Franciacorta Brut CruPerdu Castello Bonomi

Denominazione: Franciacorta Docg
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay, Pinot nero

Giudizio:
8


Non è assolutamente casuale credo che nel pioneristico lavoro di zonazione fatto in Franciacorta negli anni Novanta la zona sud, quella a ridosso del Monte Orfano, ovvero il più antico affioramento della pianura padana, rilievo isolato che si estende nei territori dei comuni di Coccaglio, Cologne, Erbusco e Rovato per una lunghezza di oltre cinque chilometri, sia stata designata come una delle sette “unità vocazionali” del territorio.
Una zona dotata cioè di una particolare geologia, il cosiddetto “conglomerato” di natura litorale, con molti elementi ciottolosi grossolani, un’età geologica più antica del resto della Franciacorta, un particolare microclima, con temperature massime e minime più alte, un’esposizione massima al sole e una presenza calcarea spiccata. E un’epoca di maturazione decisamente anticipata. Tutti questi elementi legati alle particolari caratteristiche del Monte Orfano, dotato di una unica dorsale, “diretta da nord-ovest a sud-est, è disegnata da un crinale con andamento ondulatorio irregolare composto da vertici, dossi, cime secondarie, brevi piani e selle” che tocca il punto più alto a 452 metri, non possono non influenzare la personalità dei vini che vengono qui prodotti. Che sono decisamente diversi da larga parte della gamma dei Franciacorta prodotti in altre zone.
Un’evidenza, questa, che mi è balzata all’occhio nei giorni scorsi in occasione di una visita, corredata da un’ampia degustazione, ad una delle più emblematiche aziende di questa dorsale montorfanina, un’azienda che indubbiamente appartiene alla storia della Franciacorta, ma da qualche anno sembra essere entrata in una sorta di immeritato cono d’ombra. In una sorta di “limbo” in cui finiscono talora aziende che magari sono state pioneristiche e innovative ma che poi per vari motivi non hanno saputo efficacemente utilizzare l’arma della comunicazione e dare continue e regolari notizie di sé e del proprio operato. E vengono superate magari da aziende meno meritevoli e con meno valori da trasmettere, ma più abili nel dare l’impressione di avere molto da dire.
E questo, paradossalmente, da quando nel 2008 è diventata un’azienda del celebre gruppo veneto Paladin, produttore di vini nell’ambito della grande Doc e ora anche Docg Lison Pramaggiore. Appartenenza ad un gruppo che si pensava (e io lo penso tuttora) potesse contribuire a far conoscere l’azienda, che comunque era riuscita ad essere presente anche su diversi mercati esteri, ad un pubblico più vasto e qualificato.

