Trento Doc Rosé + 4 Letrari: buono ma si può fare di più…

Denominazione: Trento Doc
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay, Pinot nero

Giudizio:
6


Mi spiace dirlo, per la considerazione e per l’affetto (li conosco da una vita e li considero dei cari amici) che nutro per loro. Come persone prima che come produttori di vini di qualità in terra trentina.
Però devo dire che questa volta, con questo nuovo TrentoDoc i Letrari, una presenza costante qui su Lemillebolleblog e un punto di riferimento nell’ambito del metodo classico della provincia di Trento, non mi hanno, come sanno invece fare di solito, emozionato.
Anzi questo Trento Doc Rosé + 4, che porta in etichetta la firma di Lucia, la brava e combattiva enologa figlia del “grande vecio” Leonello, le cui prime bottiglie di bollicine risalgono a quello stesso 1961 quando Franco Ziliani, il mio grande omonimo, preparava le sue prime bollicine in Franciacorta, mi ha lasciato un po’ perplesso, dandomi l’impressione di un’incompiuta.
Dirò di più, quasi di una presenza estranea nella ricca gamma di TrentoDoc, tutti di ottimo livello, dell’azienda di Rovereto. Cuvée di Chardonnay e Pinot nero alla base del vino, con un nome, spiega la scheda aziendale, dove “4 cela il significato più profondo di questo vino. La sua numerologia rimanda al metodo di produzione, che prevede un tempo di permanenza sui lieviti di almeno 30 mesi – 4 in più – rispetto al disciplinare, ma è anche una affettuosa dedica alla nuova generazione di famiglia, tutta in rosa”.
Un vino, così viene definito dagli stessi artefici, dal carattere “equilibrato e morbido, che esprime la levigatezza del suo tocco e la dolcezza dei suoi profumi e del suo sapore. Un più lungo affinamento sui lieviti arricchisce la sua essenza, declinata al femminile per la sua eleganza e la suadenza tipiche di un Talento Rosè, di una maggiore profondità e persistenza”.
Lascerò perdere per questa volta la mia incomprensione per il fatto che un produttore di TrentoDoc senta anche l’esigenza, per potendo contare su una denominazione ben precisa (ma è sufficientemente forte?) come TrentoDoc senta il bisogno di chiamare il suo vino anche con un nome, brutto, come Talento.
E partecipare ad un’avventura fortemente voluta da un’altra azienda di TrentoDoc che pur potendo contare su uno “spumantificio” dove potrebbe imbottigliare tutte le bollicine trentine che vuole produce solo un quantitativo molto limitato di metodo classico, ma che è chiaramente destinata a non sortire alcun successo. Come dimostra il fatto che la Ferrari, l’azionista di maggioranza del TrentoDoc, si guarda bene, ora, dal parteciparvi…
Quello che non mi convince, che mi ha lasciato perplesso, che è sentito poco “letrariano” nello stile e nel carattere è questo TrentoDoc Rosé + 4.
Non parlo del colore, un po’ pallidino per i miei gusti, buccia di cipolla – cipria – rosa antico, salmone anemico, o del perlage, molto vivace, continuo, anche se non particolarmente fine nella sua grana, ma dell’aroma, un po’ timido, contenuto, poco espressivo, che manifesta un carattere ben secco, sapido, con crosta di pane e agrumi in evidenza e una scarsa presenza di quelle note di piccoli frutti di bosco che è lecito attendersi in un TrentoDoc Rosé.

Meglio le cose al gusto, con una certa rotonda e succosa fruttuosità, quella morbidezza e “levigatezza del suo tocco” che sono annunciati nella scheda tecnica, ma al vino, dove immagino il contributo dello Chardonnay sia stato decisamente superiore a quello del Pinot nero, sembrano fare un po’ troppo difetto corposità e “ciccia”, e quella “dolcezza” di carattere annunciata sembra essersi tradotta anche al gusto, con una vena un po’ troppo piaciona e dolce, che anche se l’acidità e la sapidità non mancano, ed un buon equilibrio d’assieme, “addomestica” un po’ troppo il vino e gli toglie vigore, spinta e profondità.
Non voglio essere troppo severo, cari Lucia & Leonello Letrari, ma mi(ci) avete abituati così bene con i vostri TrentoDoc, ad una qualità così importante, che questo Rosé + 4 scopertamente pensato per piacere (posso dirlo? Più ai bevitori un po’ occasionali o magari di formazione “prosecchista” di metodo classico, che ai consumatori più esigenti, che continueranno ad entusiasmarsi per il Brut riserva, il 976 Riserva del Fondatore, il Dosaggio Zero) essendo solamente buono e niente di più finisce per non convincere…

2 commenti

Condividi

2 commenti

  1. Fiano di Avellino

    febbraio 3, 2012 alle 10:05 am

    Devo assaggiarlo!

  2. nemesi

    febbraio 5, 2012 alle 5:22 pm

    4 mesi in più rispetto a quale disciplinare?
    Il Trento Doc millesimato deve rimanere sui lieviti minimo 24 mesi.
    Non mi tornano i conti…

Lascia un commento

Connect with Facebook