Franciacorta in primo piano in un articolo sugli Italian sparkling wines di Richard Jennings

Interessante articolo del wine writer statunitense Richard Jennings pubblicato sul suo blog RJonwine, che figura tra i blog presentati dalla sezione food and wine del celebre sito Internet Huffington Post.
Jennings, che vive e opera nell’area di Palo Alto, nella San Francisco Bay Area, si occupa di quelli che con termine anglosassone vengono definiti gli “sparkling wines”, definizione decisamente più inoffensiva che il termine “spumanti”.
Nel suo articolo
, dopo averci informato che negli Stati Uniti è per il terzo anno in considerevole aumento il consumo di sparkling, che ormai comprendono un cinque per cento del mercato del vino Usa, ci dice che le importazioni di “Italian sparkling wine” sono cresciute del 36 per cento nel 2011.
Il suo discorso, come quello di tanti commentatori e osservatori esteri, non tende a distinguere, come dovrebbe, tra metodo classico e charmat, aromatici e non, e mette tutto insieme nel nome degli “spumanti”, e parte dalla premessa che il punto forte dell’offerta di Italian sparkling è rappresentato dal Prosecco, le cui importazioni sono raddoppiate dal 2007 al 2010.
E intelligentemente ricorda che l’offerta di sparkling wines italiani è variegata e che l’Italia “has the largest proliferation of different kinds of sparkling wines of any country”, conosce più di ogni altro Paese la più vasta proliferazione di diversi sparkling, con prezzi di alcuni di loro che paragonati a quelli dello Champagne e di molti sparkling wines prodotti in California sono decisamente inferiori.
In questa carrellata rapida a volo d’uccello, parla un po’ di tutti gli “spumanti” prodotti in Italia, sottolineando che “The vast majority of Italy’s spumanti, or fully sparkling wines, however, are made by the Charmat process”, che la maggioranza sono prodotti con il metodo Charmat, e oltre a parlare diffusamente del Prosecco, oggetto di un altro più ampio articolo di cui parlerò prossimamente, parla di Asti e Moscato d’Asti, di Brachetto, e di Lambrusco, e poi arriva a trattare dei metodo classico, definendoli “sparklers that are most similar to French Champagne, wines made from the same grapes as Champagne — Chardonnay, Pinot Noir and Pinot Meunier, and following the same techniques of barrel aging the wine on its lees and secondary fermentations in the bottle”.
Sorvolando sul fatto che di Pinot Meunier in Italia praticamente non se ne coltiva, ha ricordato, un po’ confusamente, che “very good metodo classico sparkling wine is also made in Trento, where Ferrari is the leading producer; in Lombardy’s Oltrepò Pavese, where the wines are largely Pinot Noir-based; in Emilia-Romagna’s Colli Picenti; and in Piedmont’s Langhe region”. Trovando solo lui, bontà sua, nei cosiddetti “Colli Picenti”, che dovrebbero poi essere i Colli Piacentini, dei metodo classico…
La zona produttrice di vini prodotti con la tecnica della seconda fermentazione in bottiglia è però la Franciacorta, che definisce “The leading source of methode champenoise or metodo classico style sparklers in Italy is Franciacorta in the Lombardy region”, ovvero la principale fonte di méthode champenoise.
A proposito della zona vinicola bresciana osserva che alcuni la definiscono come la “Silicon Valley of Italy”, grazie ad un’economia in forte crescita spinta da un prodotto relativamente nuovo, e ricordando che “fast-growing entrepreneurial businesses that have invested heavily in vineyards, elaborate wineries and tourist destination facilities in an effort to cash in on the growing demand for this product, within Italy and elsewhere”.
Ovvero che un business imprenditoriale ha investito massicciamente in vigneti, cantine sofisticate e ricettività per i turisti nello sforzo di fare crescere la domanda in Italia e all’estero.
Secondo Jennings i Franciacorta, in larga parte a base Chardonnay, presentano gli aromi di lieviti che si è soliti associare allo Champagne. Ricorda anche che i costi elevati di produzione rendono buona parte dei Franciacorta tra i più cari nella gamma degli sparkling wines italiani, il che li rende meno competitivi con lo Champagne negli States.
Prendiamo atto, anche se vorrebbe voglia di chiedere al wine writer californiano se per essere competitivi nei confronti dello Champagne (di cui nel 2011 sono stati importati 19.369.573 di bottiglie) i metodo classico o gli “sparkling wines” debbano per forza essere bargain wines dal prezzo ben più contenuto come larghissima parte dei Prosecco…

1 commento

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Un commento

  1. Roger Marchi

    marzo 29, 2012 alle 1:59 am

    Si tratta naturalmente di mosche bianche, ma qualche Metodo Classico nei Colli Piacentini c’è: ricordo assaggi abbastanza interessanti di un Principessa Pas Dosé 2005 dell’azienda Luretta e del Brut dell’azienda Cardinali (che adesso è diventato un Brut Nature senza solfiti aggiunti).

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