Franciacorta Dosage Zero 2002 Cà del Bosco: fantastico anche a sei anni dalla sboccatura

Denominazione: Franciacorta Docg
Metodo: classico
Uvaggio: Chardonnay, Pinot bianco, Pinot nero

Giudizio:
9


Torno ad occuparmi su questo blog di un tema che appassiona molto e che credo interessi e appassioni tutti gli appassionati di metodo classico.
Parlo del dégorgement o sboccatura, ultima fase delicata e cruciale della lavorazione di un “méthode champenoise”, quando vengono espulsi i lieviti residui ormai inerti e si determinano le caratteristiche del vino mediante l’aggiunta o meno di una liqueur d’expedition, con la relativa quantità di zucchero. E’ la fase che vede la bottiglia chiusa con il tradizionale tappo a fungo e con una gabbietta metallica per evitare la fuoriuscita del tappo.
I produttori più attenti a fornire informazioni utili al consumatore provvedono ad indicare in retro etichetta la data in cui questa operazione viene svolta: alcuni (come accade ad esempio in Franciacorta, dove è diventato obbligatorio dal 2011) limitandosi a segnalare l’anno, altri, più minuziosi, dichiarando anche mese e giorno. Questo perché c’è una differenza cospicua, indicando ad esempio 2011, se l’operazione è avvenuta in gennaio oppure in dicembre…
Dal momento del dégorgement ha inizio una nuova vita del metodo classico, un’evoluzione molto complessa e spesso imprevedibile, legata com’è alla qualità del vino, all’annata di cui è espressione se si tratta di un millesimato, o a più annate nel caso di una cuvée n.m., e alla tenuta del tappo, che spesso fa la differenza.
E’ assurdo intendere la data di sboccatura come se si trattasse di una data a partire dalla quale il vino decade, e peggio ancora, quasi se si trattasse di uno yogurt o di un prodotto alimentare industriale, sostenere, come si legge ad esempio alla voce “metodo champenoise” di Wikipedia, che “gli spumanti, come gli champagne, dovrebbero essere consumati entro un anno o poco più dalla sboccatura”.
Un’indicazione del genere è un’emerita eno-idiozia, che chiunque abbia una minima esperienza in materia di assaggi di metodo classico o Champagne può smentire.
Ci sono sicuramente vini che più ci si allontana dalla data di sboccatura perdono larga parte del loro appeal, vini semplici giocati sulla freschezza e su una immediatezza di espressione, ma sono molti i vini che hanno solo da guadagnare dal punto di vista della complessità se stappati lasciando trascorrere un determinato periodo, che può essere di mesi, ma talvolta anche di anni, dall’epoca di sboccatura.
L’ennesima dimostrazione di questa evidenza mi è recentemente venuta dall’assaggio, ma che dico, dalla felicissima bevuta di un Franciacorta doppiamente sorprendente. Una sorpresa perché si tratta di un millesimo 2002, degustato a oltre nove anni dalla vendemmia, e perché si tratta di un vino il cui dégorgement risale nientemeno che a sei anni fa, all’inverno 2006.
Il Franciacorta è indiscutibilmente uno dei vini top di una delle aziende simbolo, per storia, continuità qualitativa, prestigio, della zona vinicola bresciana, la Cà del Bosco di Erbusco.
E la tipologia di Franciacorta che gustato a sei anni dal dégorgement mi è apparso in forma smagliante è forse la tipologia più intrigante dell’universo delle bollicine franciacortine, quel dosaggio zero che è tutt’altro che misterioso o difficile come qualcuno l’ha definito, e che consente di cogliere senza mediazioni, molto più di quanto accade nel “modaiolo” Satèn, la personalità più autentica, l’essenza dei vini prodotti con la tecnica della rifermentazione in bottiglia in terra bresciana.
Un vino, il Franciacorta Dosaggio Zero, oggi “riscoperto” e “rilanciato”  in operazioni di marketing che avrebbero molto più senso se chi le propone oltre ad avere una bella idea su cui discutere riuscisse anche a produrre vini di indiscutibile qualità, che prevede che in fase di sboccatura non venga aggiunto nulla e che il vino rimanga integro e fedele a se stesso, alla verità sancita dall’andamento dell’annata e dalla maturazione delle uve, prima che dal savoir faire umano.


Nel caso della Cà del Bosco il Dosage Zero è stato da sempre un vino di importanza basilare, un termine di confronto assoluto, una sfida sostenuta con orgoglio senza aspettare che il vino diventasse, cosa che non lo è affatto nemmeno oggi, “di moda”.
Con il millesimato 2002, ci troviamo di fronte ad una cuvée composta per il 60% da Chardonnay e per il 20% rispettivamente da Pinot nero e Pinot bianco, uve vendemmiate dal 20 al 28 agosto, con resa di 62 quintali ettaro, per un Franciacorta, imbottigliato nell’aprile 2003 che ha riposato 41 mesi sui lieviti e presenta un dato analitico molto interessante, un’acidità totale di 6,50.
Dopo la sboccatura nell’inverno 2006, come riportato in retro etichetta, il vino, grazie ad un tappo che ha assicurato una perfetta tenuta ed un’ottimale conservazione in cantina, ha conosciuto una misteriosa, questa sì, vita ulteriore in bottiglia, un’evoluzione mirabile che l’ha portato a diventare quel grande vino che una volta stappato è apparso in spettacolari condizioni in ogni sua fase, portando la bottiglia ad essere vuotata, dopo essere stata analizzata, centellinata, degustata in ogni sua sfumatura, nel giro di poco tempo.
Colore oro brillante più che paglierino, un oro intenso, luminoso, splendente di mille riflessi, perlage finissimo, sottile, continuo, che si dispone morbidamente con andamento “a nuvole” nel bicchiere.
Il primo impatto olfattivo è di una precisione stupefacente, pieno di energia, diritto, intenso, vigoroso, senza alcun segno di stanchezza o accenni di ossidazione, con frutta secca in evidenza, fiori gialli, frutta esotica essiccata, un carattere ben secco e sapido, e poi in evoluzione note che richiamano l’orzo, lo zucchero caramellato, datteri, a comporre un insieme di grande ampiezza, vivacità e nitida definizione.
Al gusto il vino appare ancora più stupefacente, largo, pieno, solare mediterraneo (impossibile scambiarlo per uno Champagne), con una vinosità accentuata, materia piena e integra, salda struttura, una bollicina ancora croccante e di grande vitalità e nerbo, e una stupefacente freschezza merito di un’acidità ancora viva e nervosa, di un carattere sapido spiccato, tutti elementi che lo rendono largo sul palato eppure profondo verticale, di grande dinamismo.
Piacevolezza estrema e assoluta, grande ricchezza di sapore, e bottiglia perfetta che in due, abbinato ad un piatto semplice come degli spaghetti al sugo con piselli e tonno viene “seccata”, con grande allegria e ammirata sorpresa per l’evoluzione del vino, in men che non si dica.
Ma non ci avevano detto che Champagne e metodo classico italiani dovrebbero “essere consumati entro un anno o poco più dalla sboccatura”?

1 commento

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Un commento

  1. Davide

    gennaio 25, 2012 alle 6:20 pm

    per quanto mi riguarda, il miglior dosaggio zero Franciacorta che abbia bevuto (era il 2006, a dicembre) è il Dosaggio Zero 2001 della Cà del Bosco.
    Mi chiedo perchè questa cantina non pubblicizzi questa tipologia di prodotto, visto che le esce così bene, così frequentemente

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