TrentoDoc Extra Brut Riserva Lunelli 2004 Ferrari

Denominazione: Trento Doc
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay

Giudizio:
6


So bene che a certi vini, importanti e ambiziosi, prodotti da aziende di grande notorietà mediatica e fama, sarebbe giusto e doveroso concedere il tempo di esprimersi compiutamente, e che quindi si debba formulare su di loro un giudizio con il beneficio del dubbio. Tanto più quando si sa, conoscendoli e apprezzandoli, che se non si fa loro fretta e li si lascia maturare per tempo, possono dare il meglio di sé.
Ma da comunicatore che si rivolge ai consumatori ed è dalla parte dei consumatori, non posso ignorare che molti vini che avrebbero bisogno di tempo sono già sul mercato ora, ed il consumatore li acquista nelle condizioni in cui si trovano e non in altre ideali,
E così, invitandovi a (ri)leggere quello che ho scritto, qualche mese fa, sull’annata 2002 di questo stesso TrentoDoc, degustato con grande soddisfazione a molti anni di distanza dall’epoca della vendemmia, invito a prendere non in senso assoluto, ma con beneficio d’inventario il mio attuale giudizio, formulato ora, in base alla degustazione fatta in questo momento, di una cuvée di prestigio come il Trento Doc Extra Brut Riserva Lunelli 2004 delle Cantine Ferrari di Trento.
Un’azienda di cui nessuno, tantomeno io, si sogna di mettere in dubbio la leadership, meritata e frutto di anni di serio lavoro, nel campo del TrentoDoc, ma i cui vini più pregiati, forse per una scelta del team tecnico enologico capitanato da Mauro Lunelli e da Ruben Larentis, tecnici di primario valore, mi danno l’impressione di essere come frenati quando vengono provati a qualche tempo dalla loro entrata in commercio e che, come degli eno-passisti, emergono invece, con maggiore nitidezza e precisione, alla distanza.
Come ho già scritto, l’Extra Brut riserva Bruno Lunelli è un vino ambizioso che prevede una lavorazione in legno, in botti di rovere austriaco, sulla falsariga di quello stile che il patriarca della “maison” Bruno Lunelli amava impiegare all’epoca nei propri vini.
Una pratica che definivo “rischiosa”, perché se non tenuta attentamente sotto controllo e calibrata rischia di consegnare dei vini stile “vorrei ma non posso”, molto ambiziosi, dichiaratamente ambiziosi, ma che alla prova assaggio difettano di piacevolezza e di equilibrio.
E così, di fronte a questo millesimato a base di sole uve Chardonnay, provenienti dal Maso di Villa Margon, vigneti di proprietà della famiglia Lunelli sulla alte colline sopra Trento, riserva che l’azienda definisce “di straordinaria struttura, affascinante sintesi di innovazione e tradizione”, sottolineando la “eleganza a cui l’elevazione in legno conferisce una ricchezza intrigante ed un’armonica complessità”, millesimato che conosce un lunghissimo affinamento, tra sette e otto anni, sui lieviti, sono rimasto ed è rimasto anche chi assaggiava con me, molto perplesso.
Dirò di più, vittima della cocente delusione che ci prende quando ci troviamo di fronte ad un vino su cui abbiamo grandi aspettative e che finisce per non mantenersi all’altezza delle nostre attese.
Splendente il colore, un paglierino oro non molto carico, brillante, luminosissimo, finissimo il perlage, ed un naso che dal primo impatto si propone fitto, complesso, denso, serrato, con una prevalenza di note burrose e quasi lattiche, di frutta secca e frutta esotica, più essiccata che fresca, e progressivamente, soprattutto quando la temperatura di questo TrentoDoc (prezzo di vendita on line di 36 euro) sale, di note inconfondibilmente e a mio avviso insopportabilmente legnose, di tostatura, che richiamano cioccolato e caffè e la vaniglia.
Note aromatiche aggiuntive, in eccesso, che non capisco come possano costituire un elemento positivo e un plus, come ci viene magnificato nella scheda tecnica del vino, dove si legge che “la lavorazione in legno conferisce un variegato arcobaleno di sensazioni che rapiscono per la loro originalità”. Scheda tecnica dove viene assicurato, e sarebbe davvero bello che questa promessa corrispondesse al vero, ora che il vino è già in commercio e a disposizione del consumatore, e non tra qualche anno, dove questi eccessi si sarebbero attenuati, che ci si trova di fronte ad un “perfetto equilibrio di sensazioni varietali e fruttate e di lievito tostato. L’elevazione in legno dona armonia e ricchezza intrigante”.
Sicuramente impressionante, imponente, spettacolare, l’ampiezza e la larghezza, il peso che il vino, e mi piace definirlo così, data la prevalenza della componente vinosa sulla leggiadria, sull’effervescenza, la leggerezza delle bollicine, dimostra sin dal primo sorso, ma anche se la persistenza è molto lunga, e grande la ricchezza, sul palato si insinua progressivamente una vena secca e asciutta, un tono contratto, una chiusura di bocca polverosa che impedisce al gusto di spiccare il volo, e lo fa apparire pesante, ripetitivo, come zavorrato da tutta quella botta di legno (la poco piacevole impressione di entrare in una “barricaia”) che lo blocca.
Un vero peccato perché dai TrentoDoc di casa Ferrari, espressione della finezza, del nerbo sapido, della freschezza dello Chardonnay dei vigneti alto collinari del Trentino, mi aspetto ben altre emozioni.
Un carattere intrigante dato non “dal rigore del legno”, ammesso e non concesso che la presenza di legno in un metodo classico possa essere “intrigante” e piacevole, ma da un’eleganza di cui in questo TrentoDoc Riserva Lunelli 2004, e mi dispiace molto, fatico a trovare traccia…

2 commenti

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2 commenti

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  2. Sergio

    febbraio 28, 2012 alle 9:52 am

    ottima analisi

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