Ma come può un acro di vigna a Cartizze costare di più che in Napa Valley?

Riflessioni del New York Times e del blog Do Bianchi

Interessanti articoli sul tema Prosecco pubblicati sulla stampa statunitense. Il primo articolo è apparso nientemeno che sul prestigioso New York Times a firma del wine writer Alan Tardi, che conosce bene l’Italia avendoci vissuto (nella Langa del Barolo) per qualche tempo.
L’autore parla della nuova denominazione di Prosecco Doc creata due anni fa scrivendo “a new area for prosecco production was created in the flat valley extending into the Friuli region. In the new area, which encompasses nine provinces, most vineyards are large and their permitted yields high, and the vines can be mechanically harvested, all of which facilitates more-generic, lower-priced wine”.
Parole molto chiare su questa nuova Doc multiprovinciale e multiregionale di pianura, che consente ampie rese per ettaro e meccanizzazione e la produzoine di vini generici e a basso prezzo.
Da qui la necessità per i produttori della zona classica, oggi diventata Docg, di distinguersi, visto che possono contare su “a complex mosaic of microclimates. Many winemakers are trying to showcase these distinctions, with noteworthy results. While most prosecco is nonvintage, enabling producers to blend wine from the previous year, more and more superiore wineries are making a millesimato, in which all the grapes must be from one vintage.
Moreover, a new system called rive indicates vintage-dated proseccos made entirely of grapes from a single town or hamlet. Many of the winemakers are specializing even further by producing a wine from a single vineyard”.
Secondo l’autore dell’articolo anche la vinificazione sta cambiando e anche se il metodo Charmat é indiscusso trionfatore, “a growing number of winemakers are experimenting with classic method refermentation in the bottle”, ovvero stanno sperimentando Prosecco prodotti con il metodo classico o guardano al passato riprendendo la tecnica dell’affinamento sur lie che veniva impiegato prima dell’avvento delle autoclavi: “While some winemakers are exploring new techniques, others are looking to the past. One promising example of this is sur lie, which is how prosecco was made before the advent of the autoclave.
After the wine is bottled, a small amount of yeast is added and refermentation occurs. But, unlike the classic method, here the sediment remains in the bottle”.
E l’articolo si chiude con l’augurio che la confusione creata dall’esistenza di due denominazione separate, ma unite nel nome del Prosecco, venga superata dalla capacità del consumatore di cogliere la differenza tra Prosecco Superiore Docg e Prosecco Doc, tra Prosecco di collina proveniente dalla zona storica e Prosecco di pianura.

L’articolo del New York Times non ha mancato di catturare l’attenzione di uno dei più importanti wine blogger americani Jeremy Parzen, che sul suo blog Do Bianchi, in un post intitolato “Bugie del Prosecco e la vera storia della new wave del Prosecco”, ricostruisce il vero percorso che ha portato alla doppia denominazione per i Prosecco, e alla incredulità di molti commentatori di vino in Italia di fronte a questo processo di prosecchizzazione del Veneto e del Friuli: “The Italian wine writers scratched their head incredulously when then-agriculture minister and native of Treviso where Prosecco is made, Luca Zaia, effortlessly pushed through legislation creating the Prosecco DOCG. Does a humble wine like Prosecco — and by its very nature, Prosecco should be a humble wine — deserve to be elevated to the status of wines like Barolo and Brunello di Montalcino?”.
Parzen ricorda che la nuova Docg “gives the wines raised in Conegliano and Valdobbiadene a bureaucratic distinction that sets it apart from Prosecco grown in Friuli, Piedmont (yes, Piedmont), and Australia. But this DOCG was just one of many that were created before Common Market Organization reforms went into in 2009, shifting the power to create new designations from Rome to Brussels. It’s one of the many examples of political spoils that Zaia lavished on his hometown”.