L’azienda in oggetto, su cui mi piace provare ad accendere i riflettori, è la Castello Bonomi (già Castellino) proprietà della famiglia Bonomi da inizio Novecento, posta nel cuore dell’area vitata del Monte Orfano in territorio di Coccaglio. Un’area ad antichissima vocazione, che risale all’epoca dei monaci Cluniacensi nel Medioevo, che dispone, unico caso in tutta la zona vinicola bresciana, di un piccolo Château, opera del celebre architetto bresciano Antonio Tagliaferri, commissionato dalla famiglia Tonelli, da cui si gode di una splendida vista verso Milano e la pianura padana.
Con 24 ettari di vigneto in larga parte posti su terreni terrazzati sui gradoni del Monte Orfano, vigneti i più vecchi dei quali risalgono a metà anni Ottanta, epoca in cui ha inizio la produzione di metodo classico, terreni con suoli in larga parte calcarei, che rappresentano diverse tipologie di terreno e diverse vocazionalità ad accogliere Chardonnay e Pinot nero (da qualche anno in azienda non è più presente il Pinot bianco), Castello Bonomi ha tutte le carte in regola per emergere e imporsi come una delle aziende in assoluto più interessanti del panorama franciacortino.
Grazie a vini, mi sia consentito il paradosso, dotati di un carattere decisamente più “champenoise” rispetto a quello di molti altri, seppur validi, Franciacorta, dotati di un gusto più solare e fruttato e di una più spiccata vinosità e morbidezza.
I Franciacorta del Castello invece, merito del microclima del tutto speciale, di un’attenta suddivisione dei vigneti in micro particelle che vengono vinificate separatamente, e poi giudiziosamente assemblate dal bravo ed esperto chef de cave Luigi Bersini, attivo in azienda da lungo tempo, sono Franciacorta dotati di una peculiarità del tutto speciale, sono particolarmente longevi e si evolvono splendidamente nel tempo mantenendo sorprendenti caratteristiche di freschezza e di energia. E un “sale” che è assolutamente espressione dei terroir del Monte Orfano.
Franciacorta passisti e non sprinter, che hanno bisogno di tempo per esprimersi compiutamente, anche perché riposano per un periodo più lungo di quello previsto dal disciplinare sui lieviti, come minimo 30 mesi, che diventano molti di più per le selezioni e le cuvée particolari. Grazie a queste caratteristiche sono Franciacorta che hanno più bisogno di bottiglia e che diventano ancora migliori dopo almeno un anno dalla data di sboccatura indicata correttamente, con mese e anno, in retroetichetta.
Con questi presupposti, con una quota importante di Pinot nero (sono quasi cinque gli ettari su 21 di vigneti destinati ai Franciacorta, l’azienda produce anche dei vini tranquilli, Curtefranca bianco e rosso), con la rinuncia ad effettuare la fermentazione malolattica, ed un calibrato ricorso, senza eccessi, all’affinamento delle basi in legno, e con dosaggi volutamente bassi di zucchero, si ottengono vini di grande nitidezza espressiva e dal profilo affilato e ricco di nerbo che sono destinati a soddisfare quegli appassionati più esigenti che magari si sono formati il palato ed il gusto sui grandi champenoise francesi. Ho degustato, sempre più ammirato, l’intera gamma dei Franciacorta del Castello Bonomi, via via più sorpreso per la coerenza del livello qualitativo, e meravigliato (colpa anche del sottoscritto che non aveva mai visitato la cantina) che di questa azienda non si parli e si scriva per come merita – e lo merita ampiamente – e in questo primo articolo, sottolineando en passant il livello assoluto, straordinario, della Cuvée Lucrezia etichetta nera, un raro Blanc de Noir, di annata 2004, con 70 mesi di affinamento sui lieviti, dotato di un’espressività e di un’integrità rare, di una complessità e di un elegante vigore (grande struttura e mineralità, anzi petrosità, spiccata, un naso di un rigore e di un’intensità davvero rari per il panorama italiano), voglio concentrare l’attenzione su due vini in particolare, il Satèn, un Blanc de Blanc Chardonnay, ed il Brut PasPerdu. Mentre un discorso a parte merita l’ottimo Franciacorta Rosé da uve Pinot nero in purezza. Rosé di cui potete leggere le mie impressioni d’assaggio in questo articolo pubblicato su Vinix.
Non aspettatevi le morbidezze rotonde e un po’ dolcione di tanti vini da questo Satèn per cui, dopo la pressatura soffice viene utilizzato solo il mosto fiore, con una parte dello Chardonnay che fermenta in vasche di acciaio termocondizionate per circa 8 mesi e contemporaneamente un’altra parte, un 25%, fermenta in piccole botti di rovere.
Con un mix calibrato delle due basi dopo l’affinamento. Il vino, di cui ho degustato la versione espressione di uve dell’annata 2006, con una sboccatura risalente ad un anno e mezzo orsono, riposa sui lieviti per 36 mesi.
Colore paglierino oro brillante luminoso, perlage sottile e continuo, mostra un naso caldo, con buona maturità di frutto e leggera vinosità, mostra note spiccate di agrumi e frutta esotico, accenni di frutta secca non tostate di buona compattezza e ricchezza.
In bocca l’attacco è pieno, caldo, deciso, di bella maturità e pienezza, con continuità, sviluppo perentorio, nerbo molto sapido, grande equilibrio e spiccata piacevolezza, con un finale vivo, sapido, di notevole vivacità.
Più intrigante ancora, anche per la sua singolare storia, il Brut base dell’azienda, curiosamente chiamato CruPerdu. Un vino che nasce da una porzione di vigneto che l’azienda ha sottratto al bosco che ne aveva coperto una parte e restituito a nuova vita e dove il Pinot nero si è ambientato particolarmente bene offrendo risultati di grande qualità. Mix tra un 30% di Pinot nero e 70% di Chardonnay, con una piccola parte dei vini base (intorno al 15%) che affina in piccoli fusti di rovere francese per otto mesi, il CruPerdu con i suoi tre anni di riposo sui lieviti è tutt’altro che un semplice Brut base e giustifica un prezzo di partenza, franco cantina, intorno ai 14,50 euro, superiore a quello di molti Franciacorta base. Riferendomi ovviamente a prezzi riservati al canale horeca, mentre in enoteca il Cru Perdu ha un prezzo intorno ai 23 euro, che diventano 25 per il Rosé e 27 per il Satèn.
Colore paglierino brillante vivo, intenso, perlage fine e continuo, si propone con un bel naso caldo e giustamente maturo e solare dove spiccano le note di fiori e fieno secco, di mela e pompelmo, di ananas e pesca bianca, con una bella vena nitida di lieviti e crosta di pane e una decisa componente sapida e minerale.
L’attacco in bocca è di grande vigore e precisione, ben secco, nervoso, pieno di energia e verticalità, sorretto da una materia ricca e ben strutturata, da una magnifica freschezza e dal consueto nerbo sapido, con una continuità, uno sviluppo preciso, un equilibrio tra tutte le componenti che regalano al vino grande piacevolezza e ne favoriscono l’utilizzo a tutto pasto, senza alcun problema di abbinamento a piatti tra loro diversi, a tavola.
E se questi sono solo i Franciacorta alla base della piramide…

3 commenti

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3 commenti

  1. Andrea Toselli

    marzo 21, 2012 alle 10:01 am

    Caro Franco, ho la fortuna di conoscere (e bere…) da alcuni anni i prodotti di Castello Bonomi e sottoscrivo volentieri, nel mio piccolo, le tue parole.
    La Cuvée Lucrezia, poi, è un prodotto davvero eccellente.

  2. Vezzola Johan

    marzo 21, 2012 alle 3:30 pm

    Sottoscrivo le tue parole in toto,la comunicazione e’ una parte importante nel saper/poter vendere.

  3. ZANUCCHI

    marzo 23, 2012 alle 5:32 pm

    Bonjour,

    lors de mes vacances à Iséo sur le lac j’ai pu degusterles produits de chez Bonomi.

    Ils sont excellents et peuvent rivaliser avec certains de nos produits francais.

    Que du bonheur.

    Jean Paul Zanucchi

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