezzo” al posto della qualità….

  2. Paolo

    maggio 1, 2012 alle 7:16 pm

    Credo che quanto scritto non abbia bisogno di commento da piccolo tecnico Vitivinicolo, talvolta comprendo quelli che mi dicono che il vino si può fare anche con ‘Uva.
    Poveri i bravi appassionati Viticoli che lavorano in vigna con grande dedizione.

  3. anna savino

    maggio 7, 2012 alle 11:10 am

    I would be interest to know those stats within Italy itself! With such a huge population in the United States, and differing cultural and economical levels it is natural to think these are the leaders. However, as an American I really do believe that good quality wines have been given a place in the right niche market (the market that the wine producers would want anyway!)

  4. Simone B

    maggio 7, 2012 alle 12:19 pm

    I have been in Australia and New Zealand and was quite hard to find a good quality on the Italian Wines in them markets. I think was a double conflict. First, the market protect it self. Second is the wine use. the Italian products are not designed to be drunk, they are designed to be eaten. And the australian and Newzealand cultures do not have habits to match wine and food with armony but with intensity. Also, the food market is controled from the big distribution creating a palate standardization that, if there are not professional wine knowers behind the bar, can make the complexity a really annoying charateristic. Conclusion semplicity and cheap price works better and make more profit. The only solution from my point of view is invest in a professional comunication.
    I assume that the America, being creator of this stile is similar.

    Sono stato in Australia e Nuova Zelanda ed era piuttosto difficile trovare una buona qualità sui Vini Italiani in questi mercati. Credo che sia stato un conflitto doppio. In primo luogo, il mercato proteggere sè stesso. In secondo luogo è l’uso del vino. i prodotti italiani non sono progettati per essere bevuti, sono progettati per essere mangiati. La cultura Australiana e Newzealand non hanno abitudine di abbinare vino e cibo con armonia, ma con intensità. Inoltre, il mercato alimentare è controllato dalla grande distribuzione che crea una standardizzazione palato quindi se non ci sono conoscitori di vino professionisti dietro al bar, la complessità può diventare una caratteristica davvero fastidioso. Conclusione. Semplicità e prezzo a buon mercato funzionano meglio e rendono più profitto. L’unica soluzione dal mio punto di vista è investire in una comunicazione professionale.
    Essendo l’America il creatore di questo stile suppongo che la situazione è simile anche li.

    Regardes

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