Meglio l’odiato “Spumante” dell’ecumenico “bollicine”. Il punto di vista di Gianluca Ruiz De Cardenas

Gianluca Ruiz De Cardenas non è solo un eccellente, come ho scritto qui e ancora qui, piccolo produttore di metodo classico (e ottimi Pinot noir stile borgognone) terra oltrepadana, ma può essere considerato, da autentico appassionato qual’è, una sorta di libera coscienza critica dell’Oltrepò Pavese vinoso, che ama esprimere con chiarezza il proprio punto di vista.
Chiarezza dimostrata in due interventi da me pubblicati, con grande piacere, qui e poi ancora qui, su questo blog. Oggi De Cardenas interviene ancora per dirsi contrario all’uso e abuso del termine, un po’ modaiolo e superficiale, di “bollicine” soprattutto per designare le pregiate produzioni di metodo classico. Un termine molto generico, che secondo lui vuol dire tutto e niente, al quale preferisce addirittura l’aborrito termine “spumante”.
Ed ecco il punto di vista, come sempre ben spiegato e circostanziato, del produttore oltrepadano. Buona lettura!

Confesso che il termine “bollicine” per indicare i vini spumanti non mi è mai andato a genio, ma di fronte al suo dilagare me ne sono fatta una ragione, guardandomi bene dall’ uscire allo scoperto.
Ora però, che dal bell’articolo di Giordana Talamona, noto di non essere il solo, tra le persone in qualche modo del mestiere, a non amarlo, mi faccio coraggio e dò la stura (niente di più pertinente!) al mio dissenso.
Da una trentina d’anni a questa parte il mondo degli Spumanti Classici è tormentato da problemi etimologici, soprattutto da quando la Champagne riuscì, giustamente, a cancellare la dizione champenoise da tutti i vini rifermentati in bottiglia del resto del mondo. Anche se questo non è l’ unico metodo di conferire effervescenza ai vini, una lunga tradizione aveva sempre identificato quelli di maggior pregio con questa denominazione e indirettamente col suo metodo di produzione.

Diverse situazioni negli altri due Paesi principali produttori mondiali di vino, Italia e Spagna, causarono un rimescolamento di carte nel settore. La Spagna ebbe la fortuna di avere concentrata in un’unica zona, il Penedès, la stragrande maggioranza della produzione di Spumante e di avere scelto un unico metodo di produzione, quello in bottiglia appunto, ignorando l’autoclave. In altre parole si riproduceva una situazione simile alla Francia dove un’unica zona, la Champagne, fa di gran lunga la parte del leone.
Altra fortuna (questa anche più favorevole della Francia), vedere concentrata in due grandi case produttrici la totalità della produzione e siccome è più facile mettere d’ accordo due teste anziché venti o trenta, fu sveltamente trovato un nome, Cava, con tutte le caratteristiche adatte alla bisogna.

In Italia, apriti cielo! Mettete quattro o cinque zone con una certa tradizione spumantistica,  oltre a varie altre marginali, in ciascuna delle quali una pluralità di produttori di dimensioni diversissime producono con entrambi i metodi, bottiglia ed autoclave, ed avrete un cocktail esplosivo; anzi, più che esplosivo,  paralizzante.
Si cominciò a discutere di nomi unitari per i produttori di Metodo Classico, subito rifiutati dalla maggioranza, il tutto condito da una legislazione, sia Italiana che Comunitaria, quanto mai carente ed imprecisa. Ne seguì il classico “ognuno per sé e Dio per tutti”.

Par farla breve, siccome esiste appunto un Dio anche per gli spumantisti, si venne col tempo delineando una polarizzazione stabilita dai più capaci ed attivi, che grazie al  successo nelle vendite sia nazionali che estere, ha valorizzato determinati segmenti di entrambi i metodi.
A dimostrazione del fatto che la zona di origine è quella che detta legge, indipendentemente dal metodo di produzione, abbiamo nomi che si sono identificati con un prodotto, pur indicando diverse realtà: zone (Franciacorta, Alta Langa), città (Asti, Trento) e vitigni (Prosecco). Questi nomi evocano ormai immediatamente un prodotto, indipendentemente dal metodo.
Sta di fatto però che l’ autoclave, e quindi la fascia di prezzo più bassa, rappresenta sempre circa l’85% della produzione in gran parte destinata all’ esportazione (Asti, Prosecco), mentre il Metodo Classico continua ad essere destinato quasi esclusivamente al mercato nazionale. Ed essendo questo statico, significa che le zone ed i produttori che hanno saputo affermarsi, lo fanno a scapito di altre zone e altri produttori nazionali.

In questo marasma, tutti si sono detti insoddisfatti della parola “Spumante”, in quanto troppo generico e condiviso con prodotti di categoria inferiore e dunque squalificanti per quelli – tutti – che si considerano superiori: alcune Denominazioni l’hanno addirittura vietata, altre la sopportano di malavoglia.

A questo punto qualcuno ha avuto la brillante idea di introdurre la parola “bollicine” da sostituire a “spumante”, cadendo dalla padella alla brace, perché se si dice Spumante, chiunque capisce almeno che è un vino spumante: Metodo Classico, Charmat, gassificato, Lombardo, Piemontese, Trentino ecc., quello che volete, ma vino. Anzi addirittura una certa categoria di vini, che ne esclude  alcuni pur  effervescenti, perché nessuno si sogna ad esempio di definire Spumante il Lambrusco.