E nel prosieguo dell’articolo citando alcuni tra i più noti produttori di Prosecco Docg, i cui vini Alan Tardi ha inserito nella degustazione a corredo del suo articolo, Jeremy Parzen dice:” it’s true that the biggest names in commercial Prosecco — Adami and Ruggeri are among those that Alan tasted for the piece — are making “heirloom” vintage-dated and vineyard-designated wines, as well as low-sulfur and even lees-fermented wines.
But these products are the result of attempts by the Prosecco industrial complex to appeal to the hipster sommelier crowd. While I’m not a fan of Ruggeri, there’s nothing wrong with a glass of any of Adami’s wines. But they don’t represent real Prosecco. They are an expression of the consumerist hegemony that has choked my beloved trevigiano since the 1990s when Prosecco became a brand in the U.S.”.
Questa presa di posizione molto netta, quasi “ideologica” da parte di un top wine blogger di grande cultura notoriamente inamorato del Veneto (dove ha compiuto gli studi universitari e dove ha assunto un inconfondibile accento che salta fuori quando parla nel suo splendido italiano) come Parzen, che condanna il processo di industrializzazione del Prosecco, o quantomeno non ne è entusiasta, ha ovviamente suscitato le attenzioni dei diretti interessati.
E così, come racconta in questo post, Parzen è stato contattato dai responsabili del Consorzio del Prosecco, che non condividendo la posizione espressa dal wine blogger hanno cercato di spiegare la loro posizione.
Secondo il direttore del Consorzio anche se le origini del Prosecco sono umili oggi è diventato un vino importante: “while the origins of Prosecco may be humble, it has become one of the world’s most “recognizable wines” and is sold today in mind-boggling volume”.
E sempre secondo la stessa persona “Prosecco is one of Italy’s leading brands and exports — like Campari, Perugina, Barilla, De Cecco. And in a relatively short arc of time, the architects of its success have created an interest and awareness of the brand that was unimaginable in the late 1990s when they began to market Prosecco aggressively to U.S. consumers.
I think it’s safe to say that U.S. consumers are more likely to know the name of two Prosecco producers than they are to know the names of two wineries in Chianti (a brand that emerged three centuries ago)”.
Aspetti, questi, il conseguimento dello status di brand importante, di vino venduto in volumi impressionanti, che non hanno impressionato più di tanto Parzen.

Il quale nel suo nuovo post riferendosi a dati pubblicati in un articolo del sito di analisi economiche e finanziarie Bloomberg.com relativi al prezzo medio di un acro (0,4 ettari) vitato a Cabernet Sauvignon nella Napa Valley, ovvero tra 150 e 200 mila dollari, con punte di 250 mila in alcune zone ristrette, racconta come fosse sorpreso da quanto gli raccontò nel 2009 “the scion of one Prosecco’s leading and oldest families, who owns more acreage in Cartizze — the top growing zone for Prosecco — than any other, he told me that the average price of an acre in Cartizze is greater than in Napa.
And frankly, he would know: his family’s holding in Cartizze is the cornerstone of its winery and the wines produced from fruit grown there are among the highest priced Prosecco bottlings on the market today”.
Ovvero che il prezzo medio di un acro nella zona del Cartizze (107 ettari da cui dovrebbero nascere solo un milione e mezzo di bottiglie) è ben superiore a quello di una superficie equivalente nella Napa Valley. Da cui si ottengono vini che vengono venduti a prezzi di gran lunga superiori a quelli di qualsiasi Prosecco Superiore, fosse pure Cartizze.
Questa consapevolezza porta Jeremy Parzen ad un’amara conclusione sulla sempre più ampia entrata anche della zona del Prosecco Docg nell’ottica di un grande business, di grandi interessi che portano naturalmente la zona a puntare su numeri (di ettari vitati e di bottiglie prodotte) sempre più importanti.
Come scrive, “Whether accurate or not, these factoids give you a sense of the “big business” interests that have come to dominate the cultural and topographic landscape of Conegliano-Valdobbiadene — one of the most beautiful swaths of wine country and one of my favorite places in the world because of my deep connection to the land, people, and wines of Prosecco”.

Lascia un commento

Condividi

Lascia un commento

Connect with Facebook