Invece bollicine vuol dire tutto e niente, Champagne, Metodo Classico, Prosecco, Lambrusco,  ma anche birra, Coca Cola, acqua minerale, gazzosa ecc. Bel risultato davvero!  Per uscire da una parola generica se ne  sceglie un’altra addirittura sommaria,  al punto che si fa dell’ autolesionismo. O solo lesionismo di altri?
Mi pare di notare che i più assidui praticanti della parola “bollicine”  siano proprio gli spumantisti delle zone più connotate,  come dire: il nostro è  – poniamo – “Spagnalunga”, tutti gli altri sono “bollicine”…quindi porcate, come direbbe un noto politico.

Che, a differenza di quanto dice Giordana Talamona, non viene usato solo per il Metodo Classico, ma per tutti gli Spumanti. Tutti d’ accordo dunque nell’ auspicio di  ricorrere alle denominazioni  specifiche, anziché ai generici “Spumanti” o “bollicine”, ma siccome in determinate occasioni bisogna pur indicare un’intera categoria di vini effervescenti, senza distinzione tra bottiglia ed autoclave, io dico – e in questo  dissento da Franco Ziliani –  meglio l’ odiato “Spumante”  dell’ecumenico “bollicine”.

In margine a questa diatriba,  noto che i nomi  che hanno avuto più successo – certo non solo per questo – sono quelli composti  da una sola parola: Franciacorta, Trento, Prosecco, Asti definiscono in modo immediato ed accattivante  un prodotto, laddove Oltrepò Pavese, Alta Langa, Alto Adige ecc. richiedono un certo sforzo di messa a fuoco essendo anche in alcuni casi utilizzati per altri tipi di vini.

E pensare che sarebbe stato facile, ad esempio per l’Oltrepò, trovare uno splendido ed unico nome per il suo Metodo Classico: “Pavese”. Che avrebbe consentito di  prendere vari piccioni con una fava:

Nessun pericolo di confusione perché in provincia di Pavia non esistono altre zone vinicole.
Nessun altro vino utilizza questa parola da sola.
Nessuna necessità di aggiungere Metodo Classico perché avrebbe indicato solo Metodo Classico.
Coincidenza felice con il significato  della parola che da ” Gala di bandierine ” utilizzata  sulle navi per celebrare  qualche ricorrenza, viene esteso nell’ immaginario collettivo al clima allegro e vivace che si instaura in circostanze festose.

Ma l’ abbandono dell’amata – in Oltrepò –  parola “Oltrepò” avrebbe causato sicuramente un putiferio, quindi meglio non farne di niente. Ora poi c’ è il Cruasé  e non bisogna disturbare il manovratore. Il fatto è che questa peraltro ammirevole operazione si muove in un’area di Spumanti, i rosè, che rappresenta circa il  5% del totale. Il restante 95% può attendere tempi migliori.
Gianluca Ruiz De Cardenas

5 commenti

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5 commenti

  1. Cantastorie

    marzo 21, 2012 alle 9:37 am

    …concordo, tanto più che per seguire l’esempio del sig De Cardenas c’era pure a portata di mano l’opzione “Gran” che, associata ai migliori spumanti del Pavese, avrebbe fatto un gran bel nome….

    • Gianluca Ruiz De Cardenas

      aprile 26, 2012 alle 8:01 pm

      Altri mi hanno fatto notare che Granpavese sarebbe ancora meglio, come denominazione degli Spumanti Classici DOCG dell’ Oltrepò. Senz’ altro d’ accordo, peccato che siamo nel mondo delle ipotesi poco probabili.

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  3. Roberto Morelli

    marzo 23, 2012 alle 4:15 am

    L’intervento e’ davvero interessante per le notizie riportate.
    I’ll nome in effetti e’ importante, specie all’estero, dove probabilmente nomi brevi e semplici (come Cava o Asti) forse restano meglio in mente e sono anche piu facilmente pronunciabili.
    In Italia e’ piu’ complicato ma Mi va bene. AnchE grazie a Millebolleblog mi piace poter usare “nomi” quali Franciacorta o Trentodoc.
    Quanto a bollicine vs.spumante, molto meglio I’ll termine spumante. Peraltro bollicine mi ricorda ka canzone di Vasco Rossi, e si trattava di coca cola.

  4. matteo

    marzo 24, 2012 alle 10:17 am

    Caro Franco, sono d’accordo con chi considera il termine “spumante” troppo generico e di conseguenza facile oggetto di incomprensioni (cercate o meno..). Riterrei un grande traguardo entrare in un ristorante o in un wine bar, chiedere un Franciacorta e non sentirmi rispondere “fermo o bollicine”!!!… il lavoro sul marketing è ancora lungo! Credo che, se veramente vogliamo valorizzare le differenze che ogni territorio offre, dobbiamo anche accettare e spingere perché queste differenziazioni siano ben evidenziate nei nomi, nelle etichette, nei disciplinari ecc ecc

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